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Intervista di Irene Gianeselli al regista Paolo Rollo: “Ed è subito notte”

Paolo Rollo, nato a Campi Salentina (LE) il 28 marzo 1987 si è interessato agli studi di Filosofia, conseguendo la Laurea Triennale e Magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”  e poi un Master in Studi Avanzati in Filosofia presso l’Universidad de Salamanca (Spagna). In seguito ha ottenuto il Diploma in Regia cinematografica e televisiva a Madrid (Spagna) e una Laurea in Teologia a Lecce.

Paolo Rollo

Successivamente ha lavorato come assistente di produzione presso la casa di produzione e distribuzione cinematografica americana Troma Entertainment di New York (USA). Autore di vari cortometraggi e video, si occupa anche di critica cinematografica e letteraria scrivendo per diversi magazine online.

In concorso nella sezione Puglia Show del Festival del Cinema di Lecce 2017 il suo cortometraggio Ed è subito notte ha vinto il Premio Centro Nazionale del Cortometraggio, il Premio Augustus Color e il Premio di 1000 euro offerto dalla Contessa Maria Josè Pietroforte di Petruzzi per la capacità di rappresentare l’imprevisto attraverso una drammaturgia non scontata, con sospensioni surreali, una mise-en-scène studiata ed espressiva ed un’ottima caratterizzazione del protagonista e dei personaggi secondari”.

 

I.G.: Come e perché hai cominciato a fare cinema?

Paolo Rollo: In realtà non c’è stato un giorno ben preciso nel quale ho pensato di iniziare a fare cinema. È stato un crescendo di interesse e passione. Una cosa è certa: il passaggio è stato teorico-pratico, nel vero senso della parola: dalla teoria alla pratica. Come un po’ tutti i ragazzini ho iniziato ad appassionarmi al cinema nel periodo universitario: la questione era semplice e banale: “è impossibile che a quest’età non abbia ancora visto film come “Quarto Potere”, “Casablanca”, “Via col vento” e via dicendo”. Dopotutto si trattava di film che hanno segnato la storia della cultura popolare mondiale. Perciò ho scaricato varie classifiche di film più importanti del secolo e ho iniziato a vedere cinema, organizzandoli per regista, per decadi, ecc. Insomma, arrivavo a vedere 4-5 film al giorno. La passione ovviamente aumentava quanto più vedevo film. Ho iniziato anche a scrivere critica cinematografica per diversi webmagazine fino anche ad una tesi di master in filosofia sul cinema spagnolo degli Anni Cinquanta. Ecco, in quel momento ho sentito l’esigenza di passare dalla teoria alla pratica. Le idee c’erano, la passione cresceva, perciò ho deciso di iniziare questo cammino studiando regia cinematografica a Madrid.

 

I.G.: Puoi parlarci del tuo percorso di formazione?

Paolo Rollo: Fortunatamente il mio percorso formativo è stato molto denso, il che mi ha molto aiutato anche nello scrivere cinema. Inizialmente ho studiato Filosofia a “La Sapienza” a Roma con una tesi su Beckett e Kafka. Dopo la Magistrale mi sono trasferito in Spagna dove ho seguito dapprima un Master in Filosofia a Salamanca per poi passare a studiare regia cinematografica a Madrid. Successivamente, dopo un’esperienza lavorativa come assistente di produzione a New York, ho preso la Laurea in Teologia a Lecce. Insomma, un bel cammino ma che ha avuto un suo filo rosso.

 

I.G.: Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici?

Paolo Rollo

Paolo Rollo: Come detto, ho avuto l’opportunità e la fortuna di relazionarmi con diverse aree culturali ed artistiche: dal teatro alla letteratura, al cinema, alla pittura. Le mie fonti di ispirazioni provengono da tutti questi campi. Posso dire che al di là dell’estetica mi hanno influenzato più teoricamente, il che mi aiuta a costruire i miei personaggi e le mie storie con uno stabile fondamento concettuale di base. La filosofia in questo mi ha dato tanto carburante. In concreto autori a cui mi ispiro sono tanti: Monicelli, Risi, Wes Anderson, Kaurismaki, giusto per citarne qualcuno nel campo cinematografico, ma per molti aspetti anche la commedia classica americana, quella francese. Poi c’è la letteratura, il teatro. In sostanza non penso di avere riferimenti ben determinati. Il segreto penso sia leggere molto, vedere e ascoltare molto, prendere spunto ma cercare di costruirsi il proprio stile.

 

I.G.: Come mai hai scelto di approfondire i tuoi studi in Spagna?

Paolo Rollo: Dopo gli studi a Roma volevo proseguire con un’esperienza all’estero. Una tappa in Spagna era doverosa. Inizialmente pensavo di fare un anno in Spagna seguendo il Master per poi spostarmi per continuare gli studi in una città di lingua inglese. Ma la Spagna è la Spagna. È qualcosa di straordinario, dalla gente al clima. Insomma già dopo una settimana avevo capito che ci sarei rimasto per molto tempo, e così è stato per tre lunghi e bellissimi anni, spostandomi da Salamanca a Madrid.

 

I.G.: Puoi parlarci di come è nato il progetto “Ed è subito notte“?

Paolo Rollo: In realtà da tempo avevo in mente di scrivere una commedia su un suicidio non riuscito. L’ho scritta di getto, in poco tempo. Ma per lungo tempo sono rimasto ancorato sul finale. Non svelo nulla, ma dapprima ero deciso per un finale, diciamo, abbastanza “aperto”, ma in realtà non ne ero mai del tutto convinto. Poi ho avuto l’idea dell’attuale finale che, oltre all’amaro in bocca, mi permette di lasciare “pensieroso” lo spettatore. La parte più divertente è stata la caratterizzazione dei personaggi. Lì mi sono davvero sbizzarrito.

 

I.G.: Questo umorismo nel finale dice molto dei tempi che viviamo e la morte è ancora uno dei temi più difficili da affrontare al cinema come in letteratura. Che riscontro sta avendo con il pubblico il tuo corto?

Paolo Rollo – Ed è subito notte

Paolo Rollo: Non per autoelogiarmi, ma la sceneggiatura è stata davvero dettagliatamente studiata. Volevo servirmi di un umorismo che fosse allo stesso tempo “intellettuale”, vale a dire che nascondesse dietro qualcosa di profondo. Un non-senso spiattellato ed accettato al punto da far esplodere epifanicamente il contenuto di senso. Sentito, ma non detto. E la morte rientrava in questo paradigma. La morte, così come la vita, non può essere teorizzata; qualsiasi affermazione negherebbe il suo stesso concetto. L’unico modo è parlarne con un linguaggio non-razionale: l’umorismo insensato, illogico di cui ho cercato di servirmi nel mio lavoro. Penso che il pubblico abbia percepito tutto questo. Abbia avuto l’esigenza di andare oltre il detto, avvertendo un qualcos’altro oltre il visto. Insomma, divertirsi nel guardarlo, ma tornando a casa pensando.

 

I.G.: I tuoi sono studi filosofici. Quale filosofo (o quali) tieni presente nel tuo lavoro?

Paolo Rollo: Io ho tentato (e già dire “tentare” è un concetto) di presentare (altro concetto) la zona grigia, il limbo, la zona “purgatoriale”, che non è né bianca né nera, né buona né cattiva. E il dramma sta nel non poterlo teorizzare, nel non poterlo dire, o per lo meno utilizzando un linguaggio logico-razionale. Perciò ho detto “presentare” e non “rappresentare”, proprio perché non potendolo dire senza cadere in giudizi di valore, in posizioni esterne rispetto all’oggetto, non rimane altro che mostrarlo, presentarlo attraverso una forma che essa stessa esprima il suo grigio. I miei personaggi infatti vivono, da dentro, il non-senso senza mai affermarlo. Tutto questo è Samuel Beckett e anche lo stesso titolo Ed è subito notte è una citazione di Aspettando Godot dello scrittore irlandese. Da sfondo, ovviamente, la “Teoria Estetica” di Adorno.

 

I.G.: Progetti futuri?

Paolo Rollo: Progetti ce ne sono e ne ho tanti. Bisognerebbe solo trovare qualcuno che sia disposto ad ascoltarli. Purtroppo il cinema è un mondo un po’ complicato, specialmente per noi giovani registi, ma la motivazione e la passione non mancano. L’importante è avere chiaro l’obiettivo e cercare la maniera migliore per portare a termine i propri progetti. Comunque in cantiere c’è un cortometraggio d’animazione, un cortometraggio fiction e la sceneggiatura di un lungo. Diciamo che siamo alla ricerca di produttori.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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Intervista di Irene Gianeselli al regista Mimmo Verdesca: il documentario “Sciuscià 70” Premio Nastro d’Argento

Mimmo Verdesca è nato in Puglia nel 1979. Si trasferisce a Roma e dal 2002 comincia a lavorare nel cinema e nella televisione prima come assistente e poi come aiuto di diversi registi tra cui Maurizio Ponzi, Fabio Grossi e collabora con il regista Ferzan Ozpetek, per il quale nel 2012 realizza il making of ufficiale  del film Magnifica Presenza.

Mimmo Verdesca e Rinaldo Smordoni

Nel 2009 firma la regia del documentario L’occhio dietro il sipario che documenta la realizzazione dello spettacolo L’uomo, la bestia e la virtù di Luigi Pirandello con Leo Gullotta e la messa in scena  di Fabio Grossi. Nel 2010 cura la regia dell’edizione televisiva dello spettacolo Il piacere dell’onestà di Luigi Pirandello e nel 2014 la regia televisiva dello spettacolo Prima del silenzio di Giuseppe Patroni Griffi, entrambi interpretati da Leo Gullotta e diretti sempre da Fabio Grossi.

Alterna inoltre la sua attività cinematografica a quella teatrale, è regista assistente di Fabio Grossi in molti spettacoli teatrali prodotti dal Teatro Eliseo di Roma che hanno visto come protagonisti attori di rilievo quali Leo Gullotta, Lisa Gastoni, Paola Gassman, Catherine Spaak, Giuliana Lojodice, Judith Magre.

Nel 2011 Mimmo Verdesca realizza il documentario In arte Lilia Silvi per raccontare la vita e la carriera artistica dell’ultima diva del periodo cinematografico dei telefoni bianchi. Con questo lavoro si aggiudica il Nastro d’Argento 2012 per il Miglior Documentario dedicato al Cinema e diversi altri premi in numerosi festival italiani. Nel 2015 realizza il documentario Protagonisti per sempre che ha vinto al Giffoni Film Festival 2015 il Gryphon Award come migliore documentario.

Mimmo Verdesca aveva già incontrato i lettori di Oubliette in occasione di questo premio. In questa intervista racconta del suo ultimo documentario, Sciuscià 70 che ha partecipato al Festival Lumiere 2016 di Lione, diretto da Therry Fremaux e Bertrand Tavernier aggiudicandosi il Nastro d’Argento 2017 speciale del 70° che riproduce fedelmente il primo Nastro d’argento del 1946.

 

I.G.: Sciuscià 70 è il tuo ultimo documentario dedicato al film neorealista di Vittorio De Sica che uscì nelle sale nel 1946. Come è nato questo progetto?

Oscar Sciuscià - Mimmo Verdesca

Mimmo Verdesca: Mantenere viva la Memoria è l’obbiettivo principale del mio documentario. Non è cosa da poco in un Paese come il nostro che dimentica tutto con estrema facilità. Il cinema attraverso generi e linguaggi differenti ha sempre cercato, sin dalle origini, di raccontare l’uomo e la società, diventandone molto spesso memoria storica, sublimata attraverso l’arte. La Memoria è coscienza e il cinema, in tutte le sue forme appunto, offre spesso la possibilità di riflettere, porre delle domande e dare a volte delle risposte, ma ci permette anche di conoscere e di arricchirci per capire e affrontare meglio il presente, in modo da costruire un futuro forse migliore. Sciuscià 70 è un documentario che ho prodotto e diretto per celebrare un importante anniversario, quello dei settant’anni del film Sciuscià di Vittorio De Sica, capolavoro del Neorealismo, primo film italiano vincitore di un premio Oscar e primo Nastro d’Argento dei giornalisti cinematografici italiani della Storia del premio. Attraverso le testimonianze inedite dei protagonisti, ripercorrendo i luoghi di Roma dove il film fu girato e con l’utilizzo di molto materiale d’archivio proveniente anche dall’Istituto Luce, ho raccontato l’avventurosa lavorazione del film, in un periodo storico e sociale molto complicato come quello dei primi mesi dalla fine della guerra. Mi interessava ricordare e raccontare l’arte di Vittorio De Sica e l’operato di tutti i grandi professionisti che, con De Sica, hanno dato vita a Sciuscià. Dal produttore Paolo Willian Tamburella, agli sceneggiatori Zavattini, Franci, Viola e Amidei, al musicista Cicognini, fino ai due giovani protagonisti Rinaldo Smordoni e Franco Interlenghi, attori per caso, presi dalla strada. Mi sembrava doveroso recuperarne la Memoria. Il Nastro d’Argento Speciale del 70° che ho appena vinto per questo mio nuovo documentario, mi onora particolarmente, perché riproduce fedelmente quello vinto da De Sica nel 1946 proprio per Sciuscià. Per questo, ringrazio molto la presidente Laura Delli Colli e tutto il Direttivo del SNGCI. Lo condivido ovviamente con tutti coloro che hanno sostenuto e collaborato al film, dagli sponsor alla mia troupe e festeggerò questo prestigioso e significativo riconoscimento al Bif&st 2017, a fine aprile, quando Sciuscià 70 sarà presentato per la prima volta in un Festival importante in Italia, dopo il grande successo ottenuto al Festival Lumiere di Lione lo scorso ottobre. Inoltre sarà presto distribuito in home video da Cinecittà Luce.

 

I.G.: Quando hai visto per la prima volta Sciuscià e quale influenza ha avuto su di te il cinema di Vittorio De Sica?

Mimmo Verdesca: Sciuscià è un film che ricordo fin da ragazzino. Poi gli studi mi hanno portato a riscoprirlo e ad approfondirlo. Tutto il cinema di Vittorio De Sica è per me fonte di continua ispirazione. A distanza di settant’anni Sciuscià vive ancora nella nostra esperienza di spettatori come un film importante che ci emoziona. Condivido ciò che ha detto il regista Gianni Amelio: «Sciuscià è un film eterno». È vero, è un film che dura per sempre.

 

I.G.: Nel documentario sono presenti delle interviste. Cosa puoi raccontarci dell’incontro con Rinaldo Smordoni?

Vittorio De Sica

Mimmo Verdesca: Rinaldo, quando fu scelto da Vittorio De Sica per interpretare in Sciuscià il ruolo del protagonista Giuseppe, aveva solo dodici anni e non immaginava che quell’esperienza avrebbe cambiato per sempre la sua vita. I suoi ricordi sono davvero preziosi perché lui è oggi l’unica vera memoria vivente di Sciuscià. Non poteva non essere ancora protagonista, soprattutto di questo mio film nel film. Rinaldo guida lo spettatore in un viaggio nel tempo, svelando con emozione palpabile i retroscena della difficile lavorazione del film e il rapporto con De Sica. Lui ci accompagna nei luoghi di Roma dove il film fu girato e ambientato, come ad esempio l’ex carcere minorile del complesso monumentale di San Michele a Ripa. Rinaldo aveva già preso parte al mio precedente documentario, Protagonisti per sempre, vincitore del Giffoni Film Festival 2015. È una persona che stimo molto, perché ha conservato intatta la sua semplicità, la sua umanità, la stessa che ricordiamo di lui sullo schermo. Oggi è un carissimo amico, generoso e presente e il mio documentario vuole essere un omaggio soprattutto a lui, oltre che ovviamente al grande Vittorio De Sica, al produttore Paolo W. Tamburella e allo scomparso Franco Interlenghi, altro protagonista del film, a cui il mio Sciuscià 70 è dedicato insieme al compianto Manuel De Sica, grande compositore e musicista, che per anni ha voluto e curato i restauri di tutti i film di suo padre, compreso Sciuscià.

 

I.G.: E di quello con Emi De Sica?

Mimmo Verdesca: La meravigliosa Emi De Sica, la prima figlia del grande Vittorio, è un’ altra presenza fondamentale nel mio documentario. L’ho conosciuta grazie alla cara amica in comune l’attrice Eleonora Brown, l’indimenticabile Rosetta, la giovanissima figlia di Sophia Loren ne La Ciociara. Ho scoperto così una signora intelligente, generosa, divertente e ironica, con tante storie emozionanti da raccontare. In Sciuscià 70 Emi tratteggia con affetto l’aspetto più intimo e umano di suo padre e ci spiega come lui riusciva a comprendere la realtà attraverso l’arte. Emi ha subito abbracciato il mio progetto e oggi sostiene il documentario con grande entusiasmo. Sono molto onorato e grato di questo, così come sono grato anche all’attore Sergio Nicolai, marito di Emi e con lei custode importante della memoria di Vittorio De Sica.


I.G.: Nel documentario è presente anche l’intervista ai Tamburella?

Oscar Sciuscià Mimmo Verdesca

Mimmo Verdesca: A Sciuscià 70 hanno partecipato anche Paolo e Marco Tamburella rispettivamente il nipote e il figlio di Paolo William Tamburella, il talentuoso e tenace produttore di Sciuscià, morto prematuramente nel 1951. Era doveroso riportare alla luce anche la storia di questo giovane produttore italo americano che arrivato in Italia negli Anni 30 e dopo aver letto nel 1945 un articolo-inchiesta di Vittorio De Sica sugli sciuscià, giovanissimi lustrascarpe che si aggiravano in una Roma distrutta dalla guerra appena finita, decise di contattare De Sica per realizzarne un film. Tamburella investì molti soldi in questo progetto, con coraggio e fiducia, ma all’uscita nelle sale Sciuscià non venne apprezzato, perché gli italiani preferirono ritrovare le commedie leggere americane che tornavano sugli schermi dopo la censura fascista. Così Tamburella dovette vendere il film a francesi ed americani, ma in questo modo Sciuscià fu visto all’estero e premiato con l’Oscar, il primo Oscar dato all’Italia nel 1948. Oggi quella mitica statuetta è custodita gelosamente proprio da Marco e Paolo e nel mio documentario, ad un certo punto, saranno proprio loro, emozionati, a condividerla simbolicamente con il commosso protagonista Smordoni.

 

I.G.: Come avete costruito il ricordo di Franco Interlenghi?

Mimmo Verdesca: L’indimenticato attore Franco Interlenghi, scomparso nel 2015 ovviamente non poteva mancare nel mio racconto. Dopo aver visionato molte sue interviste di repertorio, ne ho individuata una inedita e recente. Così lavorando al montaggio, che in tutti i miei documentari curo personalmente, ho integrato i suoi interventi con quelli nuovi degli altri testimoni. Il risultato è stato perfetto, come avere Franco con noi per la prima volta. Ho avuto la fortuna in passato di parlare con lui solo telefonicamente e ne ho un ricordo di una persona molto sensibile. Quel ricordo oggi lo condivido spesso con sua moglie, la grande attrice Antonella Lualdi e la loro figlia, la dolce Antonella Interlenghi.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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“Imparare ad essere felici”: il seminario di Paolo Crepet sulla felicità a Taranto

Imparare ad essere felici”, lagnarsi è più che un vezzo, una difesa: è ciò che sanno fare meglio perché lo hanno imparato fin dall’infanzia. Combattere questo atteggiamento vuol dire elaborare una nuova grammatica quotidiana, avviare una piccola rivoluzione. E, lo psichiatra, dimostra come educare alla felicità, quella autentica – da non confondere con la gioia effimera – dovrebbe essere il compito primario di ogni adulto e di ogni insegnante. Un modo efficace per far si che i bambini possano crescere più forti e meno ricattabili, e i ragazzi, gli adulti di domani, più liberi.”

Paolo Crepet - Taranto

L’otto marzo 2017 si è svolto presso il salone della provincia di Taranto, un incontro seminario con Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, scrittore, sul tema della “Felicità”.

A rendere fattibile l’incontro, Gina Lupo, Consigliere di Parità della Provincia di Taranto e Assessore alla Cultura al Comune e Deborah Giorgi presidente del Soroptimist International Club di Taranto. Crepet ha esordito dicendo:

“Buona sera a tutti, grazie, io sono uno psichiatra vagante errante… cos’è la felicità?… io forse non lo so, ma una cosa è certa,… ad una certa età ti fai delle domande! E una di queste è: come parlare a un giovane di felicità? In un mondo in cui ciò che conta è il sadismo di visioni negative e io non mi ritrovo nelle parole della gente che afferma che il mondo va a rotoli… sono molto orgoglioso di mia figlia che ha avuto il coraggio di vivere sola in una città lontano da me…ma questo cosa vuol dire? … sicuramente che lei va nella direzione giusta! … non vi nego inoltre che io parlo con le persone trapassate, tra cui mio padre…”

Non nego che questa sua premessa mi ha molto colpito, trasmettendomi una visione più ampia dell’uomo Crepet. La felicità e i luoghi in cui viviamo. Di fronte al caos e alla fatica del nostro vivere, ripensare dove e come poter essere felici può sembrare un’utopia, ma può divenire reale attraverso una riflessione che attraversa e reinterpreta la mappa della nostra anima e della nostra coscienza introducendo l’individuo alla interpretazione della felicità interconnessa alla libertà: “… la felicità non è per tutti, ma la felicità è nella libertà di scegliere…”

Ogni giorno ognuno di noi è alla ricerca di qualcosa o di qualcuno che possa rendere più felice la propria giornata. Ricerchiamo costantemente di essere gratificati, di essere appagati per sentirci vivi. Eppure la realizzazione dei nostri desideri non potrà mai appagarci completamente, non potrà mai renderci completamente felici.

In India ho imparato che la felicità senza un motivo è reale beatitudine. La felicità interiore procura, a chi la prova, una gioia reale, che è dissociata dai fattori esterni, dalle persone che ci circondano o dagli oggetti che possediamo. Chi sperimenta la vera felicità interiore è completamente appagato, non è posseduto dalle cose che possiede. Chi è davvero felice è una persona libera.Questo tipo di felicità è uno stato di consapevolezza, che ha il potere di ancorarci nel momento presente, che permette di riconoscere nell’istante, il dono della contentezza. Dopotutto essere felici è una scelta.

Paolo Crepet

Il mondo esterno influenza notevolmente il nostro mondo interiore e non sempre in maniera positiva. Come esseri umani siamo arrivati ad un momento critico della nostra esistenza, ad un punto di irreversibilità. Siamo tutti iper-connessi, grazie alla tecnologia che non smette mai di stupirci. Se guardiamo in faccia la nostra realtà, riconosciamo che siamo completamente disconnessi dalla realtà interiore. Non riusciamo più a riconoscere in chi ci vive accanto l’altra parte di noi stessi. Non ci sentiamo più parte della stessa comunità. Ci siamo condannati ad essere schiavi di abitudini negative, di pensieri deliranti, che hanno spento completamente i nostri sorrisi. Abbiamo scelto l’infelicità senza esserne consapevoli. Spesso non sappiamo neppure dove stiamo andando e quale strada abbiamo intrapreso. “… libertà è anche accettare che i figli facciano qualcosa che tu non comprendi…”

Crepet ha anche evidenziato la schiavitù moderna dei social. In cui ad esempio si possono avere centinaia di conoscenti evidenziati con la parola “amici”.

In questa sua ultima affermazione mi è sembrato di rileggere Orwell e l’ideologia dominante dello stato immaginario di Oceania, uno dei tre paesi in cui è diviso il mondo nel romanzo “1984”, “La libertà è schiavitù”, “La guerra è pace”, “L’ignoranza è forza”.

Parlando, inoltre, di come noi oggi viviamo in funzione degli altri, Crepet, ha citato anche D. Bowie: “… non suonate mai per la gente, un artista vero non fa mai ciò che la gente li chiede…”  

Ha citato anche A. Modigliani: “… Il tuo dovere è preservare il tuo sogno…,l’educare non ha nulla di materiale…”

Continuando: “… La felicità è una certezza posata su fondamenta invisibili. Per questo devi continuare a cercarla, e appena penserai di averla raggiunta, già sarà sfumata e dovrai inseguire la prossima. Non arrenderti mai all’idea che la felicità non possa esserci per te da qualche parte, nel mondo. Non farlo neppure l’ultimo giorno della tua vita, perché ci sarà sempre, vicino a te, qualcuno che avrà bisogno di intravederla nei tuoi occhi… molto spesso si tende a confondere la felicità con qualcosa che potremmo definire come “gioia effimera”. Ma la gioia effimera non ha nulla a che vedere con la felicità; altrimenti, se così fosse, potremmo arrivare ad affermare che anche una striscia di cocaina potrebbe dare la felicità… mentre così non è. Il concetto di felicità è qualcosa di più complicato. Ha a che vedere con una visione sentimentale della vita e assai poco materiale. Oggi, purtroppo, molta gente pensa che per essere felici basti comprare un vestito nuovo al supermercato. Va bene anche questo, ma non chiamiamolo felicità. Sarebbe come considerare amicizia vera quella che oggi si raccoglie su Facebook. Cos’è allora la felicità? In definitiva, è una ricerca. Non è avere qualcosa, e nemmeno essere felici in senso stretto… semmai è tentare di esserlo tenendo presente il fatto che, nel momento stesso in cui siamo riusciti a essere felici, abbiamo già cessato di esserlo. Ecco, la felicità è una ricerca continua. È un anelito. È qualcosa che ha a che vedere con la filosofia, più che con il materialismo.”

Ho apprezzato molto questo seminario e ho cercato di cogliere il lato occulto (nascosto) attraverso le sue parole, i suoi sguardi, le sue espressioni.

Paolo Crepet - Gina Lupo

Nel finale la mia mente si è illuminata quando lo psichiatra ha citato l’importanza del silenzio:

“Il silenzio è d’oro” “Silentium est aureum”

“Di oro fu generato, fin dunque al nero mutato. Di altri tanti colori fu nel mezzo pervaso, affinché nella sfumatura comprendesse la bellezza, sì tale e profondo movimento, sì caldo e rincuorante sapore, dagli occhi fu celato e quasi completamente perduto. Or bene, guardate i colori, percepite il sapore, vibrate come un violino, respirate la vita, e quando io ritornerò ve ne accorgerete in voi. Silenzio dunque, ascoltate lo spazio, percepite le ombre, amate il momento. Che gli sciocchi siano avvisati, tale scienza non punta al danaro, allontanatevi dunque, poiché le insidie spaventose saranno.”

“Il silenzio è d’oro”, citato più volte da Arturo Perez Reverte, nel “Club Dumas” attraverso il libro “Le nove porte”. “Il Club Dumas” (1993) è un caso letterario piuttosto interessante.

Formalmente è una volgarizzazione del concetto de “Il Pendolo di Foucault” (1988) di Umberto Eco.

Il protagonista, il mercante di libri Lucas Corso, mentre indaga sulla sparizione di un prezioso manoscritto dei Tre Moschettieri di Dumas si imbatte in un libro dal valore inestimabile, il Delomelanicon o Le Nove Porte del Regno delle Ombre, per il cui controllo si battono i vari occultisti. Corso scopre la chiave di lettura di tale opera e alla fine è lui stesso a percorrere il cammino delle Nove Porte del Regno delle Ombre. Il mito del Novem Portis è elaborato su fonti rinascimentali. L’idea di un volume dove le incisioni custodiscono il vero senso ermetico è presente nell’Hypnerotomachia Poliphili di Leon Battista Alberti, del 1499, dove il vero testo è formato dalle incisioni di Andrea Mantegna. Un nuovo percorso iniziatico, rinascimentale e visuale, che si sostituisce a quello medioevale e letterario della Commedia dantesca. Le Porte, invece, sono nella tradizione cabalistica le Sefiroth, i passaggi tramite i quali si giunge alla Sapienza.

Il “Portae Lucis” è una delle due fonti dell’immaginario pseudobiblion “Le Nove Porte”, divulgato da Perez Reverte e da Roman Polanski. Il volume, uscito nel 1516, è un compendio della Cabala ebraica; le porte della Luce, in questo caso Dieci, sono le dieci sfere planetarie nella Cabala ebraica, che formano l’albero delle Sefiroth tenuto in mano dal sapiente, formando una grande “Lanterna”. Ebbene, senza dilungarmi troppo il fulcro centrale e finale di queste opere è proprio la frase pronunciata al termine del seminario da Crepet: “Il silenzio è d’oro”.

Poiché non solo io, ma anche grandi personaggi storici come Oscar Wilde e C. G. Jung, affermano che il caso non esiste, sicuramente anche l’ultima frase di Crepet non è casuale.

Silenzio.

 

Written by Vito Ditaranto

… a mia figlia Miriam con infinito amore…

 

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“Quello che mi do”, nuovo EP della band pugliese Fukjo: amorevolmente tossico con Saturno contro

“Lasciami capire dove andare e lo farei anche senza te/ ogni mia rivoluzione ha bisogno di parole che/ non dirai/ Abbiamo Saturno contro amore/ mi dici non ci pensare/ nei tuoi viaggi stellari/ Lanciamo fuori/ le offerte speciali/ E troverò un pezzo di noi// […]” – “Saturno contro

Quello che mi do

Esce il 28 febbraio 2017 il nuovo EP della band pugliese Fukjo: “Quello che mi do”.

Fukjo è l’evoluzione sonora dall’animo innovativo, sperimentale ed eclettico che attinge linfa dalle radici nel noise di fine millennio.

Registrato da Giulio Ragno Favero al Lignum Studio di Padova e masterizzato da Andrea De Bernardi presso lo studio Eleven Mastering, Quello che mi do” è il racconto degli ultimi tre anni della band: cambi, fratture, rinascite. Cinque tracce dal sound noise-rock e dai ricami psichedelici:

Amorevolmente tossico svuotami l’animo/ siamo ancora vergini e dentro che puoi scalpiti/ Piccole lucciole addestrate alla psichedelia// Amorevolmente comico/ ricuci il mio abito/ Siamo fiori sterili/ Su prati di alibi// […]” – “Amorevolmente

Quello che mi do”, seppure in continuità con le sonorità del primo album “Wasabi” (2013), raggiunge una maggiore consapevolezza e maturità, frutto degli ultimi anni di ricerca.

L’EP è stato realizzato grazie al Gran Shopping Music Festival di Molfetta e al contest per band emergenti organizzato da Associazione Ulisse, che ha visto i Fukjo aggiudicarsi il primo premio.

Un’idea nata dalle precedenti collaborazioni del trio Giuseppe Dagostino, Enzo Cannone e Giuseppe Perrone, tre giovani musicisti pugliesi. Al lavoro intrapreso, dal punto di vista compositivo, da parte di Dagostino (voci, chitarre) e Cannone (cori, basso, synth), cominciato nella primavera del 2011, si aggiunge la carica ritmica del batterista Perrone che dà al progetto le giuste peculiarità ritmiche.

Lasciami un istante a ricordare la mia vile sensazione/ quella che non riesco più a trovare nel doverti digerire/ piuttosto che pensare tutto il giorno ad una vera soluzione/[…]” – “Quello che mi do

Le prime apparizioni della band avvengono nell’estate 2012, sul palco dell’Indigesto Art Festival. I seguenti live di spessore danno consapevolezza alla band, la quale decide di portare a termine gli arrangiamenti degli ultimi brani che avrebbero completato la tracklist del loro album di debutto “Wasabi”, pubblicato in collaborazione con Enter nel 2013. Il lavoro vanta l’apporto delle sonorità “estatiche” e “cosmiche” delle voci di Lisa Masia e Marina Cristofalo, ovvero Lilies On Mars, le due musiciste italiane di stanza a Londra creature del maestro Franco Battiato.  Al disco partecipa anche Pierpaolo Capovilla, leader de Il Teatro degli Orrori, che in apertura di un brano canta versi di Pasolini.

Fukjo

Tra il 2013 e il 2014, condividono il palco con Paolo Benvegnù, Nastenka Aspetta un Altro, Lilies on Mars, We love you, Pierpaolo Capovilla, Emidio Clementi. Si esibiscono in diversi live club sparsi nelle principali città italiane (Milano, Napoli, Bari, Lecce, Civitanova Marche, …) Partecipano alle finali regionali di Italia Wave 2013 e per le selezioni regionali di MArteLive 2014.

Nell’estate del 2014 Giuseppe Perrone lascia la band e viene sostituito da Paolo Battaglino (chitarre, violoncello, tastiere). La band nell’autunno 2016 entra in studio per produrre il secondo lavoro, con un nuovo innesto alla batteria: Gianluca Salvemini.

Invecchierai/ in posti freddi sai/ io resto qui/ mi fermo ancora un po’// […] Neve io sarò/ e non mi scioglierai/ lo sai/ il gusto lo conosci già/ e se perderai/ sparirò/ ormai siamo il gelo ormai/ […]”  – “Nord

All’uscita seguiranno due appuntamenti live:

3 marzo – Party Release – ResUrb_Cerignola (FG)

4 marzo – Fine – Reggio Calabria

 

Tracklist

1. Amorevolmente

2. Winchester

3. Saturno contro

4. Quello che mi do

5. Nord

 

 

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“Terroristi del cinema”: uno sguardo sul cinema di genere italiano, 22 febbraio 2017, Corato

Terroristi del cinema: è questo il titolo del piccolo ciclo di proiezioni cinematografiche organizzato dall’associazione di promozione sociale Harambè sita a Corato (Bari).

Harambè

Un breve quanto stimolante percorso alla riscoperta del cinema italiano di genere, un’etichetta di cinematografia popolare, che faceva uso di elementi amati particolarmente dalle masse popolari ma disprezzati dall’élite colta.

Questo genere mobilitava un grande pubblico di modesta cultura cinematografica ma i suoi prodotti venivano stroncati dalla critica, che li riteneva triviali e dozzinali, di scarso pregio artistico.

Tuttavia, la vena di originalità e di inventiva e il raccontarsi dei registi nei loro film hanno portato nuova luce su questo genere. Molti di questi prodotti autoriali sono stati rivalutati, divenendo vere e proprie opere di culto e capolavori.

La volontà di fornire un quadro generale sul panorama cinematografico italiano del passato e di guidare alla sua riscoperta costituisce lo stimolo portante di questa iniziativa culturale.

Una riscoperta che si situa nell’assenza di cinema di genere in Italia in questi anni, ma che risulta imprescindibile per apprezzare le opere di registi contemporanei come Tarantino, Burton, Raimi che si ispirano a questo genere senza nasconderlo.

Gli appuntamenti prevedono la proiezione de La maschera del demonio di Mario Bava; Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci; Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo e, infine, Django di Sergio Corbucci.

Un programma che volontariamente non comprende registi come Leone e Argento sui quali spesso si sofferma lo sguardo divulgativo sul cinema italiano, mettendo in ombra maestri dalle notevoli abilità tecniche, come Bava e Fulci, sprovvisti al tempo di un adeguato budget per acquistare fama e fortuna.

Mario Bava - Lucio Fulci

Sta proprio in questo paradosso la loro grandezza: i budget limitati li hanno costretti ad ingegnarsi per rendere credibili scene che richiedevano particolari effetti visivi o speciali, che hanno poi costituito nel tempo una loro peculiarità.

Il film d’esordio di Bava La Maschera del Demonio, ispiratosi al racconto Il Vij di Gogol’, tratteggia la figura del vampiro in maniera inconsueta e diversa dal Dracula cinematografico.

La storia racconta dell’incontro di due medici con una strega, Asa, arsa viva due secoli prima ed ora pronta a compiere la sua vendetta. Il suo scopo è tornare in vita, succhiando la linfa vitale dalla sua discendente Katia e coinvolgendo la sua famiglia in una serie di peripezie fatali.

I medici si ritroveranno invischiati in prima persona in questa faccenda, cercando di fermare l’ira di Asa ma rimanendo essi stessi vittime del piano vendicativo dei vampiri. Fermarla non sarà facile, l’orrore prenderà vita e risucchierà lo spettatore in un vortice di paura e suspense.

La fotografia del film, curata dallo stesso Bava, crea uno stile gotico personalissimo e un’atmosfera orrifica che contribuiranno a delineare le regole del genere gotico italiano, per i cineasti che vi si ispireranno successivamente.

Dunque, la fotografia macabra, il clima gotico, gli straordinari effetti speciali e la tensione suscitata nello spettatore da questa atmosfera horror inusuale per il cinema italiano degli anni ’50, decretano Bava maestro indiscusso di questo genere e fanno di questo film uno strepitoso esordio, nonché necessario punto d’inizio.

Il pubblico della rassegna ha accolto positivamente il film, riservandosi una piacevole sorpresa! Non resta che attendere il 22 febbraio per scoprire cosa ci riserverà il giallo di Fulci e farci coinvolgere da una nuova storia! I prossimi appuntamenti saranno annunciati a breve!

 

Written by Maria Cristina Mennuti

 

 

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“Lo Stato della Democrazia oggi”: l’incontro tra Ottavio Marzocca ed Onofrio Romano a Bari

Qual è lo stato della democrazia oggi e quale il ruolo di noi cittadini?

Quali difficoltà e rischi stiamo vivendo e quali strade e prospettive sono auspicabili?

 

Arci La Locomotiva

Sono queste le domande che costituiscono il fil rouge dell’incontro “Lo Stato della Democrazia oggi” tenutosi il 25 gennaio 2017 presso l’Arci La Locomotiva di Corato (Bari). Gli ospiti nonché relatori dell’evento sono stati Ottavio Marzocca, Professore di Filosofia etico – politica ed Etica sociale presso l’Università di Bari ‘A. Moro’, e Onofrio Romano, Professore di Sociologia generale presso la suddetta università.

A moderare il dibattito Felice Addario e Jacopo Mascoli, studenti rispettivamente di sociologia e filosofia.

L’incontro ha previsto una prima parte in cui i professori, stimolati dalle domande dei moderatori, hanno espresso le loro posizioni in merito all’argomento trattato; nella seconda parte, il pubblico è divenuto soggetto attivo del dibattito, favorendo la creazione di un clima dialogativo e costruttivo, che è stato anche contemporaneamente praxis democratica ed esercizio associativo.

È da circa un quarantennio, evidenzia il professor Marzocca, che la democrazia ha iniziato a vivere un lento ma inesorabile declino causato dall’avvento di pratiche liberali e/o neoliberiste, di modelli etici e comportamentali del soggetto imprenditore di se stesso e di una cultura che è andata a rimpinguare questi modelli, definendo il soggetto detentore di un capitale umano.

Il grande sogno di grandezza della modernità e l’esigenza del soggetto moderno prevedono la costruzione di un mondo a misura del senso morale e dei desideri del singolo.

Tuttavia, questo solipsismo deve confrontarsi, nello scenario complessivo in cui siamo calati, con l’incontro-scontro con l’altro.

La stessa pratica democratica si presenta come un esercizio collettivo, un patto, un’esperienza di costruzione di senso tutt’altro che individuale e autocentrata. È in questo scarto, in questo nodo gordiano che si situa il cortocircuito della democrazia.

Romano, cogliendo un riferimento a Bataille, individua l’emergere di tale limite antropologico alla fine dell’Ottocento. In tale momento storico la pratica democratica, garantita al singolo da condizioni di sicurezza sociale ed economica, ha posto il soggetto dinanzi all’abisso della sovranità.

Ottavio Marzocca - Onofrio Romano

Il cortocircuito della libertà, la paralisi dell’uomo libero.

Dunque, l’avvento del liberalismo ha introdotto precarizzazione, insicurezza: il programma di un ritorno alla barbarie primitiva, preferibile al terrore della libertà e al fardello dell’uomo democratico.

È da quest’analisi storico-sociale che potremmo ripartire per analizzare il ritorno del gusto dell’aggressione dei grandi sistemi neoliberali.

Viviamo oggi gli effetti naturali della deregolamentazione; della globalizzazione impostasi con il neoliberismo degli anni ’80; della logica “si fa denaro con il denaro”, in base alla quale il capitale è sempre alla ricerca di nuovi terreni vergini da mettere a profitto.

In questa era del Globus et Locus occorre che “il locale si metta al diapason del globale”, secondo le parole del professor Romano.

La riscoperta dell’ambizione per la grande politica passa attraverso l’interesse per l’essenza locale, che, ammonisce il professor Marzocca, dev’essere salvaguardata e vissuta.

Queste le linee cardine del proficuo quanto stimolante incontro, realizzatosi grazie all’intraprendenza e all’ingegnosità di due giovani menti. Caratteristiche che si dimostrano, ancora una volta ed oggi più che mai, essere garanzie per un domani migliore.

 

Written by Maria Cristina Mennuti

 

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Intervista di Alessia Mocci a Francesco Giacovazzo: il percorso alchemico del libro “Le regole dell’infinito”

“Conosci te stesso, e conoscerai l’universo e gli Dei.”

 

Francesco Giacovazzo

Le regole dell’infinito – Ai limiti dell’assenza c’è l’essenza”, edito da Verdechiaro Edizioni, è l’ultima pubblicazione di Francesco Giacovazzo e segue il percorso tematico intrapreso con “La Pietra degli Alchimisti” (2015).

Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio percorso iniziatico che indica la via della conoscenza, una via segnata da indizi, trabocchetti e ragionamenti che portano il lettore, così come il protagonista dei due libri, a scoperchiare l’inconscio per poter interpretare alcune verità necessarie per concepire l’infinito che si cela nella nostra essenza.

Le regole dell’infinito” è dunque una storia autobiografica romanzata che racconta vicende accadute diversi anni prima e che mettono in luce uno schema arcaico di connessioni ed illuminazioni. Si incontrano principalmente due personaggi: Francesco e Raffaele, l’iniziato ed il benefattore.

L’alchimia, come sistema filosofico esoterico, è presente in tutto il Mondo e si dipana in diverse culture e diverse interpretazioni. Con Francesco Giocovazzo si conoscerà la Tradizione Ermetica occidentale, quella più vicina alla nostra conformazione culturale e dunque mentale.

 

A.M.: Ciao Francesco ti ringrazio per aver accettato questa intervista. Ed iniziamo subito. “Le regole dell’infinito” prende avvio da un’antica iscrizione egizia. Ho cercato informazioni sulla paternità della stessa ed ho trovato una possibile attribuzione al Faraone Akhenaton. Visto e considerato che anche sul libro parli di questo faraone, pensi potrebbe essere un’ipotesi da prendere in considerazione?

Francesco Giacovazzo: Quell’iscrizione non ha tempo e proviene direttamente dall’eternità. Forse è ancora più antica dell’epoca di Akhenaton ed è altrettanto precorritrice oggi ai giorni nostri. La verità è senza principio e senza fine e viene percepita ed enunciata in tanti modi quante sono le persone in grado di comprenderla. Quelle stesse parole sono state dette da Gesù, da Buddha, da Eckart Tolle, NisargadattaMaharaj. Quando le ho scoperte mi hanno commosso ma soprattutto mi hanno sorpreso perché mi erano inedite ma allo stesso tempo familiari.

 

A.M.: Non esiste un’età adatta oggettivamente per la contemplazione di sé. Ogni individuo attraversa diversi bisogni e stati dell’essere prima di arrivarci. Volendo esplorare la tua esperienza personale: quando è nata in te l’esigenza di profonda contemplazione?

Francesco Giacovazzo: La mia ricerca è iniziata intorno ai 18 anni durante una profonda crisi personale. Ero a Roma per l’università e cominciai a soffrire di crisi di panico e ansia. In quello stesso periodo conobbi Raffaele e mi approcciai allo studio dell’alchimia e della spiritualità da una parte e della psicologia dall’altra. Volevo delle risposte ma soprattutto volevo porre fine al mio dolore. Capì subito che il pegno da pagare consisteva nel conoscere me stesso, comprendere come funzionava la mia macchina biologica e soprattutto recuperare il senso di tutto quello che mi stava succedendo. Intuivo che c’era un significato nascosto nel dolore, un processo da compiere, una trasfigurazione della falsa immagine che avevo di me.

 

A.M.: Coscienza/specchio. Qual è la correlazione esistente?

Le regole dell'infinito

Francesco Giacovazzo: La coscienza pura viene descritta in tanti modi sia dalle antiche tradizioni che dagli scienziati moderni. È un campo di infinite possibilità senza tempo e senza spazio dove esiste tutto ciò che è, che è stato e che sarà. Questa matrice inoltre è onnipresente, onnipotente e onnisciente; ci include e ci trascende allo stesso tempo.  Siamo collegati ad essa anche se non ce ne accorgiamo ed è possibile comunicare con Lei attraverso il linguaggio dei sentimenti del nostro cuore. La nostra realtà quotidiana è un’esternazione materiale di questa matrice, un riflesso delle nostre profonde credenze e delle nostre percezioni. Non possiamo cambiare direttamente il riflesso, esattamente come non possiamo pettinare la nostra immagine allo specchio ma possiamo intervenire a livello di coscienza cambiando il modo in cui ci sentiamo. Questo è il segnale che trasmettiamo al campo di ogni possibilità e che ci tornerà indietro attraverso esperienze e situazioni.

 

A.M.: Fra tutte le forme geometriche, il triangolo è quella che racchiude maggiore simbologia. Ci sai spiegare il perché?

Francesco Giacovazzo: La figura geometrica del Triangolo è strettamente legata al numero tre. Il tre è un numero magico perché richiama (come descrivo nel mio libro) la legge della trinità universale che dice che tutto ciò che è presente in maniera stabile è rappresentato sotto forma di “Tre”. Un esempio potrebbe essere la concezione dell’uomo composto da corpo, psiche e anima. Un altro esempio è la descrizione dei tre stati della materia come gassosa, liquida e solida. In musica la terzina è considerata stabile nella sua interezza. Nella fisica classica l’equilibrio statico è ottenuto attraverso 3 punti d’appoggio. Ogni simbolo è un ricettacolo energetico di informazioni ed è un linguaggio molto potente perché arriva direttamente al nostro inconscio senza l’utilizzo della parola. Questo è il motivo perché la magia e l’arte sacra sono ricche di simboli.

 

A.M.: Male e bene. Demoni ed Angeli. Come iniziare un processo di cambiamento?

Francesco Giacovazzo: Innanzitutto uscendo dalle definizioni, dalle schematizzazioni. Prima di voler cambiare dobbiamo capire cosa vogliamo cambiare e soprattutto chi è che cambia. Io penso che la comprensione di sé sia l’unico vero cambiamento: la conoscenza di ciò che siamo elimina l’ignoranza, e la fine della menzogna è il più grande cambiamento a cui possiamo aspirare.

 

A.M.: Tutto questo lavorio a che cosa serve?

Francesco Giacovazzo: Per me non è un lavoro, piuttosto un modo di vivere e se devo rispondere alla tua domanda, per me la conoscenza di sé e delle realtà è ciò che da un significato alla vita. Quando percepisci sulla pelle che il caso non esiste, che tutto è connesso, la vita assume un altro sapore, diventa interessante e tu comprendi che sei qui per uno scopo elevatissimo: consentire al divino stesso di manifestarsi.

 

A.M.: Che cos’è la coscienza?

Alchimia

Francesco Giacovazzo: Non si può definire la coscienza, almeno io non ci riesco. È la vita prima della sua manifestazione in energia; questa è l’unica descrizione che io riesca a dare.

 

A.M.: Che cos’è un’eggregora?

Francesco Giacovazzo: Una eggregora o forma-pensiero è un aggregato di energia psichica che si forma quando uno o più persone cominciano a pensare alla stessa cosa con una certa intensità e per un certo periodo di tempo. I pensieri non sono astrazioni, ma sono una materia molto sottile, sono energia che opportunamente indirizzata e caricata può coagularsi in una struttura che acquisisce una certa autonomia. Se questo concetto di eggregora fosse approfondito un po’ di più, soprattutto dalla psicologia, potremmo comprendere il significato dell’ossessione di cui soffre tantissima gente senza saperlo. La magia lavora molto sull’uso intenzionale delle eggregore che vengono costruite appositamente attraverso determinati riti e cerimonie.  Noi ci creiamo inconsciamente delle forme-pensiero disfunzionali che possono sabotare le nostre buone intenzioni ma possiamo anche imparare a costruirci delle forme pensiero di amore, di salute e di forza che a livello inconscio ci possono aiutare sul nostro cammino.

 

A.M.:L’alchimista è colui che brucia un’emozione negativa sul fuoco della propria consapevolezza aumentandone così la vibrazione e trasmutandola in un’emozione superiore.” Così Raffaele, il tuo prezioso personaggio, illustra l’alchimista. E ti chiedo: come passare dalla materia prima all’oro?

Francesco Giacovazzo: Ciò che chiamiamo emozione negativa non è altro che energia che vibra ad una frequenza disarmonica. Tutto è un’unica energia che si esprime in differenti modi. L’alchimista sa questo e invece di combattere o fuggire un’emozione negativa, l’accoglie e la percepisce senza nessun giudizio od aspettativa. Questo osservare va a modificare e riordinare la struttura energetica dell’emozione e la trasmuta nel suo equivalente superiore. La compassione non è altro che l’energia della gelosia trasmutata; l’impeto guerriero viene dalla rabbia, la creatività dalla furbizia… È la stessa in energia su un’ottava differente.

 

A.M.:Il mondo esterno è un’estensione del proprio mondo interno. La regola del mago è cambiare l’interno per cambiare l’esterno.” Ci spieghi questa frase?

Francesco Giacovazzo: Di solito pensiamo alla magia come alla capacità di modificare fuori di noi ciò che non ci piace. Ma questo è un modo di vedere distorto e infantile. Il mago sa più di ogni altra cosa che il mondo che vede fuori è sostanzialmente una sensazione, un’interpretazione dei propri condizionamenti e cambiando questi ultimi di riflesso avrà un’altra esperienza della realtà. Questo è il significato profondo della magia.

 

A.M.: Quali differenze intercorrono tra la denominazione di “mago” ed “alchimista”?

Francesco Giacovazzo: L’alchimista è anche un mago ma il suo interesse va oltre. Come diceva Gesù, il suo regno non è in questo mondo. Ad un alchimista non gli interessa diventare più bravo, più buono, ricco o famoso. Gli interessa espandere la propria consapevolezza fino a bruciare in quello che gli antichi sciamani toltechi chiamavano il fuoco dal profondo. Questa è l’esperienza della libertà totale ed è tutto ciò per cui valga la pena vivere su questa terra.

 

A.M.:L’immaginazione è una dimensione reale dell’esistenza.” Cos’è dunque realtà? Ritieni questa intervista reale?

Francesco Giacovazzo

Francesco Giacovazzo: Secondo la scienza il nostro universo è composto per il 95% di materia oscura e di energia oscura; la materia è solo una piccola percentuale della realtà. Dal punto di vista psichico, fisico ed esistenziale il 95% della nostra realtà è invisibile e rientra in quel campo metafisico dove l’immaginazione è sovrana e costituisce l’anticamera di questo mondo. L’immaginazione è una vera e propria altra dimensione che anticipa la nostra realtà. Tutti i più grandi mistici, geni e visionari tra cui William Blake, Goddard Neville, Albert Einstein davano molta più importanza all’aspetto immaginale dell’essere umano che ai risvolti più “razionali”. Ecco cosa ha detto Einstein a tal proposito: “L’immaginazione è tutto. È l’anteprima delle attrazioni che il futuro ci riserva. L’immaginazione è più importante della conoscenza.” Mi chiedi se questa intervista reale e io ti rispondo ma cosa è reale? Tutto ciò che vediamo, udiamo, odoriamo e tocchiamo sostanzialmente sono semplici segnali elettrici che vengono interpretati dal cervello. Il mondo non è fuori di noi.  Con questo non voglio dire, come taluni sostengono, che non esiste una realtà oggettiva ma che ognuno ha una propria versione della realtà costruita in base alle proprie credenze e convinzioni ed ognuno, dunque, vive in base in base a quella; il resto non è importante. Tutto è percezione.

 

A.M.: “Il Campo del Punto Zero” di Lynne McTaggart ed il “Tao della Fisica” di Fritjof  Capra. Hai letto questi due libri?

Francesco Giacovazzo: Certo che ho letto questi due libri e c’è più esoterismo e spiritualità in questi due testi di scienza, cosiddetta di frontiera, che in molti manuali pseudo magici volutamente oscuri perché oscura è la comprensione di chi li ha scritti.

 

A.M.: Qual è il tuo pensiero sulle tre grandi religioni monoteiste d’oggi?

Francesco Giacovazzo: Ad un’ottava bassa la parola religione significa “legare” ed è ciò che è successo per molti anni con quasi tutte le religioni istituzionalizzate. Ad un’ottava alta la stessa parola significa “riunire”, ossia “ricollegare l’essere umano al divino”. In realtà non c’è da riunire proprio nulla perché non ci siamo mai staccati dalla nostra Sorgente ma abbiamo dimenticato chi siamo e le religioni con i loro dogmi hanno contribuito a questa nostra dispercezione. Le religioni devono essere superate per arrivare alla religiosità che significa riconoscere il sacro in ogni cosa compreso sé stessi. Quindi le religioni possono e devono essere un mezzo non un lido dove arenarsi.

 

A.M.: Ti ringrazio per la tua disponibilità e, come mia norma, ti chiedo di salutare i nostri lettori con una citazione…

Francesco Giacovazzo: C’è una bellissima frase di Jeff Foster che adoro: “Il dolore non è il contrario della gioia, ne è la porta”: qui c’è tutto il senso dell’alchimia.

 

Iscrizione egizia

IO SONO. Finalmente ho raggiunto il MIO traguardo e risolto il segreto della mia anima:

Io sono QUELLO a cui rivolgevo le preghiere,

QUELLO a cui chiedevo aiuto.

Sono QUELLO che ho cercato.

Sono la stessa vetta della MIA montagna.

Guardo la creazione come una pagina del MIO stesso libro.

Sono infatti l’UNICO che produce i molti,

della stessa sostanza che prendo da ME.

Poiché TUTTO è ME, non vi sono due,

la creazione è ME STESSO, dappertutto.

Quello che concedo a ME stesso,

lo prendo da ME stesso e lo do a ME stesso,

l’UNICO, poiché sono il Padre ed il Figlio.

Quanto a quello che voglio,

non vedo altro che i MIEI desideri, che sgorgano da ME.

Sono infatti il conoscitore, il conosciuto,

il soggetto, il governante ed il trono.

Tre in UNO è quello che sono e

l’inferno è solo un argine

che ho messo al MIO stesso fiume,

allorché sognavo durante un incubo.

Sognai che non ero il SOLO unico e

così IO stesso iniziai il dubbio, che fece il suo corso,

finché non mi svegliai.

Trovai così che IO avevo scherzato con ME stesso.

Ora che sono sveglio, riprendo di sicuro il MIO trono

e governo il MIO regno che è ME stesso,

il Signore per l’eternità.”

 

Written by Alessia Mocci

 

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Sito Francesco Giacovazzo Alchimia Pratica

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Intervista di Irene Gianeselli al regista Carlo Bruni: “Else” al Teatro Kismet di Bari il 21 e 22 gennaio 2017

Carlo Bruni, lavora in teatro dal ’77, prima come attore (Teatro Studio 3, Magopovero, Valdoca) e dall’85 anche come autore e regista. Premio Scenario e Stregatto, ha diretto il Teatro del Mercato di Perugia, il Kismet e il Piccinni di Bari, il Teatro Rossini di Gioia del Colle.

Carlo Bruni

Ha collaborato con le Università di Perugia, Bologna e Bari come formatore e curato la programmazione del capoluogo pugliese nel corso della prima amministrazione “Emiliano” di cui è stato consulente per la cultura e la comunicazione. Si è occupato di uno dei più antichi carnevali italiani (Putignano), ha lavorato per il cinema e la televisione (Il Miracolo – E. Winspeare, Venezia 60).

Fra i suoi ultimi spettacoli: Lezioni di Piano (Napoli – Mercadante), I Reduci (MittelFest), Molto rumore per nullaDashiuri e hidur, una riscrittura del Romeo e Giulietta per il Teatro Nazionale di TiranaLenòr dedicato a Eleonora de Fonseca Pimentel. Ha fondato Linea d’Onda, un’associazione di “bonifica culturale” di cui cura la direzione artistica. Recentemente, per Orfeo Futuro, ha curato Folias (Roma Auditorium Parco della Musica).

Ha interpretato e scritto con Edoardo Winspeare, che ne ha curato la regia, L’anima attesa, medio metraggio dedicato alla figura di don Tonino Bello e, selezionato dai Teatri del Sacro, ha curato scrittura e messa in scena di Croce e fisarmonica, una produzione Diaghilev/Armamaxa. Attualmente dirige il Teatro Garibaldi di Bisceglie, cura la stagione di prosa del Teatro Comunale di Ruvo ed alcune rassegne teatrali del territorio.

Per questa stagione è impegnato nell’adattamento e messa in scena di Else: da La signorina Else di Arthur Schnitzler (fra le città toccate Bari, Napoli, Asti).

 

I.G.: Come hai cominciato a fare teatro e perché?

Carlo Bruni: Mio nonno oltre che capostazione era organista e con il suo figlio minore, paragonabile ad un fratello, con soli due anni di differenza, è stato naturale da prima seguirlo girando la manovella del mantice che dava fiato alle canne e poi, man mano autonomizzandoci, mettersi direttamente in gioco. Così, direi dai sei anni in poi, sono passato dalle esperienze amatoriali al professionismo senza soluzione di continuità.

 

I.G.: Nella tua produzione sei sempre molto attento alla voce delle donne. Il 21 e 22 gennaio 2017 al Teatro Kismet va in scena “Else”. Ci racconti come è nato questo progetto?

Carlo Bruni

Carlo Bruni: Else nasce dalla commissione di una Fondazione contro l’usura che ne ha promosso una messa in scena favorita poi anche da un’antica amicizia con uno dei più importanti traduttori di Schnitzler, Giuseppe Farese. Lo spettacolo prodotto da “La luna nel letto”, con la collaborazione del Teatro Rossini di Gioia del Colle, sarà prima di Bari a Bisceglie e poi fra l’altro ad Asti, Napoli, Polignano, completando una tournée molto ampia che vede ancora tappe importanti per Lenòr, come quella romana (dal 14 al 26 febbraio). Fondandoci sulla novella di Arthur Schnitzler, scritta come monologo interiore nel 1924, sotto le stesse influenze che avrebbero dato corpo alla psicanalisi di Freud, con Nunzia Antonino per la nostra Else siamo partiti dall’adolescente in vacanza e dal suo dramma, alimentato da un debito del padre nei confronti di un laido signor Dorsday. Debito che lei è invitata a estinguere con “strumenti” ritenuti ormai comuni, perciò lontanissimi dal produrre scandalo, ma ancora oggi “perfettamente” in grado di alimentare le tragiche conseguenze svolte dal racconto. La direzione è stata condizionata dall’anagrafe. Else nel nostro caso non è la diciannovenne dell’originale, lo è stata. Rimasta impigliata nella lettera che scatenò il dramma, è alle prese con lo stesso Veronal di allora: medicinale ormai però fuori moda; veleno inadeguato al ruolo e dunque anche inutile a domare il reiterato dolore. La nostra Else vive in un mondo sordo, immerso in una crisi culturale, non dissimile da quella che ispirò Schnitzler: fonte di ossessioni, nel migliore dei casi in grado di condurre alla follia. L’approfondimento del femminile coincide con l’incontro di Nunzia Antonino, dapprima professionale e poi della vita. Accolto anni fa un suo spettacolo (Ballando Ballando, regia di Sepe) per l’inaugurazione del Rossini di Gioia, l’ho “assunta” per il ruolo di “Bella” in una fortunatissima edizione di Bella e Bestia, diretta da Teresa Ludovico, prodotta per il Kismet. E dopo una tournée di seicento repliche, con tappe in tutto il mondo (Giappone, Australia, Europa occidentale …), dal sodalizio artistico si è passati a quello sentimentale. 

 

I.G.: Nunzia Antonino è l’elegante interprete di entrambi i monologhi. Come è nata la vostra collaborazione?

Carlo Bruni: Le sue qualità, che superano la dimensione interpretativa comprendendo una concezione autorale dello stare in scena, hanno decisamente indirizzato la nostra ricerca. Il resto lo hanno fatto anche le coincidenze fortuite, come l’incontro con Daniela Pansini, compianta amica, pianista sensibilissima, con cui nacque il fortunato Lezioni di piano, ispirato dall’opera cinematografica della Campion. Prima tappa di un itinerario che comprendendo Lenòe ed Else, prevede ancora molti altri incontri: da quello con la straordinaria stilista Elsa Schiaparelli, a quello con Marianela Garcia Villas, avvocato dei poveri, compagna degli oppressi, salvadoregna e vittima della repressione che portò all’uccisione del vescovo Romero. 

 

I.G.: Sei attualmente direttore artistico del Teatro Garibaldi di Bisceglie, puoi parlarci di questa realtà?

Else

Carlo Bruni: Il Garibaldi è un laboratorio culturale. La scelta di chiamare l’impresa Sistema Garibaldi chiarisce l’intendo di farne una fucina di relazioni partendo appunto dal principio che il Teatro non è uno spettacolo né un edificio, ma il risultato di un incontro capace di rappresentare la comunità che lo esprime e offrirle un’occasione di riflessione viva, emozionante, aperta alle influenze del mondo. Oggi, dopo tre anni di lavoro e certamente grazie alla perseveranza di un’Amministrazione Comunale che ha sin dal principio scelto e creduto in questo indirizzo, credo sia diventato un punto di riferimento: un’impresa esemplare. Fra novembre e maggio apriamo al pubblico quasi cento volte, ospitiamo una compagnia di danza residente (Menhir), collaboriamo strutturalmente con esperienze come quella del Teatro Comunale di Ruvo, fiancheggiamo una serie di produzioni (L’abito nuovo, Trilogia, Else) e animiamo una Squola (con la q) in cui convivono oltre che un percorso di professionalizzazione alla danza contemporanea (Libero Corpo) e un teatro laboratorio, anche un corso di lingua italiana per stranieri, che conta una trentina di “allievi” e una quindicina d’insegnanti volontari: un’impresa importante.

 

I.G.: Dal tuo punto di vista qual è la situazione teatrale pugliese?

Carlo Bruni: Il momento è assai delicato. A fronte di una sensibile crescita sia organizzativa che artistica delle realtà territoriali (penso ad esempio ad alcuni Teatri Abitati), certamente favorita da politiche regionali più sensibili e competenti, si attende di comprenderne più concretamente i nuovi indirizzi che appaiono ricchi di buone intenzioni, ma dai contorni ancora poco chiari. Nonostante la straordinaria e preziosa crescita del Teatro Pubblico Pugliese, grandi difficoltà mi sembra di riscontrare nel sistema distributivo che stenta a valorizzare le molte qualità espresse dal nuovo teatro pugliese e non. Una rete vasta di teatri resta sostanzialmente incapace di riconoscere e promuovere questo patrimonio produttivo: di favorire cioè quell’incontro fra spettacolo e spettatore che necessita di un gran lavoro, per svincolare lo spettatore dai cliché televisivi che sembrano condizionarne le scelte e la produzione dal rischio dell’ autoreferenzialità che tende a restringerne la portata.

 

I.G.: Progetti futuri?

Carlo Bruni

Carlo Burni: Innumerevoli sia sul piano produttivo che per lo sviluppo del sistema Garibaldi, ma fra tutti il desiderio di far crescere il progetto Squola dando corpo in Puglia ad un vero istituto per le arti sceniche e visuali, capace di trattenere i tanti talenti attualmente costretti a cercare lontano la risposta al loro legittimo bisogno di formazione e magari assicurare questo servizio anche ai nostri vicini mediterranei. Un sogno più che un progetto, ma è importante coltivare sogni. O no?

 

Written by Irene Gianeselli

 

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“Lo spazio intorno” di Irene Gianeselli: musica che scorre celebrando le emozioni della vita

“Come si manifesta il nostro essere al mondo? Esistiamo solo in relazione a “lo spazio intorno” e ognuno ha la propria sensibilità e consapevolezza nel percepirlo e incontrare questa dimensione che tutto circonda e tutto avvolge. […] Donne e uomini, personaggi che pretendono di essere felici, che pretendono di amare e di morire, di capire, di vivere la poesia e che sono costretti, volenti o nolenti, a riconoscere il continuo e universale mutamento che li attraversa.”

Lo spazio intorno

Cinque racconti scritti seguendo il ritmo di un andamento musicale. Si parte da un preludio, per poi “buttarsi” in un canto “a due voci”, passando a un “a solo” e infine ecco la “fuga”

Cinque racconti carichi di intensità, di poesia. Cinque racconti ben scritti che ci catapultano nella vita di vari personaggi, personaggi con un loro canto. Racconti che danno voce al ritmo di quelle emozioni che la vita riesce a catturare, a cogliere, emozioni che ci portiamo dentro come l’innamorarsi, la morte e l’abbandono, il vivere esperienze di solitudine e la fuga da una realtà che non ci appartiene, che sembra averci lasciato a un destino che non ci aspettavamo.

Nel “preludio” – “Lo spazio intorno” – incontriamo Nora e Jane che vivono insieme, condividendo gioie e dolori della vita, ma soprattutto si racconta dell’innamoramento da parte di una di loro di uno sconosciuto che incontra per caso al parco, e che si trova a seguire per vedere come si comporta, cosa fa, dove abita, chi e cosa cerca. Ci sono anche Jack e Sergio, che apparentemente sembrano la stessa persona, una il fantasma dell’altro, un fantasma che non riesce a uscire da un dolore che l’ha preso nel corso del tempo, alla ricerca di quello spazio intorno che li aiuti a ritrovare se stessi. Riusciranno i nostri quattro personaggi a capire cosa cercano, chi sono e a liberarsi di quel dolore che non li vuole lasciare andare?

Dopo questo primo incontro entriamo nel mondo di due diversi personaggi che danno voce alla seconda strofa della sonata, il “due voci”. Nel primo si narra la storia di un barbone agonizzante di dolore dopo essere stato picchiato selvaggiamente, che assapora le tenebre della notte milanese, ascoltando il richiamo dei suoi pensieri, delle sue emozioni in solitario o in compagnia. Un modo per “ascoltare” quella vita che ha abbandonato per andare incontro alla morte senza paura. Un racconto di redenzione questo, intitolato “Un uomo contento”, di ricongiunzione verso se stesso, verso una serenità ormai perduta.

“I padri non dimenticano”, secondo racconto a “due voci”, ci porta ad ascoltare il canto di Ruggero, un uomo con il sogno immenso di diventare padre, che lotta con una moglie che non capisce questo suo desiderio ma allo stesso tempo cerca di andargli incontro, di capirlo. Ruggero passa le sue mattine a sognare ad occhi aperti la vita come genitore, parla con questo suo desiderato figlio come se fosse accanto a lui, lo porta a vivere la natura, l’esperienza della vita. Ma non è reale, è un qualcosa che lo aiuta ad andare avanti, a vivere e sentirsi parte di questa vita.

Quanti di noi si sono trovati ad immaginare momenti come questi, sognando ad occhi aperti magari storie d’amore che nascono, dialoghi con i nostri amati, a sentire la bellezza di questa magia? Molti, pochi o forse nessuno? Perché sognare ad occhi aperti può essere considerato anche un modo molto bello per non vivere la solitudine, per sentirsi vivi e protetti. Ed è una cosa che io ho sempre fatto, che ho riscoperto in questi ultimi mesi dell’anno appena trascorso. Sognare aiuta molto a vivere, a interpretare i segni che ci può dare la vita.

Nel canto “a solo” – “Il giorno dopo la domenica” -, invece, la nostra Irene mette a nudo le paure di Mia, una giovane venditrice di stoffe di seta, costretta a fare i conti con un passato che sembra non l’abbia abbandonata, con le sue rinunce, i suoi ricordi che teneva chiusi in un cassetto del cuore. E cerca di ricordare cosa vuol dire amare, sentimento che sembra abbia perso. Un ritorno a qualcosa che non c’è più, ma che spera di ritrovare in qualche modo.

Irene Gianeselli

L’ultimo racconto della sonata “Storia di due che non ne sapevano niente” rappresenta la “fuga”, ed è un racconto molto particolare e dal gusto surreale. Ci sono vari personaggi che si incontrano per caso, sebbene molti di loro abitino nello stesso condominio, ma non si vedono quasi mai, ma da sottofondo fanno i passi di due personaggi particolari: Andreas e Pietro. Perché loro? Qual è il nocciolo della loro storia? Cosa non sanno questi due personaggi di cui recita il titolo? Dove sono finiti? E cosa cercano? E gli altri personaggi chi sono, quale ruolo hanno nell’andirivieni dei passi che accompagnano la vita di questo condominio e gli altri luoghi da loro frequentati?

Come una sorta di trama teatrale, entriamo e usciamo nell’andirivieni della vita, alla ricerca di varie sfumature, di quelle parole che la vita ci regala, ci porta a cogliere.

Lo spazio intorno” di Irene Gianeselli, editto dalla Grecale Edizioni, ci presenta diverse storie di uomini e donne che vanno incontro alla vita, che celebrano il loro stare intorno nel mondo. Uomini e Donne che cercano di ascoltare l’andirivieni delle emozioni in ogni dove, in ogni attimo. Persone che cercano di voltare pagina, di ritrovare forze che credono di aver perso. Come quel canto che solo la musica riesce a donare.

Irene Gianeselli, con questo suo primo esordio letterario, ci porta ad indagare nell’inconscio umano quando si trova a vivere quei momenti di gioia, dolore e redenzione che, come detto, la vita ci porta a vivere, a cercare, ad ascoltare. Un modo diverso di narrare colto da alcuni momenti di pura poesia, come quando nel preludio, parlando di uno dei due personaggi, la nostra autrice usa un modo diverso e nuovo per descrivere il pianto di questo personaggio: l’uso del bicchiere delle lacrime. Non mi è mai capitato di trovare una frase così dolce per descrivere la scena di un pianto. E mi è piaciuto questo modo di esprimersi di Irene.

Racconti che possono abbracciare diversi stili narrativi, che rispecchiano un labirinto di emozioni di questi uomini e di queste donne che possiamo essere anche noi, “Lo spazio intorno” è una piccola melodia di parole che sanno regalare diverse emozioni.

Lo spazio intorno” è una sonata di storie che celebrano la vita. È musica che scorre lenta celebrando ogni colore di vita.

 

Written by Daniela Schirru 

 

 

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“Ai margini dell’anima”, silloge poetica di Anna Leo: versi intrisi di sentimento e speranza!

“Ho riscoperto la fierezza vellutata dell’odore del grano nel verde di un antico mattino in un’alba contesa da un sole perenne.” – Anna Leo

 

Ai margini dell’anima

Ogni volta che la società si accorge dell’esistenza della poesia, a me pare che sia avvenuto un miracolo. Essa infatti, appare ai più un lusso di cui la società potrebbe farne a meno.

Eppure la poesia è un’attività utilissima, sicché la nascita di un poeta rappresenta un regalo che ogni tanto il Caso dona agli esseri umani per dare loro l’esperienza della Bellezza: “quell’aurea beltade, ond’ebbero ristoro unico ai mali le note a vaneggiamenti mortali”, come scriveva Ugo Foscolo!

Qualcuno potrebbe obiettare che la Bellezza esiste già in natura, ma non è così. Per secoli gli uomini sono vissuti immersi nella natura, non considerando che proprio i poeti hanno scoperto la natura e l’hanno trasformata in un’esperienza estetica.

Noi dunque, gli dovremmo ringraziare per averci rivelato il mondo, premiandoli per questo bellissimo regalo. Sì, proprio così!

Anna Leo, alla sua prima esperienza poetica, dimostra una notevole capacità di usare la lingua come materia per creare qualcosa che prima non c’era, non per ripetere ciò che tutti sanno, ma per dare vita ad una realtà poetica in cui tutti possono riconoscersi.

Lei, non inventa parole nuove ed eccezionali, ma consapevole com’è della ricchezza culturale e sociale della lingua, scava abilmente nelle parole comuni, accostandole e dando loro un ritmo, un senso, in modo inaspettato.

Levigate dal tempo, appassionate, le sue poesie che siano d’amore o d’amicizia, ci raggiungono con l’evidenza di una vera e propria pulsione, formando un singolare codice di sentimenti ed emozioni in cui viene a riconoscersi ogni più remota forma di esperienza, tra gioie e dolori, nel significato profondo dell’esistenza, come in un gioco di specchi che narra di speranze mai sopite, incanti e disincanti.

Sì, perché è all’esperienza sentimentale nelle sue infinite sfumature che in forma limpida ed allusiva si affida, da sempre, il compito di sostenere l’ambiguità del reale o di correggere le chiarezze troppo accecanti della casualità.

Quando leggo per la prima volta il libro della mia amica poetessa salentina, appassionata di letteratura, anche se i suoi studi vengono indirizzati su materie giuridiche-economiche, mi accorgo che esco da me stessa per rientrarvi ad ogni istante seguente, dopo essermi collocata all’interno del suo mondo che prendendo vita autonoma diviene altro da colei che l’ha scritto. Infatti, dopo aver penetrato quel pensiero, quell’emozione e quella narrazione, rivesto i miei panni accorgendomi di essere, svegliata e strappata dal torpore della routine quotidiana, arricchita.

Anna Leo

Se c’interrogassimo su cosa è un libro si potrebbe tranquillamente rispondere che è una lettera scritta da uno qualsiasi di noi ad un destinatario sconosciuto che rimarrà estraneo, fino a quando non s’impossesserà di quel nostro percorso di vita raccontato.

Da quell’istante in poi quella narrazione, unirà le persone, confondendo la nostra coscienza e sensibilità, unendo il nostro comprendere in un “ noi” interiore che può sempre legarci, appartenendoci!

Ai margini dell’anima, è una silloge poetica, finemente rilegata e di facile lettura, edita da edizioni esperidi, con la singolare copertina Il villaggio dei filosofi (2014), di Lorenzo Polimeno, la cui prefazione è a cura di Claudio Casalini.

Stella, mia unica stella/ Stella,/ mia unica stella./ Nella povertà della notte, sola,/ per me, solo, rifulgi,/ nella mia solitudine rifulgi,/ ma, per me, Stella/ che mai non finirai d’illuminare/ un tempo ti è concesso troppo breve,/ mi elargisci una luce/ che la disperazione in me non fa che acuire.” – Giuseppe Ungaretti

Concludo questa mia appassionata recensione, con la poesia Il mio oltre (a Claudia e Francesco), dove il binomio perfetto donna e madre, è un unico e sublime inno alla vita ed all’amore.

E poi ci sono quegli amori…/ Quelli che sono solo tuoi./ Quelli che ti accarezzano/ in silenzio/ quelli dal sorriso immenso./ Quelli il cui pensiero/ porta lontano pene e delusioni./ Quelli che vorresti sempre accanto,/ quelli che oltrepassano sé stessa/ quelli che rimangono/ oltre il tuo tramonto./ Quelli dal color di seta/ e dall’odor di borotalco.” – Anna Leo

 

Written by Mariagrazia Toscano