Pubblicato il

“Io che amo solo me”, a cura di Ramona Parenzan e Marina Sorina: tante donne in viaggio verso se stesse

La strada per Babilonia è una nuova realtà editoriale, nata dall’esperienza di Milena Edizioni e dell’associazione culturale Destinazione libri. Ha una vocazione specifica per la narrativa contemporanea, rivolta sia agli adulti che ai ragazzi, con un occhio di riguardo per la pubblicazione di autori esordienti. Tra le sue recenti pubblicazioni ho letto, dalla collana Narrativa illustrata, Io che amo solo me. Racconti al femminile sull’uomo lota.

Io che amo solo me

Il testo, di 128 pagine, è stato curato dal Ramona Parenzan, di origini bergamasche e residente a Brescia, laureata in Filosofia, curatrice di testi sull’interculturalità e docente d’Italiano come seconda lingua, e da Marina Sorina, di origini ucraine ma ormai da tempo residente a Verona, dove ha conseguito il Dottorato in Lingue e letterature straniere.

Si tratta di un’opera collettiva, dodici racconti narrati da undici autrici, di origini differenti, ma unite dall’aver dato voce a storie vere che hanno come tema l’esperienza dell’incontro, spesso deleterio, con un tipo d’uomo, definito spregiativamente lota, non vero uomo dunque, ma essere spregevole e dannoso, da cui, per vari motivi, è difficile staccarsi, liberarsi.

I testi di Luiza Dinica Diculescu, Sandamali Davì, Ramona Parenzan, Ana Patricia Mc’ Kinney, Mighena Proi, Tatiana Mora, Priya Brignoli, Farwa Umma, Amazona Hajdaraj, Giulia Bacchi, Marina Sorina, sono accompagnati dalle belle e colorate illustrazioni, appositamente realizzate da Laura Zani, Fiammetta Segala, Giulia Bacchi, Valentina Brostean, Luisa Lombardi, Luisa Valenti.

È un incontro di voci, di esperienze, un utile confronto e un messaggio rivolto in primis alle donne, ma diretto anche agli uomini perché possano meglio capire l’universo femminile, le dinamiche dei rapporti di coppia e le deviazioni delle relazioni che spesso sono malate e ammorbano, rovinandola, la vita di molte donne.

Il testo è scritto per dire, ancora una volta, a tutte, che queste esperienze dolorose sono molto più frequenti di quanto si creda e che bisogna imparare a riconoscerle, a trovare le strade per uscirne e, soprattutto, per non incappare in altri uomini e rapporti così squilibrati e perversi.

Due universi si incontrano e si scontrano: da un lato quello femminile che, nelle sue diverse sfumature caratteriali e culturali, si trova pur sempre a essere vittima, ora del fascino ora della costrizione e forza bruta, culturale e/o fisica, che le obbliga dentro un rapporto fatto di aberrazioni. L’uomo lota (termine dispregiativo napoletano) è generalmente un narcisista, egoista, egocentrico. Spesso pure un opportunista e sfruttatore.

Ramona Parenzan – Marina Sorina

Comunque il rapporto, solo per brevi periodi, e non sempre, è soddisfacente per entrambi; alla base un sogno d’amore, un’illusione di corrispondenza, di appagamento. Poi la maschera cade e la lota si rivela per quello che realmente è, indifferente, anaffettivo, possessivo carnalmente, salvo gettare via la propria bambola quando se ne stanca o è d’intralcio, vanesio e cultore di sé, ma del tutto irrispettoso dell’altrui persona, nel corpo, nella mente, nelle aspirazioni, nell’impossibilità di un dialogo che diviene ben presto monologo.

Il noi lascia presto il posto a un ego malato e distruttivo che annienta nella donna la percezione del proprio valore e delle reali qualità e prospettive possedute.

Scrittrici e illustratrici si sono unite per raccontare alle altre donne che si può riuscire vincitrici da queste tristi storie, si può riprendere in mano la propria vita, e ognuna lo fa in modo differente, ma solo attraverso una riappropriazione di sé. Prima di ricominciare a amare altri uomini, ogni donna ha il diritto e il dovere di amare se stessa e questa è la strada che le nostre scrittrici vogliono suggerire, attraverso i loro racconti esemplari.

 

Written by Katia Debora Melis

 

Pubblicato il

“Dal proprio nido alla vita” di Fabio Strinati: un poemetto tra sogno e realtà

Fabio Strinati. Trentaquattrenne autore nativo di San Severino Marche (MC), fin dall’infanzia ha coltivato la sua grande passione per la musica, suonando il pianoforte sotto la guida di importanti maestri, tra i quali, Fabrizio Ottavucci.

Dal proprio nido alla vita

Da qualche anno si è affacciato al mondo della poesia in maniera attiva, originale e sperimentale, pubblicando, sempre attraverso Il Foglio letterario, Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo (2014), Un’allodola ai bordi del pozzo (2015) e, da ultimo, Dal proprio nido alla vita, uscito nel 2016, con la prefazione di Gordiano Lupi, editore, scrittore e traduttore. Proprio sulla nuova opera di Strinati nascono queste mie note di lettura che condivido oggi coi lettori di Oubliette Magazine.

La genesi del libello Dal proprio nido alla vita, collana I Tascabili di EIF, viene dichiarata in prefazione da Gordiano Lupi e, in stralcio dalla prefazione, anche in quarta di copertina, per poi essere ribadita dall’Autore stesso in apertura dell’opera, un “Poemetto ispirato interamente e totalmente a Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi”.

Anche qui, come in Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi, numerose fotografie in bianco e nero, anche un animale che assurge a simbolo di umane velleità e possibilità, non compiute: lì il gabbiano, qua la rondine.

Dolenti tematiche esistenziali sono comuni, certo, sebbene trattate con differenti modalità, sensibilità e maturità letterarie.

La lettura è, a volte, faticosa, per il ritmo rotto, continuamente franto dalle virgole che, sempre, separano soggetto e verbo, talora oggetto e predicato verbale. Si ha l’impressione di una continua oscillazione di stati d’animo che seguono una tensione continua tra l’orizzonte della fanciullezza e dell’adultità, che sfocia nell’impressione di un suo troppo rapido superamento in una vecchiaia interiore pesante e soffocante.

Tale senso d’indecisione, indefinitezza e insoddisfazione è palese nelle infinite occorrenze dei puntini di sospensione, presenti in ogni pagina, a volte in  numero di tre, altre volte addirittura quattro.

Siamo di fronte a un difficile e doloroso percorso di crescita, di maturazione, attraverso un viaggio personale (“scrivere su carta la mia anima” è ciò che il poeta dichiara di voler fare) che utilizza la scrittura come mezzo per approfondire la conoscenza di sé, esorcizzare le proprie paure, focalizzare passioni, sogni e speranza.

Fabio Strinati

Difficile stare dentro il ritmo/non-ritmo fatto quasi di singulti, rimpianti, dolorose visioni a metà tra il ricordo, il sogno e veglia. Come tenere, allora, il filo del discorso di questo breve poemetto, che ci pare più vicino all’andamento prosastico di un flusso ininterrotto di coscienza che a un dire di tipo lirico, se questo è inteso in modo tradizionale?

L’autore ricuce i vari quadri ricorrendo alle ripetizioni anaforiche, che divengono quasi parossistiche in alcuni tratti, atte a fungere da anello di congiunzione tra ciò che è stato, che è e ciò che costituisce l’orizzonte dei sogni: un anelito al volo e alla poesia come terapia dalla vita dura e crudele, con uno sguardo e un orecchio sempre tesi alla Natura, bella, forte, accogliente, consolante, a volte, comunque giusta.

“Le persone si muovono nel tempo” e tutto è un susseguirsi di stagioni – delle quali più bella e desiderabile appare la Primavera – e dalla fanciullezza alla maturità è un solo passo. Da qui uno scollamento una sensazione di inadeguatezza, un sentirsi “strano, perso, spaesato” spesso inseguito dai ricordi ficcanti e dolorosi.

È la presa d’atto del “definitivo passaggio tra una giovinezza ormai perduta, e un dolore acquisito”, ma non è certo la fine di questo viaggio sulle ali del vento.

 

Written by Katia Debora Melis

 

Pubblicato il

“Blatte”, secondo singolo estratto dall’album “Pulviscolo” di Colombre: il videoclip feat Iosonouncane

Con questo freddo che mi hai messo addosso/ non mi riconosco/ hai tirato fuori proprio il peggio/ credevo di potermi fidare/ mentire ti riesce bene/ non eri tu che volevi un amico/ che fosse con te almeno sincero/[…]” – “Blatte

 

Blatte - Colombre

È uscito il 24 febbraio 2017 il secondo estratto dell’album “Pulviscolo” di Colombre: “Blatte”, progetto che inaugura l’esperienza da solista di Giovanni Imparato (voce, chitarra e autore dei brani della band indie-pop Chewingum e co-produttore del disco “Sassi” di Maria Antonietta) in uscita il 17 marzo 2017 per l’etichetta Bravo Dischi.

Primi piani strettissimi, movimenti disordinati, interno giorno in un ristorante cinese di Milano, triste quotidianità dei gesti esteriori e interiori.

Cantata insieme a Iosonouncane, fra cori à la Alicia Keys e un attacco che ricorda suoni e atmosfere di un brano di Mina, “Blatte” è una canzone sulla delusione di fronte all’ipocrisia umana. Su un testo diretto, a tratti rude, ai limiti dell’animo punk, il nuovo video di Colombre mette in scena uno sguardo sui corpi che ricorda le opere di Nicholas Nixon, il suo modo di descrivere la malinconia degli individui nei paesaggi urbani. Più che raccontare una storia vera e propria, il video di “Blatte” restituisce in forma evocativa sentimenti interiori ben precisi: l’indifferenza, il disgusto, lo smarrimento, l’ossessione, la lontananza.

Un montaggio che gioca sulla frammentazione delle azioni e crea un senso di vertiginoso gorgo: continui a vivere la tua vita, a fare il tuo lavoro, a stare in mezzo agli altri e intanto, in testa, pensi solo a quello, con sempre maggiore disordine.

Colombre

Il video “Blatte” è stato diretto dal fotografo e videomaker Alberto Gottardo, autore tra le altre cose di “Follow the paintings”, documentario sul mercato nero delle opere d’arte. Tra gli artisti che ha fotografato e ripreso nella sua carriera ci sono Verdena, Iosonouncane, Maria Antonietta, Nina Zilli, Malika Ayane.

Non provo nulla per te perché sputi solo odio/ non provo più nulla per te perché/ solo a pensarti ho il vomito// Forse non ti avrò mai capito/ ma ho pensato/ che le blatte si nascondono in casa tra i panni sporchi/ e aspettano il buio” – “Blatte

Circa un mese fa, il 27 gennaio, è andato online il primo brano dell’omonimo album “Pulviscolo” che racconta la voglia di lasciarsi alle spalle il passato, dell’impossibilità di tornare sulle decisioni ormai prese e della scelta di ripartire verso “un nuovo mattino”.

Un brano aperto dalle melodie prepotentemente pop, nel senso più nobile del termine, dove un organo in detune dall’effetto straniante sembra quasi sorreggere delicatamente le nostre fragilità, insicurezze e volontà. Una scrittura diretta e asciutta, senza giri di parole, che rivela la necessità e l’urgenza di raccontare la propria intimità. Il brano è accompagnato da un video minimale nato da un’idea di Letizia Cesarini, aka Maria Antonietta, che ne firma la regia: un piano sequenza girato in una spiaggia deserta, davanti al mare d’inverno e con le nuvole all’orizzonte, che restituisce in forma di poesia visiva la sensazione di sospensione, quello stato che caratterizza le particelle aggregate in un pulviscolo, appunto.

Ho buttato via un sacco di tempo/ perché credevo fossimo simili./ Se ci penso bene è uno spreco immenso/ se poi doveva andare così.// La polvere che ho masticato/ ho ancora tra i denti i pulviscoli/ e troppi giorni ho passato/ tra l’indolenza e le solitudini.” – “Pulviscolo

Pulviscolo - Colombre

Il nome Colombre è un omaggio al racconto di Dino Buzzati (Il Colombre), una favola moderna, protagonisti un marinaio e un mostro marino, che parla dell’incapacità di affrontare le proprie paure, di tuffarsi nelle ignote profondità del mare per scoprire cosa ci lega all’immobilità. Ma con questo progetto Imparato dimostra di accettare la sfida e lanciarsi, da solo, in una nuova avventura.

E così il mare di Colombre è sì agitato, ma limpido.Mi son tagliato molto i capelli/ davanti lo specchio/ e mentre cadevano/ restavo immobile/ e c’è voluto poco o niente/ per ritrovarmi da solo/ in un nuovo mattino/ non posso più tornare indietro/ ho deciso di scegliere” canta l’autore di Senigallia.

Senza troppe nostalgie e con un respiro più internazionale Colombre, fra le tante suggestioni, rimanda ad echi legati alla nuova scena cantautoriale anglo-americana o come qualcuno l’ha già definito: un Mac DeMarco in Hi-Fi.

 

Colombre è Giovanni Imparato. Ha trascorso gli ultimi anni scrivendo e arrangiando i suoi brani pubblicandoli con la band Chewingum. Due dischi un Ep e centinaia di concerti in Italia ed Europa. L’ultimo disco “Nilo” (Garrincha dischi 2012) ha ricevuto attenzione e consenso da moltissimi media cartacei, web e radio (Radio 2, per le trasmissioni Caterpillar, Ottovolante, Radio 1, Rumore, Blow up, Rockerilla Rockit ecc.) Nel 2012 comincia una collaborazione con la cantautrice Maria Antonietta e ne co- produce il disco “Sassi” del 2014 e l’Ep “Maria Antonietta Loves Chewigum” del 2015 accompagnandola live alle chitarre e agli organi dal 2013. Nell’estate del 2016 comincia a registrare Pulviscolo, il primo lavoro in solitaria con il nome Colombre in uscita per Bravo Dischi a Marzo 2017.

 

Credits video “Blatte”

Regia/fotografia Alberto Gottardo

Prodotto da Somewhere Studio

1 AD Simone Mozi Birolini

Executive producer Marta Guggiari

Line producer Freddie Chin

Un ringraziamento speciale a Olivia Li e a Il Pinguino Blu di Hu Mo Jing

 

TOUR DI “PULVISCOLO”

18 marzo Roma, Le Mura

24 marzo Fucecchio (Fi), La Limonaia

31 marzo Trento, Bookique

1 aprile Udine, Rock Bar 60

7 aprile Foligno (Pg), Supersonic

8 aprile Carpi (Mo), Mattatoio

14 aprile Lunano (Pu), Enoteca di Lunano

15 aprile Milano, Ohibò

21 aprile Bassano Romano (Vt), La casa di Emme

28 aprile Bologna, Covo Club

 

 

Info

Facebook Colombre

 

Pubblicato il

VI Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” – bando di partecipazione

L’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, con il Patrocinio della Regione Marche, della Provincia di Ancona e del Comune di Jesi, con la gradita collaborazione della Associazione Culturale Le Ragunanze di Roma, della Associazione Verbumlandi-Art di Galatone (LE) e della Associazione CentroInsieme Onlus di Napoli, bandisce la VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” regolamentata dal presente bando.

L'arte in versi

Art. 1 – Sezioni

Sez. A – poesia in lingua italiana

Sez. B – poesia in dialetto (accompagnata da traduzione in italiano)

Sez. C – haiku

Sez. D – critica poetica

 

Art. 2 – Esclusività

Le opere presentate a concorso dovranno essere inedite pena l’esclusione.

Per inedito si intende che il testo non è mai apparso in precedenza in un libro stampato in cartaceo o in digitale dotato di codice identificativo ISBN e parimenti in nessuna rivista cartacea o digitale dotata di codice ISSN. Poesie pubblicate ed apparse su siti personali, blog, pagine di Social e Facebook sono da intendersi inedite.

Le opere presentate non dovranno aver ottenuto un 1°, 2° o 3° premio in un precedente concorso, pena l’esclusione.

È fatto divieto ai soci fondatori ed onorari della Associazione Culturale Euterpe di prendere parte al concorso, pena l’esclusione.

 

Art. 3 – Minori

I minorenni possono partecipare al premio ma è necessario che la scheda dati venga firmata in calce da un genitore o da un adulto che ne ha la potestà indicando tra parentesi, in maiuscoletto, il grado di parentela o il legame al minore.

 

Art. 4 – Stranieri

Gli stranieri che vivono all’estero partecipano gratuitamente al premio.

 

Art. 5 – Requisiti

VI L'arte in versi - Concorso di poesia

È possibile partecipare a una o più sezioni.

Alla sezione A si partecipa con un massimo di 3 poesie in lingua italiana a tema libero che non dovranno superare il limite di 30 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica né gli spazi bianchi).

Alla sezione B si partecipa con un massimo di 3 poesie in dialetto a tema libero comprensive di traduzione in italiano che non dovranno superare il limite di 30 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica né gli spazi bianchi).

Alla sezione C si partecipa con un massimo di 3 haiku (5-7-5 sillabe) in lingua italiana.

Alla sezione D si partecipa con un testo critico su un’opera poetica, una silloge, un libro o una poesia singola nella forma di critica letteraria, recensione, analisti testuale o studio di approfondimento. Tale testo non dovrà superare 4 cartelle editoriali pari a 7.200 battute spazi compresi (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica, né la bibliografia).

 

Art. 6 – Contributo

Per prendere parte al Premio è richiesto il contributo di € 10,00 a sezione a copertura delle spese organizzative. È possibile partecipare a più sezioni corrispondendo il relativo contributo indicato.

Bollettino postale: CC n° 1032645697

Intestato ad Associazione Culturale Euterpe    –    Causale: VI Premio “L’arte in versi”

Bonifico: IBAN:   IT31H0760102600001032645697

Intestato ad Associazione Culturale Euterpe    –    Causale: VI Premio “L’arte in versi”.

Contanti: Nel caso si invii il materiale per posta tradizionale, la quota di partecipazione potrà essere inserita in contanti all’interno del plico di invio.

Gli associati della Associazione Culturale Euterpe regolarmente iscritti all’anno di riferimento (2017) hanno diritto ad uno sconto del contributo pari al 50% per sezione.

Per i partecipanti che vivono all’estero la partecipazione è gratuita.

 

Art. 7 – Scadenza e modalità di invio

Il partecipante deve inviare entro e non oltre il 15 maggio 2017 alla mail arteinversi@gmail.com il seguente materiale:

–                     Le poesie/la critica poetica anonima in formato Word (.doc o .docx), ciascuno su un file distinto

–                     La scheda di partecipazione appositamente compilata in ogni sua parte

–                     La ricevuta del versamento

In alternativa, l’invio di detto materiale potrà essere effettuato in cartaceo (per la scadenza fa fede il timbro postale di invio), e dovrà essere inviato a:

VI Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”

Associazione Culturale Euterpe

c/o Dott. Lorenzo Spurio

Via Toscana 3

60035 – Jesi (An)

 

La segreteria del Premio notificherà a mezzo mail la ricezione dei materiali e la corretta iscrizione al concorso.

 

Art. 8 – Esclusione

  1. Saranno esclusi dalla Segreteria tutti quei testi che non siano conformi alle indicazioni contenute nel presente bando e in maniera particolare i testi che riportino il nome, il cognome, il soprannome dell’autore o altri segni di riconoscimento e di possibile attribuzione dell’opera.
  2. Saranno esclusi tutti quei testi che non rispettino i limiti di lunghezza indicati.
  3. Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, xenofobi, denigratori, pornografici, blasfemi, di offesa alla morale e al senso civico, d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo o che fungano da proclami partitici e politici.

 

Art. 9 – Commissione di Giuria

La Giuria è composta da varie commissioni designate dal Presidente del Premio a rappresentare le varie sezioni a concorso di cui verrà data conto della composizione in sede di premiazione.

 

Art. 10 – Premi

Verranno premiati i primi tre vincitori per ciascuna sezione. I premi consisteranno in:

Primo premio: targa, diploma con motivazione, tessera socio Ass. Euterpe anno 2018 e 150€

Secondo premio: targa, diploma con motivazione e 100€

Terzo premio: targa  e diploma con motivazione.

La Giuria procederà a individuare per opere particolarmente meritorie non entrate nel podio ulteriori premi che saranno indicati quali “Menzione d’Onore” e “Segnalati dalla Giuria” e attribuirà altresì il Premio Speciale del Presidente di Giuria, il Trofeo “Euterpe”, il Premio alla Carriera Poetica, il Premio alla Memoria e i premi gentilmente offerti da associazioni amiche che appoggiano il Premio: Premio Speciale “Le Ragunanze” offerto dall’Associazione di Promozione Sociale Le Ragunanze di Roma presieduta da Michela Zanarella, il Premio Speciale “Verbumlandi-Art” offerto dalla Associazione Verbumlandi-Art di Galatone (LE) presieduta da Regina Resta e il Premio Speciale “Centro Insieme” offerto dall’Associazione CentroInsieme Onlus di Scampia (NA) presieduta da Vincenzo Monfregola.

Nel caso in cui non sarà pervenuta una quantità di testi congrua o significativa per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito, l’Associazione Culturale Euterpe si riserva di non attribuire determinati premi.

Tutti i testi risultati vincitori verranno pubblicati nella antologia del Premio.

 

Art. 11  – Premiazione

La cerimonia di premiazione si terrà a Jesi (AN) in un fine settimana di novembre 2017. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso le indicazioni circa la data e il luogo della premiazione.

I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio o per mezzo di un delegato. In caso di delega questa va annunciata a mezzo mail almeno una settimana prima della cerimonia all’attenzione del Presidente del Premio.

Il delegato avrà diritto a ricevere il premio, ma non il premio in denaro che verrà consegnato solamente al legittimo vincitore.

I premi non ritirati non verranno spediti a domicilio e rimarranno all’Associazione che li impiegherà in successive edizioni.

Si ribadisce che nessun premio in denaro verrà consegnato a persone diverse dal legittimo vincitore.

 

Art. 12 – Privacy e ultime

Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente Legge 675/1996 i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi.

Il presente bando di partecipazione consta di dodici articoli, compreso il presente. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

 

Lorenzo Spurio – Presidente del Premio / Presidente Ass. Euterpe

Susanna Polimanti – Presidente di Giuria

Elvio Angeletti – Segretario

 

Info:

Sito Associazione Culturale Euterpe

Sito Segreteria Premio “L’arte in versi”

 

Pubblicato il

Intervista di Katia Debora Melis a Lorenzo Spurio e la sua attività letteraria di saggistica, narrativa, poesia

“Credo che la critica letteraria sia il mio interesse maggiore perché per natura sono una persona curiosa e che ha la dote – posso dirlo senza presunzione – dell’osservazione.”Lorenzo Spurio 

Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio, jesino, è ormai ampiamente noto nell’ambiente letterario non solo marchigiano e toscano, dove più spesso ha direttamente operato, ma anche in quello nazionale, come apprezzato critico letterario, esperto recensionista e articolista, ma anche come autore di saggistica, narrativa breve, poesia.

Oggi abbiamo l’occasione di conoscerlo meglio e di porgli qualche domanda sulla sua attività letteraria e sul panorama culturale attuale. Buona lettura!

 

K.D.M.: Come autore hai già toccato le varie modalità espressive della saggistica, della critica letteraria, della narrativa e della poesia: quale di queste forme espressive ti ha dato finora la migliore occasione di esprimere te stesso, come uomo e come autore?

Lorenzo Spurio: Credo che la critica letteraria sia il mio interesse maggiore perché per natura sono una persona curiosa e che ha la dote – posso dirlo senza presunzione – dell’osservazione. La mia è una continua ricerca di temi, stilemi, forme, elementi in comune tra opere letterarie che richiamano sensibilità e presuppongono uno studio sistematico ed approfondito di carattere esegetico. Probabilmente, però, è la narrativa breve che mi ha permesso una maggiore possibilità di evasione con la scrittura, dandomi l’accesso a mondi che, se non è possibile definire propriamente irreali, lambiscono il surreale consentendo al narratore di viaggiare in scenari altri, grazie ad abbondanti dosi di creatività.

 

K.D.M.: Agli stessi vari generi che tu hai trattato come autore hai dato pure spazio sulla rivista Euterpe. Ci parleresti di questo aperiodico?

Lorenzo Spurio: La rivista Euterpe è un aperiodico. Questo significa che non ha uscite regolamentate annualmente secondo una periodicità fissa, infatti in alcuni anni sono usciti tre numeri, in altri quattro o addirittura cinque. Ad ogni modo la rivista è nata nell’ottobre del 2011 sull’onda di una suggestione provata verso alcune piccole riviste online di cultura con le quali in quel periodo collaboravo esternamente. È stata una sorta di sfida… abbiamo iniziato in pochissimi con questo progetto e pian piano ci siamo dati delle piccole “regole”. La caratteristica principale è quella di fornire per ciascun numero un tema, un titolo di riferimento, al quale è richiesto di rifarsi. Questo sia perché la rivista è pensata come un momento di vero e proprio dibattito su un dato tema ad intendere dunque i vari contribuiti come interventi dei vari contributors, sia perché questo consenta di fornire al lettore un prodotto culturale più organico. Essendo una rivista di letteratura essa dà spazio a tutti i vari generi canonici della letteratura: dalla poesia (anche in dialetto o in lingua straniera, con traduzione) al racconto, al saggio, alla recensione di libri. Ad arricchire i contenuti sono le interviste, le foto di vari collaboratori ed una significativa sezione di segnalazioni di eventi, incontri, bandi di concorsi letterari, etc. Confesso che da quando è nata, ormai cinque anni fa, la rivista è cresciuta molto: non solo in termini quantitativi e dunque di partecipazione attiva (essa conta collaboratori da tutta Italia e anche dall’estero) ma anche per la pregiata qualità e ricchezza contenutistica dei materiali che vengono proposti che non di rado impongono alla Redazione letture e riletture continue al fine di una cauta e decisa selezione.

 

K.D.M.: Di recente sei stato tra i soci fondatori di una nuova Associazione culturale, denominata Euterpe, come la rivista che dirigi. Ci sono punti di contatto tra le due esperienze?

Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio: L’Associazione Culturale Euterpe fondata nel marzo scorso è nata con l’idea di dare un “marchio” codificato a una serie di attività ed eventi nel corso del tempo portati avanti, spesso in collaborazione con altri enti od associazioni. La rivista Euterpe è solo una delle tante attività che essa porta avanti e dunque l’Associazione potremmo definirla come un “grande contenitore” di iniziative culturali, letterarie ed artistiche che vengono portate avanti a livello regionale (Marche) e nazionale. Come la rivista, l’Associazione è una realtà no profit che ha a cuore la cultura a 360° e si impegna a porre in essere tutte quelle iniziative culturali ed artistiche che permettano di assolvere la funzione sociale di maturazione, crescita umana e civile attraverso l’ideale dell’educazione permanente, promuovendo una maggiore consapevolezza dei cittadini sul valore sociale e civile dell’arte, puntando sul recupero di una dimensione integrata tra soggetto e società.

 

K.D.M.: Perché un’altra associazione culturale quando ne nascono tante ogni giorno in un Paese che sembra sempre più distratto, insensibile e lontano dal valore che la Cultura rappresenta?

Lorenzo Spurio: È vero, ci sono tante associazioni. Nascono come i funghi, un po’ come i concorsi letterari. Ma ce ne sono molte che sono praticamente inattive: esistono sulla carta e poi, vuoi per la mancanza di impegno, per la disattenzione o perché il direttivo è fatto di gente anziana e non si è mai rinnovato, di fatto sono praticamente morte nella vita sociale. Nel corso degli ultimi anni ho sempre collaborato con associazioni a carattere nazionale nella gestione ed organizzazioni di eventi e concorsi in qualità di socio fondatore o comunque di socio ordinario, ma essere presidente di una propria Associazione è tutt’altra cosa. Comporta oneri ed onori ma è anche il motivo fondamentale per sentirsi ancor più impegnato a fare del bene e proporre sane iniziative che possano ricevere consenso. L’Associazione Euterpe, pur avendo il Consiglio Direttivo composto da soci marchigiani, è una associazione nazionale (non ha la velleità di esserlo, lo è già!) proprio grazie al grande lavoro di promozione e diffusione della cultura fatto in questi cinque anni dalla rivista Euterpe che, se vogliamo, può essere considerata la sua “apripista”. L’Associazione in particolare, al di là della rivista, è organizzatrice di due premi letterari nazionali: il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” giunto quest’anno alla quinta edizione, che assegna annualmente anche Premi alla Cultura e Premi alla Memoria a insigni esponenti del panorama poetico italiano ed il nuovo Premio Nazionale “Novella Torregiani” – Poesia ed Arti Figurative che verrà bandito ad ottobre prossimo, intitolato alla memoria della poetessa porto recanatese Novella Torregiani Grilli, personalità di spicco della poesia popolare e stimata organizzatrice culturale.

 

K.D.M.: Hai investito molto tempo, impegno ed energia sul versante degli studi critici della Letteratura contemporanea internazionale e nazionale. Un percorso difficile quello intrapreso: cosa consiglieresti a chi si volesse affacciare al mondo della critica letteraria?

Lorenzo Spurio: La critica letteraria non può inventarsi né può nascere in quattro e quattr’otto ma è il frutto di anni di studi, ricerche e soprattutto è possibile in chi è predisposto a un certo tipo di approccio verso le scienze umane. Non tutti coloro che amano la letteratura infatti sono critici letterari. Al contrario è un dato incontrovertibile che tutti i critici letterari amano la letteratura. Difficile dare un consiglio a chi intende intraprendere un percorso del genere perché in effetti il futuro critico non vive con l’idea di volerlo diventarlo, ma scopre nel tempo di esserlo. Esiste poi un discorso più ampio che per motivi di spazio qui non è possibile fare, ossia quello che vede contrapposta la critica ufficiale, ossia accademica, prodotta in ambiti di alto livello universitario (fatta, dunque, da docenti) e quella non ufficiale, fatta da critici niente affatto inferiori ai primi ma che, non frequentando un dato ambiente intellettuale di ampio respiro e di collegamento anche con centri di cultura, istituzioni estere, etc, viene spesso stigmatizzata o comunque non tenuta di gran conto. C’è dunque spesso una sorta di pregiudizio nei confronti di saggisti e critici letterari (più o meno giovani) che dedicano il loro tempo e la loro professionalità (sebbene non sia per loro una professione) alla critica letteraria che li porta ad essere considerati minori, ininfluenti o “figli” di qualcun altro. Si tratta del solito discorso dicotomico tutto italiano tra meritocrazia e aristocrazia intellettuale (la baronia universitaria, in particolare). Anche nella critica letteraria sussiste, purtroppo. Per rispondere la domanda che poni –e scusami per le lungaggini- dovrei direi che non esiste nessun buon consiglio che un critico possa dare a una persona che intende intraprendere un percorso analogo. Saranno la sensibilità intellettuale, la perspicacia, la sua passione per l’indagine e l’insaziabile esigenza di approfondimento a dettare i motivi, o le ragioni, che predispongono la persona ad un percorso esegetico dei testi. Il critico è un amante delle Lettere che rifiuta l’interpretazione unica –dominante o no- che si ha su un dato autore od opera e che va alla ricerca di legami, forme comunicative, linguaggi reconditi, analogie difficili all’interno del panorama culturale. Il critico compie un percorso di riflessione e di investigazione della realtà. Le sue perlustrazioni irrobustiscono il suo tragitto di viandante nella coscienza, accentuando la necessità di travalicare il limite e di permettere una più proficua riappropriazione dei quesiti esistenziali più ampi.

 

K.D.M.: Come autore di numerose recensioni, note critiche, prefazioni a opere sia di narrativa che di saggistica e poesia, che idea ti sei fatto della Letteratura italiana contemporanea?

Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio: La letteratura italiana contemporanea (ma potremmo dire anche quella europea, con piccoli e tenui distinguo) propone uno scenario complicato e assai vasto di esperienze di scrittura dove non è più il testo scritto a dominare piuttosto è la sua forma di rappresentazione, la performance, la gestualità di un brano, la capacità di un testo di poter avere una molteplice potenzialità rappresentativa. In poesia il fenomeno del poetry-slam sembra dominare nettamente sulle altre attività di promozione della poesia rappresentate dagli spesso noiosi e affollati recital o reading che dir si voglia. La letteratura contemporanea è un universo di cifre, neologismi, etichette che rimandano ad altro, sigle e la sua base non ha più un fondamento di tipo comune o classico bensì si struttura a partire da commistioni curiose e spesso stridenti a tutti i livelli, nell’adozione di un linguaggio che è quello sociale, d’uso nel quotidiano, ma che a sua volta ne abbruttisce ancor più i rapporti e le relazioni umane. La letteratura contemporanea, figlia del tanto discusso postmoderno, un’età che in realtà non esiste se non siamo in grado di percepirla tale, vive negli strascichi di un clima sociale ed ideologico fatto di fratture e asti sottaciuti. L’autocelebrazione e il divismo della marchettara starlette di turno in qualche romanzo fastidioso dalla copertina infingarda di un buonismo civettuolo e infame fanno boom di vendite nelle librerie mentre l’oculato e sostanzioso lavoro di vere penne (che darebbero lustro al Paese) è destinato o all’aborto letterario (l’impossibilità di stampare un libro a proprie spese per chi non può permetterselo è come una morte annunciata di una progenie viva idealmente ma morta nel concreto) oppure all’istantaneo oblio (l’opera o l’autore vengono dimenticati ben prima di aver avuto l’occasione per poter essere conosciuti da un pubblico più o meno ampio). Trovo che questa divaricazione, qui espressa forse nel modo più becero, sia solo uno dei modi per poter dire che la letteratura contemporanea, nel miscuglio di produzioni editoriali di ogni tipo, ha senz’altro del buono, ma va ricercato. Allo stesso tempo è bene sapere che il buono non è sempre appannaggio dei grandi marchi editoriali, anzi, l’esatto contrario. La media e micro editoria che persegue questo lavoro animata da un vero e proprio amore nei confronti della cultura è –probabilmente- la più grande dispensatrice di autori ed opere di interesse, di livello ma –purtroppo- di scarsa diffusione e di improbabile successo.

 

K.D.M.: Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers? Ti è mai stato proposto di scrivere libri per altri o hai conosciuto dei ghost writers?

Lorenzo Spurio: Penso che simili figure non rendono un buon servizio alla cultura. Il fenomeno che tu citi è uno delle più chiare manifestazioni di come la letteratura non venga risparmiata dalla logica merceologica e di convenienza che è la base dell’economia in ciascun settore. Demandare a una persona x la scrittura di un dato libro (su commissione, quindi) che poi verrà pubblicato con il nome dell’autore y è un atto di profonda ipocrisia nei confronti dell’opinione pubblica. Provo pena per il potenziale lettore che spende acquistando il dato libro e che mai saprà dell’inganno. Si tratta di un tradimento in piena regola. Allora ci si potrebbe domandare “Ma cosa importa alla gente chi effettivamente ha scritto il libro? L’importante è che il libro sia buono ed interessante!”. Non mi sento di accogliere questo pensiero perché la letteratura è un processo di produzione che nasce e si sviluppa con la creatività. La creatività a sua volta esige libertà, istintività e la percezione intima del mondo, ingredienti che vengono annullati da una operazione di marketing improntata all’ottenimento del miglior prodotto al costo di qualsiasi (laido) stratagemma. Personalmente non ho avuto occasione di conoscere direttamente ghost writers; dico direttamente perché essendo presenze che si aggirano come spettri nel nostro ambiente, probabilmente mi sono passate attorno e non me ne sono neppure accorto.

 

K.D.M.: Cosa manca, a tuo avviso, ai nostri scrittori di oggi per eguagliare in intensità, potenza di penetrazione tra i lettori e durata nel tempo gli autori che hanno fatto grande la Letteratura italiana nel mondo?

Lorenzo Spurio: Io credo che non è possibile avere nella nostra contemporaneità figure assimilabili ai geni letterari dei secoli passati. Questo per un motivo molto semplice: da allora la società è cambiata in maniera impetuosa. I manuali di storia della letteratura ci narrano le esperienze artistiche e letterarie dividendole in secoli, periodi e scuole letterarie, cosa che oggi non è possibile fare. La contemporaneità –sia essa letteraria che di ogni altro ambito- ha la peculiarità di non poter essere circoscritta né definita mediante barriere. È anche vero che a partire dagli anni Ottanta sino ai nostri giorni che la letteratura è divenuta sempre più (e questo è un fatto estremamente positivo che non va neppure dimenticato) un codice espressivo democratico, vale a dire che grazie ad una serie di fattori (di cui la diffusione del fenomeno editoriale è forse una delle cause prorompenti) essa è diventata appannaggio di un pubblico più ampio, in termini concreti è diventata di tutti. Non solo in lettura –come è sempre stato- dove i borghesi e i meno abbienti alfabetizzati potevano conoscere il mondo del libro scritto, ma anche diventare essi stessi autori, rendersi cioè protagonisti di una esperienza libraria. Dico libraria perché è una realtà incontrovertibile che non sussiste una uguaglianza diretta libro = testo letterario. Tema che potrebbe fornire l’indagine a una discussione più ampia. Ciò che mi sento di dire è che la letteratura odierna può essere letta con la lente e il paragone alla letteratura antica, moderna o di qualche decennio prima per leggerne comparativamente temi, forme, stili, sensibilità, forme concettuali, e tanto altro ancora ma che questo tipo di lettura non deve mai essere viziato, cioè l’unico. La comparativistica che è strumento imprescindibile in determinati tipi di studi oggi molto coltivati non deve minacciare, infatti, una letteratura contemporanea imbevuta di temi fluidi e reali che trovano riflesso nella scrittura dalla società pulsante e confusa che l’uomo vive nel suo momento storico. È in questo senso che credo che non sia onesto –perlomeno non in toto- né lucido asserire che ciò che oggi viene prodotto è infimo o minore o peggiore di quello prodotto ieri, o che il pastiche tanto abusato riveli in fondo una mancanza di originalità che porta autori a ripercorrere strade già battute. Vittorio Sereni considerava la poesia come forma vivente e di sicuro non sbaglieremo ad allargare questa sua concezione all’intera letteratura. Come organismo la letteratura ha tutte le sembianze di un umano: nasce e cresce, si sviluppa adottando forme e atteggiamenti che ne caratterizzano la sua fisionomia, si popola di presenza, si smembra e fiorisce, a volte ristagna… addirittura invecchia, vedendo tramontare modelli, ma può anche incanalarsi in progetti di revisione che riattualizzano il vecchio rendendolo fruibile in una chiave diversa. Proprio come l’uomo che, morendo, lascia una grande eredità spirituale, morale e pedagogica ai cari, la letteratura del passato non è una scatola chiusa, ma è sempre lì ad illuminarci con bagliori, permettendo a quella nuova, che fluisce e si caratterizza da sé, di farne suoi gli speziati odori e i rimandi ineludibili.

 

K.D.M.: Qual è stato il più bel complimento che hai ricevuto finora per la tua scrittura e quale, se c’è stata, la più marcata critica?

Lorenzo Spurio: Posso dire che varie persone leggendo mie recensioni o note critiche per i loro volumi inediti mi hanno detto di essersi commossi per come, scrivendo, fossi riuscito non solo a sviscerare contenuti intimi delle loro opere –non palesi a un lettore qualunque- e di averne dato nelle mie critiche la giusta analisi scoprendosi alcuni meravigliati, altri addirittura allibiti o interdetti di come fossi riuscito a leggere loro stessi attraverso i loro libri. Di come la mia analisi fosse attendibile ai loro universi emozionali quasi da rappresentare una ecografia puntuale del loro vissuto. Per quanto concerne la peggior critica negativa ricevuta ad un testo scritto posso ricordare un avvenimento increscioso ed assai demotivante accaduto qualche anno fa quando mi venne chiesta una recensione per un romanzo che, dopo un periodo di tempo abbastanza lungo a causa della sua lunghezza, lessi e commentai. Nella recensione mostravo criticità nei confronti del romanzo documentando il mio punto di vista nonché relazionando incongruenze nella storia, prevedibilità e distorsioni illogiche anche nel tessuto temporale del narrato. Non scrissi “questo libro fa schifo” o “non comprate questo libro”, cosa che un critico mai dovrebbe permettersi di fare: semplicemente argomentai le ragioni per cui non lo trovavo un buon libro. Quando poi pubblicai la recensione su una rivista l’autore e il suo curatore editoriale non accettarono quanto avevo scritto e, dopo l’iniziale contatto nel quale mi avevano detto di aver chiesto a me la recensione perché molto mi stimavano etc., non mancarono di minacciarmi dicendo di toglierla immediatamente che, eventualmente, lo sgrammaticato autore del romanzo –uomo dalle amicizie influenti- non avrebbe fatto altro che stroncarmi dal punto di vista letterario e chissà che cos’altro. Siccome sono di natura tendenzialmente paciosa non intesi animare ulteriormente un diverbio aizzato e animato da persone sconsiderate, rimossi quella recensione. Alla fine, ripensandoci, capii che la mia penna doveva essere considerata talmente autorevole nel panorama della critica che quei signori non avrebbero accettato di vedere un commento talmente scettico su quell’opera. Interiorizzai l’accaduto –che al tempo mi scoraggiò anche- in questa maniera. Questo, però, per dire che la recensione non deve mai essere uno sfegatato encomio all’autore di turno o un panegirico farsesco verso un’opera che è sciatta e noiosa. Deve dar atto, con lucidità e fermezza di linguaggio, con un metodo critico obiettivo ciò che il testo rappresenta, senza esimersi da una valutazione sfiduciante e interrogativa verso le capacità e le reali intenzioni dell’autore.

 

K.D.M.: Che programmi hai nell’immediato, sia in relazione alla tua attività di scrittore che per quanto riguarda attività culturali ad ampio raggio che ti vedono sia come organizzatore degli eventi stessi che come ospite?

Lorenzo Spurio: In questo periodo di grande afa dove spesso ricorro al piacevole refrigerio delle acque del mio amato mare Adriatico, sto portando avanti -seppur lenta mentente- varie idee e progetti. In primo luogo sto completando la revisione di una serie di saggi sul teatro di Federico Garcia Lorca che, forse, vedranno la luce nei prossimi mesi. Mi piacerebbe poter presentare l’opera in contesti adatti nei quali si ha già conoscenza dell’opera voluminosa del poeta spagnolo al quale, tra l’altro, percependolo come un amico piuttosto che come un modello, ho appena dedicato una plaquette di liriche dal titolo “Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico Garcia Lorca”. Oltre ai saggi ho un numero consistente di testi di amici e di stimatori da leggere e recensire ed altri inediti da scriverne note critiche d’accompagnamento. Sono –come sempre- attività che necessitano di un giusto tempo e della necessaria calma per una sana riflessione; immagino che mi accompagneranno per le prossime settimane. Quale organizzatore di eventi stiamo elaborando un programma di date per incontri, presentazioni e conferenze di diversa natura con la Associazione Euterpe che terremo a partire da settembre prossimo con particolare attenzione a una conferenza sul futurismo nell’arte e nella letteratura. Ad ottobre prossimo bandiremo la prima edizione del Premio Nazionale “Novella Torregiani” – Poesia ed arti figurative al quale sarà possibile partecipare fino a Gennaio 2017 (la partecipazione sarà gratuita per i soci della Associazione) mentre a novembre terremo a Jesi la Premiazione della V edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”. Collaborazioni e progetti condivisi con più associazioni, presenze in comitati di giuria di premi letterari, mi vedranno presente poi in numerose tappe a partire da settembre prossimo tanto in Regione quanto fuori.

 

Written by Katia Debora Melis

 

Pubblicato il

Intervista di Cristina Bucci ai Full Vacuum Arkestra: ecco il nuovo album “Dìa-Luz”

Full Vacuum Arkestra è un progetto musicale di cui abbiamo già parlato in passato sul magazine. Oggi vi presentiamo l’ideatore e creatore Davide Barca

 

Full Vacuum Arkestra

Il primo disco “Full Vacuum” (2013), scritto, cantato e prodotto da Davide Barca, presenta l’evoluzione degli eventi che hanno portato alla nascita della band Full Vacuum Arkestra. Una formazione esagonale, che mette in scena uno spettacolo del Vuoto Assoluto con musica, parole, e live painting.

Dal blues al reggae, dal dub alla musica cantautorale, dai ritmi latini alla dancehall, passando attraverso wormhole psichedelici: il loro suono naviga tra vibrazioni appartenti a diversi generi, così che potremo facilmente definire Full Vacuum Arkestra musica apolide.

 “Dìa-Luz” (“Giorno luce”), il nuovo disco, è fuori dal 15 Aprile 2016 con distribuzione Audioglobe. Il titolo riprende l’unità di misura della lunghezza definita come la distanza percorsa da un’onda elettromagnetica nel vuoto assoluto in un giorno.

Ogni brano è associato ad un’ora della giornata in base a sensazioni di luce ed atmosfera, in un ciclo continuo.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’autore  Davide Barca per conoscere meglio questo affascinante progetto.

 

C.B.: Il vostro primo disco “Dia-Luz” è uscito ad Aprile 2016 ed è stato da subito definito “originale”. Vi sentite a vostro agio dentro questa definizione?

Davide Barca: In realtà essere davvero originali di questi tempi è una cosa tutt’altro che facile. Il nostro suono in “Dia-Luz” ha esplorato generi molto diversi cercando di fonderli nel passaggio attraverso un’unica “lente”. Ovviamente siamo orgogliosi che il nostro lavoro sia stato definito in questo modo, e, spero, sia un segno del fatto che il disco è stato accolto nel modo giusto.

 

C.B.: Secondo voi perché vi hanno definito in questo modo?

Dìa-Luz

Davide Barca: Perché veniamo dallo spazio! Forse la nostra è un’originalità “ingenua”, nel senso che la ricerca musicale avviene partendo da una forza interiore che nasce naturalmente e non ricalca volutamente sonorità già affermate. Il fine è la libertà espressiva senza nessun velleitario progetto di rivoluzione. A volte può essere un’arma a doppio taglio, ma l’urgenza espressiva è più importante.

 

C.B.: Cosa ascoltate e a che musica vi inspirate?

Davide Barca: Un’infinità di musica, dal rock al rap, dal reggae al blues, dal jazz all’elettronica, un sacco di musica latina, roba psichedelica, una continua caccia di nuove sonorità senza limiti di tempo e spazio. Essere in sei significa anche avere un bagaglio di influenze e di stili vastissimo. Personalmente al momento sto ascoltando tantissime cose che vengono dal Sud America dove trovo una meravigliosa spinta verso la sperimentazione associata al mantenimento dell’identità culturale. Grazie a un mio amico (Gabriele Gerini) ultimamente ho scoperto diversi musicisti brasiliani fantastici come Kiko Dinucci, Marcelo Preto, Cae, Russo Passapusso, Nomade Orquestra.

 

C.B.: Musica italiana ne ascoltate?

Davide Barca: Sì, principalmente i cantautori veri.

 

C.B.: Quello che colpisce ascoltando il vostro disco è la ricerca di abbracciare più generi musicali. Come mai questa scelta? Vi viene naturale o ci lavorate su tanto?

Davide Barca: Come dicevo prima è un processo abbastanza naturale.

 

C.B.: Come nascono i vostri pezzi?

Full Vacuum Arkestra

Davide Barca: Di solito si parte da una bozza di musica e testo che può cambiare forma e atmosfera varie volte prima di concretizzarsi, ma in effetti non esiste uno standard, la cosa può succedere in mille modi. È la musica nella sua totalità che guida una canzone verso la sua realizzazione, anche se a volte tutto nasce dalla pura intenzione di confrontarsi con un genere specifico.

 

C.B.: Nelle prossime pubblicazioni cosa ci dobbiamo aspettare?

Davide Barca: Cambiamento, evoluzione.

 

C.B.: Progetti futuri?

Davide Barca: Diffondere la nostra musica e il nostro messaggio dovunque possano arrivare, cominciare a piantare semi per il prossimo lavoro.

 

Full Vacuum Arkestra

Davide Barca – voce e testi
Rocco Favi – voce, tromba, flicorno
Alberto Antomarini – percussioni
Davide Barucca – percussioni
Giulio Sagone – basso
Yuri Bregoli – voce, chitarra

 

Written by Cristina Bucci

 

 

Tracklist

1- Forma di vita notturna (intro)
2- Moscanera
3- Assai
4- Arco Iris
5- Suona
6- Arrivederci e grazie
7- Mille volte
8- Non guardare giù
9- Forma di vita diurna (outro)

 

Pubblicato il

“Dìa-Luz” dei Full Vacuum Arkestra: un mondo fatto di suoni e creature lontane

È un gran periodo in Italia per la nuova musica emergente. Anche se da più parti si sentono voci negative sulla scena indipendente italiana in realtà nel nostro paese c’è un sottobosco artistico molto vivo e florido fatto di progetti e band molto interessanti che hanno creatività e allo stesso tempo innovazione musicale.

Dìa-Luz

Molto spesso però il problema risiede nell’interesse del pubblico che è diventato pigro e ha perso quella curiosità fondamentale per la nascita e la crescita di nuova musica.

Se non ritroviamo la voglia di scoprire cose nuove, se non corriamo qualche rischio anche a livello di programmazione radiofonica (e soprattutto televisiva che non può dare spazio alla musica nei propri palinsesti soltanto attraverso i talent show), corriamo davvero il rischio di perdere importanti progetti che al momento stanno muovendo i primi passi rischiando appunto di non dargli il giusto spazio che meritano, le giuste opportunità e quindi il giusto pubblico.

È questo il caso secondo me di una band molto interessante che arriva da Ancona e che ha le idee molto chiare su cosa voglia dire fare musica nuova in Italia nel 2016.

Un immaginario nuovo appunto, un mondo fatto di suoni e creature lontane che si materializzano all’ascolto della musica dei Full Vacuum Arkestra, band interessantissima che si cela dietro l’attività di Davide Barca: cantante, poeta ed illustratore. Dopo il primo disco “Full Vacuum” (2013), scritto, cantato e prodotto proprio da Davide, l’evoluzione degli eventi ha portato alla nascita della Full Vacuum Arkestra, formazione esagonale, che porta in scena lo spettacolo del Vuoto Assoluto: musica, parole, live painting.

Musicalmente apolide, il suono dei FVA naviga tra vibrazioni appartenenti a diversi generi, dal blues al reggae, dal dub alla musica cantautorale, dai ritmi latini alla dancehall, passando attraverso wormhole psichedelici.

Full Vacuum Arkestra

Il nuovo lavoro si chiama “Dìa-Luz” (“Giorno luce”) fuori dal 15 Aprile 2016 con distribuzione Audioglobe. Unità di misura della lunghezza definita come la distanza percorsa da un’onda elettromagnetica nel vuoto assoluto in un giorno. Ad ogni traccia è associata un’ora della giornata in base a sensazioni di luce ed atmosfera, in un ciclo continuo.

Ascoltando ogni singolo brano il puzzle dell’immaginario dei FVA si fa sempre più chiaro davanti a noi: musica originale, canzoni vere, sentite e prodotte con professionalità e tanta cura.

Un disco fatto di canzoni con la C maiuscola insomma, un disco di qualità. Si di qualità. Tanta qualità. Ecco la parola chiave fondamentale. È dalla qualità che deve ripartire la nuova musica italiana, dalla qualità ad esempio di band come i Full Vacuum Arkestra.

 

Written by Cristina Bucci

 

[soundcloud url=”https://api.soundcloud.com/users/67132072″ params=”auto_play=false&hide_related=false&show_comments=true&show_user=true&show_reposts=false&visual=true” width=”100%” height=”450″ iframe=”true” /]

 

Info

Facebook Full Vacuum

 

Pubblicato il

Le métier de la critique: Mauro Cesaretti, il poeta anconetano sperimentatore del melting pot artistico

 Mauro Cesaretti: la poesia performativa

Il poeta anconetano sperimentatore del melting pot artistico

Mauro Cesaretti

Mauro Cesaretti (Ancona, 1996) è attualmente iscritto all’Università di Scienze dei Beni Culturali di Milano, dove vive. Sin da giovanissimo, già all’età di sei anni, si è avvicinato al mondo del teatro prendendo a recitare al Teatro Stabile delle Marche. A questo interesse è seguito quello per la musica che lo ha portato a studiare pianoforte. L’avvicinamento al mondo della poesia è avvenuto poco dopo quando si è interessato alla attività del Festival “La punta della lingua” nel capoluogo dorico, uno dei principali momenti d’incontro per gli amanti del genere.

Del 2013 è la prima pubblicazione, il volume poetico “Se è Vita, lo sarà per sempre”, primo libro pensato come un progetto più ampio, nella forma della trilogia “l’Infinito” di cui, due anni dopo, nel 2015, esce il successivo “Se è Poesia, lo sarà per sempre”. Il libro che chiuderà la trilogia uscirà nel 2017, sempre per i tipi di Montag Edizioni di Tolentino che hanno vivamente creduto nel progetto poetico.

Nel corso degli ultimi anni Mauro Cesaretti assieme all’amico ballerino Luca Marchetti ha dato vita a una iniziativa interessante di fusione di poesia e danza per mezzo di una serie di performance (molte delle quali in Youtube) all’interno del poco noto genere poetico-dinamico della body poetry connubio curioso tra parola e flessuosità di movimenti.

Contemporaneamente Cesaretti ha partecipato in veste di invitato come ospite d’onore ad alcuni eventi letterari e musicali, ha ricevuto recensioni e commenti critici pubblicati su blog e giornali, ha partecipato a trasmissioni radiofoniche e si è visto pubblicare vari testi poetici in antologie, lavori collettivi e in riviste. Recentemente tre sue liriche tratte dal suo primo libro sono state pubblicate nell’ampia antologia sulla poesia marchigiana da me curata ed intitolata “Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana”.

Se è Poesia, lo sarà per sempre

Ho avuto il piacere di fare da relatore a Mauro Cesaretti in una recente presentazione del suo libro che si è svolta domenica 24 aprile all’Auditorium Marini di Falconara Marittima. Ho deciso di partire dall’analisi del titolo del suo libro, apparentemente ampolloso e pesante, in realtà assai efficace e sperimentale. Colpisce, infatti, la definizione che il poeta inserisce in chiave dubitativa, introdotta da una perifrasi condizionale (“se”) seguita da un’altra perifrasi la cui validità viene mostrata come reale ed universale al compimento della prima. Evidenti richiami alla filosofia naturalistica di impostazione empirica e scientifica dove, se una condizione viene rispettata, allora è vero anche il suo seguito. In questo procedimento mi pare di credere che Cesaretti abbia voluto sottolineare quanto la parola poesia sia centrale nel suo ragionamento: la poesia che esiste come tale, che è percepita come entità in sé indipendente e concreta, è viva, universale ed eterna.

Tre riferimenti a tre grandi poeti credo che siano significativi per poter spiegare il concetto del titolo del libro:

– L’idea di eternità della poesia, il suo non saper morire, il fatto di rimanere sempre verde, di essere caratterizzata per la mancanza di un’anagrafica del testo è ciò che a distanza di tanti anni, si verifica ad esempio con i sonetti shakespeariani, le liriche del Leopardi, gli epitaffi di Edgar Lee Master,…

– Il concretismo della poesia, il fatto di essere materia concreta pur se intangibile, è un concetto molto impiegato dai poeti, si veda Neruda che, per parlare della sua iniziazione alla poesia, disse che “la poesia era lì e mi toccava” o il poeta russo Evgenij Evthushenko che scrisse “Ho infilato a un ramo una poesia,/ che lotta e non si lascia afferrare/ dal vento”;

– L’archetipo di onestà della poesiadi cui parlava Saba(1) che, amareggiato da una spropositata tendenza all’eccesso e ai barocchismi, sosteneva che una poesia per essere tale deve essere onesta, ossia implica che gli stessi poeti lo siano. Una onestà che risiede in una schiettezza di linguaggio e in una privazione di tutto quanto è aneddotico, strumentale, ridondante, artificioso e di strutture arzigogolate dall’estetica sfruttata. La poesia non deve irritare, disgustare né amplificare contenuti (era assolutamente contrario a quelli che, saggiamente, definiva d’animo e la reale vocazione ad esprimersi. Ciò che il nostro Elio Pecora espresse sostenendo “la poesia non può mentire”.

 Stile poetico

Mauro Cesaretti

I componimenti di Cesaretti si mostrano, anche visivamente, per essere particolarmente scarni nel numero di versi, non di rado abbiamo poesie costruire da soli 2, 3 o 4 versi. In quella che potrebbe sembrare un’estrema operazione di riduzione, sintesi e concentrazione delle immagini, non si deve cadere nell’errore di interpretare la sua poetica come ermetica o di tendenza post-ermetica. Al contrario, le immagini che emana, le costruzioni del pensiero, il sistema variegato dei sentimenti che pulsano dietro ogni singolo verso, ci inducono a pensare che sia, invece, una poesia piuttosto intima, intimità della quale il Nostro non ha remore nello svelarsi a un pubblico.

I componimenti più brevi, sebbene abbiano una struttura metrica diversa, fanno pensare un po’ all’istintività fotograficache si raggiunge con la scrittura di haiku, poesie della tradizione giapponese dove quello che conta non è l’azione ossia il dire le cose, ma l’oggetto, il dipingere le cose.

Il linguaggio è prevalentemente tratto da un vocabolario del lessico comune contemporaneo sebbene frequentemente Cesaretti impieghi meccanismi sintattici quali elisioni ed apocopi (caduta di vocali finali) che danno al testo una fisionomia d’altri tempi, tracciandone un legame abbastanza evidente con un poetare sciolto e fluente che a tratti fa ricordare Luzi, anche nell’impiego dell’enjambemant, espediente che porta a una frattura tra l’unità versificatoria e sintattica, proponendo una maggior liquidità e consequenzialità del verso che scivola nel successivo.

Dello sterminato universo delle figure retoriche Cesaretti sembra prediligere la sinestesia (associa un nome ad un aggettivo che si riferisce a sfere sensoriali diverse) rifuggendo invece l’impiego di anafore(2), pleonasmi, iperboli ed ossimori evitando, cioè, di far uso di quegli strumenti poetici che si esprimono in forma estrema senza permettere di intravedere in essi una gradazione del temperamento.

La punteggiatura è assai scarna (vi sono intere poesie dove non compare neppure una virgola) così pure non vi sono elementi di stasi dati dall’interpunzione, né toni particolarmente enfatici quali esclamazioni o punti interrogativi mentre si ricorre spesso ai due punti per meglio spiegare un concetto ed entrare nel profondo del ragionamento.

La poetica del Nostro non ha la forma dell’encomio, né della preghiera, si diversifica dal canto accorato e dal carme civile pregno d’indignazione per assestarsi in componimenti pregni di riflessioni e ricordi dove, come colloquiando con sé argomenta un discorso, cercando di rintracciare motivi, immagini e legami con un mondo passato.

Versi che spesso si esemplificano attorno all’impiego di connettivi logici che funzionano quali sistemi binari di possibilità: essi sono dati dalla correlazione di immagini o forme verbali, sia nella congiunzione (“amareggiati e sconfitti”) che nella disgiunzione inclusiva/esclusiva (“inganno o bugia”).

Aspetti contenutistici (tematiche)

Mauro Cesaretti

Variegate sono le suggestioni tematiche che promanano dalle poesie raccolte in questo libro all’interno del quale ne ho enucleate alcune che fuoriescono in maniera assai netta e caratteristica del suo fare poesia:

– Il mondo dei ricordi – Data l’anagrafica del Nostro, si tratta di un passato non molto lontano ma non privo di accadimenti che hanno segnato, nel bene e nel male, il suo presente. Le scintille di memoria che riaffiorano spesso nelle varie liriche mettono in luce un animo riflessivo, contemplativo, pacato, una poetica fondata su un pieno senso di consapevolezza dell’essere. A volte sono ricordi dolci che si rievocano con nostalgia e un velato rimpianto, altre volte concernono momenti di dolore che il Nostro sembra rivivere ogni volta che riappaiono nei gorghi della mente: “Ricordi come rocce sulla coscienza” scrive in “I pensieri della sera” p. 10. Il collegamento tra l’immagine del ricordo e la prestanza fisica della pietra ritorna anche in “Pietre scagliate” dove i ricordi vengono definiti “imbalsamati” (p. 27): sono ormai immutabili e corificati. Si parla anche di “ombra dei ricordi” (poesia “I cadaveri del tempo”, p. 40) ad intendere quegli aloni difficilmente distinguibili e foschi che contornano i fugaci barlumi di pillole di memoria che rifulgono e si rivivono.

– La sfera del tempo visto come meccanismo imperscrutabile che conduce al deterioramento e alla dissipazione. Frequenti le immagini di spazi desolati e abbandonati o di anziani soli (parla di “diluvio della vecchiaia”). In una poesia così scrive: “io penso al degradar delle cose” p. 79 mostrando attenzione al dettaglio, alla fine delle cose, alla cosmologia della finitudine.

– La morte: quella concreta, sperimentata per la perdita di un caro, quella universale come pensiero, ossessione, motivo di indagine, vorticante presenza della quale ci sfugge un significato, i neri stilemi del mondo funereo (cimitero, tomba, lapidi). La morte, talmente pesante e ingombrante, è spesso vista come entità che ha una sua solidità tanto che il Nostro ce la descrive contenuta in oggetti quali dei “vasi”: sono dei calici amari nei quali gravitano i dolori, le urla, le dolorose solitudini.

– Il pianto ed il lamento:attestazioni di una situazione di sofferenza e privazione che fa ricordare in alcuni tratti la poetica crepuscolare sebbene qui non si cada mai nel pietismo né nel vittimismo propriamente detto.

– La confusione interiore: il caos emotivo che “spacca la concordia mia (poesia “My confusion”, p. 25) che non è altro che una instabilità fisiologica di una condizione vitale difficile dominata da insicurezza sociale e rabbia personale.

– La forza di volontà, la speranza e la resilienza. Da un periodo di dolore, da un momento di difficoltà si può ripartire: “Solo la volontà può cambiare le cose” scrive in “Cicatrici indelebili” p.8.

– L’abbattimento e la costernazione dinanzi a riflessioni ontologiche e universali dove l’uomo non è mai collazionatore di sole vittorie ma anche di difficili e impareggiabili sconfitte (poesia “Il richiamo della sconfitta” p. 13 che nella chiusa fornisce una visione che potremmo avvicinare a un realismo crudo nella concreta amarezza delle tesi proposte).

– L’uomo come teatrante (“Quello che la vita non dice”, p. 28) è evidente l’interesse di Cesaretti verso il mondo teatrale qui radicato in questa poesia in maniera eclatante per mezzo di una sintassi tipicamente legata alla cinematografia. Con echi pirandelliani nonché calviniani sull’imperscrutabilità della nostra personalità, Cesaretti parla dell’uomo come attore di sé stesso e della vita come destino già scritto, come su un canovaccio. L’uomo non sembra, allora, tanto l’artefice del suo destino ma si identifica con il suo stesso destino. La vita dell’essere è pervasa da curiosità (che è insieme ambizione ed originalità), ammorbata dalla paura (l’ossessione e ciò che è ignoto) e invaghita di tentazioni.

Mauro Cesaretti

– L’antropomorfismo e la cosificazione: uno spostamento di prerogative dell’essere umano verso l’inanimato (il “respirare dei pioppi” in “Dopo la festa”) e al contrario l’inanità dell’uomo che diviene voce, colore, rumore: “diventavo fumo al vento” (stessa poesia) sono procedimenti che Cesaretti usa e che meglio gli consentono di tracciare radiografie esistenziali come quella che lo riguarda dopo l’aver preso parte ad una festa.

– Sporadici interessi civili: le poesie con le quali il Nostro affronta problematiche o disagi dell’universo sociale ponendosi il problema delle difficoltà, denunciando soprusi o lasciando intuire in qualche modo la sua venatura ideologica sono assai rare. Si allude in una lirica di due soli versi alla ripresa economica ed in un’altra, con un linguaggio perentorio, ci parla del “paese allo sfascio” (poesia “Preso dalla violenza”, p. 54) fornendoci una diapositiva acre ma puntuale. Ancor di più ciò appare con virulenza quando parla di “autopsia del mondo” (poesia “Nella sua intimità” p. 26) ad intendere un mondo che è divenuto un grande cimitero in cui la vitalità della società è stata sostituita da un annichilente calvario.

– Altre tematiche: l’importanza del libero arbitrio, sottaciuti pensieri ed invocazioni di dimensione religiosa, la desolazione ambientale in simbiosi con l’asprezza o l’aridità emotiva (bella la poesia “Quando entra l’inverno” p. 100 in cui Cesaretti traccia pennellate veloci e stizzose sulla tela imprimendo l’assenza, il presagio della morte, l’atonia struggente, la fissità che fa male, l’agonia delle nuvole, la letargia del mondo animale, l’assopimento della coscienza).

Per chiudere la fugace analisi sulla poetica di Cesaretti sulla quale molto ci sarebbe molto da dire, alcuni brevi commenti a tre sue poesie inserite nella antologia di poeti marchigiani “Convivio in versi” da me pubblicata dove Cesaretti –il più giovane- chiude l’ampio percorso cronologico di poeti che si apre con l’anconetano Adolfo De Bosis.

Io e te” è una poesia appassionata d’amore tra un “io” (l’io lirico) e una alterità che possiamo identificare in una donna. Del rapporto di esclusività tra il sé e l’altro il poeta traccia la variegata mappa dei sentimenti fotografati nell’atto della commozione (la lacrima) e del gaudio (il sorriso). L’ambiente che accoglie questa istantanea vissuta e immortalata è tracciata con parsimoniosa attenzione nelle sfumature cromatiche degli elementi: i sassi bianchi, che intuiamo di un biancore quasi abbacinante, sfolgorano su un campo infinito e imperscrutabile di un cielo che si è tinto di grigio.

Amianto” è la dolorosa confessione di un momento di profondo dolore causato da una grave perdita di una persona cara. La nocività dei fumi e delle fibre del materiale mortale di cui la poesia porta il nome appare come la “causa malvagia” che ha inaugurato un percorso di sofferenza e di incredulità dinanzi alla vita che di colpo si compie strappandoci una delle persone più importanti, introducendoci a quella struggente “mensa del dolore” di cui il Nostro ci parla.

Chi non vive, perde. Chi non perde, vince! in tre strofe da quattro versi ciascuna il Nostro, con un’analisi parallela e lucida del gruppo umano, riflette sul sentimento di vuotezza e il senso di mancanza che può gravare su determinate persone. La bilancia, unica testimone del vero, misura, però, le sostanze ed è incapace di quantificare le masse d’assenza. Il titolo del componimento, chiaro e perentorio, diretto e sibillino, ci permette di completare la comprensione di un testo di non così facile lettura.

 

Written by Lorenzo Spurio

 

 

Note

1. Si tratta del celebre saggio “Quel che resta di fare ai poeti” scritto nel 1911 ma pubblicato solamente nel 1914 in rivista.

2. Un esempio di anafora è impiegato nella poesia “L’unica certezza” e nella poesia “Corro” rispettivamente alle pp. 46; 68.

 

Pubblicato il

“Maschere”, album d’esordio da solista di Davide Pagnini: tra chitarre ed atmosfere intime

Le maschere possono essere simpatici giochi carnevaleschi, sensuali strumenti di seduzione, modalità per interfacciarsi col mondo senza “metterci la faccia”. Ma possono anche essere dei piccoli momenti di musica, nati grazie ad una certa ispirazione artistica e condensati in dolci canzoni attraverso un sapiente uso di chitarre acustiche e armonie soavi.

Maschere

È il caso di Davide Pagnini, cantautore pesarese e giovane leva del panorama musicale italiano, che ha presentato il suo album d’esordio da solista (per l’appunto titolato Maschere, uscito per PMS Studio) anticipato dai singoli Chiedersi perché e Rosso di sera, apprezzati sia da critica che dal pubblico.

Un album intimista e romantico, che racconta della passione dell’amore come del tempo che va, alternando suoni intimisti e calate funky, strizzando l’occhio ad una certa tradizione musicale italiana (è difficile non notare una certa somiglianza con Max Gazzè, e la collaborazione che il giovane cantautore marchigiano ha tenuto con il fratello-autore dell’artista romano, Francesco, non può essere considerata come una semplice coincidenza) ma senza rinunciare alla ricerca sperimentale verso nuovi (o vecchi) suoni (come ne Il mimo, lenta ballata dal sapore retrò).

Pagnini riesce a dar voce alle sue storie attraverso un sound che mixa funk e folk, sperimentando come sentimenti forti e strettamente personali possano trasmettersi alla realtà circostante tramite l’energia della musica e del suono.

La forza del suo disco risiede nel significato profondo del viaggio personale: un viaggio emozionale che ognuno di noi ha dentro di sé e che deve servire come canale di comunicazione con il resto del mondo che ci circonda. Perché la musica è vita, condivisione, emozione.

Davide Pagnini‏

La musica è il mio motore di vita – dice l’artista- scrivere canzoni, dare forma a nuove sonorità, ricercare le parole giuste, crescere insieme a loro e prepararle ad affrontare un pubblico. Ogni giorno vissuto mi insegna qualche cosa che si trasforma in energia da trascrivere in musica. Questo è il motivo principale per cui sono cantautore: per esprimere me stesso e ciò che ho dentro”.

12 inediti legati ognuno da un sottile filo rosso di romanticismo e chitarre acustiche, e una bonus track, Mio figlio sarà un avatar, potente canzone funky proveniente dal precedente lavoro in studio Schizzi, pubblicato con il duo Ebanoh, per un album ricco di sfumature che colpisce direttamente le emozioni più intime, perché come dice lo stesso Pagninise la musica non emoziona significa che qualcosa non va. La musica deve unire i cuori e i battiti creare un vortice di sensazioni e formare un ricordo indelebile in chi ascolta. Questo è il mio fare musica: emozionarmi per emozionare”. E fidatevi di me, ci riuscirà facilmente.

 

Written by Adalberto Piccolo

 

[soundcloud url=”https://api.soundcloud.com/playlists/203974157″ params=”auto_play=false&hide_related=false&show_comments=true&show_user=true&show_reposts=false&visual=true” width=”100%” height=”450″ iframe=”true” /]

 

Info 

Facebook Davide Pagnini 

Spotify

 

Pubblicato il

“Convivio in versi”: il simposio dei poeti marchigiani nella nuova antologia a cura di Lorenzo Spurio

Il critico letterario jesino Lorenzo Spurio ha lavorato alacremente negli ultimi anni ad un progetto che si presenta dominato da una impalcatura titanica, spinto dall’esigenza di cercare di fare il punto, in una sorta di consuntivo storico, sullo stato della poesia nella sua regione, le Marche.

Convivio in versi

Partendo dallo studio attento di opere antologiche che sono state prodotte nel corso del secolo scorso e a seguito di una attività capillare di ricerca di materiale biobibliografico, Spurio ha raccolto in due volumi il frutto del suo ingente lavoro.

La particolarità di tale procedimento, volto sia a consentire una sorta di censimento poetico che di rivitalizzazione di espressioni poetiche nel tempo tralasciate e dimenticate, sta proprio nella “democraticità” (termine che campeggia nel sottotitolo dell’opera) degli inserimenti previsti dal curatore.

Spurio, infatti, ha deciso di operare una scelta degli autori inseriti che, se da una parte può essere vista come anomala od atipica, dall’altra rinsalda ancor più i motivi che hanno determinato la volontà del Nostro di accingersi a una operazione editoriale così colossale.

Nei due volumi che compongono la corposa opera, dal titolo Convivio in versi, Spurio ha inserito rispettivamente poeti appartenenti alla regione Marche (lì nati o vissuti a lungo) circoscrivibili in un ampio arco temporale che va dal 1850 (data di nascita degli stessi) ad oggi.

Il primo volume si apre con il poeta anconetano Adolfo De Bosis, amico di D’Annunzio e vicino alla sensibilità estetica del periodo per passare, poi, secondo un andamento cronologico ad autori di fama nazionale quali (solo per citarne alcuni) i fermani Luigi Di Ruscio e Franco Matacotta, il poeta anconetano Franco Scataglini nella base linguistica provenzale con influssi del vernacolo anconetano, il chiaravallese Massimo Ferretti e tanti altri ancora.

Spurio non ha mancato di porre la giusta attenzione anche nei riguardi dell’ampio panorama dei poeti dialettalie neodialettali che hanno contraddistinto la voce popolare dei vari ambiti regionali: nel secondo volume, dedicato appunto al dialetto, trovano posto i dialettali Odoardo Giansanti detto “Pasqualon” (dialetto pesarese), Duilio Scandali e Mario Panzini (dialetto anconitano), Martin Calandra e Aurelio Longhi (dialetto jesino), Giovanni Ginobili (dialetto maceratese), Nicola Leoni (dialetto senigalliese) e tanti altri ancora sino a giungere ad alcune delle principali voci di poeti neodialettali attivi nella nostra contemporaneità.

Lorenzo Spurio

L’intero progetto editoriale, pubblicato da PoetiKanten Edizioni, ha visto il sostegno morale di vari enti amministrativi locali che hanno aderito con entusiasmo e partecipazione fornendo il loro Patrocinio all’iniziativa. Tra di essi i comuni di Pesaro, Urbino, Fano, Senigallia, Jesi, Civitanova Marche, Fermo, Ascoli Piceno, San Benedetto del Tronto e dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”.

A partire da fine febbraio sono state organizzate varie presentazioni dell’opera antologica che toccheranno i principali luoghi della Regione. Si inizierà il 22 febbraio a Sassoferrato (AN) dove l’opera verrà presentata presso l’Università degli Adulti dal prof. Antonio Cerquarelli, il 28 febbraio invece verrà proposta al pubblico alla Biblioteca Comunale “Luca Orciari” di Marzocca di Senigallia (AN) con il prof. Vincenzo Prediletto quale relatore. Seguiranno, nel mese di Aprile, altre presentazioni: il 3 Aprile alla Sala della Poesia “Bice Piacentini” a San Benedetto del Tronto (AP) e il 16 Aprile alla Libreria Rinascita di Ascoli Piceno.

Altri appuntamenti, in altre location della Regione, sono in corso di prenotazione.

 

Info

Facebook Lorenzo Spurio