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Selfie & Told: la band Plastic Man racconta il nuovo album “Sounding Aquarium”

I Plastic Man nascono all’inizio del 2011 a Firenze. La formazione attuale è composta da: Raffaele Lampronti (chitarra/voce), Mattia Gabbrielli (basso/voce), Giacomo Papini (batteria) e William Cavalzani (chitarra/voce).

 

Plastic Man

Le loro influenze 60’s e 70’s si mescolano ad un sound retrò e moderno allo stesso tempo. Le scelte del suono e degli effetti delle chitarre ricadono su fuzz, tremoli e riverberi che mostrano lo sbocco naturale della band: riproporre un rock come i Plastic Man lo intendono, ragionato ma non troppo, istintivo, fresco. A fine novembre 2013 esce il primo ep in un 7 pollici con l’etichetta romana Misty Lane.

Successivamente la band apre a importanti band come King Khan & The BBQ Show e condivide il palco con Mick Quinn, storico bassista dei Supergrass.

Tra i concerti più importanti, da ricordare è il concerto di capodanno 2014 a Firenze, una serata in cui la band si esibisce davanti a trentamila spettatori.

Dopo svariati concerti in italia, nel mese di aprile i Plastic Man suonano in Francia nell’ambito di un tour di due settimane. Il debut album esce a marzo 2015 su Black Candy Records. Ne consegue un tour in Italia. Nel 2016 la band riparte con due tour europei in Germania, Francia, Svizzera, Inghilterra, Belgio e Olanda.

Alla fine del 2016 i Plastic Man tornano in studio per registrare un nuovo LP Sounding Aquarium”, uscito ad aprile 2017 con Annibale Records.

Ed ora beccatevi questa Selfie & Told, risponderà per la band il batterista Giacomo Papini.

 

P.M.: Da ormai un anno a questa parte avete cambiato la line up della band, potresti spiegare i motivi di questa radicale modifica?

Sounding Aquarium

Plastic Man: I membri precedenti non potevano garantire le stesse disponibilità, e il progetto non poteva di certo fermarsi o rallentare troppo. Dal cambio di formazione infatti abbiamo iniziato a suonare con maggior frequenza sia in Italia che in giro per l’Europa creandoci un pubblico sempre più consistente.

 

P.M.: Potresti fare un excursus del processo con cui componete i vostri pezzi, e sulle tematiche dei vostri testi?

Plastic Man: Solitamente qualcuno porta la sua idea in sala prove, spesso si parte dalla base musicale, e da quel momento in poi ci lavoriamo tutti insieme mettendoci ognuno del suo e così via. Per i testi in realtà dipende da chi li scrive. Quelli che ho scritto io nel secondo album sono abbastanza personali e ricchi di allegorie, di modo che l’ascoltatore possa immedesimarsi e magari trovare lui stesso un’interpretazione al tutto. Mi piace traslare i miei pensieri o sensazioni in musica, testi nello specifico, oltre che parti di batteria ovviamente.

 

P.M.: L’influenza 60’s caratterizza la vostra prima produzione “Don’t look at the Moon”, in questo secondo lavoro si avverte un’atmosfera più 70’s anche se gli arrangiamenti suonano decisamente più moderni, mi sbaglio?

Plastic Man: No affatto, io credo che questa piega verso il 70’s sia avvenuta spontaneamente anche se, ad essere sincero, non ho fatto molti ascolti di quella decade nel periodo di composizione e registrazione dell’album. Raffaele, il nostro chitarrista/frontman e fondatore della band è molto focalizzato sull’ondata Nuggets del periodo, questo ha influito molto senz’altro.

 

P.M.: Cosa riserva il futuro per i Plastic Man?

Plastic Man

Plastic Man: Un sacco di cose belle! Stiamo ricevendo molte richieste per concerti e festivals. Nello specifico siamo stati confermati ad alcuni festival molto importanti in Francia e Spagna, tra cui il Binic Folk Music Festival, il Cosmic Trip Festival a Bourges, il Bestialc Festival a Valencia e il Fuzz Festival a Feigeres.

Per ogni festival la nostra agenzia Booking ha aggiunto delle date di passaggio, quindi diciamo che per ogni festival faremo un mini tour europeo. Dopo la stagione estiva dei festival credo che torneremo sulla strada per un periodo più ampio in autunno.

 

Written by Plastic Man

 

 

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“Dominant” di Irene Grazzini: la sottile linea di confine tra mondo reale e immaginario

Appassionati di Fantasy, Sci-Fi, Distopico, lucidatevi gli occhi perché Irene Grazzini, col suo ultimo libro sembra proprio aver fatto breccia nel cuore dei lettori!

Dominant

Ma chi è Irene Grazzini? Nata nel 1985, vive ad Arezzo dove esercita la professione medica. Appassionata di giochi di ruolo e di equitazione, collabora con la rivista Fantasy Magazine. Ha pubblicato vari romanzi: Mutation e Pre-Mutation, I signori dei cavalli, Il primo sogno di Ishtar, Colpo grosso.

Inoltre, scritti insieme ad Anna Greco, Indomabile desiderio (HarperCollins Italia) e Vendetta d’amore Leggereditore). Numerosi suoi racconti sono pubblicati su riviste e antologie. Recentissimo, pubblicato a marzo 2017 da Fanucci, è Dominant.

Siamo di fronte a un Fantasy distopico di altissima qualità, che unisce alle caratteristiche del genere, grazie alla sapiente scrittura della Grazzini, credibilità e realismo di un mondo che ancora non esiste ma che, avendo le sue basi in uno scenario contemporaneo ben richiamato, ne amplia le prospettive fino alle estreme conseguenze.

Squilibri ambientali legati a dissennata opera umana portano sulla Terra una terribile glaciazione che muta in maniera radicale il nostro habitat sino quasi a estinguere gli abitanti del pianeta.

Chi resta lotta per sopravvivere; la selezione, solo in parte naturale, esita in due gruppi umani distinti. Da un lato i Dominanti, dai tratti somatici marcati, pelle, occhi e capelli scuri. Hanno creato un mondo protetto entro un’enorme cupola, cercando di tenere fuori e portare alla definitiva scomparsa i Recessivi, contraddistinti da pelle, occhi e capelli chiari.

I dominanti, guidati dal sindaco Swan, hanno creato un mondo perfetto, totalmente controllato e regolato, con direttive ferree, impartite agli abitanti dalla primissima infanzia. Non esiste famiglia d’origine, che nessuno conosce, ma esiste solo la City, città tecnologica per eccellenza, che assegna a ciascuno compiti ben definiti, per il bene supremo della City stessa.

Qui vive Claire, promettente mente scientifica, interamente votata alla causa del progresso. Un giorno la sua vita perfetta cambia: trova e protegge nel suo Loculo una ragazza ferita, una Recessiva, Eleanor, violando le leggi della città e macchiandosi di alto tradimento. Iniziano così mirabolanti avventure tra l’esterno e i suoi abitanti, mondo che Claire credeva totalmente disabitato, e le incursioni nella City che i sopravvissuti compiono per approvvigionarsi di energia e strumenti.

Quello che Irene Grazzini ha trovato è un modo intelligente, fantasioso e molto efficace per raccontarci degli odierni pregiudizi, delle discriminazioni e dei soprusi, degli squilibri creati dalla corsa all’accaparramento delle risorse, il tutto portato verso le possibili, nefaste conseguenze, con un ordine di valori, priorità, scale di valutazione che appaiono capovolti e da punti di vista rovesciati.

Il tutto attraverso una narrazione viva, vivacissima, ricca di dettagli, movimento, colpi di scena, ma anche di pause dialogiche e riflessive ben modulate. Nulla è lasciato al caso all’improvvisazione, nessuna approssimazione; ogni dettaglio ha un suo perché, senza sbavature, incertezze o incongruenze: siamo di fronte a un mondo che, seppur fantastico e futuro, appare da subito familiare e credibile.

Irene Grazzini

La City rappresenta un tipo di società futura, possibile, quale estremo esito deteriore di premesse che hanno nella lotta tra il bene e il male, tra gusto e sbagliato il loro terreno fertile. L’utopia mancata della City, della razza dominante unica, dà comunque spazio, accanto alle tematiche tipiche del genere distopico, a pagine che fanno emergere immagini contrastanti della famiglia, dei legami parentali, valori vecchi e nuovi, l’importanza dell’amicizia, l’amore, la scoperta di sé e degli altri in una nuova prospettiva, l’accettazione delle differenze, l’accettazione di se stessi, coi propri difetti.

Si possono riconoscere, poi, anche elementi tipici del romanzo di formazione: le due protagoniste principali, soprattutto Claire, alla fine del romanzo non saranno più le stesse, ma saranno profondamente mutate, maturate, più consapevoli. Claire, da promettente scienziata, tutta mente e calcolo, avrà molto da imparare dalla pratica, agile e irriverente Eleanor e dai suoi amici; così, conoscenze, competenze e capacità di entrambe risulteranno accresciute e modificate, insieme alla visione e gestione dei rapporti umani, dei ruoli sociali e al senso stesso dell’esistenza.

Prima quella scorza protettiva che era la cupola della City racchiudeva Il Mondo, l’unico possibile, in opposizione all’esterno. Oltre, solo il bianco. Un’immensa, disabitata e ostile distesa di neve e ghiaccio. Ecco cosa rimaneva del mondo!

Dopo, anche il vero e il falso, il giusto e lo sbagliato appaiono avere confini sempre meno netti, variabili, dipendenti dalle prospettive assunte e l’impossibile diventa possibile.

Il finale, davvero sorprendente, seppure aperto, non lascerà di certo l’amaro in bocca ai lettori! Ottima prova, dunque, di Irene Grazzini che già ci promette, con Recessive, il prossimo capitolo della saga Dominant.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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Intervista di Cristina Bucci a Teresa Plantamura: la musica per essere se stessi fino in fondo

Uscirà il 15 maggio 2017, edito da ‘La Clinica Dischi, l’album d’esordio di Teresa Plantamura dal titolo ‘L’arca dell’Angelo’.

Teresa Plantamura

Cantautrice eclettica, Teresa nasce e vive in Toscana anche se restano in lei molto forti e profondi i legami con la sua terra d’origine, la Puglia, regione di grandi tradizioni e di folklore.

In questo primo disco l’artista, miscelando diversi generi musicali tra cui il folk, il pop e il rock, affronta tematiche di denuncia nelle quali emergono, ad esempio, l’orientamento della società attuale più attenta ai valori di apparenza che non di essenza e il tentativo di abolire pregiudizi e tabù.

In contrapposizione a questi concetti, si sviluppano temi riguardanti l’avvenire e la fiducia in un cambiamento.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Teresa per capire come si sente a pochi giorni dal raggiungimento di un traguardo importante e come è arrivata a raggiungerlo.

 

C.B.: Teresa Plantamura ciao e benvenuta! Presentati ai nostri lettori.

Teresa Plantamura: Ciao! Sono una cantautrice che si propone nel grande panorama musicale, con la giusta dose di entusiasmo e con il forte pensiero, che non c’è mai fine a un tempo, per fare qualcosa che desideri. E il desiderio, va rincorso e va vissuto nonostante tutto. Per me fare musica non è mai stato un dimostrare ma piuttosto condividere. Io ho fatto questo, ho reso pubblica la mia passione.

 

C.B.: Il tuo primo disco si intitola “L’Arca dell’Angelo”, ma non ha nulla a che fare con la religione. Come mai questa scelta?

Teresa Plantamura: Esatto, non ha assolutamente nulla a che fare con la religione. Ho semplicemente utilizzato due simboli, l’Arca che equivale ad uno strumento, un mezzo da utilizzare per intraprendere un percorso, nel mio caso potrebbe essere la voce; l’Angelo è quell’ispirazione straordinaria che ad un tratto ti invade e come per magia, ti porta a creare una melodia o a comporre un testo.

 

C.B.: Le canzoni parlano di temi a te cari come la questione dell’apparenza. Ce ne puoi parlare? Pensi che sia impossibile essere se stessi fino in fondo?

L’arca dell’angelo

Teresa Plantamura: Essere se stessi fino in fondo forse non è così facile, ma costruire su di noi qualcosa che spesso non equivale alla verità, è tutt’altra cosa! Viviamo ormai da tempo in una società che giudica o da consensi analizzando delle immagini, che spia i nostri interessi, che propone rimedi seguendo mode o fenomeni del momento. E allora immancabilmente andiamo a coprire la nostra più chiara essenza, tendiamo a compattarci e assomigliarci uno con l’altro.  Dobbiamo dimostrare e sfoggiare di tutto pur di trarre attenzione.  Insomma anche una gran fatica! Io ambisco solamente a più naturalezza a più genuinità: se fossi un albero da frutto, griderei al vento di tornare al biologico!

 

C.B.: Quali sono secondo te gli strumenti con cui un uomo può cercare davvero la felicità?

Teresa Plantamura: Che bella domanda. Io credo che ognuno di noi abbia molteplici strumenti da utilizzare. La prima cosa da fare però, è essere più clementi e ironici con se stessi, affrontare i propri limiti e farci amicizia. Vivere le proprie debolezze come un’opportunità di cambiamento.

 

C.B.: La musica è la tua felicità?

Teresa Plantamura: Non è l’unica complice della mia felicità, ma ha un grande ruolo.

 

C.B.: A che età hai iniziato?

Teresa Plantamura: Fin da bimba giocavo più con gli strumenti musicali che con le bambole, ero molto stimolata da una famiglia che ha sempre ascoltato musica e mi ha cresciuta con questa passione. Poi nell’adolescenza sono avvenuti gli studi di canto, i primi concorsi, le prime esibizioni live ed altri eventi. Devo ammettere che per un periodo della mia vita avevo quasi accantonato questa devozione. Ma la musica non ti lascia mai. Negli ultimi anni l’ho riscoperta con quella levità che forse mancava e che oggi rende tutto più dilettevole.

 

C.B.: Preferisci la parte in studio o più i live?

Teresa Plantamura: Prediligo i live! Molto più stimolanti e mi caratterizzano di più.

 

C.B.: Da dove trai ispirazione?

Teresa Plantamura

Teresa Plantamura: Traggo ispirazione da tutto ciò che ho intorno, dalle persone alle cose, dai colori ai profumi, dalle azioni agli accenni. Mi reputo un’osservatrice delle piccole cose che in realtà, detengono grandi sviluppi e verità.

 

C.B.: Cosa ne pensi dell’attuale scena indipendente musicale italiana? Ti ci ritrovi?

Teresa Plantamura: Credo sia molto attiva in Italia, forse un po’ sconosciuta ma non per questo di qualità minore. Mi ci ritrovo e mi coinvolge tanto; l’idea di non poter utilizzare i mezzi a disposizione delle grandi major, mi fa impegnare ancora di più, e assaporare ogni piccolo risultato con soddisfazione.

 

C.B.: Qualche artista che ti piace?

Teresa Plantamura: Potrei citare da Janis Joplin, Patti Smith e l’adorabile Bruce Springsteen, arrivando nel nostro territorio italiano con Rino Gaetano, Ivano Fossati, Max Gazzè. Potrei fare una lunga lista partendo da molto lontano!

 

C.B.: Prossimi impegni?

Teresa Plantamura: Sto già lavorando a nuovi brani e tante sono le idee da sperimentare! Tra poco invece ci saranno dei live che mi porteranno un po’ in giro, insieme alla mia band e questo credo sia per il momento, uno degli impegni maggiori! Un saluto e un grazie a Voi ai lettori!

 

Written by Cristina Bucci

 

 

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“Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi: la favola del risveglio

Il mio amico Pinocchio non aveva alcun dubbio, nella propria mente, era certo, che nell’istante del risveglio avrebbe scoperto che il mondo era ancora quello che era sempre stato: reale, solido, comprensibile.

Le avventure di Pinocchio

Non temere, mio superstizioso amico! Gli urlai io mentalmente, in tono da generoso salvatore. In verità, non vi è nulla da temere in un inferno simile, da cui saremo a suo tempo redenti mediante il ritorno della veglia e della ragione. Oggi io e il mio amico Pinocchio abbiamo deciso di risvegliarci.

“È stata tua la colpa allora adesso che vuoi?/ Volevi diventare come uno di noi,/ e come rimpiangi quei giorni che eri/ un burattino ma senza fili/ e adesso invece i fili ce l’hai!” – “È Stata Tua la Colpa” – Edoardo Bennato

Pinocchio rappresenta la favola del risveglio, infatti il protagonista non nasce da una donna ma viene “creato” da Geppetto (il creatore-demiurgo), che modella un insignificante pezzo di legno grezzo e gli dona un anima con il “soffio” della vita cercando di farlo divenire un bambino reale, un uomo illuminato. Lungo il suo percorso iniziatico imparerà a gestire il suo corpo sorvegliato dall’anima che cercherà di riportarlo sulla retta via.

Carlo Lorenzini, meglio conosciuto con il nome di Carlo Collodi ha voluto trasmettere attraverso una favola per bambini la sua esperienza massonica.

L’opera di Collodi per me è un’opera magnifica e densa di significati. “Le avventure di Pinocchio è un capolavoro di simbolismo ed ha una trama capace di racchiudere diverse chiavi di lettura, anche se le principali e collegate comunque tra loro sono tre: la chiave massonica-esoterica, la chiave pedagogica, e la chiave politica.

Ma la chiave principale di lettura rimane comunque quella esoterica ed è quella che cercherò di illustrare. Geppetto rappresenta il dio minore che purtroppo crea esseri non perfetti assoggettati alle tortuose strade della vita.

La Fata (da fato) Turchina (il turchese è il colore della comunicazione), ci comunica che siamo destinati a qualcosa di più grande anche se il “Grande Architetto” ci ha dotati di libero arbitrio. Anche se Pinocchio viene dotato di vita propria, potrà divenire consapevole e quindi vivo, solo dopo l’illuminazione.

Da pietra (legno) grezza (non illuminato) dovrà divenire “Levigato” (illuminato). Solo un processo alchemico potrà renderlo illuminato, quindi dovrà lottare contro le tentazioni terrene (Lucignolo e il Paese dei Balocchi – la vita profana fatta solo di divertimento e ignoranza, il miglior metodo per cercare schiavi), aiutato solo dalla propria coscienza (il Grillo parlante).

Sarà plasmato dal sistema per divenire uno schiavo (la scuola e l’abbecedario).

Carlo Collodi

“…Vai, vai, e leggili tutti/ e impara quei libri a memoria/ c’è scritto che i saggi e gli onesti/ son quelli che fanno la storia fanno la guerra, la guerra è una cosa seria/ buffoni e burattini, non la faranno mai!…” – “È Stata Tua la Colpa” – Edoardo Bennato

Sulla strada della vita inevitabilmente incontrerà le tentazioni del successo e della ricchezza (il Gatto e la Volpe), comprenderà chi manovra in maniera cinica i fili della vita il “Master of Puppets” (Stromboli-Mangiafuoco) e solo riconoscendo il costo dell’apparente successo potrà tornare alla casa del padre (il creatore).

Ma puntualmente ricadrà sempre in tentazione divenendo un mulo (Apuleio “La Metamorfosi” – L’Asino d’oro), simbolo delle masse ignoranti. Finalmente Pinocchio scapperà e tornerà alla casa del padre, ma la casa sarà vuota Geppetto sarà scomparso in mare. Pinocchio ritroverà il creatore dopo essere finito nel ventre della balena, e finalmente riuscirà a fuggire insieme a suo padre (fuggirà dalla buia vita ignorate rappresentata dal ventre della balena verso la luce, l’illuminazione).

Ora finalmente Pinocchio è un bambino vero, illuminato che ha spezzato le catene della vita materiale per abbracciare il suo animo superiore.

Il Cammino è giunto al termine. Il suo processo alchemico è terminato.

Avete iniziato il vostro cammino?

 

Written by Vito Ditaranto

… a mia figlia Miriam con infinito amore…

 

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“Cappuccetto Rosso” dei Fratelli Grimm: un sacrificio, una fiaba esoterica

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Selfie & Told: gli Stolen Apple raccontano la loro storia

Stolen Apple è un libero progetto di espressione musicale nato durante il 2008 per opera di Riccardi Dugini e Luca Petrarchi, a cui si sono aggiunti nel tempo Massimiliano Zatini ed Alessandro Pagani.

Stolen Apple

Ci siamo formati a Firenze nel 2008 dopo lo scioglimento dei Nest, autori di due lavori pubblicati rispettivamente per Urtovox/Audioglobe (“Drifting”, 2001) e Zahr Records/Blackcandy – Audioglobe (“Isnt’it?”, 2007). Del nucleo originario restano due membri fondatori, ovvero Riccardo Dugini (voce, chitarra), e Luca Petrarchi (voce, chitarra); a completare l’organico Massimiliano Zatini, già aggregato ai Nest come percussionista in alcuni esperimenti acustici e qui al basso, ed Alessandro Pagani (già batterista dei Subterraneans ed una delle menti di Valvola/Shado Records), presente nella formazione per un periodo a metà degli anni ’90 quando il gruppo era denominato Malastrana.

Il nostro nome è stato ispirato dalla storia di Ernst Lossa, bambino jenish ucciso nel 1944 dai nazisti nell’ambito del loro programma di sterminio degli individui non autosufficienti, narrata fra gli altri da Marco Paolini nel suo spettacolo “Ausmerzen”.

Ed ora beccatevi questa Selfie & Told.

 

S.A.: La prima domanda-risposta è a bruciapelo e può far male, non perché siamo masochisti, ma ogni tanto è in-giusto fermarsi e fare alcune considerazioni: perché continuiamo a suonare, visto la non più giovane età, ed i sogni di gloria ammuffiti in un cassetto?

Stolen Apple: Ce lo domandiamo ancora, ma non riusciamo ad appendere gli strumenti al chiodo. Sarà perché ci piace l’odore d’umidità mischiato al sudore sonoro della nostra cantina, sarà perché ci piace salire su un palco ed esprimere tutta la nostra rabbia o felicità, sarà perché cerchiamo di essere noi stessi così, dentro un accordo di settima diminuito, una terzina o un riff di chitarra… ma il motivo principale è perché siamo amici, e tra di noi la musica è il linguaggio più universale e meraviglioso che conosciamo. Però non ditelo a chi usa la musica come veicolo per fare successo: loro saranno sempre gli imprenditori, noi sempre gli operai.

 

S.A.: Potendo tornare indietro, cosa cambieremmo del nostro percorso musicale?

Stolen Apple: Quasi niente, perché quello che siamo è il frutto della nostra esperienza, e non parliamo soltanto dal punto di vista musicale. Certo, qualche limatura la rifaremmo, più si va avanti, più il suono si perfeziona, l’affiatamento nella musica è indispensabile. A livello compositivo, e a bocce ferme (come si dice dalle nostre parti), punteremmo un po’ di più sullo stile che ci avrebbe fatti ancor più originali… o forse meno. Il fatto di spaziare su più fronti non sminuisce però il risultato artistico, quando questo si rivela poi reale, empirico, e allo stesso tempo sperimentale. La prima fase della nostra produzione, terminata con l’album “Trenches” (uscito a settembre 2016), ci soddisfa in gran parte… peccato per le coriste di New Orleans che costavano troppo.

 

S.A.: Diciamoci la verità… che cosa nelle interviste non abbiamo mai detto, e qui ci va dire?

Stolen Apple

Stolen Apple: Non ci ha mai interessato cavalcare le mode, come non ci piacciono le cose perfette. La perfezione appartiene a chi lascia un pezzo di cuore per strada. Noi siamo sanguigni ma non vampiri, siamo alternativi ma non suoniamo alternative, siamo insicuri ma non fragili, ma a volte siamo fragili quando tutto intorno lo è. Le trincee del nostro disco appartengono a tutti, perché tutti prima o poi abbiamo indossato una maschera. La differenza che ci contraddistingue, è la consapevolezza di non essere la maschera, ma il volto che c’è sotto. Sotto la nostra maschera, c’è la nostra musica imperfetta, originata dalla perfezione delle nostre coscienze. Noi non ci guardiamo allo specchio, ma vogliamo scoprire cosa c’è dietro. Per ridare un po’ di equilibrio al mondo, e alle nostre vite.

 

S.A.: Quanto è importante per noi l’apprezzamento di chi ci ascolta?

Stolen Apple: Questa è linfa vitale, per chi fa musica. Non cerchiamo la gloria, ma la realizzazione del nostro lavoro. E quando arriva la stima da chi ci ha prestato attenzione, l’obiettivo è raggiunto. La crescita è reciproca, se ognuno attinge dall’altro il sapere. In questo senso, la nostra curiosità sarà sempre infinita. Al contrario di questa intervista, che è quasi finita.

 

S.A.: E allora mi sa che volete leggere le nostre mani…

Stolen Apple: Abbiamo splendidi progetti in cantiere. Innanzitutto gettare le basi per il secondo disco, ma non anticipiamo niente, lo vedrete nel trailer… poi le musiche per i corti degli allievi d’una scuola di cinema di Firenze, dopodiché girare il secondo cellular-clip, alcune date dal vivo (in una suoniamo di spalla a noi stessi), e per finire, ringraziarvi per non averci sopportato. Alla prossima, o come dicono i cocchi di mamma, stay tuned.

 

Written by Stolen Apple

 

 

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“Una giornata particolare” diretto da Nora Venturini: il capolavoro di Ettore Scola dal 28 febbraio al 5 marzo, Firenze

Dal 28 febbraio 2017 al 5 marzo 2017 presso il Teatro della Pergola a Firenze andrà in scena il capolavoro cinematografico di Ettore Scola, con Sophia Loren e Marcello Mastroianni, “Una giornata particolare”.

Una giornata particolare

“Una giornata particolare” vede l’adattamento della vedova di Scola, Gigliola Fantoni, ed è interpretato da Giulio Scarpati e Valeria Solarino. La regia è stata curata da Nora Venturini.

Una giornata particolare” è quella del 6 maggio 1938, giorno della visita di Hitler a Roma. In un comprensorio popolare, Antonietta, moglie di un usciere e madre di sei figli, prepara la colazione, sveglia la famiglia, aiuta nei preparativi per la parata. Una volta sola, inavvertitamente, apre la gabbietta del merlo che va a posarsi sul davanzale di un appartamento difronte al suo. Bussa alla porta, ad aprirle è Gabriele, ex annunciatore dell’EIAR che sta preparando la valigia in attesa di andare al confino perché omosessuale. Giulio Scarpati veste in scena i panni di Gabriele.

Valeria Solarino interpreta la parte di Antonietta, donna ignorante e plagiata dall’affascinante figura di Mussolini, rispecchia in pieno il ruolo di donna del regime dedita alla famiglia, succube del marito e ‘mezzo di produzione’ per la macchina bellica. È rapita, però, dal fascino discreto di Gabriele e, inconsapevolmente, tenta di conquistarlo, mentre lui è costretto a confessare la sua omosessualità causa anche del suo licenziamento.

Mentre la radio continua a trasmettere la radiocronaca dell’incontro tra Hitler e Mussolini, Antonietta e Gabriele si rispecchieranno l’una nell’altro, condividendo la solitudine delle loro anime. Gabriele regala ad Antonietta un libro (I tre moschettieri) che rappresenta il simbolo di una speranza ovvero che le donne possano affrancarsi dalla loro condizione di ‘schiave’ in cui erano state relegate dal regime fascista, attraverso la conoscenza e la cultura.

Gabriele e Antonietta sono due umiliati, due calpestati, sono due ultimi. Nel giorno del ballo sono le due Cenerentole rimaste a casa. E la loro storia è la storia, purtroppo sempre attuale, di coloro che non hanno voce, spazio, rispetto, e sui destini dei quali cammina con passo marziale la Storia con la S maiuscola.

Una giornata particolare

Nora Venturini spiega l’idea dello spettacolo:Abbiamo deciso di mettere in scena Una giornata particolare, superando timori e scrupoli verso il capolavoro cinematografico originale, perché a ben guardarla la sceneggiatura di Ettore Scola e Ruggero Maccari nasconde una commedia perfetta. Un ambiente chiuso, due grandi protagonisti, due storie umane che si incontrano in uno spazio comune in cui sono ‘obbligati’ a restare, prigionieri. Del mondo, della Storia, sentiamo solo l’eco dalla radio un grande evento fa da sfondo a due piccole storie personali, in una giornata che sarà particolare per tutti: per Gabriele, per Antonietta, per la sua famiglia che si reca alla parata, per gli italiani che festeggiano l’incontro tra Mussolini e Hitler, senza sapere quanto fatale sarà per i destini del nostro Paese”.

Giulio Scarpati ci racconta: “Una giornata particolare è un film che ho amato molto personalmente trovo straordinaria la delicatezza con cui Scola racconta l’incontro tra due solitudini, due persone diversissime all’apparenza e in realtà accomunate da un sincero bisogno di amore. A Mastroianni che interpretava il mio ruolo vorrei ‘rubare’ la sua naturalezza assoluta, sembrava non ci fosse niente di precostituito e gli venisse tutto spontaneo. Lo conobbi una volta sola, andai con Scola a salutarlo in camerino dopo una replica del suo ultimo spettacolo: stava già malissimo, mi fece impressione vederlo in quello stato. Pochi mesi dopo ci lasciò”.

Valeria Solarino ci racconta:Sophia Loren è stata un’Antonietta magistrale, con un’alchimia fantastica con Mastroianni l’unica via era discostarsene. Ho cercato quindi di farla mia, con la benedizione di Ettore Scola. Lui è mancato il secondo giorno delle prove, ma l’avevo incontrato e mi avevano presentato come la nuova Antonietta. Mi guardò con quel suo modo burbero, e mi disse: “Sei giusta”. Di mio ho messo l’origine del Sud (i miei hanno radici siciliane), una connotazione dialettale lontana dalla ‘patina’ napoletana della Loren. E nel carattere la mia Antonietta è una donna umile, ignorante, costretta a una condizione di serva del marito e dei figli che lei stessa accetta. Però lo è con più allegria e un’ingenuità diversa dalla diffidenza verso l’estraneo che c’è nel film”.

Una giornata particolare

Ettore Scola, con Dino Risi e Mario Monicelli il più grande maestro della commedia all’italiana, ci ha lasciati un anno fa. Aveva ottantacinque anni e svariati capolavori alle spalle. Dei tanti firmati come regista e come sceneggiatore almeno tre meritano un capitolo a parte in ogni degna storia del cinema italiano: C’eravamo tanto amati (1974), La famiglia (1987) e Una giornata particolare (1977).

In scena ci sono anche Giulio F. Janni e Anna Ferraioli, Matteo Cirillo, Paolo Minnielli, Federica Zacchia. Le scene sono di Luigi Ferrigno, i costumi di Marianna Carbone, le luci di Raffaele Perin, i video e i suoni di Marco Schiavoni. Una produzione Compagnia Gli Ipocriti.

Giovedì 2 marzo, ore 18, alla Pergola, Giulio Scarpati, Valeria Solarino e la compagnia incontrano il pubblico. Coordina Riccardo Ventrella. Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili.

28 febbraio – 5 marzo | Teatro della Pergola (ore 20:45, domenica 15.45)

Compagnia Gli Ipocriti

Giulio Scarpati, Valeria Solarino

Una giornata particolare” di Ettore Scola e Ruggero Maccari

adattamento Gigliola Fantoni con Giulio F. Janni e Anna Ferraioli, Matteo Cirillo, Paolo Minnielli, Federica Zacchia

scene Luigi Ferrigno

costumi Marianna Carbone

luci Raffaele Perin

video e suoni Marco Schiavoni

regia Nora Venturini

Lo spettacolo è dedicato al Maestro Ettore Scola, grande regista e sceneggiatore.

Durata: 1h e 30’, atto unico.

 

 

Prezzi

Interi

Platea € 34

Palco € 26

Galleria € 18

Ridotti – Over 60

Platea € 30

Palco € 22

Galleria € 16

Ridotti – Soci UniCoop Firenze (martedì, mercoledì)

Platea € 26

Palco € 19

Galleria € 14

Ridotti – Under 26

€ 22

€ 17

€ 13

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“Il deserto dei Tartari” diretto da Paolo Valerio: Dino Buzzati al Teatro Niccolini, dal 25 al 29 gennaio 2017, Firenze

La storia della lunga attesa di qualcosa che verrà, quando ciò che aspettiamo è proprio ciò a cui abbiamo rinunciato: la vita.

 

Il deserto dei Tartari diretto da Paolo Valerio

Dal 25 sino al 29 gennaio 2017, presso il Teatro Niccolini di Firenze andrà in scena l’adattamento teatrale del libro di Dino BuzzatiIl deserto dei Tartari diretto ed interpretato da Paolo Valerio.

Il libro, affrontato alla Pergola nel 2015 con una lettura integrale e collettiva a cura di Andrea Macaluso, è il romanzo italiano per antonomasia dell’illusione e dell’ossessione, e trova nella messinscena di Paolo Valerio l’occasione di sospendersi in un ‘altrove’ lontano nello spazio e nel tempo. È un corpo a corpo a più voci, evocativo di tutta la potenza conturbante del testo.

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.”

Inizia così uno dei più celebri e misteriosi romanzi del Novecento italiano. Scritto nel 1939 in Eritrea, dove Dino Buzzati era corrispondente per il Corriere della Sera, e pubblicato nel 1940, Il deserto dei Tartari – che avrebbe dovuto intitolarsi La Fortezza ed è stato trasposto al cinema da Valerio Zurlini nel 1976 – racconta con uno stile semplice e asciutto la dimensione dell’‘oltre’, quella da cui scaturiscono angosce, paure, tormenti.

Valerio crea uno spettacolo che sottolinea il linguaggio fortemente allusivo e la mancanza di precisi riferimenti spazio-temporali del romanzo, tenendo la vicenda come sospesa in un quadro interpretato da lui stesso con Alessandro Dinuzzi, Simone Faloppa, Emanuele Fortunati, Marco Morellini, Roberto Petruzzelli, Stefano Scandaletti, e reso ancora più ‘mitico’ dalle musiche originali di Antonio Di Pofi eseguite dal vivo da Aldo Gentileschi alla fisarmonica e Marina La Placa al theremin. Premio ‘Le Maschere del Teatro Italiano 2016’ per migliori scene ad Antonio Panzuto, i movimenti di scena sono di Monica Codena, le immagini e le proiezioni (video: Raffaella Rivi) sono tratte dai quadri di Dino Buzzati, i costumi sono di Chiara Defant, le luci di Enrico Berardi. Lo spettacolo è dedicato ad Almerina Buzzati.

Il deserto dei Tartari diretto da Paolo Valerio

Il regista Paolo Valerio racconta il suo spettacolo:In passato ho già avuto modo di realizzare altri spettacoli tratti da testi di Buzzati, tra i quali Sette Piani e Poema a Fumetti, oltre alla fiaba La meravigliosa invasione degli orsi in Sicilia e alcuni racconti. Ora, con questa nuova produzione del Teatro Stabile del Veneto è arrivato il momento di portare in scena il suo capolavoro. La mia scelta è stata quella di non avere un unico protagonista: tutti gli attori saranno Drogo, seguendo non solo l’invecchiamento del protagonista, ma anche le emozioni che il passare tempo si modificano in Drogo come in ognuno di noi: dalla partenza fiduciosa alle delusioni, e poi al sorriso del finale. Il mondo di Dino Buzzati è affascinante e misterioso e ne Il deserto dei Tartari, il romanzo che segnò la sua vera consacrazione tra i grandi scrittori del Novecento italiano, sono presenti tutte le sue tematiche principali, oltre al suo immaginario onirico di paesaggi e personaggi. Il tema portante è quello della fuga del tempo”.

Giovanni Drogo, un giovane e speranzoso tenente, viene mandato in servizio presso un non meglio identificato distaccamento militare ai confini del mondo, la Fortezza Bastiani, relegata in cima a un’impervia montagna e che da subito appare come sospesa tra sogno e veglia. La Fortezza, un tempo scenario di grandi battaglie, è ora un avamposto abbandonato e pressoché dimenticato, ma vincola a sé tutti i militari del battaglione per il senso di perenne attesa di un nemico che ci si aspetta giunga dalla frontiera e che rappresenta il sogno di una gloria da conquistare e di un destino su cui riporre la propria fiducia. Quando Drogo giunge alla Fortezza è convinto di trascorrere in quel luogo desolato solo qualche mese, per poi tornare alla vita normale. Dopo poco, però, la pacata e monotona vita della Fortezza, la disciplina militare, gli orari dell’esistenza comunitaria e la convinzione o illusione che di lì a poco il nemico arriverà, fanno presa su Giovanni Drogo che, senza rendersene conto, trascorre in quel luogo remoto tutti gli anni della sua esistenza.

Paolo Valerio su Drogo:Tutti gli attori aspetteranno e affronteranno i loro Tartari, e così anche tutti gli spettatori saranno Drogo. Avrà un ruolo importante anche la parte più letteraria de Il deserto dei Tartari, con l’intenzione di portarne in scena i momenti più descrittivi e poetici, attraverso le parole meravigliose di questo testo, e le immagini del pittore Dino Buzzati”.

Il deserto dei Tartari diretto da Paolo Valerio

Per Drogo, così come per i commilitoni, la speranza di veder comparire un nemico all’orizzonte si trasforma a poco a poco quasi in un’ossessione metafisica, in cui si fondono il desiderio di eroismo e la necessità dell’uomo di dare un senso alla propria esistenza. Mentre trascorrono i decenni, e mentre si seguono le vite degli altri soldati della Fortezza, Drogo rimane fatalmente incatenato a questa condizione tra speranza e disillusione; quando, per una breve licenza, potrà rientrare nel mondo reale, percepirà tutto il senso di irreparabile distacco rispetto agli amici di un tempo e alla fidanzata. L’arrivo del nemico, si rivela infine un momento simbolicamente unico: quando finalmente i Tartari, a lungo attesi, avanzano verso la Fortezza, Drogo, precocemente invecchiato, ammalato, viene frettolosamente congedato e trascorre la sua ultima notte in un’anonima locanda, sulla via del ritorno. Il momento della morte diventa però per il protagonista una vera rivelazione: dopo un’esistenza spesa e sfumata ad aspettare qualcosa che dia un senso alla propria vita, Drogo capisce, guardando la sua piccola porzione di stelle, che la vera vittoria è la sua.

Paolo Valerio su Lucia Bellaspiga: “Dice Lucia Bellaspiga autrice di una biografia su Buzzati in occasione del centenario della nascita: “il Deserto è un libro da leggere due volte: la prima per non capire nulla fino all’epilogo e lasciarsi sorprendere (l’effetto che Buzzati ricercava), la seconda per ricucire le trame e riconoscere a ritroso le tante premonizioni. La vicenda è circolare e alla fine tutto torna”. Io vorrei che questo spettacolo fosse una terza lettura possibile dell’infinito Dino Buzzati”.

 

 25 – 29 gennaio | Teatro Niccolini di Firenze

(dal mercoledì al venerdì ore 21; sabato ore 19; domenica ore 16:45)

Teatro Stabile del Veneto

 

Costi biglietti

Interi

I° Settore € 24

II° Settore € 20

Ridotti (over 60, under 26, soci UniCoop Firenze martedì e mercoledì, abbonati Teatro della Toscana (Pergola / Teatro Niccolini / Teatro Era), possessori di PergolaCard)

I° Settore € 21

II° Settore € 18

 

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“La bottega del Caffè” diretto da Maurizio Scaparro: Carlo Goldoni al Teatro Niccolini, sino al 22 gennaio 2017, Firenze

Napoli, Venezia e il suo Carnevale, l’Europa. Su questa direttrice di ricerca artistica Maurizio Scaparro, sostenuto dalla Fondazione Teatro della Toscana, costruisce il suo ultimo lavoro su Carlo Goldoni dopo Una delle ultime sere di Carnovale, Il teatro comico e Mémoires (Frammenti di vita teatrale tratti dai Mémoires, le opere e le lettere di Carlo Goldoni).

La bottega del Caffè diretto da Maurizio Scaparro - ph. Filippo Manzini

Datata 1750, rappresentata per la prima volta a Mantova con grande successo, per poi essere portata a Venezia e là replicata per 12 volte, La bottega del caffè è scritta in lingua toscana: Goldoni all’epoca desidera la massima diffusione delle sue commedie e il veneziano, e di lì a poco Venezia, gli iniziano a star stretti.

Si dà al Teatro Niccolini di Firenze da venerdì 13 gennaio a domenica 22 gennaio 2017. In scena Pino Micol e Vittorio Viviani, insieme a Ruben Rigillo, Maria Angela Robustelli, Ezio Budini, Pietro Masotti, Marta Nuti, Giulia Rupi, Alessandro Scaretti. Le musiche originali sono del premio Oscar Nicola Piovani, le scene e i costumi di Lorenzo Cutùli, vincitore dell’International Opera Awards per la scenografia.

Tra i motivi che mi hanno spinto a mettere in scena oggi La bottega del caffè, il primo credo sia il piacere e il desiderio di tornare a parlare di Venezia e del suo Carnevale, durante il quale la commedia si svolge, dalle prime luci dell’alba a quando scende la notte”, spiega Maurizio Scaparro, “perché qui Goldoni sembra prendere le distanze, prima dei suoi addii, dalla visone ‘magica’ della Serenissima, per descrivere nella sua Bottega del caffè una Venezia che già allora rischiava di dimenticare la sua grandezza e di cedere alle tentazioni di una progressiva mercificazione della città e delle sue bellezze”.

Collocata al centro della piazza, la bottega del titolo è luogo di ritrovo di avventori abituali e di passaggio, è un microcosmo in cui si creano incontri e scontri tra i personaggi, che litigano, si aiutano e si interessano non solo delle questioni proprie, ma anche di quelle degli altri.

Ed è appunto dalla bottega del caffè di Ridolfo che si snoda l’intera commedia da cui il protagonista Don Marzio, campione di maldicenza e pettegolezzo, racconta fatti e debolezze di quell’umanità attraverso il suo ‘diabolico’ occhialetto. Commerci, piccoli amori, piccole truffe animano una Venezia che, tra bische, botteghe e bordelli, sembra avviarsi al suo lento, inevitabile declino.

La bottega del Caffè diretto da Maurizio Scaparro - ph. Filippo Manzini

Ma senza dimenticare di parlare del mondo che sta cambiando fuori dalla Laguna: dall’orologio che viene da Londra, alle notizie che filtrano dalle gazzette europee, fino al rimpianto per una Napoli mai conosciuta.

A Napoli e a un autore come Raffaele Viviani è dedicato, tra l’altro, Teatro del porto con Massimo Ranieri, che sarà al Teatro della Pergola dal 23 al 28 maggio.

J’avois grande envie d’aller à Naples confessava Goldoni nei suoi Mémoires, ricordando una Venezia che aveva abbandonato prima del suo tramonto, per arrivare a Parigi quando ormai era troppo tardi per comprendere appieno e vivere i mutamenti della Rivoluzione Francese. Goldoni portava con sé Venezia, l’Italia e anche questo desiderio non compiuto di conoscenza, fascino misterioso per Napoli”, conclude Scaparro, “così, provando questo mio nuovo Goldoni con gli attori, mi è capitato spesso di pensare a Goldoni e al suo occhialetto, e anche a questa nostra vecchia Europa che viviamo con qualche fatica”.

Dopo Firenze, lo spettacolo sarà a Livorno, Mestre, Gorizia, Chieti, Trento.

Durata: 2h circa, intervallo compreso

 

Teatro della Pergola

Via della Pergola 30, Firenze

 

Biglietti

Interi

I° Settore € 24

II° Settore € 20

Ridotti (over 60, under 26, soci UniCoop Firenze martedì e mercoledì, abbonati Teatro della Toscana (Pergola / Teatro Niccolini / Teatro Era), possessori di PergolaCard)

I° Settore € 21

II° Settore € 18

 

Info

biglietteria@teatrodellapergola.com

055.0763333

 

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Rock Contest 2016: gli Handlogic vincono la finalissima

Sabato 10 dicembre 2016 si è svolta all’Auditorium Flog di Firenze la finalissima del Rock Contest 2016, concorso nazionale di musica per artisti emergenti, organizzato dall’emittente radiofonica Controradio, in collaborazione con Comune di Firenze, Regione Toscana e sponsorizzato da SIAE.

Finale Rock Contest 2016

La band Handlogic è risultata la vincitrice fra tutti i partecipanti ed al trio fiorentino è già stato offerto un contratto discografico dall’etichetta Pippola Music.

Un podio tutto toscano: il secondo posto ai The Manitoba, e terzo agli Handshake. Il Premio Ernesto De Pascale del Rock Contest è andato a Giorgio Mannucci (già Mandrake e Sinfonico Honolulu) con il brano “Clinomania”

Gli Handlogic è composto da tre ventenni, Lorenzo Pellegrini, Leonard Blanche e Vieri Cervelli Montel, si è aggiudicato il premio di 3.000 euro da investire nel proprio progetto artistico, che rimanda alla scena alternativa britannica e a quella r&b e neo soul contemporanea.

Nelle motivazioni della giuria, formata, tra gli altri, da Alberto Ferrari (Verdena), Iosonouncane, Colapesce, Giulio Favero dei Teatro degli Orrori, Max Collini, da 15 giornalisti musicali e dal pubblico, “la maturità compositiva, l’accuratezza degli arrangiamenti e dell’esecuzione, la particolarità delle atmosfere proposte”.

Il podio del 28° Rock Contest è stato tutto toscano: i secondi arrivati sono stati i fiorentini The Manitoba con il loro sound che mescola elettronica, garage e dream-pop, che si è aggiudicato 5 giorni in sala d’incisione al prestigioso Sam Recording Studio; terzi gli Handshake, formazione anch’essa fiorentina ispirata alla storia del rock psichedelico, che ha vinto un buono di 1.000 euro per l’acquisto di attrezzature presso Brahms Strumenti Musicali.

Durante la serata è stato consegnato anche il Premio Ernesto De Pascale – storico presidente di Giuria del concorso – alla miglior canzone con testo in italiano andato al livornese Giorgio Mannucci (già Mandrake e Sinfonico Honolulu) con il brano “Clinomania”.

Handlogic vincitori Rock Contest 2016

Ai vincitori Handlogic è stato subito proposto un contratto discografico offerto da Pippola Music, etichetta fiorentina scopritrice di artisti quali Brunori Sas e Dimartino. Si aggiunge ai premi l’invito al gruppo di partecipare in qualità di ospiti speciali al prossimo MEI, meeting delle etichette indipendenti che si svolge ogni anno a Faenza.

Ottima la risposta di pubblico e di giuria anche per gli altri finalisti i senesi Ros, i milanesi Plateaux e i trentini Light Whales. Il concerto dell’astro nascente Motta, che ha entusiasmato i presenti, ha poi concluso la serata.

 

Rock Contest 2016 è organizzato dall’emittente radiofonica Controradio e dall’associazione Culturale Controradio Club con il contributo di Regione Toscana e Comune di Firenze e il sostegno di SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori.

Sponsor tecnici: Audioglobe, Sam Studi di registrazione.

Media-partner: rocki.it, SentireAscoltare, OndaRock, Oubliette Magazine.

 

 

Info

Sito Rock Contest

contest@controradio.it

 

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“Cosa pensano le ragazze”, inchiesta di Concita De Gregorio: le donne italiane si raccontano

Cosa pensano le ragazze è un libro di Concita De Gregorio, edito da Einaudi nel 2016, che nasce da un progetto di raccolta di testimonianze organizzata con il quotidiano Repubblica.

Cosa pensano le ragazze

Cosa pensano le ragazze di oggi, ma, soprattutto, chi sono?

 Sono donne-bambine dai 6 ai 96 anni; italiane da sempre o quasi per caso; studentesse, precarie, in carriera o mamme a tempo pieno; eterosessuali, omosessuali o bisessuali; tutte strepitosamente femmine. Al termine “ragazze”, dunque, nel corso di tale articolo, attribuirò una vasta pluralità di sfumature.

Le domande che sono state rivolte alle intervistate abbracciano questioni di interesse sociologico, antropologico e filosofico e si concentrano sulle seguenti tematiche: rapporto con se stesse e con il proprio corpo, famiglia, amicizia fra donne, amore di coppia, sesso, maternità, comunicazione, differenza fra uomini e donne, lavoro, futuro.

Le risposte raccolte e pubblicate compongono un quadro di grande impatto che permette, nelle differenze peculiari, dettate da indole personale, educazione e contesto, di individuare elementi comuni sui quali è opportuno interrogarsi.

Le ragazze vivono intensamente la relazione con la propria fisicità: si soffermano sui dettagli estetici, analizzando perfino la forma delle sopracciglia. Alcune hanno risolto il conflitto in pacifica e fiera accettazione, altre non ancora.

Le ragazze sono propense ad esaminare i meccanismi interni della propria famiglia d’origine e ad elaborare modelli genitoriali a cui tendere e altri da cui, invece, prendere le distanze.

Le ragazze hanno vitale bisogno di amicizie profonde nelle quali crescere e confrontarsi. Vivono con sofferenza i tradimenti e le delusioni, talvolta esprimendo sfiducia nella capacità delle donne di essere coese.

Le ragazze hanno introiettato modelli e stereotipi vecchi di millenni con i quali si rapportano nel tentativo di uniformarsi o di ribellarsi. La connivenza fra i ruoli di donna sensuale, moglie accudente, madre devota e lavoratrice indefessa, a cui è richiesto sempre di dimostrare, è fonte di emulazione o preoccupazione.

Le ragazze vivono la sessualità subendo il condizionamento sociale del binomio santa/puttana. Accanto ad una reale liberazione dai tabù, per cui l’atto sessuale, la masturbazione e le esperienze con persone dello stesso sesso non sono considerati peccaminosi, persiste una mentalità maschilista, la quale non solo ai maschi appartiene, che fa sentire il proprio giudizio morale.

Le ragazze sono mamme in potenza anche quando non hanno ancora figli o non vogliono averli: sono estremamente feconde e accoglienti in senso ampio. Si interrogano con profondità sulla maternità come scelta consapevole e in essa vedono la realizzazione di una parte di sé: tuttavia, non c’è traccia del motto “si è una vera donna solo se si è madre”, che spesso compare sui rotocalchi, nelle interviste rivolte alle vip.

Le ragazze ritengono la comunicazione interpersonale estremamente complessa: questa sembra essere la maggiore difficoltà di un’epoca, paradossalmente, dominata dai mass media. Capire, capirsi e entrare in contatto con l’altro diventa una sfida, ma nessuna getta la spugna.

Concita De Gregorio

Le più giovani possiedono un linguaggio, in gran parte deformato dall’inglese, che diventa codice segreto fra coetanee che condividono i medesimi interessi.

Le ragazze sembrano avere chiaro fin dall’infanzia che uomini e donne sono diversi. Il problema nasce quando sono chiamate a definire i caratteri di questa diversità: inizialmente si ricorre a stereotipi, affermando che i maschi sono più semplici e diretti; amano avere il controllo della situazione e credono di averlo anche quando lo hanno le donne; sono meno pettegoli e ossessivi; hanno maggiore tendenza ai comportamenti violenti; sono più equilibrati. Questi assiomi, radicatissimi nelle bambine, sono, al contrario, messi in discussione man mano che si cresce.

Le ragazze italiane vivono una realtà di precariato e ne sono totalmente consapevoli; eppure la formazione e la crescita professionale è ritenuta dalla quasi totalità delle intervistate un obiettivo primario. Tuttavia, se la maternità non è esperienza fondamentale per l’affermazione di sé, non lo è neppure la carriera senza tregua. Le ragazze sanno di valere e si rapportano in modo saggio con il mondo del lavoro, non dimenticando l’importanza della vita privata.

Le ragazze sognano, tutte. Non ci sono aspiranti principesse, showgirl e astronaute in questo libro d’inchiesta, ma donne concrete che vogliono avere voce in politica; esprimersi nella propria professione; innamorarsi; crescere i propri figli; viaggiare e, eventualmente, trasferirsi all’estero; andare al cinema o guardare un film in televisione; coltivare limoni; addormentarsi strette a chi amano.

Un libro scorrevole, senza le virgole al posto giusto, ma con le pause mangiate o offerte in pasto, per mantenere il ritmo dello scambio spontaneo.

Un libro in cui ritrovarsi, voce fra le altre voci, a dire la propria, ma soprattutto ad ascoltare per capirlo davvero cosa pensano le ragazze.

 

Written by Emma Fenu