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Selfie & Told: la band livornese Brücke racconta l’EP d’esordio “Yeti’s Cave”

If there’s a god/ I don’t think is above./ For the cities burn/ The garden’s gates have been closed/ To the words no more.// Or maybe it’s you and me/ Blinded by those scenes/ Wanderers in need/ Able to perceive/ Yet no so divided.” – “Ovomoltino

Brücke

Ciao! Siamo i Brücke, un quartetto che definiamo anche forma aperta. La monogamia è un fattore culturale; in musica è per lo più nociva o logorante.

Ci piace lasciarci suggestionare da ambiti differenti.

Il nostro è un progetto nato nel 2016 dall’incontro di quattro ragazzi di Livorno, che per varie ragioni si sono trovati a suonare nella stessa stanza e col tempo hanno iniziato a influenzarsi, un giorno frequentando qualche concerto insieme, un altro ascoltando un disco.

Siamo Giulio Della Croce (chitarra e campioni), Nicola De Luca (chitarra, synths e campioni), Michele Giannoni (batteria e campioni) e Lorenzo Saini (basso, piano, contrabbasso e voce)

Ed ora beccatevi questa Selfie & Told.

 

B.: Raccontiamoci qualcosa riguardo il nostro primo ep!

Brücke: Il nostro ep d’esordio si chiama Yeti’s Cave e prende il suo nome dal nostro studio/sala prove. Yeti’s Cave è anche un luogo mentale, un posto dove poter dar sfogo alle nostre esigenze musicali. Il disco è un trip che spazia dal krautrock alla musica concreta, passando attraverso una giungla di strumenti acustici. Post-rock potrebbe essere una buona definizione per ciò che suoniamo se inteso come l’utilizzo di strumenti rock con una nuova connotazione. I brani infatti sono per lo più venuti fuori da jam, rimescolate e scarnificate in un lungo processo al computer, per poi essere messe di nuovo insieme nella attuale.

 

B.: Come definiremmo il sound di questo disco?

Yeti’s Cave

Brücke: Ruvido, fumoso, aspro, cupo ma anche morbido. Avevamo varie tracce pronte, la necessità era di concludere questo primo ep con un’intenzione che rappresentasse ciò che stavamo vivendo in sala prove. Dopo aver messo a punto le idee siamo usciti dalla caverna per andare ad ultimare all’Orfanotrofio studio degli Appaloosa quelle che erano diventate canzoni a tutti gli effetti. Abbiamo registrato 5 tracce in presa diretta proprio per rimanere il più possibile fedeli a quegli ambienti, a quelle stanze che ci hanno aiutato a far prendere forma al progetto.

 

B.: Che vuol dire Brücke?

Brücke: Ed ecco urlare la disperazione: l’uomo chiede urlando la sua anima, un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre, chiama al soccorso, invoca lo spirito: è l’Espressionismo.” Così Hermann Bahr descrive il movimento espressionista tedesco all’inizio del Novecento; Brücke nasce da un gioco di rimandi, ma a grandi linee ed in poche parole testimonia la volontà di connettere personalità creative. Vuol dire “ponti” o “legami” in tedesco. La location in cui avviene questo incontro è la nostra sala prove, per altro circondata da ponti, cosa di cui ci siamo resi conto a posteriori.

 

B.: Come è stato creato il videoclip di Ovomoltino?

Brücke: È nato un po’ per caso, da suggestioni e confronti con gli autori del video minime. Ci siamo lasciati guidare da pochi elementi e abbiamo avuto fortuna. In generale c’era una buona sinergia e la fiducia è stata ripagata perché il risultato è lo-fi e coerente. D’altra parte anche il nostro disco è volutamente lo-fi, quasi fosse un vecchio paio di jeans a cui sei affezionato: un po’ strappati ma pur sempre comodi.

 

B.: Come mai questi titoli alla cazzo di cane?

Brücke: Sono stati assegnati quasi per gioco, per ridere, ma hanno assunto un senso nel tempo. Non relativamente al nome specifico di ognuno, ma in quanto testimoniano una volontà di reimparare a giocare con idee stantie. Come un tornare bambini… è un approccio un po’ naif e dadaista a un problema: quello del dare un nome a quello che fai, la qual cosa è sempre un’operazione scomoda.

 

B.: Quali sono i prossimi progetti e le vostre influenze ad oggi?

Brücke

Brücke: Ad oggi rimangono fuori altre tracce che pensiamo di registrare a fine estate. Si tratta di canzoni molto differenti perché appartenenti a qualche anno fa e pensate per altre band che abbiamo avuto in precedenza. Stiamo rodando i brani dal vivo, suonando per lo più in Toscana. Cercando suoni per situazioni disparate come possono essere spettacoli teatrali o sonorizzazioni ancora in cantiere, le suggestioni sono continue. Questo anche grazie al nostro membro fantasma, il nostro fonico Andrea, che ha un approccio differente dal nostro. Le band che più ci influenzano e ci piacciono al momento sono: Radiohead, Nicolas Jaar, Gorillaz, Beak, The Oh Sees, King Gizzard and The Lizard Wizard, Kendrick Lamar, MFDomm MadLib e l’hip hop in generale.

 

B.: Qualche commento sul disco?

Brücke: Una delle peculiarità principali è quella di essere un calderone, il che è un bene ed anche un male. Altra peculiarità, è che suona vintage ma l’intenzione nel farlo non era assolutamente quella di fare un disco retrò. Essendo registrato in presa diretta e dopo poco che suonavamo insieme poteva essere suonato o scritto meglio, ma è semplicemente un punto della situazione sincero e col tempo inizi a farti bastare questo e a cercare di ottimizzare al meglio il live che è ciò che al momento ci interessa maggiormente.

Grazie di essere arrivato a leggere fin qui, ci vediamo!

 

Written by Brücke

 

 

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“Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti” di Nicla Vassallo: (di) quel che volevasi mostrare

Eccoci qui sulla terra col golfo” (La terra promessa), uno spazio e un tempo che richiamano altri luoghi, altre ore. Parrebbero gli stessi, ma non lo sono, costretti dalla metafisica di questo mondo, che perpetua la propria consistenza attraverso una continua sottrazione: minuti, panorami, sguardi, persone.

Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti

L’essere umano si trova a lottare contro questa metafisica. Si lotta soprattutto contro i ricordi, che pur dobbiamo invocare, evocare, per sopravvivere. Ci sono donne che ricordano e lottano, nella silloge di Nicla Vassallo. Donne che lottano per e contro donzelle, avverso le loro insolenze, generando e provando insofferenza. Donne che lottano contro se stesse, contro le condizioni della loro vita, contro i loro istinti, forse, contro il loro modo di sentire e di sentirsi che, pur risultando ostile all’esistenza, è tuttavia indispensabile per esprimere liberamente il pensiero, come Virginia Woolf ci dice in Una stanza tutta per sé.

Si emerge dalla lettura di Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti (Mimesis Edizioni) come dall’acqua di un oceano: il corpo bagnato, ancora odoroso di salsedine e di umore africo le cui note indistinte e indistinguibili sfuggono a ogni descrizione compiuta. Provare a descrivere la silloge di Nicla Vassallo, come avviene per ogni buon testo di poesia, significa cimentarsi con una inevitabile riduzione, con il tentativo di non perdere, o di perdere il meno possibile, di fare qualcosa con un “meno” che, alla fine dei conti, resterà. Riduttivo è certamente affrontare il testo precondizionati dalla volontà di dire più e meglio dell’autrice quello che l’autrice stessa ha scritto.

Riduttivo è affrontare le liriche come si affronta un testo filosofico, per coglierne l’argomento principale, individuarne il tema saliente, interpretarne l’applicazione di un ragionamento e, se del caso, criticarlo mostrandone i difetti o apprezzandone i pregi. Riduttivo, troppo riduttivo, sarebbe soprattutto rassegnarsi a lasciar svaporare completamente quel sentore d’oceano che ancora ci profuma e destinarci alla dimenticanza; con la consapevolezza che ne coglieremo – forse – pochi e singoli toni, si deve quindi cercare di consolidare i ricordi che esso ci ha lasciato, facendo nostro il tema della memoria la cui importanza pervade l’intera silloge della poetessa.

Vi è una sorta di contrappasso duale tra le donzelle e le metafisiche, tra l’insolenza, e l’insofferenza; una speciale sorta di quadrato semiotico dal quale si ricavano combinazioni di significati che oltrepassano l’apparente sanzione data dal titolo del volume. Pur restando preponderante, nella silloge di Vassallo, la presenza di donzelle assolutamente insolenti (Donzella stralunata, Vi procrastinate, Maledetta, Dove te ne andavi, L’anamnesi svapora), ritroviamo infatti variegate e affascinanti combinazioni. Non è quindi insolito che la lettura ci conceda di provare una lecita insofferenza per una stravagante proprietà metafisica di quelle “donzelle insolenti” (Un fratello) che ci etichettano la pelle, affliggendoci con la loro incapacità maldestra di “desiderare e giocare”, e ci portano a ricercare un ripiegamento, una sorta di con-fusione mereologica in un corpo “quasi gemello”, dove forse troveremo un modo per passarci in rassegna, ri-cercando (ri-trovando) la pudicizia di metafisiche estranee a quel tipo di irriverenza.

Ci sono talune donzelle (L’estrema torsione polverosa) la cui insolenza (pre-potenza) rompe le barriere metafisiche della morte, del sogno, evocando insofferenza persino nel contesto di una “composta cerimonia”. Alcune altre sono, invece, più metafisiche (In un tempio d’avvenimento) e insolentiscono le altrui labbra facendole dipendere dalla “scienza del compiuto” con-vivendo nella stentatezza insofferente di un diurno “senza occhio, né malocchio”. Non è raro, leggendo le liriche di Vassallo, ritrovarsi perfino in mondi affetti da ontologie del tutto particolari. Alcuni di essi, nella loro insolenza, consentono l’apparire e lo scomparire di una “matura passione” (Che combini) contagiata inesorabilmente da “imbelli donzelle”, determinando un singulto temporale in cui si apre fatalmente l’in-sofferenza delle lacrime al cospetto del ricordo. In altre metafisiche si può assistere alla comparsa di donzelle contraddittorie (In una dimora palermitana) che manifestano la loro in-sofferenza in un “bacio intenso”, o ci si può ritrovare in ambientazioni à la Renoir in cui l’insolenza di una donzella provoca l’insofferenza di un’altra (Capodanno: a correggere bozze). La flessibilità delle liriche fa sì che la stessa metafisica che permette la comparsa di una donzella insolente (Compari a Londra) possa essere sfruttata anche per annullare l’insofferenza, costringendo la “ragazzina viziata e viziosa” ad andarsene scattando per sempre via, forse lasciandoci, tuttavia, una sua imperitura immagine che si imprimerà nella nostra memoria.

Riduttivo sarebbe soprattutto pensare che le donzelle – enti metafisici –  protagoniste (o spettatrici) delle liriche di Vassallo siano solo donne, financo solo esseri umani e con ciò interpretare la loro essenza come quella di passioni conquistate, perdute, sognate; altrettanto limitante, per la lettura, sarebbe soffermarsi sulle sole metafisiche che solo una mera superficialità esegetica vorrebbe attribuire al mondo della poetessa, perdendo così di vista il fatto che è la stessa poesia a farsi metafisica, sfuggendo alla consistenza di una precisa definizione. A comprova di quello che un lettore disattento potrebbe perdere riducendo troppo il proprio spettro ermeneutico, si noti come, su tutte, insolenti siano anche le “sabbie voraci” (Mia madre è morta). Esse tradiscono una presenza ontologicamente impossibile per la modalità di questo nostro mondo caratterizzato, si diceva, da sottrazioni vitali, sulla quale il sapere tenta di annebbiarsi; di contralto le “sabbie” vengono condannate a una duratura insofferenza, dovuta al loro confinamento nei confronti di “quella distesa salina” rispetto alla quale il desiderio apre un incolmabile iato. Il continuo mutare delle metafisiche di Vassallo, che apre alla poetica ambiguità semantica, consente anche che anche una scogliera (Mi attendi a un capolinea), un’alcova (La terra astrale), una città (Roma) siano insolenti, e che perfino il vuoto (Il vuoto attorno), modificando la propria struttura metafisica da spazio d’amore a mondo reale in cui si vive, corrobori impudentemente il rapporto eziologico tra insolenza e insofferenza.

Nicla Vassallo

Riduttivo, infine, sarebbe impostare una critica, una recensione, una postfazione, dirigendo la lettura della silloge alla ricerca della filosofa Nicla Vassallo. Vano e infruttuoso sarebbe impegnarsi per trovare in queste liriche le tracce della docente di fama internazionale, attività che invocherebbe una ricerca ben diversa da quella che si potrebbe – legittimamente e più propriamente – intraprendere studiando i suoi saggi sulla teoria della conoscenza, sulla potenza epistemica della testimonianza, sulla filosofia delle donne o le sue critiche sullo stucchevole qualunquismo che affligge certe interpretazioni della teoria del gender. Le impronte filosofiche che percorrono il testo della poetessa Nicla Vassallo più che assomigliare a sfuggenti orme sulla battigia, rappresentano certamente un vero e proprio sfondo sul quale le singole liriche sono proiettate, talora incise, talora annegate.

Poesie filosofiche, quindi? Una tale definizione rappresenterebbe vero errore categoriale, certamente degno di una donzella insolente (come tale destinato a sobillare una certa insofferenza) e si tradurrebbe anche in un errore metafisico, giacché rappresenterebbe la pretesa di de-finire, di con-finare lo spazio poetico aperto dall’autrice. Uno spazio che la stessa autrice, come si dirà, disconosce paratestualmente come realmente circoscrivibile. In questo sfondo filosofico è da individuarsi, piuttosto, una significativa matrice wittgensteiniana, segnata da quell’umiltà (ben celata) propria del filosofo viennese, quasi come se nella pelle dell’intera silloge (e delle sue singole parti) fosse tatuata la proposizione 4.1212 del Tractatus: «Ciò che può essere mostrato non può essere detto». Può, la poesia, “dire” qualcosa, o il limite del suo ambito (metafisico, epistemico) è sancito dal solo “mostrare”? Può, la filosofia, “dire” quello che la poesia “mostra”? Domande, queste ultime, che, su un piano di indagine e di ricerca (meta-poetica), potrebbero essere valentemente poste alla filosofa Nicla Vassallo, ma che risultano inapplicabili alla silloge della poetessa, mancando loro un vero oggetto di indagine.

Della poesia, di Nicla Vassallo, quindi, cosa resta? L’impressione è che resti proprio il non-detto, il mostrato, il manto di un sofferente tema d’amore che riveste pudicamente l’intera silloge di un’autrice che, come la protagonista del woolfiano Una stanza tutta per sé, liberamente si esprime e in vari ambiti, anche grazie al dono della poesia. Un amore elevato (per la metafisica e per le donzelle, in ogni loro declinazione e istanziazione) che caratterizza l’animo umano e lo nobilita e un amore altrettanto potente e ineluttabile (per l’insofferenza e per l’insolenza in tutte le loro forme) che lo affligge spietatamente.

Un amore chiaroscurale, quello di queste liriche, abbagliato dal barlume di una saggezza (filosofica) che di amori può suscitarne anche di terribili, come ci ricorda Platone nel Fedro, ma che, proprio vacillando tra l’altezza della verità e la concretezza delle passioni, sembra incarnare nell’essere umano il vero senso della parola poetica voluto da Aristotele.  Un amore che oscilla, riecheggiando una delle più classiche opposizioni nella storia della filosofia e che resta irrisolto, così come insolute rimangono, ora come allora, le opposizioni accademiche tra i filosofi, antichi e contemporanei: platonici contro aristotelici, analitici contro continentali, solo per ricordarne alcune. Una matrice di contrasti che annovera tra i suoi vettori anche quelli della filosofia e della poesia, affliggendole, incrociandole senza renderne possibile una solvibilità, laddove, forse, una filosofia e una poesia che volessero realmente dirsi pubbliche, potrebbero trovare un modo per cooperare, stabilendo una forza sinergica da contrapporre alla strenua ignoranza epistemica ed emotiva che affligge l’umano tempo vissuto.

Un amore, quello che ammanta questa silloge, che resiste, e segna con tutti i suoi “meno“, che sbaraglia, nelle liriche, la distinzione saussuriana tra il significato e il significante, ri-significando le parole agli occhi di ciascuno dei lettori e consentendo loro di ri-trovare qualcosa del proprio sé. Un amore che lascia spazio (In ristoranti gentilizi), che si apre al tempo (Nonostante questo presente amore), che forse vorrebbe chiudersi nello spazio e nel tempo dentro a ciascuna lirica (Di recente mi hai fatto uno squillo), senza poterlo fare (Spesso cercata e ricercata): come si è accennato, è la stessa metafisica paratestuale della poesia di Nicla Vassallo a impedirlo, annullando la chiusura del mondo poetico con la sapiente e consapevole omissione di un segno, semplice ma definitivo, al termine di ciascuna delle liriche, quasi volendo mostrare che non tutto è stato detto, ma che qualcosa è stato mostrato.

 

Written by Roberto Gennaro

 

 

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Sito Nicla Vassallo

 

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Le métier de la critique: “12 colpi di forbice” e “Non è un paese per vecchie” a confronto

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

Si comportava con dignità e generosità, non era ingenua ma neppure cinica.

Non è un paese per vecchie – 12 colpi di forbice

Vestiva con cura, passeggiava con le amiche, si inginocchiava davanti al Crocefisso e alzava la testa, come una bambina ancora desiderosa di imparare, durante le gite.

Amava ed era amata dall’unico figlio, dalla nuora e dal nipote.

Si circondava di fotografie di Raffaele, l’amore della sua vita, il marito che la aveva lasciata ma la aspettava, sorridendo, in Paradiso.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

È morta in un lago di sangue scuro, profanata da 12 colpi di forbice, l’ultimo del quale assestato alla gola, perché accogliesse in modo macabro l’arnese che ne aveva deturpato le carni.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

Ha aperto la porta al suo assassino, perché lo conosceva, ed è per il suo gruzzolo che è stata uccisa, perché ha tentato di difendersi ed opporsi all’abuso.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

La pelle incuneata sotto le sue unghie, nel tentativo disperato di sfuggire alla morte, ha consegnato la prova regina durante le indagini che hanno portato all’arresto e alla condanna del suo assassino.

Nel suo romanzo-inchiesta, intitolato “12 colpi di forbice”, Carolina Colombi, nuora della vittima del delitto di Borgoratti, noto alla cronaca nera italiana del 2013, racconta il drammatico epilogo della vita della suocera, Giovanna Mori, affrontando, così, tematiche di grande rilevanza sociale.

Non solo di un giallo, si tratta, quanto piuttosto della testimonianza diretta di un familiare che si trova a scontare l’infinita pena di una perdita ingiusta, violenta, blasfema.

L’autrice considera tale delitto un femminicidio, ribadendo il concetto più volte nel testo, sia nella parte narrativa che in quella didascalica.

Loredana Lipperini – Carlotta Colombi

Proponendoci di definire il termine, ricordiamo le parole dell’antropologa e deputata messicana Marcela Lagarde che così si esprime: “La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa“.

Tuttavia, oltre e forse più della diversità di genere, quale motivo fondante dell’atto criminale, in questo caso, vi è la differenza generazionale. L’atteggiamento della società contemporanea, basata sulla famiglia mononucleare, sull’individualismo e sul valore portante attribuito alla produttività, svilisce e ghettizza la vecchiaia, soprattutto quella delle donne, destinate, dopo i sessanta, a incarnare stereotipi o maschere di se stesse nella giostra mediatica.

Chiarificatore, in questo contesto, è il saggio “Non è un paese per vecchie”, scritto da Loredana Lipperini ed edito nel 2010 da Feltrinelli, nel quale si analizza la condizione e la identificazione, sul territorio italiano, di coloro che, per ragioni anagrafiche, più che depositarie della saggezza e della memoria collettiva, sono testimoni di quanto, oggi, fa più paura, ossia la perdita della giovinezza, da mantenere a tutti i costi.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

Anche la sua esistenza, un giorno, sarebbe finita. Ma nessuno aveva il diritto di rubarle il tempo concesso, annegando i suoi progetti nel sangue, perché donna e fisicamente indifesa.

Grazie al Pubblico Ministero, che ha impugnato la prima sentenza che sanciva una reclusione a trent’anni, oggi l’assassino è stato condannato in appello all’ergastolo, il massimo della pena prevista nell’ordinamento italiano.

 

Written by Emma Fenu

 

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Le métier de la critique

Amazon 12 colpi di forbice

 

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Donne contro il Femminicidio #7: le parole che cambiano il mondo con Chiara Ragnini

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile. Per dare loro il massimo della potenza espressiva e comunicativa, ho scelto di contattare, per una serie di interviste, vari Uomini che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Femminicidio

Ho chiesto loro, semplicemente, di commentare poche parole, che qui seguono, nel modo in cui, liberamente, ritenevano opportuno farlo. Non sono intervenuta chiedendo ulteriori specificazioni né offrendo un canovaccio.

Alcuni hanno scritto molto, raccontando e raccontandosi; altri sono stati sintetici e precisi; altri hanno cavalcato la pagina con piglio narrativo, creando un discorso senza soluzione di continuità.

Non tutti hanno espresso opinioni univoche, contribuendo, così, in modo personale alla “ricerca sul campo”, ma tutti si sono dimostrati concordi nell’esigenza di un’educazione sentimentale e di una presa di coscienza in merito a un fenomeno orribile contro le donne, che necessita di un impegno collettivo.

Oggi è il turno, per “Donne contro il Femminicidio“, di Chiara Ragnini, cantautrice genovese attiva nella scena musicale indipendente, vincitrice di molti riconoscimenti e con, all’attivo, varie partecipazioni a festival e rassegne. Il 17 marzo del 2017 ha pubblicato il primo singolo del nuovo album, Un colpo di pistola, dedicato alle vittime del Femmicidio, di cui un pezzo recita:

Ricominciamo/ non sai più chi sono/ ti ho chiesto perdono/ ma non è bastato a fermare la tua mano/ a colpo sicuro/ un solco sul viso/ si perde nel bianco del muro/ ed io resto appiccicata con la faccia al pavimento/ il sangue è la benedizione al pentimento/ ma non mi pento io non mi pento/ neanche per un secondo/ nell’attesa del momento/ starò male so che tu sarai contento/ mi hai sparato dritto al cuore/ mi hai colpito senza fare alcun errore”.

Femmina

Chiara Ragnini

Madre, sorella, compagna, amante, bambina, ragazzina, donna, nonna, bocca, labbra, unghie, clitoride, utero, tette, ventre, tacchi, sensualità, dolcezza, purezza, durezza, caparbietà, genialità: sono tanti, tantissimi i termini che affiorano alla mente parlando di (una/la) femmina.

È colei senza la quale il maschio sarebbe perduto. È la guida al completamento dell’individuo di sesso maschile, la compensazione, la complementarietà, la chiusura del cerchio.  

Femmina è una canzone. Femmina è musica.

Femminismo

Femminismo è giocare ad armi pari; è una donna lavoratrice, autonoma e indipendente; è una madre che guida in autostrada per portare i propri figli alla gita giù al lago; è una capo di stato; è far valere le proprie idee in ufficio di fronte a tutti i colleghi uomini; è una birra con le amiche; è diritto di voto; è convivenza con il proprio partner; è sposarsi in comune; è libertà di espressione; è emancipazione.

Oggi alcune di queste immagini ci sembrano quasi scontate ma abbiamo faticato molto per guadagnarci quella parificazione giuridica, economica e politica che viviamo quotidianamente e che, purtroppo, non è ancora abbastanza.

Esistono ancora tanti, troppi pregiudizi verso le donne, soprattutto in ambito lavorativo. È nostro dovere batterci, nel nostro piccolo, ogni giorno per continuare a superarli.

Femminicidio

Femminicidio fa rima con violenza, perpetrata ai danni di una figura che si considera più debole, inferiore, come una donna.

Fa rima con mancanza di rispetto, con abuso di potere e annientamento dell’identità della persona in nome di un malato senso di superiorità del sesso maschile verso quello femminile.

La violenza va combattuta, sempre: lo si può fare solo insegnando il rispetto e il superamento di quelle barriere che, come dicevamo prima, abbiamo già in parte oltrepassato ma non, evidentemente, abbastanza.

Educazione sentimentale

Chiara Ragnini

Educare al sentimento è educare al rispetto, verso gli altri e verso se stessi. Solo amandosi si potrà essere in grado di amare l’altro, il diverso da sé.

Si sta facendo ancora troppo poco da questo punto di vista e non si dovrebbe mai smettere di insistere nel portare avanti progetti legati all’educazione sentimentale, dalle scuole elementari fino ai licei e alle università.

Non è mai troppo presto né troppo tardi per insegnarla.

 

Written by Emma Fenu

 

 

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Uomini contro il Femminicidio #1

Uomini contro il Femminicidio #2

Uomini contro il Femminicidio #3

Uomini contro il Femminicidio #4

Uomini contro il Femminicidio #5

Donne contro il Femminicidio #1

Donne contro il Femminicidio #2

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Donne contro il Femminicidio #6

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“Ti Amo – Filosofia come dichiarazione d’Amore” di Simone Regazzoni: l’amore è dare ciò che non si ha

“L’amore non è un’idea. L’amore non è una cosa. C’è solo il mio amore per te. E questa è la mia confessione d’amore, la mia canzone, la mia dichiarazione: la più lunga dichiarazione d’amore che tu abbia mai ascoltato, la mia filosofia d’amore supremo per te, nella forma di una dichiarazione.”

Ti Amo – Filosofia come dichiarazione d’Amore

“Ti Amo.”

Una frase-non-frase che esprime tante emozioni in chi le dice e chi le riceve.

Sguardi che si cercano, occhi fissi gli uni sugli altri, per poi sfiorarsi la mano. Due mani che si toccano, e abbracciano.

Brividi, cuori che palpitano come pazzi.

Un bacio improvviso.

La terra trema ai piedi di chi lo riceve, e quel sussurro, quella parola, quel “Ti amo” catapulta gli amanti lontano da dove sono come un sogno che tocca l’infinito.

Un attimo che sa di fuoco. Una dichiarazione improvvisa. Passione di un tutto.

Vita che esplode, che vive. E ama senza fine.

Due anime che sono Uno.

Una sola anima colma di due cuori.

È l’amore, baby!

L’amore, quel sentimento che tanto tocca i nostri cuori, quel sentimento che tanto omaggiavano i grandi poeti, i grandi filosofi, letterati di tante epoche e tuttora continua ad essere cercato, vissuto, desiderato. Quell’amore capace di colpire milioni di persone. Quell’emozione che vive senza età in ognuno di noi. Come una musica che vibra dentro la nostra anima, come un brivido che oltrepassa la spina dorsale nell’attesa di quell’incontro tanto desiderato, sognato e voluto.

Come quel dolore immenso di non riuscire a viverlo appieno, come se fosse solo un sogno, come se non si potesse amare la propria anima gemella, il proprio uomo o la propria donna. Dolore e Amore che convivono in un tutt’uno.

Dolore che catapulta due amanti lontani nel desiderio di incontrarsi, di dichiararsi. Vivendo nell’incertezza di un destino, di un desiderio che si portano dentro. Un amore indefinibile, indelebile, intimo, non sempre celebrato o mostrato, ma amore profondamente incantevole e silenzioso.

Amore che si celebra in ogni sua parte. Amore che la filosofia cerca di comprendere in ogni sua mutazione. “L’amore è avventura. Parole che diventano baci e morsi feroci. Musica ascoltata in loop, di notte. Ed è filosofia, il genere di filosofia in atto che, da Socrate in poi, insegna l’amore nell’unico modo possibile: trasformandosi in una vera e propria dichiarazione. Ma l’amore inteso in questo modo è in pericolo nella nostra epoca, dominata dal piacere e dal narcisismo dell’IO che vuole addomesticare ogni passione eccessiva.”

Questo sentimento d’amore che oggi sta rischiando di porre fine alla sua esistenza a causa del troppo idolatrarlo, del troppo mostrarlo, o anche solo perché sembra molti lo vogliano solo vivere per puro interesse personale, e non più come quel brivido di sensi che attraversa la propria spina dorsale come una scossa, una scossa che va oltre la vita, oltre ogni pensiero, oltre ogni sguardo.

Quanti vivono ancora questo sentimento come quella purezza di sensi, di istinti, di attimi come è sempre stato? E quanti invece lo desiderano per interesse personale?

È triste si sia arrivati a vivere un sentimento così universale come esperienza narcisista per colmare il vuoto della solitudine. Perché l’amore non deve colmare i vuoti, non deve essere un gioco, No, mai. L’amore deve essere un tutt’uno, dev’essere vita da dividere insieme per scelta, non per bisogno. È una catarsi. Una catarsi di emozioni, di parole, di gesti. Il sentire la mancanza di colui/colei che si ama, di cui ci si innamora perdutamente. Perché “l’amore è una passione estatica. È una potenza di esistenza al di là del soggetto.

Personalmente, anche se non ho (mai) ancora vissuto una storia d’amore, ma da innamorata – presente e passata – ho sempre vissuto questo sentimento come un’emozione che mi colpisce dentro, non per colmare vuoti dell’anima, ma perché, essendo già solitaria di mio, l’amore lo vivo e lo dono per i brividi che riesce a darmi al cuore, all’anima. Mi entra dentro, travolgendomi e rubandomi il cuore, l’anima. E come musica e poesia mi porta a cercare colui che desidero in ogni espressione dell’anima nei sogni e nei passi che compio ogni giorno. Non per colmare un vuoto, ma per viverlo. E sentirlo in me in ogni momento.

Simone Regazzoni

Esplorare questo sentimento in ogni sua parte vuol dire anche sapere che esso esiste.L’amore esiste e non si lascia catturare da nessuna astrazione, comprendere da nessun pensiero, afferrare da nessun logos: è pelle e carne e voce; è il tuo respiro e il tuo silenzio, la tua assenza, questo tuo corpo che si muove sotto le mie dita, il battito del tuo cuore. È il rumore della pioggia che cade, ora – lo senti? – atomi nel vuoto, un frastuono, dall’alto verso il basso e questa impercettibile deviazione (clinamens) sbucata dal nulla, che sei tu.”

Ci vuole coraggio per riuscire ad ammettere di amare una persona, un coraggio che non è sempre facile trovare, per diversi motivi. Ma a volte ci si chiede se vale la pena aspettare il momento giusto, il momento di un incontro di due anime innamorate, invece di buttarsi a dire subito quella parola che tanto vorremo a quella persona.

Aspettare il momento dell’attesa, di quell’incontro che catapulta lontano due cuori, può essere una magia, forse più bella di un “ora e subito” che potrebbe anche rovinare l’incanto, il desiderio, il sogno.

“Ecco cosa devo fare, qui, stanotte: dire parole che non tradiscano il silenzio, che siano solo il mio respiro e il battito del mio cuore: inventare, per te, un parlare al di là del parlare e del piacere.”

L’amore deve essere anche mancanza, ossia “la mancanza che si ha dell’altro.” Come si legge in queste righe “Ciò che accade, e per cui non c’è sapere, questo amore che colpisce e mi porta fuori di me, non è niente, niente che sia semplicemente presente. È quanto ho di più intimo e prezioso. Sei tu. Tu, ora: che sei la mia mancanza più propria, per cui non c’è riappropriazione possibile, nessun possesso, solo questo portarti in me al di là di me, che mi definisce in ciò che sono.”

In “Ti Amo – Filosofia come dichiarazione d’amore”, edito dalla UTET Editori, l’autore Simone Regazzoni cerca di “esplorare” “l’idea dell’amore nel tempo della sua fine, attraverso la condivisione della sua esperienza personale e mettendo a fuoco le teorie dei grandi filosofi, a partire da Platone a Eco, fino ad arrivare a Derrida e a Lacan, tramite l’utilizzo di frammenti autobiografici e suggestioni musicali, con uno stile incalzante come una traccia di Springsteen e meravigliosamente jazz come “A Love Supreme” di John Coltrane.

Si tratta di un piccolo saggio colmo di emozioni, dove regna la dolcezza e la bellezza della parola che tanti innamorati sognano di sentirsi dire. Quel “TI AMO” che dona un’infinita catarsi di sentimenti in coloro che la sussurrano a coloro che amano, come in chi la riceve.

Ma è anche un inno di parole, di piccole parole che il nostro autore dona alla donna da lui amata, come espressioni di quel sentimento intimista che va oltre tanti punti, anche senza bisogno di dettagli in più che aiutano a capire più a fondo il senso di quanto vissuto da due amanti/innamorati. Parole, viaggi di vita in cui ogni uomo, ogni donna innamorata e amata si ritrova pensando al proprio amore, alla persona di cui si è inconsapevolmente e perdutamente innamorati. Parole e magie infinite ispirate anche dalle canzoni di Bowie (Heroes, Under Pressure) Springsteen (Born to run, Because the Night, Countin’ on a Miracle, Racing in the Streets), ma soprattutto nel capolavoro di John Coltrane “A Love Supreme” celebrato come un inno d’amore supremo, senza dimenticare “One” degli U2 che celebra l’unicità di una coppia anche se si è in due. Perché “l’amore fa Uno come esistenza eterna di un mondo.

Momenti che ci portano anche a leggere i passi del Simposio di Platone, quei passi fondamentali della dichiarazione d’amore vissuta dai nostri famosi filosofi dell’Antica Grecia. Parole che Socrate prende da Diotima per dichiarare ciò che prova, vive, e che Platone riuscì, a suo tempo, a far vivere in questo magnifico saggio.

“È arduo combattere contro la passione del cuore (thymos), perché ciò che vuole lo compra a costo della vita. […] Thymen: ecco il mio amore, amore mio, che è impulso bellico, e ira, e collera, ed energia erotica, e desiderio del cuor, e impetuosità, e coraggio, passione imperiosa e indomabile, che non risponde al volere del soggetto, che lo getta letteralmente fuori di sé – e mi spinge al di là della vita.”

Un piccolo saggio molto bello e intimo che vale la pena leggere e portare con sé o tenere sotto il cuscino durante le fasi della notte, quando si vive un momento così intenso e vivo come l’amore o l’essere innamorati riesce a dare.

“Eri tu, sei tu. Sempre e solo tu. L’infinito dei miei desideri, dei miei sogni.

Eri tu quel giorno. Ti vidi, e tu vidi me. Sguardi che si dicevano tutto, si cercavano. Mani che si sfioravano in silenzio, lontano da sguardi indiscreti.

Poi all’improvviso arrivò lei. Vi salutaste, parlaste. Mi sentì messa da parte. Mi alzai, senza salutarti. Tu mi guardasti, i miei occhi erano quasi umidi. Mi allontanai di corsa. Non volevo mi vedevi piangere.

Mi corsi incontro. Fino a quell’angolo in cui mi prendesti la mano e mi fermasti.

Mi presi a te. Stringendomi forte e poi un sussurro. Fino a quel bacio che si cinse in un abbraccio infinito. Fermi. Un tutt’uno. Solo tu ed io. Io e te. Una cosa sola.”

Ti svegli sudata e sola da quel sogno che volevi non finisse mai. Il tuo pensiero vola a lui, a quel lui che non è lì al tuo fianco e a quell’emozione infinita che dona ogni giorno al tuo cuore.

L’amore ti vive. Ti cerca. Ti sorprende, ma quel “Ti Amo”, quel sogno, vive sempre dentro di te, come un viaggio di speranza, di magia che non muore mai.

“Nella notte stellata, sussurri silenziosi, catarsi di emozioni. Due cuori in uno. Mancanze colmate da abbracci e baci di fuoco. Fuoco ardente come passione, gioia di cuori infinita. Viva. Un “Ti amo” sussurrato mille volte da sguardi silenziosi persi nella notte in quell’abbraccio di mille colori.”

 

Written by Daniela Schirru

 

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Donne contro il Femminicidio #4: le parole che cambiano il mondo con Sara Rattaro

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile. Per dare loro il massimo della potenza espressiva e comunicativa, ho scelto di contattare, per una serie di interviste, vari Uomini che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Contro il Femminicidio

Ho chiesto loro, semplicemente, di commentare poche parole, che qui seguono, nel modo in cui, liberamente, ritenevano opportuno farlo. Non sono intervenuta chiedendo ulteriori specificazioni né offrendo un canovaccio.

Alcuni hanno scritto molto, raccontando e raccontandosi; altri sono stati sintetici e precisi; altri hanno cavalcato la pagina con piglio narrativo, creando un discorso senza soluzione di continuità.

Non tutti hanno espresso opinioni univoche, contribuendo, così,  in modo personale alla “ricerca sul campo”, ma tutti si sono dimostrati concordi nell’esigenza di un’educazione sentimentale e di una presa di coscienza in merito a un fenomeno orribile contro le donne, che necessita di un impegno collettivo.

Ad inaugurare per il 2017 la rubrica “Donne contro il femminicidio, iniziata lo scorso anno,  un’ospite d’eccezione: Sara Rattaro, amata scrittrice italiana, vincitrice di numerosi premi e autrice di romanzi profondi e attenti all’universo femminile: “Sulla sedia sbagliata”, “Un uso qualunque di te”, “Non volare via”,  “Niente è come te” e “Splendi più che puoi”, incentrato proprio sulla violenza di genere. Appena edito, con  Sperling & Kupfer, l’ultimo suo libro, intitolato“L’amore addosso”.

Femmina

Individuo indispensabile.

Femminismo

Credere nelle pari opportunità. Non esiste nessun luogo al mondo in cui le donne abbiano più diritti degli uomini, quindi se crediamo nella parità degli individui, dobbiamo essere femministi.

Femminicidio

Sara Rattaro

Omicidio di una donna perché è una donna. Trova le sue radici su un grosso problema culturale. Educhiamo i maschi e le femmine in modo completamente diverso. Ai maschi offriamo solo modelli vincenti senza preoccuparci delle debolezze che questi creano. Alle femmine insegniamo a curare proprio quelle debolezze e a mettersi in condizioni di non ostacolare il raggiungimento del modello vincente del proprio compagno.

Educazione sentimentale

È qualcosa che si fa troppo poco. Sarebbe bello poterla sostituire al vecchio modello sessista del “non piangere come una femminuccia”.

 

Written by Emma Fenu

 

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Uomini contro il Femminicidio #1

Uomini contro il Femminicidio #2

Uomini contro il Femminicidio #3

Donne contro il Femminicidio #1

Donne contro il Femminicidio #2

Donne contro il Femminicidio #3

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“Il Gabbiano” di Anton Čechov diretto da Marco Sciaccaluga: la precipitazione oltre il nulla, oltre il tutto

“Come è brutta la felicità che desideriamo/ Come è bella l’infelicità che abbiamo”. L’A.H.

 

Il Gabbiano di Čechov - Marco Sciaccaluga

Trovare niente nel tutto e tutto nel niente, dire parole che niente raccontano, ascoltare parole che tutto esprimono e cambiare argomento. Čechov ha in sé di straordinariamente tagliente questo, il suo è un teatro borghese che ha in odio la propria matrice sociale e culturale, è un teatro di chiacchiera che ha in odio il proprio straparlare, alludere, ritornare sul già detto senza dare tregua a chi pronuncia e a chi ascolta.

È questo ad essere straordinariamente tagliente: Čechov conosce i limiti umani dei propri personaggi e li fa macerare tensivamente perché allo stesso tempo li costringe ad essere parte di un coro, non concede loro una dimensione di intimo raccoglimento nemmeno nei monologhi e nelle digressioni più vicine al soliloquio. C’è sempre qualcuno che deve ascoltare, il fine per cui ogni verbo viene pronunciato è che sia pronunciato, ogni pensiero espresso è allusivo, ma si tratta sempre di una allusione che si ripiega su chi la introduce.

Čechov condanna i suoi personaggi senza alcuna pietà a continue, pubbliche confessioni. Li costringe a dare spettacolo di sé all’interno di un gruppo ben ristretto, quasi cortigiano e a tratti francese d’Ancien Régime (ed è in questo paradosso scoperto che Čechov dimostra di essere autore immerso nel proprio tempo, nella Storia di una Russia estremamente autocratica che si affaccia al XX secolo ribollendo repressa).

La Bruyère, riferendosi alla corte del Re Sole, scriveva in Caractères de la Cour «La vita di corte è un gioco serio e melanconico che impegna: bisogna saper adottare i propri pezzi e le proprie batterie, avere un disegno e seguirlo, schivare quello dell’avversario, qualche volta azzardare e suonare a orecchio; e dopo tutti i sogni e le precauzioni, a volte subiamo uno scacco, e perfino uno scacco matto».

Ecco che Čechov coglie spesso i suoi personaggi tutti assorbiti dal gioco serio e melanconico del reciproco dissimulare, ma è drammatico in questo atteggiamento l’anacronismo: di fatto è perduto l’oggetto-soggetto da conquistare e di cui si cercava ossessivamente il favore, non c’è un Re Sole da compiacere che possa elargire  privilegi, dunque perché ostinarsi in una struttura così rigida e improduttiva?

La risposta può essere relativamente semplice se si fa riferimento proprio a Il Gabbiano che Čechov scrisse nel 1895 e che debuttò a San Pietroburgo l’anno successivo. Fu un clamoroso insuccesso, solo nel 1898 con il nuovo allestimento di Stanislavskij e Dančenko al Teatro d’Arte di Mosca il testo fu consacrato come uno dei maggiori di quello che viene definito teatro moderno. Di fatto ne Il Gabbiano è in scena un coro affaticato che si oppone alla propria deformazione ostinandosi in una rigida chiacchiera di convenienza: non si tratta di un coro dionisiaco pronto a scaricarsi in un mondo apollineo, per dirla con Nietzsche, ma di un coro fatto di singolarità che scelgono di adattarsi al gruppo per rifiutare sia l’apollineo che il dionisiaco interiore. Tutto, pur di essere famosi, ammirati, riconosciuti pieni di talento e di genio o semplicemente amati dagli altri. Non conta la circostanza e il tempo, il luogo e la forma e il perché debba essere così. Così deve essere, è una questione di convinzione.

Il Gabbiano di Čechov - Marco Sciaccaluga

Questi borghesi in villeggiatura riproducono quello che nella città deve essere il quotidiano rituale collettivo nel tempo sospeso dell’estate e nello spazio di un giardino reso vagamente spettrale e ambiguo dalla presenza di un lago. Per la semplice necessità di affermare la propria esistenza tra quelle di tutti gli altri si dissimula, si recita un ruolo. È vero, non c’è un Re o un Imperatore da compiacere, ma c’è proprio il pubblico, una massa di lettori e spettatori pronti ad applaudire e a denigrare. È per questo pubblico che si è coro e da coro si agisce, è per e con il pubblico che si agisce nella convenzione.

Trovare niente nel tutto e tutto nel niente, dire parole che niente raccontano, ascoltare parole che tutto esprimono e cambiare argomento. Oggi che la dimensione collettiva, corale è veicolata da piattaforme virtuali che fingono di consentire una affermazione individuale è ancora decisivo avere nel Teatro uno spazio fisico in cui sia consentito prendersi un tempo per guardare e poi, se possibile, pensare.

Perché il Teatro è ancora l’unico luogo in cui il tempo interiore non è messo in discussione da quello collettivo, anzi, se mai può addirittura rimanerne separato: i due cori, quello degli attori sulla scena e quello degli spettatori che assistono alla rappresentazione, ancora possono reciprocamente influenzarsi e permettere l’uno all’altro di osservarsi, studiarsi, capirsi, discutere, sono cori di individui autonomi che si trovano separati solo per necessità pratica e non, almeno si spera, per necessità cortigiana.

Al Teatro della Corte di Genova dal 28 febbraio fino al 19 marzo 2017 è in scena Il Gabbiano (una produzione del Teatro Stabile di Genova) per la regia di Marco Sciaccaluga, una regia consapevole e asciutta che gioca proprio sul reciproco incontro di attori e spettatori (sin dalla scena iniziale capita spesso che i personaggi si muovano nella platea buia continuando le proprie discussioni così sospesi prima di raggiungere la luce del palcoscenico) e che insiste con eleganza e misura sul gioco metateatrale.

La scenografia (Catherine Ranckl) e le relative azioni spingono in una direzione orizzontale, più di compenetrazione che di sfondamento prospettico. Solo una passerella sulla destra offre un lieve sbilanciamento verticale, ma è appunto soltanto un accenno ad una elevazione interiore che in nessun personaggio è veramente preponderante e questa scelta di gestione spaziale risulta eccellente per sottolineare le tensioni reciproche di questo coro che non tenta mai veramente di liberarsi e di cercare altre direzioni. Sullo sfondo domina il telo su cui è dipinto il lago.

Il rosso desertico, la sabbia che si contrappone alla luna sanguigna, la polvere e i pesanti rami secchi, le stesse sedie e i tavolini raccontano la scheletrica stasi. Non è questo un giardino rassicurante, un hortus conclusus perché conserva una memoria di morte già passata, di caducità mai rifiorita che sconfessa persino il desiderio della metamorfosi naturale tra estate ed inverno, quasi che nemmeno il gelo sia concesso per dare tregua ai personaggi. Questo vivere è già deserto, lacrime asciutte e polvere di cose che, forse, furono.

Il Gabbiano di Čechov - Marco Sciaccaluga

Čechov è condanna, non c’è molto spazio per pietismi, la sua è una scrittura che non si risparmia e che insiste sulle miserie morali anche attraverso le nevrosi linguistiche che in questa messinscena per scelta del traduttore Danilo Macrì e del regista sono decisamente più evidenti: sono state ripristinate le varianti del testo altre che per censura (e anche per intenzione dello stesso autore conciliante con il suo pubblico) nelle successive messinscene furono ignorate e questo permette di godere maggiormente dell’insistito oscillare dei protagonisti tra il tragico ed il ridicolo.

Tragici e ridicoli, elastici fino al punto di spezzarsi, questi spiriti si muovono molto, ma senza mai veramente agire, si rincorrono nonostante siano vicini, si allontanano rimanendo gli uni negli altri.

Ecco Arkadina la grande teatrante che non vuole invecchiare, ferocemente egoista, capace di amare e fare amare solo se stessa, Elisabetta Pozzi è elegante, brillante: deve interpretare l’attrice che sta interpretando l’Arkadina che è al tempo stesso attrice e nel contesto sta recitando un ruolo. Un’operazione rischiosa, ma efficacissima.

Ecco suo figlio Treplev, giovane drammaturgo troppo orgoglioso ma anche troppo insicuro che vorrebbe un nuovo Teatro con nuove forme, ma che parla di fatto seguendo l’impostazione del Teatro vecchio che tanto disprezza: Francesco Sferrazza Papa è un Treplev iroso, un selvatico, aggressivo uomo sempre acerbo che nell’insistito di alzare la voce per farsi ascoltare diventa egli stesso il gabbiano che finirà per uccidere.

Ecco Sorin (un sornione Federico Vanni), fratello della Arkadina, che vuole vivere ma si avvelena con tabacco e Vodka e che nonostante si affanni per mantenere saldo il rapporto tra madre e figlio, si limita per sua stessa ammissione a chiudere sempre i propri e gli altrui discorsi.

Ecco Nina che Alice Arcuri rende sempre tesa verso l’alto con il mento e il corpo, la giovane vuole fare l’attrice ma non ha talento, è un’arrivista paradossalmente senza troppe pretese se non una unica volontà, quella di sentire la testa girare, acclamata e portata in trionfo dal suo pubblico.

Le si contrappone la rassegnata e infelice Maṧa (una nervosa Eva Cambiale) (e ciò è evidente anche nella scelta dei costumi sempre della Rankl, Nina inizialmente veste di bianco come una sposa, l’altra come una vedova in nero sino alla fine): è l’altra ragazza di provincia figlia dell’amministratore della tenuta (Roberto Alinghieri) perdutamente innamorata, come da cliché, del giovane drammaturgo che cercherà di dimenticare sposando il petulante maestro di scuola Medvedenko (è Andrea Nicolini a renderlo un tipo) che respira contando rubli e spese.

Il Gabbiano di Čechov- Marco Sciaccaluga

Non manca un medico che non prescrive farmaci e che cura ogni male con la valeriana: è il donnaiolo Dorn  (interpretato con rigore da Giovanni Franzoni), donnaiolo per ruolo suggerito dal coro, ma lo si vede amoreggiare soltanto con la Arkadina ed è invece amante da sempre della Polina Andreevna (una puntuale Mariangeles Torres), moglie dell’amministratore della tenuta e madre di Maṧa.

L’amante della Arkadina è lo scrittore Trigorin che non ama veramente ciò che scrive e che non ha mai avuto una propria volontà, forse l’unico personaggio davvero scritto da Čechov con l’intenzione di inserire nella vicenda un (in)consapevole e ambiguo deus ex machina, autore-attore della propria e altrui infelicità, forse l’unico personaggio che davvero subisce e criticamente studia le conseguenze delle proprie azioni, forse l’unico personaggio di cui davvero è possibile cogliere la trasformazione. In tutti i suoi personaggi l’autore semina se stesso, ma è proprio nello scrittore che inizialmente ammette di essere “sempre come stordito” e di cercare senza successo di “trovare pace da se stesso” che l’autore realizza un personaggio pienamente complesso.

Trigorin è un concerto unico, un movimento di intenzioni che Tommaso Ragno rende con inesauribile, estrema forza senza mai risparmiarsi attraverso un processo di sottrazione che edifica lentamente ed inesorabilmente la materica inconsistenza dello scrittore. Frasi spezzate, ellissi non colmate nelle azioni, esitazioni stranianti, strappi nel pensiero e poi rapido agire, fulminante arrampicarsi e scivolare per poi tornare a scavare nella battuta fino a raggiungerne il midollo.

Una eleganza impareggiabile quella dell’attore ed una inconfondibile capacità di usare la voce fino a toccare tonalità cristalline partendo da profondità abissali e intime che raccontano un inconscio insondabile, tutto per restituire allo spettatore i moti incessantemente ondivaghi dell’animo complesso di questo Trigorin ingenuo e calcolatore, poeta e uomo semplice, perfetto critico della propria condizione di comoda debolezza e al tempo stesso sognatore ancora capace di desiderare per sé un amore puro che però è pronto a tradire dopo averne goduto ben oltre il limite perbenista da cui poi si lascia assorbire.

Questo Trigorin è un Amleto che non sa di essere Amleto ed è infatti questa la maledizione del giovane Treplev che si sente spodestato della parte: Trigorin per il figlio della Arkadina dovrebbe interpretare il ruolo di Claudio, del fratricida amante della regina Gertrude e invece si corrompe facendo di Ofelia un mezzo per conoscere una purezza che non è conoscibile una volta perduta.

Questo antieroe sfonda il cielo di carta, rimane in una tensione utopica e nichilista, rimane proiettato in una redenzione colpevole e quindi irrealizzata che nell’ultima scena (quella in cui in un a parte immerso nel chiasso di una tombola autunnale, il medico Dorn riferisce allo scrittore del suicidio del giovane Treplev) Tommaso Ragno condensa in un passo da Charlot novecentesco e di colpo si tace e oscilla con un sorriso tagliente che si va via via spegnendo come le luci calde di Marco D’Andrea sul gelo della scena avvolta dalla musica di Andrea Nicolini che in crescendo s’è fatta insistente, forzosamente allusiva di una allegria che tenta di nascondere la memoria di morte.

Il Gabbiano di Čechov - Marco Sciaccaluga

Se un attore sapesse essere la sensazione del nulla o proprio il nulla sarebbe un attore di quelli non ancora nati, ma che dire di un attore che sa essere ossimoro, feroce e dolce interprete di un personaggio sospeso tra il cinismo e la disperazione, ben oltre il nulla e ben oltre il tutto?

Se si trattasse di una reazione chimica diremmo che questo testo è una precipitazione: ci sono dei soluti (i personaggi) che in soluzione (il loro rapporto in villeggiatura e fuori dal gioco melanconico) raggiungono e superano il limite di solubilità (più cercano di essere felici più sono infelici) e il risultato finale, questo precipitato è ciò che i personaggi sono costretti a diventare ed è proprio la materia su cui Čechov lavora.

Trovare niente nel tutto e tutto nel niente, dire parole che niente raccontano, ascoltare parole che tutto esprimono e cambiare argomento.

 

Written by Irene Gianeselli

Photo by Giuseppe Maritati

 

 

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Sito Teatro Stabile Genova

 

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Selfie & Told: la band The Love Thieves racconta il nuovo album “Soft”

Noi siamo i The Love Thieves, un duo synthpop/wave e ci presentiamo qui nella neo rubrica “Selfie & Told” per parlarvi di “Soft” il nostro album di esordio.

 

The Love Thieves

Ci siamo formati a Livorno nel 2013 dalle ceneri di precedenti progetti già noti nella scena locale.

Nel 2014 abbiamo pubblicato il nostro primo EP completamente autoprodotto, “The Love Thieves EP”, e l’anno successivo abbiamo cominciato a lavorare ai pezzi che poi sono entrate a far parte di “Soft”.

Per il nuovo album “Soft abbiamo deciso di ampliare il nostro sound avvalendoci di un bassista (Simone Sonatori) ed un batterista (Glauco Ricoveri), abbandonando in questo modo la versione duo e passando ad una band completa per i live.

A Marzo di quest’anno abbiamo avuto la grande opportunità di rientrare nel progetto “Toscana 100 Band” ottenendo un finanziamento per la realizzazione del nostro nuovo lavoro.

A luglio 2016 siamo entrati in studio per registrare i nuovi brani avvalendoci della produzione artistica di Andrea Pachetti.

Qualche giorno fa, ed esattamente lunedì 21 novembre 2016, è uscito il nostro nuovo album che ci riporterà in tour ma non finisce qui, perché abbiamo ancora tantissime novità in cantiere! Seguiteci!

 

T.L.T.: Cosa significa “Soft”, perché avete scelto questo titolo?

Soft - The Love Thieves

Francesco Sorgente: Abbiamo scelto questo titolo perché il nostro album è caratterizzato da un massiccio uso di riverberi, chorus e inserti elettronici, sui quali si appoggia dolcemente la voce cristallina di Chiara, creando un’atmosfera morbida e sognante nonostante le derive più punk e noise di alcuni pezzi.

 

T.L.T.: Come è stato il lavoro in studio di registrazione?

Chiara Lucarelli: Il lavoro in studio è stato molto stimolante e creativo, abbiamo avuto la fortuna di lavorare con un produttore come Andrea Pachetti (già in studio con: Zen Circus, Appino, Dente ecc…) che ha contribuito molto a donare una patina pop e raffinata a canzoni di matrice più indie, punk e wave ma senza snaturarle dal loro spirito alternative.

 

T.L.T.: Per voi è importante la scelta e la ricerca di determinati tipi di strumenti musicali?

Francesco Sorgente: Certo che sì, facciamo molta attenzione alla strumentazione perché contribuisce in modo sensibile al processo creativo che ci porta a comporre, spesso basta un determinato suono per gettare le basi di una nuova canzone. Come buona parte dei musicisti abbiamo sviluppato anche un certo “feticismo” per essi, cosa che ci porta ad essere sempre alla ricerca di nuovi “giocattoli” da utilizzare per gli arrangiamenti e/o ricreare determinate atmosfere di band a noi care.

 

T.L.T.: Cosa significa suonare in una band indipendente al giorno d’oggi?

The Love Thieves

Chiara Lucarelli: Suonare in una band indipendente al giorno d’oggi significa innanzi tutto sbattersi parecchio. In questo momento storico vediamo da un lato l’aumento esponenziale di band e dall’altro l’inesorabile desertificazione del pubblico e lo scarso interesse delle nuove generazioni per la musica “indipendente”. Tutto questo quindi crea non poche difficoltà nel trovare concerti, vendere dischi ecc… Purtroppo vivere di musica per un gruppo indipendente in Italia è sempre stato difficile, ma l’opportunità dataci da un progetto come Toscana100band è una grande speranza per tutti. Ci auguriamo che questi tipi di iniziative siano sempre più frequenti!

 

T.L.T.: Allora cosa si potrebbe fare per risollevare la situazione?

Francesco Sorgente: Sicuramente la cosa migliore è essere solidali tra “colleghi”, creare una rete di band per fare scambio date, creare collaborazioni artistiche ed aiutarsi nell’autopromozione, in modo da riportare in luce tutto quello che c’è di bello nella musica indipendente!

 

The Love Thieves

Chiara Lucarelli (voce)

Francesco Sorgente (chitarra)

Simone Sonatori (bassista)

Glauco Ricoveri (batterista)

 

Written by The Love Thieves

 

 

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“Selena 1692” di Rosalba Vangelista: un grido di dolore sempre attuale nella lotta contro il femminicidio

“Quando troverete questa lettera io non sarò che un mucchietto di cenere…solo polvere senza più vita, senza più carne né sangue. Non ho paura di morire, ho paura di bruciare troppo a lungo prima di perdere i sensi, quegli stessi sensi che fino a oggi mi hanno fatto amare la vita.”

Selena 1692

Ero certa che avrebbe saputo coinvolgermi totalmente. L’attendevo al varco. Bastava davvero poco, per rendere la sua protagonista meno “lamentosa” e più concreta. Avrebbe dovuto immedesimarsi in una giovane ragazza che voleva solo vivere, mentre invece era condannata al rogo. In una donna che aveva visto bruciare vive le sue amiche, e che, così vicina anch’essa alla morte, vedeva l’immagine di una madre andata via troppo presto, ma suo unico conforto.

Troppo bella ed intelligente, Selena era un personaggio scomodo per l’ignoranza che regnava nel Seicento – e che regna ovunque ancora adesso. Se vivi sola, senza marito e senza una famiglia; se ami studiare e ottieni piccoli successi nella vita, la gente ti guarda con diffidenza. Se poi, come nel caso di Selena, riesci anche ad esercitare l’arte della medicina, vieni tacciata di essere una strega – non importa se salvi delle vite, quello è superfluo.

E lo spiega bene l’autrice.

La donna è capace di dare la vita, e già questo risulta un grande miracolo, intriso di mistero. Se per di più ella utilizza la ragione ed esercita il suo pieno diritto alla libertà, l’uomo si sente minacciato. Vuole soggiogarla perché ne avverte la superiorità.

Ne parlo al presente, poiché non c’è stato un tempo dell’Inquisizione e di caccia alle streghe, bensì un unico lungo periodo buio in cui sono sempre le donne a soccombere, vittime di uomini che professano di amarle, e invece le violentano, le annientano e, nella maggior parte dei casi, le uccidono.

Questo breve romanzo epistolare di Rosalba Vangelista è dedicato infatti a tutte le appartenenti al sesso “debole” che hanno perso la vita, per mano di chi non ha avuto altre argomentazioni se non il ricorrere alla violenza. Quindi, questa lettera che l’autrice ipotizza sia stata ritrovata il 7 maggio 2015, sotto ad una pietra in una vecchia prigione di campagna di Andover nel Massachusetts, scritta dalla ragazza nel 1692, proprio nel periodo nero della “caccia alle streghe”, è sempre attuale.

Selena che ha visto morire le compagne Mary e Angelica, arse dalle fiamme, attende il suo turno. Questo scritto è tutto quel che di lei rimane: una breve testimonianza di violenza inaudita, che tocca nel profondo. Perché sappiamo che Selena è davvero esistita ed è morta in questo modo esatto. Ella aveva un altro nome, era giovane o vecchia, aveva altre nazionalità, ma la “strega” non è riuscita a sfuggire al suo carnefice e a realizzare il suo unico sogno che era quello di vivere.

Qual è il confine tra il normale e il diverso? Qual è la nostra immane colpa? Non abbiamo fatto del male a nessuno, perché tutta questa crudeltà? Io non lo comprendo.

Rosalba Vangelista

Dopo il noir “Le ossa del lago”; la raccolta di poesie malinconiche “Specchio nero” e il romanzo gotico “Mi chiamavo Susan Forbes”, colei che desidera porsi come “esternatrice di tormenti” è tornata con questo breve racconto in forma di epistolaSelena 1692”, autopubblicato tramite YouCanPrint nell’agosto 2016. E l’emozione che attendevo è arrivata. Rosalba Vangelista ha trovato una forma riuscita di immedesimazione e, soprattutto, quel giusto sdegno, misto a terrore ed incredulità, che proveremmo tutti di fronte ad una situazione tanto paradossale, eppure giudicata “normale”. La sua eroina muore con dignità: è credibile, non patetica.

L’introduzione è opera della scrittrice Tatiana Sabina Meloni che, insieme all’autrice, ha curato anche il progetto grafico. Inoltre, “Selena 1692” sarà presto presentato anche in teatro, poiché alcuni membri del Teatro Indipendente Certosa di Genova (TIC) ne stanno studiando la sceneggiatura.

Che la terra sia lieve, così come si è augurata lei, a tutte le Selene Selway del mondo, e l’umanità mai scordi questi atti atroci di violenza subiti dalle donne. Ricordando gli orrori della storia, esse non saranno morte invano.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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Intervista di Irene Gianeselli alla scrittrice Sara Rattaro: lo splendore della speranza

Sara Rattaro è laureata in Biologia e in Scienze della Comunicazione, ha frequentato il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino prima di essere assunta come informatore farmaceutico.

Sara Rattaro

Coltiva da sempre la passione per la scrittura e le sue storie si ispirano ai racconti delle persone che incontra.

Il suo esordio narrativo è con “Sulla sedia sbagliata” (Morellini, 2010).  Il suo secondo romanzo, “Un uso qualunque di te“, Giunti 2012, da marzo a maggio ha avuto cinque ristampe, ed è stato venduto in Spagna, Germania, Olanda, Bulgaria, Russia, Ungheria e Turchia. Il terzo romanzo “Non volare via” è pubblicato da Garzanti (maggio 2013) con grande successo.

Continua il successo di “Niente è come te“, Garzanti (settembre 2014) con cui la Rattaro ha vinto il Premio Bancarella 2015. Il suo ultimo romanzo “Splendi più che puoi(Garzanti, 2016) è vincitore del Premio Rapallo.

 

I.G.: Ti ringrazio per la disponibilità. Come hai scoperto la scrittura?

Sara Rattaro: Scrivo da quando ero giovanissima, una ragazzina, quindi direi che è una scoperta scolastica, però non mi facevo leggere. Forse ero impaurita dal giudizio degli altri, e non avevo ancora quella sicurezza necessaria, tanto è vero che mi sono poi laureata in Biologia e ho fatto un’altra strada. Una volta adulta e con un lavoro, la voglia di scrivere era ancora forte ed era sparita la paura di essere letta e criticata, ma con lo scrivere intendevo soddisfare più una esigenza personale, non pensavo sarei diventata una scrittrice. Ho cominciato con un piccolo editore, in realtà la mia vita è cambiata radicalmente dal 2010. Il mio è un percorso di cui vado molto orgogliosa e credo sia il sogno di ogni autore fare un passo alla volta, siamo tutti affascinati dal grande botto, dal successo immediato, ma è molto difficile poi riuscire a mantenere questo rapporto con il lettore. Il mio invece credo sia un percorso molto solido, ho cominciato con un piccolissimo editore, con delle poche ma buone vendite e conquistando molti dei lettori che ancora oggi mi seguono, poi ho continuato con una casa editrice piuttosto grande, la Giunti, che mi ha permesso di essere conosciuta da un pubblico più ampio, poi è stata la volta di “Non volare via” che ha consolidato questo rapporto con i lettori, di “Niente è come te“, vincitore del Premio Bancarella e adesso “Splendi più che puoi”: credo che questo sia il libro che più di tutti mi abbia dato credibilità presso i lettori perché qui ho affrontato un tema scottante, un tema di cui si parla poco e male, di cui si scrive molto poco se non a fiammate, ma non raccontando cosa è veramente la violenza sulle donne, e anche per queste ragioni un tema poco interessante per gli editori. Forse se io non avessi vinto il Bancarella non avrei potuto pubblicare una storia così forte. Ieri mi hanno fatto un complimento bellissimo durante la presentazione alle Terme di Comano, hanno detto «Sara Rattaro è riuscita a creare un rapporto così forte con i suoi lettori da potersi permettere di pubblicare un romanzo con un tema così difficile». I miei lettori mi hanno sostenuto e io sono grata e contenta. Ho avuto molta fortuna perché lavoro con persone da cui imparo molto, ma il rapporto con i lettori e i librai per il nostro mestiere è fondamentale e uno scrittore che non ha ancora compreso questa cosa, deve capirla al più presto. Nel bene, senza per forza strizzare l’occhio al lettore, bisogna considerare che i lettori sono coinvolti, bisogna meritare la loro fiducia.

 

I.G.: Cosa scegli tra essere e fare la scrittrice?

Splendi più che puoi

Sara Rattaro: Questa è una domanda da un milione di euro! Penso di essere una scrittrice, comincio a crederci. Non è una cosa così facile, sto acquistando sicurezza in quello che faccio libro dopo libro, presentazione dopo presentazione, e non penso di essere arrivata, anzi, spero di avere ancora molto da salire. Mi considero sempre un po’ al punto di partenza e all’inizio di una nuova avventura.

 

I.G.:  Franca Rame quando metteva in scena “Lo stupro” raccontava che gli uomini le dicevano di vergognarsi di essere uomini dopo averla guardata in teatro. Quanto è stato difficile da donna raccontare la storia di cui scrivi in “Splendi più che puoi“?

Sara Rattaro: È difficile nei termini in cui tu vuoi che sia difficile. Io l’ho affrontata spero con molta trasparenza, la mia non è una storia per le donne come spesso viene definita, anzi, la mia è una storia soprattutto per gli uomini, perché le donne sanno benissimo di cosa stiamo parlando e non hanno niente da imparare, sono gli uomini che vanno emotivamente coinvolti: i criminali non hanno nulla a che fare con gli uomini con cui conviviamo, con i padri, i fratelli e gli amici che non userebbero mai la violenza per discutere e chiarire qualcosa. Proprio questi uomini a volte sono distanti, poco coinvolti, come se fossero sempre sotto accusa anche loro, invece non è così. In questo libro c’è un padre, quello di Emma, la protagonista, c’è il nuovo amore di Emma che deve affrontare questo problema con lei, quindi ci sono uomini che soffrono, soffrono per la violenza subita dalle loro donne. Quindi bisogna cominciare a parlare chiaro rispetto a questa situazione: dietro una donna che subisce violenza c’è sempre almeno un uomo che subisce la violenza con lei. Il modo in cui l’ho raccontato è questo, non è stato difficile ma doloroso.

 

I.G.: Eppure proprio in questi giorni lo avvertiamo chiaramente: la questione di genere ci sfugge di mano.

Sara Rattaro: Ci sta sfuggendo di mano da troppo tempo, non sono d’accordo con il dire che adesso siamo in stato d’emergenza, lo stato d’emergenza c’è sempre stato. Il problema è un problema culturale, educativo e dal dopoguerra ad oggi le cose avrebbero potuto cambiare. Ad oggi invece continuiamo a fornire un modello educativo diverso per il maschio e per la femmina differente. Questa è la base su cui nascono le violenze sulle donne. I maschi devono raggiungere obiettivi difficili, essere i capo famiglia, quelli che primeggiano, quelli che non devono mai chiedere. Le donne sempre un passo indietro, meno pagate, sempre in silenzio, non devono mettere in ombra l’uomo che hanno accanto, devono invece sopportare e avere pazienza. È chiaro che se una donna non sta in questo schema, l’equilibrio si va a rompere. Ma le donne non possono vivere più in questo schema, abbiamo il diritto di avere gli stessi stipendi e le stesse cariche, abbiamo le pari opportunità. Il problema è che in realtà c’è discriminazione, è innegabile. Io dico sempre che noi continuiamo a dare una educazione dell’affettività diversa a seconda del genere, molte donne sono figlie di situazioni di violenza, ci sono donne cresciute in famiglie in cui le madri, le nonne, hanno sopportato delle situazioni di sottomissione. Quindi denunciare e ribellarsi è complicato e si insegna che una donna non se la deve andare a cercare, così non si insegna l’amore né l’affettività. Se tu insegni ad una bambina che può essere picchiata, abusata, violentata solo per il modo in cui è vestita, le abitudini, gli atteggiamenti che ha, questa bambina non può crescere sicura di sé e della propria libertà e autorizzi i maschi a picchiare, abusare e violentare. Questa di fatto non è affettività. Noi tutte siamo cresciute sentendoci dire vedi di non andartela a cercare, perché se poi succede qualcosa di drammatico tu hai sbagliato strada, vestito o sorriso e la colpa è tua. Noi continuiamo a spostare l’attenzione sulla donna picchiata: sul perché lei non se n’è andata, sul perché lei ci ha fatto dei figli, sul perché lei l’ha sopportato, ma perché non ci chiediamo la ragione per cui lui l’ha picchiata? Non ci occupiamo di donne che non subiscono violenza, ci chiediamo queste cose sulla donna violentata o picchiata perché a monte c’è un uomo che l’ha picchiata. Perché continuiamo a processare la donna? Perché non poniamo attenzione a lui, all’uomo che picchia?

 

I.G.: Molti infatti leggendo il tuo romanzo commentano focalizzando l’attenzione sulle scelte della protagonista.

Sara Rattaro: Tutti. Io sono stata la prima a chiedere ad Emma perché non se ne fosse andata prima. È una cosa che non bisognerebbe mai chiedere perché tradotta, questa frase significa “ma allora ti piaceva stare lì”? A nessuna donna piace stare lì e farsi picchiare. A monte ci sono milioni di motivi: non avere dei soldi, non sapere dove andare, essere sole, avere paura per i figli… questo va accettato, dobbiamo ancora lavorare su questa consapevolezza perché pensiamo sempre al “non andartela a cercare”. È inimmaginabile che lei sia rimasta col marito sei anni, vuol dire che le piaceva rimanere lì con lui a farsi picchiare dalla mattina alla sera. Quindi noi continuiamo ad approcciarci in questo modo, perché? Perché facciamo un processo a lei invece di farlo a lui. È lui che l’ha picchiata per sei anni. Perché lui non s’è fermato? Perché lui non è stato fermato? Nessuno si pone il problema, come se il problema potesse risolversi solo nel momento in cui lei riesce ad andarsene, invece l’uomo violento rimane l’uomo violento, il problema non è risolto. Abbiamo salvato una vittima, ma l’uomo è sempre violento.

 

I.G.: Parlavi di Emma, della vera Emma. Come è nato il progetto di “Splendi più che puoi“?

Niente è come te

Sara Rattaro: Per caso, ero ad una presentazione e una signora alla fine mi ha fermato dicendomi che aveva una storia da raccontare. Io le ho chiesto a caldo cosa ci fosse in questa storia perché i miei lettori avrebbero dovuto leggerla, ero in promozione con “Non volare via”, stavo crescendo e non avevo ancora una visibilità, era anomalo che una persona mi cercasse così, adesso magari ha più senso. Questa donna mi ha risposto «Io sono stata sequestrata da mio marito durante il nostro matrimonio, però ora sono qua. Erano gli Anni Novanta, è passato molto tempo e adesso voglio che questa storia diventi il mio passato». Io ero stupita, un po’ ingenuamente, ormai siamo troppo abituati al femminicidio. L’idea che lei fosse viva, splendente, bella, padrona della propria vita mi ha stupita. Si parla di violenza sulle donne solo quando le donne vengono uccise, invece ci sono quelle che si salvano e non ne se parla, non si lascia passare un messaggio di speranza, si fa passare un messaggio di rassegnazione. Non avrei mai inventato una storia di femminicidio, né di violenza perché penso sia una mancanza di rispetto per chi subisce davvero tutto questo. Perciò ho scelto di raccontare una storia vera piena di speranza.

 

I.G.: Molto interessante è che sono presenti nel libro dei riferimenti al percorso legislativo per la tutela dei diritti delle donne. Per esempio: solo nel 1996 è stata riconosciuta la violenza sessuale contro la persona, prima si parlava di atto contro la moralità.

Sara Rattaro: Ero una donna adulta nel ’96 e mi ricordo che quella legge mi piacque molto, anche se poi non mi piacque come fu gestita. Quella legge impiegò vent’anni per essere legiferata. Il Parlamento si è chiesto per vent’anni se le donne potevano essere offese come persone o come morale pubblica. La parità c’è ma solo nel momento in cui è un uomo a concedercela, quasi sempre la donna è sottomessa a questa benevolenza maschile. Siamo un Paese fortemente cattolico e la religione cattolica nella sua parte oscura dice qualcosa di estremamente negativo, dice del poter fare senza far sapere. Molto spesso è più importante quello che pensano gli altri rispetto a quello che realmente accade, purché non si sappia. La legge italiana racconta il problema culturale alla base della violenza sulla donna: di fatto tutelare i diritti delle donne non tutela solo le donne, tutela tutti, quella legge del ’96 tutela i padri, i fratelli, gli amici, gli innamorati e quella è una legge di un Paese civile, però arrivò in ritardo. Poi ci stupiamo del perché si faccia fatica a denunciare: fino a quindici anni fa non c’era una legge, cosa andavi a denunciare? Ovviamente oggi la legge c’è ma continuiamo a considerare la violenza come una cosa di cui vergognarci, da tenere nascosta. Fino agli Anni Novanta le donne dovevano gestire l’uomo violento, sopportarlo, affinché la comunità non fosse turbata, offesa. Noi siamo ancora qui, stiamo facendo molti passi avanti, ci vuole molto coraggio, le donne che riescono a denunciare sono delle eroine: avranno il mondo contro. Dare delle spiegazioni, affrontare processi, crescere i figli vivendo nascoste, è eroico.

 

I.G.: A volte anche il femminismo comporta del marciume ideologico.

Sara Rattaro: Non esiste una sola parte nel mondo in cui le donne abbiano più diritti degli uomini. Quindi nel momento in cui crediamo nelle pari opportunità siamo femministe e femministi. In questo senso io intendo il femminismo, certamente non intendo che la donna debba diventare come l’uomo. Gli uomini non sono gli unici nemici delle donne: le donne non sanno coalizzarsi, a meno che non ci sia sorellanza. Anche le donne accusano le donne. Pensiamo alle donne che assumo una posizione di potere: diciamo che quelle sono “donne con le palle” e continuiamo a mascolinizzare e di fatto continuiamo a sostenere la cultura maschilista. Mettiamo in dubbio le capacità della donna al potere se è bella, carina, simpatica eccetera, se è una donna poco avvenente la massacriamo perché brutta. Una bella al potere non la accettiamo ma non accettiamo nemmeno una in gamba al potere. Bisogna sempre trovare un secondo perché. Tempo fa ricordo che girava una foto di Pierce Brosnan con la moglie e questa donna non rientrava propriamente nei canoni hollywoodiani. In questa immagine questa donna come tante fu massacrata perché troppo brutta, non magra, non giovane. Però se ci fosse stata nella foto con l’attore una ragazza di vent’anni l’avremmo comunque massacrata perché non è giusto che una giovane donna si prenda un uomo maturo. Siamo di una crudeltà allucinante.

 

I.G.: La violenza ha aperto l’anno nella notte di Capodanno: a Colonia le donne sono state violentate ed è un fatto che è già caduto nell’ombra.

Non volare via

Sara Rattaro: Si toccano le donne. Quando si vuole ferire una società civile con scopo terroristico, si toccano le donne. Perché le donne sono le portatrici della vita. Dietro tutto questo voglio pensare ci fosse un disegno di tipo terroristico e siccome non sono degli stupidi è chiaro che hanno umiliato le donne. Lo hanno sempre fatto: dal Ratto delle Sabine. Per citare i più recenti: accadeva in Bosnia, in Cecenia. Le donne in guerra sono sempre state massacrate. Togliere alle donne la libertà significa mettere in ginocchio una società.

 

I.G.: Tra l’altro a volte le donne pare debbano demandare la propria felicità ad altro: lavoro, figli, marito. Come, secondo te, le donne possono costruire la propria felicità?

Sara Rattaro: Questa è una bella domanda. Io dico sempre che si può essere felici senza avere dei figli. Ovviamente poi l’opinione pubblica si divide in due: se non hai figli non sei una donna completa e quindi non puoi essere felice. Invece io da mamma dico che si può essere felici anche senza figli, intanto perché i figli sono una fonte di preoccupazione e di ansia pazzesca perciò ci sono dei sentimenti e delle emozioni e un amore che provi solo nei confronti di un figlio, ma questo non significa essere felici, la felicità è una questione personale. Molti la confondono con l’emozione, la serenità, l’innamoramento, ma prima di tutto bisogna chiarire cosa si intende per felicità e poi bisogna cercare di comprendere come si può raggiungere. Certo se i tuoi obiettivi sono un lavoro che ti piace, un figlio desiderato, un amore importante, è chiaro che sei serena e puoi anche essere felice, però è come dici tu, non possiamo demandare a qualcun altro la nostra felicità. Siamo sempre lì: perché ci hanno educate a stare all’ombra di un uomo e quindi se non c’è un uomo che ci fa ombra siamo esposte. Poi le donne hanno un problema biologico crudele, c’è sempre questo rincorrere qualcosa che non puoi avere. Anche questa è una questione culturale. Io mi sono sposata da poco, dopo tanti anni di convivenza e un figlio e quindi la mia vita non è cambiata granché, ma nel momento in cui mi sono sposata mi sono sentita accolta da una sorta di benevolenza diversa, assurdamente diversa: non è cambiato nulla in realtà, però l’atteggiamento della gente è cambiato, come dire, adesso siete legalmente presentabili. Io mi presentavo anche prima.

 

I.G.: Prima dicevi che molto spesso noi non sappiamo amare. Come si impara ad amare?

Sara Rattaro: Non so se sono la persona più adatta a dirlo, devo ancora capire se io stessa ho imparato ad amare. Credo che amare qualcuno sia veramente rispettare la sua vita, credo che molto spesso scegliamo delle persone, ma poi vogliamo che diventino come desideriamo noi e che non rimangano più quello che erano quando ce ne siamo innamorati. Rimaniamo affascinati da qualcosa che poi vogliamo spegnere, magari inconsciamente per paura che qualcun altro si innamori di quella luce. Tendiamo a volere cambiare gli altri, però è anche vero che la convivenza ci viene imposta dall’esterno: il concetto di famiglia è imposto dall’uomo non dalla natura, naturalmente la biologia ci direbbe di procreare, fare figli, anche con partner diversi, mentre noi dobbiamo essere fedeli, con quel felici e contenti, sempre in due, un due che è anti biologico.

 

I.G.: Il punto di rottura nel romanzo è la maternità. La forza del personaggio è proprio nella crescita, nel comprende che quel “due” è una forzatura.

Sara Rattaro: Sì, lei ci mette un po’ a capire che questo uomo è così, e che non passerà. Credo prima mancassero anche dei modelli per salvarsi, era una situazione assolutamente anomala. La maternità ha un grandissimo pregio: ti fa apprezzare quanto la tua vita può essere lunga. Personalmente faccio pensieri che prima non avrei mai fatto, adesso sceglierei subito di vivere quarant’anni di alti e bassi piuttosto che venti alla grande. Fatemi vivere quarant’anni in sordina perché mio figlio ha bisogno che io ci sia, almeno fino ad un certo punto. Per questo la protagonista non salva solo se stessa, ma anche sua figlia, la vita che sono entrambe. Del resto non è pensabile lasciare una figlia con un uomo violento che nel peggiore dei casi dopo otto anni di carcere esce e può rifarsi una vita.

 

I.G.: Come possono difendersi le donne dalla violenza?

Sara Rattaro

Sara Rattaro: La violenza sulle donne ha una sua serialità, quasi sempre, questo lo dicono gli esperti dei centri antiviolenza, uguale a se stessa. La prima fase è la violenza psicologica: la vittima viene isolata, denigrata. Io ti dirò che sei brutta, antipatica, incapace, dopodiché attacco la tua rete: le tue amiche sono stupide, i tuoi familiari non ti hanno mai amato, i tuoi compagni di lavoro ti fanno le scarpe, il tuo capo ti fa le scarpe… io ti picchio quando tu hai rotto con tutti perché ormai ti vergogni, hai litigato con tutti per difendere proprio lui. Occhio alle persone che controllano i soldi, non ti fanno uscire, ti controllano, ti dicono che possono mantenerti e tu puoi non fare nulla, quelli che ti dicono di non metterti la gonna perché sei una poco di buono. Dovrebbe esserci un decalogo per le bambine in quinta elementare. Invece no, ci sono i libri per ragazzi in cui il ragazzo stronzo, violento, maltratta le ragazze e tutte dietro, tutte a rincorrerlo. Se invece parliamo di un caso di violenza conclamata la donna deve rivolgersi a qualcuno che sappia cosa fare. Quindi occorre rivolgersi al medico di famiglia, il medico ha studiato per aiutarti, conosce i centri antiviolenza a cui affidarti e non desti sospetti se vai a farti visitare. Oppure ti puoi rivolgere direttamente al centro antiviolenza, affidandoti totalmente ad un percorso lungo, doloroso sicuramente, piuttosto complicato. Ma quando si denuncia bisogna mettersi in salvo e al sicuro, non si può continuare ad avere lo stesso telefono, devi cambiare telefono, non devi essere reperibile, se rimani devi cambiare le serrature. Se torni a casa dopo la denuncia hai la peggio sicuramente. Bisogna affidarsi a qualcuno che sa cosa fare, non è questione di “ti aiuto perché ti voglio bene”, deve essere qualcuno che non ti giudichi in questo percorso necessario.

 

I.G.:  E gli uomini cosa possono fare?

Sara Rattaro: Gli uomini non violenti devono aiutare le donne, devono schierarsi, scarpe rosse o no devono scendere in piazza con noi e dirlo che non c’entrano, che non sono violenti. Una persona violenta se è consapevole deve farsi aiutare. Gli specialisti accettano di lavorare solo con chi supera alcolismo e altri fattori e chi cura la propria schizofrenia. La violenza è violenza. Se mi picchi io mi devo portare in salvo. Poi facciamo psicologia, sociologia per capire quali sono le sofferenze, ma nel momento la violenza è violenza, il perché non interessa. Credo qualche successo ci sia anche, però è un altro discorso. Gli altri, i non violenti, devono combattere la violenza, intervenire e soprattutto schierarsi, c’è un lungo cono d’ombra per cui non si capisce mai da che parte stai. Ci sono sempre alle mie presentazioni i padri che sanno di cosa sto parlando, che capiscono che io non ce l’ho con gli uomini. Poi ci sono quelli che invece ti dicono che qualcuna deve saltare per mantenere l’ordine: è chiaro che se io ho mille amanti tu non sei autorizzato ad uccidermi! Il fatto che magari venga uccisa una prostituta comporta un tipo di processo, per una donna figlia di buona famiglia il processo segue tutt’altro iter. Si fanno sempre due pesi e due misure e questo non va bene. Non esiste mai una giustificazione alla violenza.

 

Written by Irene Gianeselli