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Selfie & Told: la band The Wer racconta il disco d’esordio “Werever”

“Bright skin, black nails and Fedora hat/ Are driving me mad on a one way street,/ Brightskin, black eyes and perfect lips,/ Those are my sins,/ And you don’t see/ That you mess with my dreams/ […]” – “Fedora

The Wer

I The Wer nascono a Roma nel giugno del 2013 con Alessandro Piccenna (voce e chitarra) e Gianluca Fazio (basso e cori). Ai due si aggiungono successivamente Leonardo Sentinelli (batteria) e Flavio Veronici (chitarra e cori).

 Nell’ottobre del 2013 autoproducono il loro primo EP dal titolo “Morning Comes Electric”, sulla scia delle sonorità indie-rock firmate Two Door Cinema Club e Foals. Dopo l’uscita dell’EP intraprendono l’attività live cercando di ritagliarsi uno spazio tra le band emergenti di Roma e dintorni.

Nel giugno del 2014, con la vittoria del “Contestiamo”, contest organizzato dal Contestaccio, i “The Wer” si classificano primi tra 66 band in gara, guadagnandosi definitivamente l’attenzione della scena indipendente romana. Nello stesso anno ad agosto partecipano a vari festival in Italia, tra cui il Messapp Coast Festival e il Pollino Music Festival, al fianco di artisti come Motel Connection e Brunori SAS.

Dopo l’intenso periodo estivo decidono di recarsi in studio, determinati ad acquisire un sound allo stesso tempo più maturo e fresco rispetto alle prime produzioni.

L’EP “Pirouette” combina così le sonorità old school tipiche di Arctic Monkeys e Strokes a beat elettronici, synth e tastiere, influenzati dal sound di gruppi come Last Dinosaurs e The 1975.

Forti del crescente apprezzamento di critica e pubblico, nel 2015 si dedicano alla promozione dell’EP e si esibiscono in tutti i principali locali della capitale, sia da headliner che come opening act per band del calibro di The Wombats (UK), M+A ed EX-HEX (USA).

Nella prima metà del 2016 decidono di sospendere l’attività live per dedicarsi allo studio e alla ricerca musicale, con l’obiettivo di trasformare nuovamente il sound in vista del loro primo album.

Werever

Mantenendo la strada delle melodie orecchiabili e delle sonorità elettroniche, decidono di conferire alle nuove produzioni una facciata decisamente più pop, mixando influenze che vanno dall’R&B, al funky, alla musica anni ‘80.

Nella seconda metà del 2016 cominciano a sperimentare in versione live le nuove tracce, frutto di sei mesi di lavoro intenso. Curiosi di esporre i brani ad un tipo di pubblico diverso volano a Brighton (UK) e si esibiscono come headliner ricevendo reazioni positive.

Il disco d’esordio Werever è uscito nella primavera del 2017.

Ed ora beccatevi questa Selfie & Told.

 

T.W.: Quale è stato il processo di scrittura di “Werever”?

The Wer: Il processo di scrittura di “Werever” è stato piuttosto insolito e lungo. Le sessioni in studio si sono prolungate infatti per un totale di circa 6 mesi con non poche interruzioni. Dopo ogni seduta avevamo la possibilità di ascoltare per giorni ciò che avevamo fatto in studio. Questo ci ha permesso di assimilare in un tempo più lungo l’evoluzione dei brani, di ragionare in modo più approfondito su alcune sfumature e di elaborare con più calma l’andamento delle registrazioni. Allo stesso tempo, tuttavia, la possibilità di ascoltare per molto tempo e ciascuno separatamente i brani in fase “embrionale” ha fatto nascere in ognuno di noi idee diverse per gli sviluppi di ogni traccia, dando vita a non poche discussioni interne durante questo lungo periodo.

 

T.W.: Come avete scelto il sound per “Werever”?

The Wer: Una delle poche cose sulla quale siamo stati sempre tutti d’accordo è stata l’intenzione di dare a “Werever” un sound fresco, che potesse rappresentare allo stesso tempo una novità rispetto alle uscite italiane attuali ed una connessione con il panorama musicale internazionale più moderno. Questa scelta è stata dettata dalla convinzione che tutti gli album più importanti hanno sempre portato qualcosa di nuovo a livello di sound rispetto alla scena musicale in cui sono nati, ma soprattutto dal fatto che il “genere” che facciamo rimane il frutto di ciò che ascoltiamo di più e nasce dunque in maniera assolutamente spontanea.

 

T.W.: Come mai avete scelto di cantare in inglese?

The Wer

The Wer: Anche la scelta di scrivere in inglese è venuta piuttosto naturalmente, ascoltando poco o niente di italiano ed essendo appassionati ed abbastanza a nostro agio con la lingua. Inoltre, l’idea di indirizzare la nostra musica ad un pubblico esclusivamente italiano ci è sembrata da sempre in un certo senso limitante, avendo la possibilità di arrivare praticamente ovunque con le nuove piattaforme musicali ed essendo il nostro genere sicuramente apprezzato più all’estero che in Italia.

 

T.W.: Al di fuori della Band chi sono i The Wer?

The Wer: Abbiamo la fortuna di essere tutti amici da tanto tempo e di aver sviluppato un legame che va oltre il progetto musicale. Per questo motivo passiamo molto tempo insieme al di fuori degli impegni della band e tendiamo a condividere più o meno tutto quello che ci succede. Quando non usciamo per Roma ci capita di ritrovarci nella nostra sala prove, anche solo per fare una partita alla play o scrivere musica al computer per intrattenerci. È così che sono nati molti dei brani di “Werever” e tantissima altra musica che ancora non abbiamo fatto uscire. 

 

Written by The Wer

 

 

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Costello’s Records

 

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Donne contro il Femminicidio #8: le parole che cambiano il mondo con Luigina Sgarro

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile.

 

Contro il Femminicidio

Per dare loro il massimo della potenza espressiva e comunicativa, ho scelto di contattare, per una serie di interviste, varie Donne che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Ho chiesto loro, semplicemente, di commentare poche parole, che qui seguono, nel modo in cui, liberamente, ritenevano opportuno farlo. Non sono intervenuta chiedendo ulteriori specificazioni né offrendo un canovaccio.

Alcune hanno scritto molto, raccontando e raccontandosi; altre sono stati sintetici e precisi; altre hanno cavalcato la pagina con piglio narrativo, creando un discorso senza soluzione di continuità.

Non tutte hanno espresso opinioni univoche, contribuendo, così, in modo personale alla “ricerca sul campo”, ma tutti si sono dimostrati concordi nell’esigenza di un’educazione sentimentale e di una presa di coscienza in merito a un fenomeno orribile contro le donne, che necessita di un impegno collettivo.

Oggi è il turno, per “Donne contro il Femminicidio“, di Luigina Sgarro, pugliese trapiantata a Roma, psicologa, psicoterapeuta, consulente, trainer e coach, scrittrice con la passione per la fotografia, ha per lo più lavorato per grandi aziende, collabora con l’Università di Tor Vergata sui temi del comportamento umano all’interno delle organizzazioni. Scrive da sempre e ha iniziato a pubblicare nel 2005, avendo riconoscimenti in vari concorsi letterari e collaborando alla stesura di varie antologie. Ha vinto il concorso “Le Fenici” con la raccolta “Quasi Amore”. Nel 2016 ha partecipato, assieme ad altre scrittrici, alla raccolta di genere fantastico Rosa Sangue, sul tema del femminicidio.

Femmina

Luigina Sgarro

Termine che abitualmente si usa in modo dispregiativo, contrapponendolo a donna, richiama la natura, contrapposta alla cultura. È la radice delle cose, è il luogo dell’istinto, in cui una donna abbandona gli orpelli delle strutture sociali e resta nuda davanti a se stessa. Femmina è la solidarietà, l’amore per il nuovo, l’evoluzione del corpo e della mente, la sete dello spirito. La femmina si annida nella donna e l’avvolge come un guscio di madreperla.

Femminismo

È una battaglia persa nel momento in cui la combatti. È il desiderio di affermazione contro il maschio. Nel passato il maschilismo ha prodotto, per reazione, il femminismo: maschilismo e femminismo sono due facce della stessa medaglia e come tali non riescono a guardarsi, si equivalgono, hanno lo stesso peso. Nel futuro non ci sarà più posto per femminismo e maschilismo, si condividerà lo spazio e la strada, ognuno come vorrà, non facce di una medaglia ma mani che si tendono, si intrecciano, si aiutano a fare insieme parti di cammino.

Femminicidio

È una brutta parola per una brutta cosa. Evoca un corpo ripiegato in un grumo di sangue rappreso. Il disprezzo per la donna pervade il nome dell’ultima violenza di cui questa è vittima. La si uccide perché è femmina, dice la legge, la statistica, la sociologia, e la femmina può essere considerata oggetto, fruibile, fungibile, voluttuario, sopprimibile.

Chi si rende responsabile di femminicidio lo fa attaccando l’altra perché da donna – essere umano di sesso femminile dotato di personalità, intelligenza, diritti, voce in capitolo, ecc. – vuole degradarla a femmina, animale” dice il dizionario Treccani. Se definiamo il crimine femminicidio, seguiamo l’assassino in questa logica.

Si dovrebbe chiamare liberticidio, angelicidio, sorellicidio, ma i legislatori, si sa, hanno poca fantasia.

Educazione sentimentale

Luigina Sgarro

È una strada dentro se stessi che si percorre cercando altri.

Si varcano molti cancelli, si supera un banco di nebbia, si salta su un fossato di pietre lucenti, ci si trova davanti a un lago e ci si specchia, se si vede una persona e si riesce ad amare la sua gioia, la sua tristezza, la sua rabbia, la sua paura, alzando gli occhi, se ne troveranno molte altre da conoscere e da amare, se non si vede nulla, ci si mette di nuovo in cammino, sperando in maggiore fortuna, senza sapere ciò che si cerca fino a quando non lo si trova.

 

Written by Emma Fenu

 

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Uomini contro il Femminicidio #1

Uomini contro il Femminicidio #2

Uomini contro il Femminicidio #3

Uomini contro il Femminicidio #4

Uomini contro il Femminicidio #5

Donne contro il Femminicidio #1

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Donne contro il Femminicidio #3

Donne contro il Femminicidio #4

Donne contro il Femminicidio #5

Donne contro il Femminicidio #6

Donne contro il Femminicidio #7

 

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“Requiem for Medea” di Gianluca Paolisso: in scena il 19 maggio 2017 presso il Teatro Tordinona, Roma

“Noi guardiamo alle età passate con condiscendenza, come si trattasse di una mera preparazione per ciò che siamo… e se invece fossimo solo un ultimo bagliore di esse?” – J.F. Farrell – “L’assedio di Krishnapur”

Requiem for Medea

Lo spettacolo teatrale “Requiem for Medea” scritto da Gianluca Paolisso sarà in scena il 19 maggio 2017 alle ore 21:00 presso il Teatro Tordinona a Roma, prodotto da C. T. Genesi Poetiche.

In “Requiem for Medea” le vicende personali si intrecciano ad una più profonda analisi della società, delle sue sozzure e ipocrisie. Gli stessi personaggi del mito si trasformano in figure a noi molto vicine. Non ci sono più eroi, ma solo uomini e donne in un mondo che decade pian piano, nel quale i valori unici sembrano essere la prevaricazione e l’arrivismo, anche a dispetto della propria coscienza, anche a dispetto degli altri.

Sono molteplici i temi sottesi alla narrazione primaria: la considerazione della donna come oggetto, la sete di potere o la ricerca ossessiva di ricchezze, ma soprattutto il mercato di esseri umani, chiaramente espressa nel monologo finale contro Giasone, non più eroe del Vello d’Oro ma brutale scafista di immigrati.

Requiem for Medea” rappresenta l’Anno 0 della C.T. Genesi Poetiche, il primo passo di uno studio sulla Tragedia Greca che nei prossimi anni porterà alla realizzazione di nuovi progetti e spettacoli, alla costante ricerca del Mito e della sua contemporaneità.

L’ombra di Medea non trova pace. I misfatti commessi in vita continuano a tormentarla, nessun regno al di là del mondo sembra volerla accogliere. Eppure qualcuno ha deciso che quell’anima torni a parlare: racconterà un’ultima volta la sua storia di donna, madre ed assassina, ripercorrerà il mito tanto conosciuto ballando sulle rovine di un mondo che tanto somiglia al nostro.

Un estremo atto di denuncia, l’ultima preghiera prima del silenzio.

Requiem for Medea

In una scenografia minimale, composta da manichini destrutturati, corone di spine macchiate di sangue e pezzi di stoffa bruciata, il mito euripideo viene ripercorso con rispetto ma arricchito da nuove immagini e ricordi, quali l’infanzia di Medea, il primo incontro d’amore con Giasone o il ricordo del parto.

L’intero arco narrativo è esplicato con la consapevolezza del già accaduto: l’anima della protagonista sa che oramai è impossibile tornare indietro, eppure non conosce sentimento di perdono nei confronti dei suoi aguzzini. Il suo unico pentimento è non poter ritrovare i figli nel buio, o dovunque si troverà ad essere per l’eternità.

L’intero spettacolo può essere simbolicamente visto al pari di una lunga, straziante preghiera.

C. T. Genesi Poetiche viene fondata il 1 gennaio 2016 da Gianluca Paolisso e Daria Contento. L’obiettivo ultimo di questa nuova realtà è tutto espresso nel suo nome: una ricerca costante volta alla sperimentazione teatrale, un percorso di conoscenza che permetta al pubblico di avvicinarsi a nuove possibilità di messa in scena, un racconto onesto e critico della società e delle sue più acerbe contraddizioni.

C. T. Genesi Poetiche pone le sue radici nel corpo dell’Attore, primo motore di narrazione emotiva, e nel suo dispiegarsi a contatto con la musica, con gli oggetti di scena, con la scenografia.

Un gruppo di giovani professionisti alla ricerca di una strada alternativa, allergica al conformismo e amante della rivolta. Generazione perduta? Poetica, semmai…

C. T. Genesi Poetiche si muove su due binari: da un lato è attenta alla nuova Drammaturgia, con la ferma intenzione di darle il più ampio respiro possibile all’interno dei suoi progetti, dall’altro crea Drammaturgia tramite il lavoro in sala prove, attraverso un autentico dialogo tra le varie figure professionali.

Requiem for Medea

Tramite un accurato studio dei temi e di testi che possano costituire un punto di partenza, uno spunto creativo necessario, Drammaturgia e Regia si fondono in un unico corpo narrante: il testo diviene pre-testo, per dirla alla Grotowskji, un embrione in costante trasformazione.

L’Attore diviene quindi non banale esecutore, una sorta di strana marionetta nelle mani del Regista, ma una fonte di creatività e proposte indispensabili alla buona riuscita del lavoro. Il suo corpo si modella sulle proposte musicali offerte, i muscoli tesi ascoltano l’induzione emotiva esterna e rispondono raccontando una storia improvvisa, alle volte fugace, alle volte necessaria. Da questo primo processo di improvvisazione nasce la consapevolezza di sé e di ciò che si andrà ad interpretare.

Una collaborazione onesta di idee e intenti, un abbraccio sincero che contempli un solo comandamento: la necessità di dire.

Credits

Atto unico per sola attrice scritto da Gianluca Paolisso con Daria Contento

Ideazione, Drammaturgia e Regia: Gianluca Paolisso

Costumi: Pamela Fornari

Foto di scena: Teresa Rotondo

Video: Silvia Carotti

Progetto grafico: Elisabetta Girodo Angelin

 

 

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Vincitori e Finalisti del Contest di poesia e prosa “Il Trono del Padre”

Si è conclusa il 29 aprile 2017 a mezzanotte la possibilità di partecipare al Contest Letterario di poesia e prosa Il Trono del Padre promosso da noi di Oubliette Magazine e dallo scrittore Massimo Pinto.

Contest Il trono del padre

Una competizione a suon di parole e versi che ha visto più di 80 partecipanti per le sezioni A (short story) e B (poesia). La giuria del contest (Alessia Mocci, Massimo Pinto, Emma Fenu, Elisa Longo, Katia Debora Melis, Carina Spurio e Marzia Carocci) ha decretato i 14 finalisti.

Oggi, vi presentiamo i sei vincitori del contest che riceveranno a casa una copia del romanzo Il Trono del Padre” di Massimo Pinto, edito dalla casa editrice Bastogi Libri.

Tutte le opere partecipanti possono essere lette cliccando QUI.

 

FINALISTI

SEZIONE A

Anna Paola Lacatena con “Apelle figlio… di Apollo”

Laura Vargiu con “Come le rondini”

Enrico James Scano con “Profumo”

Vito Ditaranto con “Nero”

Antonio Bianchi con “Cielo”

Maria Teresa Dotti con “Che viola tenue”

Paola Pittalis con “Conflitti”

SEZIONE B

Corrado Cioci con “Purgatorio”

Fabrizio Bregoli con “Sapere di te”

Gianfranco Isetta con “Come Foglia”

Sebastiano Impalà con “La follia di Omero”

Luca Garbatella con “Fiori”

Grazio Pellegrino con “Credo in un solo Dio”

Nicola Matteucci con “Innovazioni”

VINCITORI

SEZIONE A

Anna Paola Lacatena con “Apelle figlio… di Apollo”

Aveva cinque anni Enea il giorno che a suo padre diedero quarantasei giorni da scontare in carcere.

La guerra fredda aveva inculcato nel padre la convinzione che ciò che apparteneva allo Stato era ricchezza da dividere tra il popolo.

Era stato sorpreso a rubare poco meno di due chili di pesche da un’area sotto il controllo della Marina Militare.

«Mamma! Dov’è papà?»

Non doveva sapere Enea quale disgraziato fosse suo padre.

È fuori per lavoro… Quale lavoro, però?! Giovanni faticava solo per riuscire a non fare nulla tutto il giorno.

Tutto ciò che riuscì a dire fu: «Se fai il buono, stasera, ti porto dalla zia Maria a guardare la televisione.»

Mentre assistevano con altre dieci persone a quello spettacolo storico, la donna ebbe un’idea.

«Eccolo tuo padre!»

Trasalì Enea.

Si avvicinò allo schermo con scientifica curiosità, cercando di cogliere dettagli familiari in quell’uomo che si muoveva lento, infagottato in una tuta bianca.

Rimosso a furor di popolo dalla zia Maria e riconsegnato nelle braccia della madre, il piccolo gridò cercando l’approvazione dei presenti: «È papà mio! È andato sulla luna! È nello spazio!»

Sorrisero i presenti, sorrise per giorni Enea.

Era il 20 luglio del 1969.

 

Laura Vargiu con “Come le rondini”

Nella mia terra l’infanzia ha l’amaro sapore della guerra.

Non ricordo giorno, dacché sono nato, senza spari, esplosioni, sangue per le strade.

Qui anche i bambini si abituano presto alla morte che, come un’ombra infida, passa loro accanto a ogni istante. La musica dei fucili culla le loro notti insonni; i crateri delle bombe ospitano i loro giochi.

“Sei figlio della guerra, piccolo mio” mi diceva mia madre, stringendomi forte a sé come per scusarsi d’avermi messo al mondo tra le rovine di un’esistenza dove la parola pace è soltanto una preghiera inascoltata. Quando lei e i miei fratelli rimasero sepolti sotto le macerie era primavera, ma sembrava fosse iniziato un nuovo, lunghissimo, interminabile inverno.

Persino le rondini hanno paura di questo cielo che vomita morte e da troppo tempo non le si vede più in volo; chissà, la guerra infinita avrà fatto perdere loro le ali oppure la strada che le conduceva ai profumi delle rose siriane. Ho desiderato tanto rivedere le rondini, pure adesso che giaccio nella polvere accanto ad altri bambini; agonizzanti, fissiamo le nuvole lassù, soffici sogni che vorremmo ancora inseguire. Ma siamo ormai come le rondini che non voleranno più a primavera.

 

Maria Teresa Dotti con “Che viola tenue”

Che viola tenue hanno sbocciato le ortensie, quel violetto arricciolato che ricorda i capelli di nonna, sotto a un fazzoletto con quattro nodi, uno per ogni angolo, a mo’ di cappello.

Mi pareva così ridicola, china su un’erbaccia a litigare con la lunga radice, il lurido grembiule e i gambali di gomma verde.

Ero giovane e me ne vergognavo, non era la nonna elegante che sognavo.

Era la nonna con un fazzoletto in testa, un fazzoletto chiazzato di muco, sudore ed erba.

Al mio arrivo si sollevava piano, tenendo le mani sulle reni, sorrideva sdentata tra una ragnatela fitta di rughe e mi baciava scostando la frangia.

Com’era lieve quella mano ruvida, ancor più lieve del bacio.

-Diventerai strabica-diceva.

E la sua voce sfuggiva via veloce come un fruscio d’ali di farfalla.

 

SEZIONE B

Corrado Cioci con “Purgatorio”

All’anime purganti che furon in parte fallaci e arroganti che dell’umano han ancor intatto il Pensier io in versi a voi mi verto.

Fuggite dalla fucina ardente che miete come il grano dal campo si senton salve han già Abbracciato la salda riva e mai vorrebbero tornar nel gorgo di incerta

Fatica.

Solinghe a viso basso rammentan i focosi giorni d’una vita non sempre retta

E stretta dal desiderio avversa all’ insegnamento

Come un affamato che agogna il pane ma vuol pur vesti calde e lusso voi foste combattute Da due verbi

Sontuosa veste o carità a chi la chiese?

Quando vedeste in terra il derelitto pietà vi colse o un beffardo sorriso certe d’ aver un Allegro focolare?

Quanto dolore avete dato padri figli mogli

Or tutto uno nel branco nel silenzio, un lungo letargo!

Sonno della coscienza che fiacca e rende lassi che ottunde il ben dell’intelletto

E ci meni nel deserto dei morti sensi

Lontani dalla fonte del bello e del vero

Vedete or voi anime in bilico tra i due mondi

Il vostro peccato l’occasion della vita sprecato per giungere ai santi cancelli

Dovete lesinar chieder un amen e attender ceri, sollievo dei viventi

Che il vostro nome risuoni sugli altari

In nomine domini!

Ah cattivi anni vissuti nel disagio

A digrignar chi vi porse mano

Calpestar patti santi ma in ver

Vi fu dolce andar contro comando

Sul viso un velo che copriva la luce

Del bel sentiero

Preferisti digiunar che pranzare con chi ti

Aprì il cor

Or benedici quel pane vorresti

Un certo posto da commensale

Ma son i giochi ormai finiti e tu pellegrino

Vai per il tuo cammino a passo lento e riflettendo

Sul giorno che fu’ indi non si torna indietro

Un tramonto che non vede l’alba

Un dolor che vi pungola a cercar rimedio

Del malfatto questa la vostra pena

Finché non sia pura

I bei vermigli fior i ruscelletti

Timidi e allegri l’aroma dei germogli vedrete ancor ma prima pigerete il calcagno tra fango E roccia!

Vi dà la somma somma speranza

La certa grazia che vi attende

Dopo aver pagato lo scotto del vostro

Debito

Non pianti e lamenti come nel fatal asilo

Ma in coro mormoran gloria al padre e santa fede

Orsù cingi la vita di docile giunco

Sii come lei piegati ai voler

Pia e monda salirai

La scala per l’eterna gioia

 

Gianfranco Isetta con “Come foglia”

Seguendo a volte il mutare del vento

rivedo d’esser stato come foglia.

Ora che tocco a terra lento, e spenta

ogni ragione per puntare al cielo,

m’accovaccio al caldo delle mie sere

disteso sulle membra rugginose.

Se sembra irraggiungibile l’interno

di un tempo che si pensa sogno eterno

é buona solitudine da accogliere

quella che mi accompagna ad una soglia

dove c’è sempre un ramo che mi invita

ad un ritorno che metta germogli.

 

Grazio Pellegrino con “Credo in un solo Dio”

… facili abbandoni

in quei ricordi

di innocenti mattutine

in chiese ormai spoglie

noi mani innocenti

invasi dall’odore

di incenso

ci raccontavamo

solo storie di purezza

a volte lontane

dalla nostra vita

di un paradiso

un inferno e un purgatorio

lì ad attenderci

in ogni momento

vissute paure

rinunce solo rinunce

di un Dio solo

per innocenti martiri

ogni giorno una battaglia

tra il bene ed il male

sempre a domandarmi

quale la via

io solo testimone di

di un credo…

credo in un solo Dio… Padre onnipotente…

 

I vincitori saranno contattati via email per l’invio del premio.

Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti!

I nuovi Contest sono online nella Categoria Attualità/Concorsi del Magazine.

Per gli autori, esordienti e non, se si è interessati a conoscere le modalità per accedere alla creazione di un contest su Oubliette Magazine contattateci su email: oubliettemagazine@hotmail.it scrivendo sull’oggetto: Info Contest Letterario.

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“Le parole accanto” di Michela Zanarella: i fili d’erba dove ritornare bambina

“Basterebbe soltanto crederci/a questo cielo/ che si specchia nel mare/per sentirsi parte del mondo.// Abbiamo bisogno dell’onda/ come della vita/ e nell’acqua che segue il vento/ c’è il nostro andare incontro alle cose/ come la notte che cerca il giorno.// Allora proviamo ad incontrare l’azzurro/ che sia orizzonte o confine/ e lasciamo che sia l’alba a darci risposte/ dopo aver sorriso alle stelle.”Basterebbe soltanto crederci

Le parole accanto

Parole accanto, parole sussurrate, sentite, cercate, vissute.

Parole che lasciano un lembo di vita in chi le ascolta, le percepisce nel silenzio. Parole scritte nel tempo, creando attimi di nostalgia per sentirle vicine in noi.

Nostalgia di fili d’erba. Di quei fili d’erba che portano ricordi di un passato sempre vivo, mai assopito.

Fili d’erba dove ritornare bambina, per riassaporare i silenzi, le gioie, la musicalità della propria infanzia, della propria libertà. “Vengo a respirare/dai tuoi confini lontani/ e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito/ io che ti ho sentito madre troppo tardi/ terra impastata nella nebbia/ fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo.// Poso lo sguardo dove si ferma anche il vento/ nella semina che sa di grano ormai maturo/ e chiudo nel cuore quel colore/che ha l’odore del pane e delle stanze di casa.// Ti sento radice che indossa le mie vene/meta che ho lasciato troppo presto/ sperando di trovare altrove/ il senso del mio canto.// E intanto/vado con la mente dove il fiume si sveglia/ in quel silenzio che cammina tra i campi/fino a sera.// E resto tra le distanze a cercare quel poco sole/ sempre incerto /che mi ricorda che un giorno farò ritorno/ tra i fili d’erba e le strade di polvere/ dove sono stata bambina.”Vengo a respirare

O anche fili d’erba che si nascondono nel verde dei campi in compagnia di alti arbusti, dove ci si incontra per rievocare la voce di chi ci chiama, di chi ascolta in silenzio. Come un desiderio di unirsi a quella voce dell’anima. A quel silenzio che ripercorriamo attraverso i ricordi che ci lascia il tempo.

Parole accanto che vorremo ascoltare più a fondo anche dentro di noi, ascoltando il dolore, la sofferenza del cuore. Di parole che non si è stati capaci di dire, di ascoltare. Di cogliere.

Parole accanto che esprimono il desiderio di far ritorno alla propria terra, alla propria casa forse abbandonata, forse temporaneamente lasciata per altre terre, altri lidi, ma sempre viva nel cuore della nostra poetessa, cui dedica queste rime variopinte di mille colori: “Ci pensa questo cielo/ a riflettere le mie radici/ nelle nocche nude della pianura.// Con lo sguardo ancorato/ ai tralci del destino/ non rinuncio alle ruvidità di polvere/ e al silenzio di una terra che muta/ sotto il passo scaltro del tempo.// Forse l’erba, le altezze di grano/ e la brezza/ sanno che li accomuno/ a purezze della sorte,/ al docile albeggiare/ che si compie nel mondo.// L’ho chiamata madre/ questa parte di campagna/ con le forme dolci ed oneste/di una periferia che tace.// Ed è amore oltre le vene/ oltre la pelle/ quello che ogni volta mi conduce/ con forza di memorie/ ad affollare la strada di casa/ senza abbandonare il gergo familiare/ dell’orizzonte.” – La strada di casa

Parole accanto che donano un richiamo di amore da cui non ci vuole arrendere, e che porta sempre a continuare a credere in questo desiderio, come si legge nella poesia d’apertura a questo articolo: “Basterebbe soltanto crederci” e ascoltare il proprio cuore incantato dall’azzurro del cielo, per non arrendersi e continuare a sentire quell’emozione che tanto vive in noi.

Michela Zanarella

Le parole accanto” è il titolo della nuova silloge poetica di Michela Zanarella, edita dalla Casa Editrice Interno Poesia. La raccolta si presenta con numerose liriche metaforicamente sentite che la scrittrice dedica alla sua terra, al ricordo dei suoi cari, in particolar modo alla nostalgia dei ricordi paterni e materni. Sono poesie che esprimono sentimenti di nostalgia di momenti che furono, di momenti vissuti come un coacervo di parole che la poetessa avrebbe voluto sentire, cogliere, o anche dare, fare vivere a chi le stava accanto, a chi la ascoltava, accompagnava in un’altalena di immagini, di emozioni.

Sono poesie di alto prestigio, di alto valore, ma – è solo un mio modesto parere – mi è sembrato di sentire la mancanza di qualcosa. Quel qualcosa che non deve mai mancare in una poesia: il canto dell’anima che si lascia andare oltre l’infinito, oltre l’aurora del sogno in un abisso senza tempo, lontano dall’etere, come toccando un sentimento di forte empatia, o anche toccando le corde di un violino che oltrepassa il cuore e l’anima. Forse le ho sentite, solo io, un po’ lontane da questo mio desiderio di sentire e guardare la poesia, come se non riuscisse a trasportarmi oltre ogni cosa, oltre l’incanto. Ma, tutto sommato, la poetica della Zanarella, come già detto, è ricca di sfumature di vario colore, ben scritta e anche sentita, forse un po’ vicina alla lirica di alcuni poeti che ci hanno fatto conoscere e apprezzare la parola poetica. Penso a Pascoli, a D’Annunzio, ai decadentisti francesi e ad altri.

Nella raccolta sono, inoltre, presenti alcune liriche dedicate ad alcuni di questi poeti. Poeti, che la nostra poetessa ha amato e tuttora ama, a cui lascia una dedica, un pensiero. Poeti, come Pier Paolo Pasolini, Arthur Rimbaud, Mario Luzi, Dino Campana, Alda Merini, Elsa Morante, che hanno e tuttora rappresentano, anche se non sono presenti fisicamente tra noi, la più vera e alta vena poetica mai espressa. Poeti che vale sempre la pena (ri)scoprire.

“Mi accompagna la notte /nei vicoli vuoti di periferia/ ed è un andare ardente/ di silenzi/ come le tue barbare verità,/ strette in un vivere/troppo umano.// Le parole escono sfrontate/ dietro ombre abbandonate/ agli sfoghi del tempo.// Non è che buio/quello che resta/ come un vento che scotta/ e spaventa.// Ed io che sono partecipe/ di una tempesta ancora accesa// ico che non è giusto/quel dolore che ti hanno imposto/ nella sera più cupa/ cuore d’inverno/ tramando il tuo inferno/ all’idroscalo.” Mi accompagna la notte, a Pier Paolo Pasolini

 

Written by Daniela Schirru

 

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Le métier de la critique: “12 colpi di forbice” e “Non è un paese per vecchie” a confronto

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

Si comportava con dignità e generosità, non era ingenua ma neppure cinica.

Non è un paese per vecchie – 12 colpi di forbice

Vestiva con cura, passeggiava con le amiche, si inginocchiava davanti al Crocefisso e alzava la testa, come una bambina ancora desiderosa di imparare, durante le gite.

Amava ed era amata dall’unico figlio, dalla nuora e dal nipote.

Si circondava di fotografie di Raffaele, l’amore della sua vita, il marito che la aveva lasciata ma la aspettava, sorridendo, in Paradiso.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

È morta in un lago di sangue scuro, profanata da 12 colpi di forbice, l’ultimo del quale assestato alla gola, perché accogliesse in modo macabro l’arnese che ne aveva deturpato le carni.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

Ha aperto la porta al suo assassino, perché lo conosceva, ed è per il suo gruzzolo che è stata uccisa, perché ha tentato di difendersi ed opporsi all’abuso.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

La pelle incuneata sotto le sue unghie, nel tentativo disperato di sfuggire alla morte, ha consegnato la prova regina durante le indagini che hanno portato all’arresto e alla condanna del suo assassino.

Nel suo romanzo-inchiesta, intitolato “12 colpi di forbice”, Carolina Colombi, nuora della vittima del delitto di Borgoratti, noto alla cronaca nera italiana del 2013, racconta il drammatico epilogo della vita della suocera, Giovanna Mori, affrontando, così, tematiche di grande rilevanza sociale.

Non solo di un giallo, si tratta, quanto piuttosto della testimonianza diretta di un familiare che si trova a scontare l’infinita pena di una perdita ingiusta, violenta, blasfema.

L’autrice considera tale delitto un femminicidio, ribadendo il concetto più volte nel testo, sia nella parte narrativa che in quella didascalica.

Loredana Lipperini – Carlotta Colombi

Proponendoci di definire il termine, ricordiamo le parole dell’antropologa e deputata messicana Marcela Lagarde che così si esprime: “La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa“.

Tuttavia, oltre e forse più della diversità di genere, quale motivo fondante dell’atto criminale, in questo caso, vi è la differenza generazionale. L’atteggiamento della società contemporanea, basata sulla famiglia mononucleare, sull’individualismo e sul valore portante attribuito alla produttività, svilisce e ghettizza la vecchiaia, soprattutto quella delle donne, destinate, dopo i sessanta, a incarnare stereotipi o maschere di se stesse nella giostra mediatica.

Chiarificatore, in questo contesto, è il saggio “Non è un paese per vecchie”, scritto da Loredana Lipperini ed edito nel 2010 da Feltrinelli, nel quale si analizza la condizione e la identificazione, sul territorio italiano, di coloro che, per ragioni anagrafiche, più che depositarie della saggezza e della memoria collettiva, sono testimoni di quanto, oggi, fa più paura, ossia la perdita della giovinezza, da mantenere a tutti i costi.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

Anche la sua esistenza, un giorno, sarebbe finita. Ma nessuno aveva il diritto di rubarle il tempo concesso, annegando i suoi progetti nel sangue, perché donna e fisicamente indifesa.

Grazie al Pubblico Ministero, che ha impugnato la prima sentenza che sanciva una reclusione a trent’anni, oggi l’assassino è stato condannato in appello all’ergastolo, il massimo della pena prevista nell’ordinamento italiano.

 

Written by Emma Fenu

 

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Presentazione “Il lungo viaggio dell’anima” di Cinzia Rinaldi, 12 maggio 2017, Open Door Bookshop di Roma

Gli angeli sono creature celesti dello stesso Padre Dio che vivono esclusivamente in cielo, allo stesso modo è l’uomo, solo Dio lo ha destinato per il suo habitat la terra. L’uomo è solo un cittadino in questo pianeta, non il padrone.” – “Il lungo viaggio dell’anima

Presentazione Il lungo viaggio dell anima

Edito a fine gennaio 2017 dalla casa editrice Bastogi Libri, “Il lungo viaggio dell’anima è un romanzo autobiografico di Cinzia Rinaldi (3 agosto 1970, Tivoli).

Venerdì 12 maggio 2017 alle ore 18:30 presso la libreria Open Door Bookshop di Roma, si terrà la presentazione del libro “Il lungo viaggio dell’anima”. Sarà presente l’autrice Cinzia Rinaldi, il Direttore della casa editrice Bastogi Libri, il Dott. Angelo Manuali, e la Responsabile Dott.ssa Roberta Manuali.

Il lungo viaggio dell’anima” ripercorre la vita dell’autrice e le apparizioni/visioni che negli anni le si sono manifestate. Troviamo al suo interno due personaggi di fama internazionale: Freddie Mercury e Michael Jackson.

Due musicisti che hanno profondamente segnato la vita psichica della Rinaldi, non solo per la loro produzione artistica ma anche, come si legge nel romanzo, per le fervide apparizioni nelle quali si trasmettevano conoscenze all’autrice.

Così “Il lungo viaggio dell’anima” è un lungo racconto di un’esperienza particolare tra il misticismo e l’incredulità che ha portato Cinzia a dubitare ogni giorno di questo “dono” ed ad analizzare dunque la possibilità di una immaginazione tanto forte quanto accattivante.

Ma, con il passare degli anni e con la manifestazione di costanti “coincidenze” che continuavano a presentarsi, l’autrice pian piano è riuscita a posizionare l’ago della sua bilancia sulla spiritualità sino ad arrivare alla decisione di scrivere la sua storia così da condividerla con tutti i lettori che hanno avuto esperienze simili o che siano solamente curiosi di conoscere qualcosa di diverso da ciò che “appare”.

La libreria Open Door Bookshop è stata aperta nel 1976. Il suo nome indica non solo un cordiale benvenuto a tutti gli amanti di libri, ma anche una mente aperta ed un’inesauribile curiosità per argomenti di ogni genere.  La ricerca di libri è per noi una caccia al tesoro tra vecchie edizioni e libri di antiquariato o fuori catalogo; un punto di riferimento romano per un’ottima selezione di libri di seconda mano, in lingua inglese ed in italiano, ma anche un ottimo ritrovo per intime presentazioni.

Una domanda all’autrice:

A.M.: Il 24 novembre 1991 ti è apparso il famoso cantante Freddie Mercury. Come racconti dal tuo libro, non sentivi la band Queen in tenera età. Cosa hai provato quando hai capito che l’essenza di Freddie Mercury si era manifestata a te?

Cinzia Rinaldi

Cinzia Rinaldi: Sorpresa e scetticismo! Io non lo seguivo come invece facevo con Michael, all’inizio lo consideravo solo un personaggio pubblico che aveva scelto me perché c’erano delle affinità spirituali, come disse infatti nella prima visione, “sei la mia pupilla”. La sua manifestazione nei miei confronti mi lusingava molto e col tempo iniziai ad apprezzare la sua arte, la sua musica. Alcuni mesi dopo la sua scomparsa, capii di essere fiera di aver conosciuto un personaggio celebre nel mondo della musica come Michael. Posso solo confessare una cosa: mi sentivo fiera di aver conosciuto nel mio cammino spirituale uno come Freddie ma consideravo Michael il mio compagno platonico di vita terrena, ero divisa tra due grandi celebrità: uno reale e l’altro in spirituale, ed era una sensazione che mi esaltava l’anima.

 

“Mi prese il panico per le sue ultime frasi perché mi dette l’impressione che l’avventura stava appena iniziando e io dovevo stargli dietro, seguirlo in tutto insomma. Solo alcuni anni più tardi capii il vero messaggio, che dovevo iniziare a percorrere la via della scrittura e dell’arte in tutte le sue forme e… mettere per iscritto tutte le esperienze che stavo per fare con il mondo celeste, con l’aldilà.” – “Il lungo viaggio dell’anima

Dunque, ricapitoliamo: venerdì 12 maggio 2017 alle ore 18:30 siete tutti invitati alla prima presentazione del romanzo di Cinzia RinaldiIl lungo viaggio dell’anima” presso la libreria Open Door Bookshop in via della Lungaretta 23 a Roma.

L’ingresso è libero e gratuito ed al termine della serata sarà offerto un rinfresco per tutti gli ospiti intervenuti.

Evento organizzato con il supporto di Oubliette Magazine.

 

Non mancate!

 

Written by Alessia Mocci

 

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Sito Bastogi Libri

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Sito Open Door Bookshop

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La Facoltà di Ingegneria dell’Università degli studi Niccolò Cusano al sesto posto nella classifica Vqr dell’agenzia Anvur

Gli scienziati sognano di fare grandi cose. Gli ingegneri le realizzano.” – James Albert Michener

 

UniCusano – Ingegneria

Lo scrittore americano vincitore nel 1948 del prestigioso Premio Pulitzer, James Albert Michener, basava i suoi libri su reali fatti storici ed anche per questo lo prendiamo come esempio con questa citazione che vede gli ingegneri occupati alla realizzazione dei “sogni illuminati” degli scienziati. Teoria ed esecuzione che lavorano al medesimo scopo: concretizzazione di un pensiero.

L’impegno per la ricerca è dunque qualcosa a cui non ci si può sottrarre se si vuole migliorare la società in cui viviamo. Impegno ed investimenti che devono andare di pari passo per le menti più brillanti di ogni nazione.

In Italia l’Università degli studi Niccolò Cusano è da alcuni anni una delle più nominate per la costanza di avanguardia e modernità ed i risultati non potevano farsi attendere.

È infatti recente la notizia dell’importante risultato ottenuto dalla facoltà di Ingegneria dell’UniCusano che ha guadagnato il sesto posto nella classifica Vqr, cioè Valutazione della qualità della ricerca, stilata dalla prestigiosa Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e ricerca (Anvur).

Il Professore Gino Di Bella, coordinatore della facoltà di Ingegneria, ha spiegato all’Agenzia di stampa nazionale Dire il profondo orgoglio frutto del duro lavoro degli ultimi anni: “Questo per noi è un risultato di grandissimo prestigio che premia 4 anni di duro lavoro che è stato fatto dalla struttura, che ha fatto investimenti significativi consentendoci di avere in tempi estremamente rapidi dei laboratori e ci ha consentito di acquisire personale di alto livello da altri atenei. Durante questo periodo c’è stato un grande impegno anche da parte dei professori e dei ricercatori nella messa a punto della parte didattica che, essendo telematica, ha richiesto tempo e impegno notevoli.”

Un successo soppesato anche dai numeri degli studenti iscritti alla facoltà che, negli ultimi tre anni, da 20 matricole è arrivato a 1.000, ed è in rapida crescita anche grazie alle possibilità di carattere telematico di cui l’UniCusano è fondatrice, ricordo infatti che l’università fondata undici anni fa, con sede fisica a Roma, ha sin da subito dato la possibilità agli studenti di poter seguire le lezioni in via telematica da casa, producendo ogni anno un numero maggiore di studenti che han potuto lavorare e studiare senza dover per forza cambiare sede o viaggiare.

UniCusano – Ingegneria

Essere all’avanguardia con i tempi ha portato l’UniCusano ad importante vittorie come quella sopra citata ma anche a progetti innovativi di interazione, per esempio la nuova opportunità Training School per i laureati e lavoratori od il progetto scuola lavoro istituito nel gennaio 2017 per i giovani studenti romani grazie all’esclusiva Radio Cusano Campus, una radio universitaria che trasmette in FM e che è attiva con interviste e programmi di carattere culturale, sperimentale, politico e scientifico.

Il docente di Tecnologie e Sistemi di lavorazione, Stefano Guarino, ha spiegato all’Agenzia di stampa nazionale Dire che l’alto livello di ricerca permette di ottenere un alto livello di didattica: “Didattica e ricerca sono due elementi che camminano in parallelo. Non si può avere una buona didattica se dall’altra parte non c’è un corpo docenti che svolge una buona attività di ricerca. Questo perché da un lato permette di avere docenti più preparati e sempre aggiornati su quello che è lo stato dell’arte della materia, dall’altra parte si deve sottolineare come l’ultimo stadio della formazione di uno studente è rappresentato dal dottorato di ricerca, dove l’alta qualità della ricerca si concretizza nella formazione di ricercatori ad altissimo livello”.

E non possiamo che essere in accordo con queste parole che permettono all’Italia di crescere nel campo della ricerca dando spazio ai nostri connazionali e fornendo una prospettiva di crescita per il futuro di una nazione che ha visto fin troppe genialità abbandonare la propria terra per cercar fortuna, o meglio possibilità, all’estero.

 

 

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“Caso PetrolCinica – la verità è ora nelle vostre mani” diretto da Giuseppe Pavarese, in scena il 21 aprile, Roma

Il teatro è un luogo dove la fantasia prende corpo ed è esattamente ciò che accade nello spettacolo Caso PetrolCinica – la verità è ora nelle vostre mani” diretto da Giuseppe Pavarese, nel quale i protagonisti sul palco sono personaggi singolari come gli elementi della natura.

Caso PetrolCinica

Promosso dall’Associazione scientifica ISES Italia, la rappresentazione andrà in scena venerdì 21 aprile a Roma nell’ambito dei festeggiamenti per la Giornata mondiale della Terra (che si celebra il giorno successivo, sabato 22 aprile).

Pubblico d’eccezione gli studenti della Scuola media I.C. Sauli, che potranno così approfondire in maniera non convenzionale e coinvolgente i temi dello sviluppo sostenibile e della difesa dell’ambiente.

Lo spettacolo mette in scena un vero processo al petrolio, personificato dall’imputato Pietro Grezzo.

Grazie a ballo, canto e recitazione si parlerà di inquinamento e sfruttamento della terra, nel tentativo di trasmettere alle giovani generazioni una maggiore cultura dell’ambiente.

Partire dai ragazzi è fondamentale per fare in modo che lo sviluppo sostenibile diventi una promessa mantenuta e non solo uno slogan”, spiega Umberto Di Matteo, Presidente di ISES Italia. “La nostra associazione è impegnata nel sostegno alle energie rinnovabili e alla decarbonizzazione. Per riuscirci non basta solo firmare atti o protocolli ma bisogna ripartire dalla cultura e questa iniziativa è un esempio concreto”.

Venerdì 21, prima della messa in scena dello spettacolo, il Presidente di ISES Italia assegnerà agli studenti i “compiti della sostenibilità ambientale” da svolgere a casa con i propri genitori il 22 aprile, in occasione della Giornata Mondiale della Terra.

Un’idea originale per portare nelle famiglie più attenzione alla raccolta differenziata dei rifiuti e alla riduzione degli sprechi energetici.

Caso PetrolCinica

Lo spettacolo “Caso PetrolCinica – La verità è ora nelle vostre mani è una produzione di La Mela di Odessa, Guernica band, Iride compagnia teatrale, a.s.d. Esmeralda, con la collaborazione del Guerrilla Dancing Lab.

Dietro le quinte e sul palco si alternano sedici professionisti provenienti dalla città di Avellino per mettere in scena un vero volo di fantasia che, al suo atterraggio, lascia negli spettatori, in questo caso anche giuria del processo, la sensazione di aver imparato qualcosa di fondamentale su aspetti che troppo spesso vengono considerati superficiali ma che in futuro condizioneranno sempre più la vita di ognuno.

L’iniziativa, voluta da ISES Italia, è patrocinata da EarthDay Italia, coordinatore nel nostro Paese delle celebrazioni per la Giornata mondiale della Terra, indetta per la prima volta a livello internazionale dalle Nazioni Unite nel 1970.

 

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“Promesse”, esordio della band Il Grande Capo: un gioco di paradossi ed ossimori, una sinestesia di memorie

“[…] C’è una notizia/ i sindaci di Roma saranno tre/ sulla terrazza del Campidoglio/ io sto a guardare/ uno conta le cose da fare/ uno è bravo a disegnare/ ed il terzo guarda il cielo/ che pioggia libera quella di maggio/ come le lacrime/ so giocare con la pistola/ oggi lo stadio è pieno/ senza imbarazzo sparo sereno/ […] Come sei bella nella pancia della balena/ e con un fiore nella testa” – “Ray Ban

Promesse – Il Grande Capo

Il Grande Capo è un gruppo di quattro ragazzi col mare negli occhi da quando sono piccoli.  Sono Elio D’Alessandro (voce e chitarra), Giacomo Forte – tastiere, Stefano Mancini (batteria) ed Ilaria Tortoriello (basso e voce). Suonano insieme dal 2013 e si conoscono da una vita. La corrente li trasporta e loro stanno in ascolto, alla ricerca di bellezza e novità.

Hanno aperto i concerti di artisti di rilievo nel panorama indie nazionale (Dadamatto, Mimosa, La Governante, Morgan con la i, Perturbazione). Il 22 novembre 2016 è uscito il loro primo disco “Promesse”.

[…] Sarò come un chiodo scoperto/ sarò un quadro messo di traverso/ sarò casa, panni da lavare/ sarò voglia di comunicare con te// […] Ma nella notte controllami/ controllami// Ho visto gli occhi che dimenticherò/ proprio mentre cadevo all’indietro/ e le voci in strada sono angeli/ che mi guidano con le ali di vetro// […] Andrà in chiesa con la mano sul cuore a pretendere il tuo amore/ […]” – “Promesse

Già “gruppo della settimana” per Mtv New Generation, nel 2017 sono tra i 16 finalisti di Musicultura 2017, Festival della Canzone Popolare e d’Autore, che ha lanciato artisti del calibro di Cristicchi, Mannarino, Pacifico, Gian Maria Testa, Povia, Avion Travel, L’Orage, Maldestro. Le canzoni finaliste andranno a comporre il cd compilation di Musicultura 2017 e saranno circuitate da RaiRadio 1. Ad aprile sono stati inseriti tra i 12 finalisti del concorso 1MNext che porta ogni anno sul palco del primo Maggio a Roma le band emergenti della scena musicale italiana.

Quando litigo con te gridi troppo forte/ chiedo il desiderio come un condannato a morte/ vedo spazi dove posso correre veloce/ guardo in basso come chi pensa sottovoce/ Perdo il contatto con le vie/ volo sopra Roma/ città eterna dell’hangover/ […]” – “Sottovoce

Promesse” è un album che viene da lontano, che è stato pensato e sentito fino in fondo prima di prendere forma definita. I primi testi e arrangiamenti iniziano a prendere forma nel 2012. Ogni brano è una traccia, che ripercorre il vissuto della band e dei suoi membri. Sono sensazioni, ricordi, pensieri. Promesse, in effetti.

Il Grande Capo

“[…] Ma vorrei salutare un attimo chi abita la mia mente/ Tu che cammini lento lento/ tu che sai che ci vuole tempo per aver in pugno il tempo/ tu che sorridi e dici bravo/ che ti trema la mano/ tu che mi guardi da lontano/ […]” – “La Metro va

Il mood del disco è quello di un viaggio sensoriale, attraverso sentimenti infranti, una sinestesia di memorie.  C’è della rabbia in questo disco, ma una rabbia lucida. Calibrata. E c’è della malinconia. È tutto un gioco di paradossi ed ossimori, dosati alla perfezione e scanditi da arrangiamenti in cui il rock si unisce al pop anni ’70, mantenendo forte l’impronta del cantautorato, ritmato dai sintetizzatori. Una forte libertà nella scelta dei suoni e dei testi è quello che caratterizza in modo determinante l’album.

“[…] Domenico Savio di cosa ti fai?/ È tutta Natura la gioia che hai/ Io non sono un santo, ma come vorrei, come vorrei/ […] Lasciati andare completamente a me/ Volevo diventare santo ed invece ho imparato a fare il caffè / Domani è già tardi/ rivestiti dai/ Ho fatto un peccato/ tu mi assolverai/ […]” – “Domenico Savio

La band racconta:Il Grande Capo è un’idea, un’immagine, il miglioramento costante, la statura che vorremmo: un centimetro in più. È un gioco per divertirci e per stupire, è il giusto grado di imprudenza. È l’unico essere che protegge la tribù, la lotta delle frecce contro i fucili, la danza della pioggia. È amore per le cose belle. È il sesso libero, ma con lo spirito di un bambino.”

“[…] Leggo i tuoi libri Pasolini/ Pasolini/ Guardo i tuoi film Pasolini/ Pasolini// Lettere luterane/ capire per negare/ furie le tue passioni/ solo i pianeti compiono rivoluzioni/ ho ucciso mio padre/ mangiato carni umane/ tremo di gioia/ tremo di gioia// […]” – “Pasolini

Undici tracce che si aprono con il singolo che ha anticipato l’uscita del disco e che ha acceso un’enorme aspettativa sul progetto: Il Mare è troppo Grande, un pezzo autobiografico, scritto dal frontman Elio D’Alessandro. La forza del testo è che stato scritto di getto, sulla scia di un’empatia molto forte, di sentimenti e pensieri vividi e questo lo si percepisce al punto che l’ascoltatore si perdere, in questo mare immenso di parole e musica e ne viene trascinato, in fondo. Come un naufrago. L’arrangiamento lo consacra a vera e propria hit.

Il Grande Capo

Scusami non voglio tornare/ mi attendono le forze del male/ Scusami non voglio ascoltare/ ho la testa piena di sale/ no, non voglio parole/ ma attimi di luce// […]” – “Di luce

Promesse è il singolo che da il titolo all’album. È l’ispirazione. Il punto d’inizio da cui tutto nasce. Promesse è un’incontro in primis con se stessi e poi condiviso con gli altri. È una dichiarazione d’intenti alla vita, all’amore.

E promesse sono, in differente modo, tutte le altre tracce del disco. Come Domenico Savio, che è una promessa di fede. Pubalgia, promessa di odio, di ricordo di dolore e di rabbia. Viale Africa, promessa di indeterminazione, un pezzo che è un inno alla leggerezza, quella anche un po’ superficiale, dove si brinda, si corre, si balla, senza affliggersi con pensieri e opinioni altrui. Sottovoce è una promessa di verità, quella amara, quella che ferisce e per questo viene quasi sussurrata, la verità che arriva alla fine e che non si può risparmiare.

[…] Nella mia testa brindiamo a chi resta/ […]” – “Viale Africa

Tracklist
1 Il mare è troppo grande
2 L’innocente
3 Promesse
4 La metro va
5 Domenico Savio
6 Pubalgia
7 Viale Africa
8 Ray Ban
9 Sottovoce
10 Pasolini
11 Di luce

 

 

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