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“In canti di versi” di Ilaria Biondi: la musica della natura e i suoi riflessi in versi

Ilaria Biondi, nata a Parma nel 1974, si è laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Ateneo bolognese, per poi conseguire il Dottorato di ricerca in Letterature comparate, vivendo a lungo in Francia.

In canti di versi

Da anni si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione. Collabora con riviste e portali culturali, curando numerose recensioni critiche. Appassionata di svariati generi letterari, è anche lettrice volontaria presso l’Ospedale dei Bambini di Parma.

In canti di versi costituisce il suo esordio poetico, pubblicato dalle Edizioni Il Papavero nel 2017, con copertina curata da Greta Binati, prefazione di Monica Morettini e postfazione di Emma Fenu.

L’esergo, costituito da versi di Antonia Pozzi, tratti da Rinascere, bene ci introduce nei temi e nelle atmosfere della raccolta, costituita da quarantaquattro componimenti lirici, contraddistinti da immagini delicate, ricchezza di figure retoriche, specie metafore, analogie, anche ossimori, nonché da innumerevoli figure di suono, in versi che non disdegnano rima o assonanza, creando una partitura musicale ben ritmata e coinvolgente.

Tutto ruota attorno a una Natura onnipresente, ove il respiro e la mente si nutrono, si perdono come assorbiti, si ritrovano come nella dimensione ideale e più propria. In un senso di generale sospensione e attesa, assetata di azzurri splendori è la voce lirica di questa raccolta, capace di aspettare / un mattino fecondo.

La lezione della grande stagione poetica otto-novecentesca non è passato invano, ma ha conquistato ampi spazi d’immaginario e portato ricchezza di lessico, ritmi, immagini e figure dietro le quali occhieggiano, in varia misura, impronte carducciane, pascoliane, dannunziane.

Costante è l’umanizzazione degli elementi naturali, in primis piante e fiori. La viola paziente, il petulante narciso, anemoni sfrontati, il petalo ritroso della rosa canina, il giacinto impudente, il grano che freme, la fronda scontrosa della felce, il caparbio effluvio della salvia, le peonie taciturne, sono tutti protagonisti e testimoni di un vivere in un tempo senza tempo, nella naturalità perfetta dei cicli stagionali, infiniti.

Un canto antico e così nuovo, così vero, così fresco. Ispirazione viva, genuina, sostenuta da un naturalissimo senso del ritmo che ingenera realmente un canto, suadente, capace di assorbire tutti i sensi. Preziosi termini, fuori dal colloquiale, s’incastonano nel tessuto versificatorio, sostenendone un livello medio-alto e rendendo pienamente un senso d’aulicità all’altezza del grande e variegato tema “senso-sentimento-naturalità-ispirazione-aspirazione” che pervade tutta la silloge.

Ilaria Biondi

Un Tu imprecisato è, a volte, al centro del pensiero e del sentimento di alcune liriche, non uomo, non donna, ma un Tu che ben può essere universale e, dunque, aderire al sentimento, al vissuto o all’immaginario d’ogni lettore cui certo non mancano occasioni d’immersione e immedesimazione in un universo lirico ampio e accessibile. L’immagine di un uomo con ciglia di vento e labbra odorose d’acacia bene incarna e manifesta il poderoso senso panico del mondo lirico qui espresso dalla Biondi.

Ardite figure retoriche tracciano quadri d’innegabile bellezza, di sacra poesia che, davvero, pare difficile credere sia opera d’esordio di un animo lirico, quello d’Ilaria Biondi, già maturo, ricco, creativo e dotato di un’ampia gamma di strumenti tecnico-critici, oltre che di quel senso innato e speciale che fa di un autore un Poeta.

Come Saggio è il volo della gazza stupita/ che si arresta sull’isterica soglia del tempo/ inchiodando sui rovi brinati/ la sua chioma leggera di sogni così, simile, è il cuore – caparbio funambolo – nell’aspettanza muta/ di una stagione ovale.

In queste due immagini, tra le numerose altrettanto ricche di significati, mi pare di poter inquadrare l’Io lirico che Ilaria Biondi ha espresso nella silloge, ove agreste letizia culla i giorni dei sensi, pervasi da una sottile, limpida, velata e pur fortemente presente voluttà, in cui l’eros è natura nella natura stessa, che appare, così, come inizio, causa e fine ultimo.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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Seconda edizione del Festival “EstAsia – Cinema d’Oriente”, dal 12 al 18 giugno 2017 a Reggio Emilia – programma

“L’odio di cui parlo non è rivolto specificatamente contro nessuno, è quella sensazione che provo quando vivo la mia vita e vedo cose che non riesco a capire. Per questo faccio film: tentare di comprendere l’incomprensibile” – Kim Ki-duk

EstAsia Festival

Il Festival EstAsia è un’iniziativa a cura di Cineclub Peyote, Fondazione Palazzo Magnani e Comune di Reggio Emilia che si propone di offrire un momento di riflessione sulla cinematografia asiatica, coinvolgendo e stimolando il dialogo con le comunità straniere presenti nel tessuto provinciale e regionale.

Dunque non il solito festival dedicato ai cultori o agli addetti ai lavori, bensì molto di più: un’occasione per affrontare con un’angolazione diversa le problematiche legate all’interculturalità con il coinvolgimento di Istituzioni, Associazioni e realtà culturali cittadine.

In un momento storico in cui il tema dell’integrazione è di grande attualità, il Festival EstAsia vuole aprire un confronto di dialogo e di approfondimento sulle relazioni tra Oriente e Occidente ed essere un laboratorio di riflessione sulla diversità culturale.

Arrivato alla seconda edizione EstAsia compie un ulteriore passo avanti: grazie all’attenzione ed alla disponibilità dell’Ufficio Cinema del Comune di Reggio Emilia quest’anno i film proposti saranno 18, il 50% in più dello scorso anno.

Tutti film scelti con un lungo lavoro di selezioni compiuto insieme ad associazioni e comunità di immigrati.

Saremo presenti anche noi di Oubliette Magazine, in media partnership con il Festival. Vi lasciamo al programma di questa seconda edizione di EstAsia ed alle succulente attività collaterali che inizieranno martedì 30 maggio.

PROGRAMMA

EstAsia Festival 2017

Martedì 30 maggio, ore 21.00

Centro sociale “Catomes Tôt”, Via Guido Panciroli 12

Inside the chinese closet – Regia di Sophia Luvarà Paesi bassi / Cina, 2015, 72′

Proiezione del film in lingua originale con sottotitoli italiani con introduzione di Alberto Nicolini

Mercoledì 31 maggio, ore 21.00

Biblioteca Rosta Nuova, Via Wybicki, 27

Tra oriente e occidente – l’altra medicina: un confronto tra alcuni modelli di cura del- la persona

La progressiva diffusione nel nostro paese di nuovi modelli di cura, molti dei quali fanno riferimento alle antiche discipline orientali, offrirà lo spunto per una riflessione sul dialogo possibile tra tecniche, tradizioni e abitudini differenti, spesso considerate inconciliabili ma che nella prassi quotidiana sono sempre più complementari. Ne parlano Corrado Ruozi, psicologo, responsabile dell’Osservatorio regionale sulle medicine non co convenzionali, Bernadette Ligabue, medico fisiatra, esperta in medicina tradizionale cinese e Guido Giarelli, sociologo, professore associato presso la facoltà di medicina e chirurgia dell’università di Catanzaro.

Mercoledì 7 giugno, ore 21.00

Biblioteca Rosta Nuova, Via Wybicki, 27

Queen of sports – Regia di Sun Yu – Cina, 1934, 83′ (b/n, muto)

Proiezione del film da DVD, didascalie con sottotitoli italiani con introduzione di Dario Sturloni

Giovedì 8 giugno, ore 18:30

Ghirba – Biosteria della Gabella, Via Roma 76/b

Aranciata Bollente: 2000 km. in Cina

Riflessioni immagini e epica di un lungo viaggio in Cina con Michele Senesi, autore dell’ebook Aranciata Bollente e direttore di AsianFeast.org. Ingresso libero

ore 20.30 Cena panasiatica

Un piccolo viaggio tra sapori e piatti molto lontani, da noi ma anche tra loro, dal Vietnam al Giappone. Cena a menù fisso, dall’antipasto al dolce (18 euro).

The net di Kim Ki-duk

Lunedì 12 giugno, ore 20.30 – Cinema Rosebud

“The net” di Kim Ki-duk

“The beauty inside” di Baik

Martedì 13 giugno, ore 20.30 – Cinema Rosebud

“Crosscurrent” di Yang Chao

“A quiet dream” di Zhang Lu

Mercoledì 14 giugno, ore 20.15 – Cinema Rosebud

“Psycho Raman” di Anurag Kashyap

“Revelations” di Vijay Jayapal

Giovedì 15 giugno, ore 20.30 – Cinema Rosebud

Close-knit” di Naoko Ogigami

“Ned’s project” di Lemuel Lorca

Venerdì 16 giugno, ore 20.00 – Cinema Rosebud

“Baahubali the conclusion” di S.S. Rajamouli

“Miss Hokusai” di Keiichi Hara

Sabato 17 giugno, ore 20.00 – Cinema Rosebud

Train to Busan di Yeon Sang-ho

“Train to Busan” di Yeon Sang-ho

Seoul Station” di Yeon Sang-ho

Domenica 18 giugno, ore 18.00 – Cinema Rosebud

“The Bacchus Lady” di J-Yong E.

“Hamog/Haze” di Ralston Jover

“Poolsideman” di Hirobumi Watanabe

 

Cinema Rosebud Via Medaglie d’Oro della Resistenza 6

Biglietto: € 5,00, Ridotto: € 4,00 il biglietto consente la visione di tutti i film nella stessa giornata

Arena estiva Stalloni via Samarotto 10/E

Biglietto: € 4,50

Abbonamento a tutte le proiezioni di estAsia: € 15,00

Le attività collaterali sono ad ingresso gratuito

Tutti i film sono proiettati in lingua originale con sottotitoli in italiano.

 

 

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Sito Festival EstAsia

Facebook Festival EstAsia

Prenotazione cena 8 giugno al 320 2883618 (h.11-19)

 

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“Viktor – Il Ciclo della Rinascita Vol. 1”, di Francesco Leo: la lotta per la libertà tra male e mondi fantastici

“I due emisero un sospiro di sollievo quando riuscirono a stabilizzare le fiamme e a illuminare una porzione di terreno. Finito di scuoiare il coniglio, Gabriel si fede catturare dall’imponente montagna che aveva davanti: erano molte le dicerie attorno a essa. Molti credevano che oltre il Mare dei Fantasmi, aldilà dei monti, vi fosse il regno del Valhalla, dove le anime degli eroi giungevano dopo la morte per banchettare con gli dei.”

Viktor – Il Ciclo della Rinascita

Viktor vorrebbe solamente vivere la sua vita se non fosse che lui è l’eletto, un peso grave da portare con un compito tanto importante quanto difficile: riportare la serenità in un mondo che rischia di scomparire.

Il tutto per colpa di una delle otto divinità, un traditore che ha spazzato via ogni equilibrio.

Antiche profezie si intrecciano a nuove volontà e Viktor dovrà andare dritto per la sua strada, con la fortuna di avere due alleati accanto a sé, Gabriel e Selene.

Viktor” (Il Ciclo della Rinascita, Paguro Edizioni, 2016) è il primo volume della trilogia di successo epic fantasy del giovane scrittore, classe 1992, Francesco Leo, finalista del Premio Internazionale 2016 “Michelangelo Bonarroti”, sezione Narrativa Edita e segnalato al Premio Nazionale 2016 “Gian Galeazzo Visconti”.

Un primo capitolo coinvolgente, ricco di immagini evocative, difficile non trovare echi dei grandi libri del genere fantasy, e di personaggi eroici che restano ben impressi al lettore.

Viktor” è un lungo viaggio alla ricerca di risposte, proprio come il percorso di una vita talvolta incerta e disseminata di dubbi e risposte talvolta non semplici da ottenere.

Viktor è uno di noi, un ragazzo che combatte con le incertezze che gli si parano davanti e con sentimenti sempre più contrastanti. Ma nonostante tutto e tutti consapevole del proprio passato e del futuro che lo attende.

Quando alla mia età si scrive del proprio passato pur conoscendo la quantità di rughe che hai in volto, allora puoi veramente dire di aver vissuto. È il mio caso.”

Francesco Leo

Non mancano amori e amicizie, sacrifici ardui da concepire, magie e predizioni, antiche leggende e scenari apocalittici.

Il regno di Mirthya è mitico, sognante e caratterizzato da tutti quegli aspetti che rendono avvincente un epic fantasy.

Un romanzo coinvolgente e scorrevole, l’inizio di una bellissima storia che prosegue nel secondo volume, (“Nithràl” – Il Ciclo della Rinascita) appena pubblicato dalla Paguro Edizioni e disponibile sulle principali piattaforme.

 

Written by Rebecca Mais

 

 

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Selfie & Told: Fiorenzo Mengozzi racconta il suo progetto da solista Uomo a vapore

Sono un musicista anomalo e versatile, mi distinguo per lo stile ibrido, un connubio fra folk tradizionale e slanci rock. Principalmente sono batterista e percussionista, ho cominciato a studiare batteria e ritmica a 13 anni dopo essermi incantato ad osservare un’orchestrina di liscio in una sagra di paese.

Fiorenzo Mengozzi – Uomo a vapore

Una volta conosciuto il rock mi sono fatto crescere i capelli fino al sedere e sono finalmente uscito allo scoperto, militando nella scena underground ravennate degli anni ’90.

Nel 1995, dopo anni di faticosi carichi/scarichi e monta/smonta, ho scoperto la musica tradizionale irlandese ed il bodhràn, strumento decisamente più trasportabile di una batteria e versatile a sufficienza da stimolare la mia curiosità. Per alcuni anni ho quindi coltivato un’anima più folk e popolare suonando nei “Kilfenora”, “Petrangula” e “Ferro Battuto”. Dal 2003 sono insegnante di bodhràn e cucchiai presso la Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli.

Nel 2005 entro a far parte dei “Marcabru” dove alterno batteria e percussioni, contribuendo a portare il sound del gruppo definitivamente verso la sperimentazione di sintesi tra tradizione e modernità. Dal 2014 sono tornato a suonare l’amata musica tradizionale irlandese con la formazione “Green Land Trio“. Nel 2016 ho maturato la voglia e l’esigenza di metterci la faccia con il progetto “Uomo a vapore“.

Ed ora beccatevi questa Selfie & Told!

 

F.M.: Ma quanta roba fai? Come fai a trovare le energie per stare dietro a tutto?

Fiorenzo Mengozzi: Di certo non ho occasione per annoiarmi! Faccio l’impiegato, il babbo, il marito, l’insegnante alla Scuola di Musica popolare di Forlimpopoli e suono nell’Orchestrona della scuola, suono nei Marcabru, nei Green Land Trio, nei Wishlist, nel Trio Mariquita ed ora, con lo pseudonimo Uomo a vapore, ho prodotto l’omonimo spettacolo teatrale e ne ho composto la colonna sonora. Il fatto è che non riesco a stare fermo ed ho imparato ad organizzarmi, sono diventato maestro di incastri, a volte azzardati, ed ho una famiglia molto molto comprensiva!

 

F.M.: Chi ti ha iniziato alla musica, come l’hai scoperta e quali sono stati i tuoi primi ascolti?

Fiorenzo Mengozzi: In terza media ero a rischio bocciatura (ma non ditelo a mio figlio!) e mi innamorai della batteria ascoltando un’orchestra di liscio, così chiesi di riceverla come regalo per l’eventuale promozione. Mi impegnai davvero e mi guadagnai un’estate a lezione dal batterista della stessa orchestra, il mitico Dante Giotto, che abitava nel mio stesso paese. Qualche mese dopo passai al rock, nel periodo dell’esplosione del grunge e questo genere è rimasto nel mio cuore, i Pearl Jam su tutti. Fino ad allora i miei ascolti erano veicolati dai miei genitori, in casa andava molto De Andrè, Il Banco del Mutuo Soccorso, PFM e Fiorella Mannoia.

 

F.M.: Uomo a vapore cos’è, cosa significa?

Uomo a vapore

Fiorenzo Mengozzi: Uomo a vapore è lo pseudonimo che mi sono dato per i progetti (musicali e non) che curo in prima persona. Il primo progetto che ho realizzato, al quale ho dato sempre lo stesso nome, è uno spettacolo teatrale con Roberto Mercadini. UAV infine è un disco, di fatto il mio primo disco da “solista”, ossia la colonna sonora dello spettacolo teatrale. Essere “uomo a vapore” significa avere la capacità di dosare il carbone nella caldaia, calibrare la giusta velocità. Facendo muovere ingranaggi e meccanismi apparentemente inconciliabili essere in grado, in un tutt’uno organico, di camminare con passo naturale pur senza rifuggire la modernità.

 

F.M.: Cosa ti ha portato a dare vita a Uomo a vapore?

Fiorenzo Mengozzi: La gestazione per portare alla luce UAV è stata lunga e graduale, ci sono voluti anni. Avevo già cominciato a comporre per i Marcabru, ma avevo il desiderio di realizzare qualcosa di più personale, di portare in scena un’estetica diversa, di sperimentare un sound differente da ciò che avevo prodotto fino ad allora. Volevo metterci la faccia, avere un progetto che potessi ideare, assemblare e promuovere in autonomia. Inoltre ho escogitato un modo per poter sfoggiare gilet, papillon e bretelle!

 

F.M.: Quanto Fiorenzo c’è in Uomo a vapore e quanto Uomo a vapore c’è in Fiorenzo?

Fiorenzo Mengozzi: Domanda marzulliana! Ho sempre avuto una personalità artistica sfaccettata, mi piacciono cose molto diverse, ho sempre avuto interessi differenti e chiaramente UAV rappresenta una di queste identità che in me convivono. UAV è forse il mio “io” più intimo che ancora poco si era visto e sentito. Rappresenta ciò che vorrei essere ma che spesso non sono, è un ideale al quale tendere.

 

F.M.: Come trasformi un’idea in musica?

Fiorenzo Mengozzi – Uomo a vapore

Fiorenzo Mengozzi: Il processo creativo di una composizione musicale, per quanto mi riguarda, parte sempre da una linea melodica che fischietto o canticchio mentre guido o cammino. Quelli sono i momenti nei quali la mia mente, meno distratta dalla quotidianità, è più libera di viaggiare. La registro appena possibile con mezzi di fortuna e la lascio decantare. Se una volta ripresa in mano la trovo convincente proseguo, dandogli una forma più strutturata ed aggiungendo ritmica, accompagnamento e seconde voci. Il momento magico in cui sento per la prima volta quel motivetto fischiettato eseguito da musicisti veri è sempre da pelle d’oca!

 

F.M.: In uno spettacolo come UAV dove musica e parole si sposano, non c’è il rischio che una parte prevalga sull’altra?

Fiorenzo Mengozzi: Questa è stata la grande scommessa dello spettacolo! Per esperienze pregresse sapevo perfettamente che questo sarebbe stato un grosso pericolo ed ho tentato, fin dall’idea embrionale, di trovare una soluzione credibile. In termini pratici ho lavorato sulla musica in modo che non fosse invasiva ed ho chiesto a Roberto Mercadini (che ha elaborato i testi di suo pugno) di appoggiarsi, prendere spunto ed interagire il più possibile con le musiche che ho composto e i rumori meccanici che le caratterizzano.

 

F.M.: Come interagisce UAV con l’attività di musicista nelle varie band?

Fiorenzo Mengozzi: Trovo che suonare in contesti differenti e con persone diverse, magari spaziando in vari generi musicali, possa essere un buon modo per sviluppare la propria crescita personale. Molti vivono la propria band come una famiglia, una tribù di appartenenza da non tradire mai. In realtà ritengo che uscire dal seminato cimentandosi al di fuori del proprio contesto abituale, permetta di riossigenare le idee e dia la possibilità di portare all’interno della propria band spunti interessanti e inaspettati. Chiaramente rispetto per le persone e buon senso non devono mai mancare.

 

F.M.: In una situazione attuale in cui non c’è mai tempo… l’artista non ha il tempo di stimolare la propria immaginazione, il giornalista non ha il tempo di intervistare e così via, come immagini il futuro che ci attende?

Fiorenzo Mengozzi – Uomo a vapore

Fiorenzo Mengozzi: È difficile immaginare il futuro di un mondo vertiginosamente in corsa. Ci sono state più svolte epocali negli ultimi 100 anni che nei precedenti 2000! Per lungo tempo ho pensato che l’uomo ad un certo punto si sarebbe fermato, sarebbe tornato alle origini, ai bisogni essenziali. Ora credo molto meno alle rivoluzioni e non penso nemmeno che ci autodistruggeremo. Il concetto alla base di UAV è semplice: trovare l’equilibrio. L’uomo si adatterà alle nuove situazioni, come ha sempre fatto, svilupperà soluzioni di vita sorprendenti ed ad oggi impensabili. Occorre solamente adattarsi con consapevolezza, stando attenti a non farsi travolgere.

 

F.M.: Collezioni strumenti?

Fiorenzo Mengozzi: Mi piacerebbe ma le finanze non lo permettono. Amo gli strumenti musicali e negli anni ne ho accumulati molti, alcuni sono decisamente particolari. Per esempio il flauto da naso, l’epinette de vosges, le launeddas o la concertina. Ho seri problemi di spazio, infatti i miei 3 set di batteria sono gentilmente depositati a casa di amici!

 

F.M.: Qual è il tuo grande sogno nel cassetto?

Fiorenzo Mengozzi: Sono sempre in imbarazzo nel rispondere a domande sui desideri, perché ho imparato che nella vita ogni cosa ha un prezzo, una contropartita… Uno dei proverbi che trovo più reali è «attento a ciò che desideri, perché potrebbe avverarsi». Forse il mio unico vero grande sogno nel cassetto è di lasciare una traccia tangibile del mio passaggio.

 

Written by Fiorenzo Mengozzi

 

 

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Sito Uomo a vapore

 

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Selfie & Told: la band Earthset racconta l’album “Popism”

“I just wanted to feel the touch, but light could hurt this much/ Now I know, but I’ve got to say… I’d still do it again.// Oh gods… you’ve smashed me into the sea,/ For the courage that I’ve shown…it looks like a crime to your aloof eyes./ […]” – “Icaru’s flight”

Earthset

Earthset è un gruppo nato per sbaglio dall’incontro tra Luigi Varanese (basso) e Costantino Mazzoccoli (chitarra), in una serata sbagliata come tante in via del Pratello a Bologna.

Io suonavo il basso

Io suonavo la chitarra

Mettiamo su un gruppo

Un paio di annunci improbabili online e si reclutano Emanuele Orsini (batteria) ed Ezio Romano (chitarra e voce). Lineup completa nel gennaio 2012, un paio di prove e subito al lavoro su brani inediti.

Da allora un demo nel 2013, un album uscito nel 2015 (“In a State of Altered Unconsciousness”), concerti dal Veneto alla Sicilia ed un nuovo Ep di freschissima uscita per Chains.

Forse un po’ romantici, forse un po’ stralunati, un nome che rimanda allo spazio ma occhi chiusi per guardare l’universo che ci portiamo dentro, in fondo un po’ antipatici, ma perlomeno sinceri.

Non amiamo farci intervistare, ma ci piace abbastanza metterci in discussione, quindi quale migliore occasione di questa Selfie & Told?

 

E.: Cominciamo con la domanda principale, che effetto vi fa autointervistarvi… ci… mi… insomma s’è capito, no?

Earthset: È abbastanza strano perché non amiamo di base le interviste… più che altro non ci piace ricevere sempre le stesse domande di default tipo “che influenze avete”, ”come nasce la band” o quelle che trovano già risposta nelle varie biografie o comunicati stampa. Ci è capitato raramente di ricevere domande nel merito della nostra produzione artistica, che poi dovrebbe essere la cosa centrale. Farsi delle domande su se stessi e per se stessi, invece, è un gioco abbastanza schizofrenico al quale siamo più abituati, anche perché sul tema ci abbiamo fatto un disco (In a State of Altered Unconsciousness). Quindi dai, potremmo arrivare in fondo senza sclerare.

 

E.: La vostra musica è abbastanza difficile da catalogare. Pur rimanendo tra l’indie e l’alternative variate molto di stile e questa cosa è stata anche oggetto di critica da parte di alcuni, che giustamente non hanno inteso dove vogliate andare, che direzione volete darvi ed in ultima analisi cosa volete esprimere. Sentite giusta questa obiezione? cos’è che volete esprimere davvero e questa varietà di stili è forse voluta?

Popism

Earthset: Grazie per la domanda. La diversità di generi, stili o atmosfere che caratterizzano la nostra musica deriva dal fatto che sin dall’inizio del nostro percorso abbiamo voluto evitare i paletti “di genere”, per cui abbiamo un approccio abbastanza libero e casuale nello sviluppo dei singoli brani. Per quanto possa sembrare strano, questa opzione è frutto di una scelta ponderata, l’idea di creare una musica che possa risultare gradevole a prescindere dalla sua catalogazione. Non amiamo la mania di etichettare le cose, le persone… perché farlo con la musica? In questo senso quel che vogliamo esprimere è più che altro una visione della musica e dell’arte in generale come spazio di libertà e di crescita per i singoli e per la società, libertà che passa secondo noi attraverso l’abbattimento dei binari, delle scatole e dei compartimenti stagno, in un flusso continuo ed ininterrotto di emozione e ricerca. L’impressione che si può avere è effettivamente di spaesamento, ma è quel che vogliamo dare al nostro ascoltatore: non sapere cosa attendersi dai prossimi dieci secondi o dal brano successivo. D’altro canto ci piace scrivere musica che noi stessi ascolteremmo e che, in primo luogo, ci diverta suonare. I cambi di registro aiutano a tenere vivo il “gioco”.

 

E.: Parliamo del vostro nuovo disco, “Popism” e del precedente “In a state of altered unconsciousness”. Sin dall’estetica si ha l’impressione di un netto distacco tra i due, sembrano il giorno e la notte, la luce ed il buio, ed anche le atmosfere musicali sono abbastanza diverse. Quale vi rappresenta di più?

Earthset: A dirla tutta entrambi sono lavori che ci rappresentano e che vediamo in modo complementare. C’è molto di noi in tutti e due, sia a livello personale che emotivo che concettuale. Del resto è l’unità degli opposti a costituire l’intero. Ed anche nella struttura dei nostri brani c’è da sempre un gioco di opposti, atmosfere rarefatte, chitarre pulite, ma anche distorsioni pesanti, deliri psichedelici e canzoni tradizionali. È un po’ la schizofrenia con cui ci divertiamo.

 

E.: Divertimento, gioco, sono parole che iniziano a tornare… Anche la svolta più “pop” del vostro Popism è dunque un gioco? O siete seri?

Earthset: Diciamo un cinquanta e cinquanta. Quando abbiamo avuto davanti i brani che compongono “Popism” ci siamo accorti di come ci fosse una tensione naturale delle canzoni a risultare più immediatamente comprensibili rispetto a quelle del nostro primo lavoro… più “pop” in certi passaggi. A quel punto la strada era già spianata per giocare con l’idea della svolta “pop” ed abbiamo confezionato l’ep in questo senso sin dalla registrazione, passando per il mix, l’artwork ed il titolo. Si tratta di un gioco al contempo ironico verso l’esterno ed autoironico rispetto a noi stessi, ovviamente, ma che abbiamo portato avanti con convinzione e serietà.

 

E.: Previsioni su possibili sviluppi futuri ed obiettivi?

Earthset

Earthset: In realtà non siamo in grado di prevedere nulla. Come detto abbiamo un approccio molto libero in fase di scrittura ed è praticamente impossibile stabilire a priori dove andremo. Attualmente stiamo lavorando, tra una data e l’altra, ad alcuni brani nuovi. Un paio li stiamo anche inserendo nella scaletta del live, giusto per capire che reazioni suscitano. L’obiettivo principale attualmente è continuare a crescere, a scrivere ed a suonare insieme, proseguire con i concerti, anche perché la dimensione live è quella che ci piace di più vivere… quel che verrà verrà.

 

E.: A proposito di live… prossimi appuntamenti dal vivo?

Earthset: La prossima data attualmente confermata sarà a Roma, l’8 giugno al Le Mura. Stiamo lavorando sui prossimi mesi, anche se alcuni impegni personali ci forzeranno ad una breve pausa estiva… possiamo consigliarvi di seguire la pagina facebook per restare aggiornati.

 

E.: Ultima domanda libera: fatevi una domanda e datevi una risposta!

Earthset: … Ma non lo abbiamo fatto sinora?

 

E.: Appunto! Grazie

 

Written by Earthset

 

 

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Costello’s Records

 

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Future Film Festival 2017: “Hitler’s Folly” e “Revengeance” di Bill Plympton

Quale verità si cela dietro la figura del Führer che i libri di storia non hanno mai osato rivelare e per la quale il buon vecchio Michael S. “è stato suicidato” in pieno giorno?

Hitlers Folly – Revengeance

È ciò che intende scoprire Josh, narratore principale di Hitler’s Folly”, uno dei due lungometraggi firmati da Bill Plympton ad occupare il cartellone del recentemente concluso 19esimo Future Film Festival bolognese, festival internazionale di cinema d’animazione e nuove tecnologie.

L’improbabile individuo, entrato di soppiatto nell’appartamento dell’amico defunto, mentre due nazi bussano meccanicamente alla porta analizza il contenuto di una misteriosa scatola nera, nuovo “vaso di Pandora” che, come in presenza dei disastri aerei, anche in questa circostanza costituisce l’unica fonte accreditata attraverso cui ricostruire l’ordine delle dinamiche.

Strutturata come un mockumentary breve e improvvisato, l’opera del navigato cineasta due volte candidato all’Oscar avanza una versione (non) ufficiale secondo cui all’origine dei disastri della Seconda Guerra Mondiale starebbero principalmente due fattori: il primo è l’affezione che Adolf nutriva fin da piccolo per un cucciolo di anatra, trasfigurato dopo la cottura dello stesso negli originali fumetti di “Piumino Paperino”.

Il secondo coincide col megalomane piano mediatico coincidente con la realizzazione del più grande film a disegni animati mai progettato, per il quale si sarebbero brevettate pellicole da 100 mm e proiettori di diverse tonnellate di massa, nonché impegnati per anni migliaia di artisti ed altrettanti operai nella costruzione della più imponente sala cinematografica di sempre.

Soggetto dell’epopea, il “Ring” wagneriano con protagonista per l’appunto l’amato Piumino Paperino, incarnazione inarrivabile dello status conquistato dall’entertainment cartoonistico in qualità di simulacro grazie al quale l’oppresso popolo tedesco riuscirebbe finalmente a risvegliare in sé l’assopito spirito teutonico originario.

Hitler’s Folly

Plympton rovescia e distorce l’effettualità storica a suo totale piacimento, caricaturando i nomi di Goebbels e Göring piuttosto che d’Himmler, Hindenburg, von Paulus e Speer, ma senza mancare di coinvolgere registi e produttori del calibro di Disney, Ėjzenštein, Fleischer, della Reiniger o la Riefenstahl.

Si reinterpretano campagne politiche, elezioni ed espulsioni dai piani alti, partecipazioni fondamentali alla modifica degli equilibri e degli assetti politico-militari (si segnala un’Eva Braun signora della guerra); non vengono risparmiati neppure la funzionalità dei campi di concentramento né le ragioni della sconfitta.

L’esito complessivo è tutto sommato mediocre, riesce a strappare qualche risata a motivo di alcune intuizioni fantasiose, fra cui si distinguono i siparietti dove varie personalità riprese come attraverso supporti anacronistici intendono attribuire spessore alla loro bizzarra testimonianza, cui si affiancano molte altre proposte grottescamente tiepide.

È insomma lo stesso impianto tendenzialmente ingessato a non giovare, agendo a sfavore innanzitutto di un’elaborata ricerca e del successivo riutilizzo di una gran messe di materiali video-fotografici d’archivio. Un esperimento curioso che però, meno graffiante del solito se messo a paragone con gli standard dell’autore, non lascia il segno.

La collaborazione con Jim Lujan regala un prodotto senza dubbio più godibile, come il precedente partorito nel 2016 ma diversamente da esso inserito fuori concorso: Revengeance” (letteralmente “ri-vendetta”) ruota attorno ad un occhialuto uomo di mezza età, più simile ad un ragioniere che a un cacciatore di taglie, il quale accetta al pari di altri tre candidati una missione affidatagli da un senatore palestrato in piena campagna elettorale chiamato Deathface: catturare e condurgli una ragazzina, Lana, colpevole di aver sottratto del materiale sensibile.

Revengeance

Di mezzo ci sono il deserto e la città ingannevoli, il cosiddetto club degli Imperatori dell’Entroterra, una banda di centauri sporcaccioni, un’ex strip-teaser divenuta il braccio destro del politicante, diversi emissari sempre pronti a fare a botte, una nonnina più vispa di quanto dia a vedere, un santone alla ricerca di una vittima da immolare, testimoni impasticcati, bettole ad ogni angolo ricolme della peggior feccia sdentata disposta a tutto pur di avere una birra, una donna e magari una motocicletta.

Questo il mondo in cui la coppia di directors si muove agevolmente, un dedalo coloratissimo dove predominano il cattivo gusto, il sesso sdoganato e un alto tasso di scurrilità.

L’intreccio mistery-action architettato dopotutto funziona, nonostante o proprio in virtù delle assurdità e degli eccessi costantemente rinvenibili nella trama come nei volutamente sgradevoli disegni a mano e che danno adito ad alcune dinamiche sequenze realmente esilaranti.

 

Voto a “Hitler’s Folly”

 

 

Voto a “Revengeance”

 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

 

 

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Future Film Festival 2017, Sezione Competition – “In This Corner of the World” di Sunao Katabuchi

Bologna. L’altro titolo di rilievo proveniente dal Sol Levante che il Future Film Festival 2017 propone accanto ad “A Silent Voice” corrisponde alla terza performance nel lungo di Sunao Katabuchi.

In This Corner of the World di Sunao Katabuchi

Dopo “Princess Arete” (2001) e “Shinko e la magia dei mille anni” (2009) è il turno della sua realizzazione maggiore, “In This Corner of the World”, recentemente vittoriosa fra gli altri su “your name.” e lo stesso “A Silent Voice” ai Premi dell’Accademia Giapponese (gli Oscar nipponici).

La lunga parabola si concentra sull’esistenza di Suzu, ragazzina di campagna data in sposa ad un giovinotto, Shūsaku, presso la cui famiglia allargata si trasferisce nella città di Kure, situata all’interno della prefettura di Hiroshima.

È il 1944 e il secondo conflitto mondiale sta mettendo a dura prova la quotidianità del popolo di “questo angolo del mondo”.

Suzu fa del suo meglio per recare vantaggio al nuovo ambiente in cui è stata posta e, mentre si dedica ai molti lavori domestici nei quali non può aiutarla la suocera acciaccata, s’appressa a divenire donna a tutti gli effetti, costretta dagl’inevitabili mutamenti storici a maturare in fretta; col tempo impara anche ad apprezzare il non sempre accessibile temperamento del consorte, impiegato full time alla marina del non lontano porto.

La tangibile densità del racconto e l’affollamento dei personaggi di cui esso si correda rischiano inizialmente di disorientare il pubblico occidentale, perlomeno sino a quando la vita della protagonista non si stabilizza osservando il nuovo ordine; successivamente si possono gradire i frutti migliori, presa confidenza con ciascuna delle figure e non più costretti a ricollocarla con qualche titubanza nel rispettivo campo d’azione, difficoltà alimentata anche da un montaggio tutt’altro che statico.

L’empatia coi volti degli sposini, i quali dimostrano una giovinezza anche maggiore di quanto loro si addica, non tarda comunque ad emergere e di lì si ha il piacere di assistere con compassionevole attrazione alla crescita interiore specialmente della fanciulla, che fin da quando abitava ad Eba, sua terra natale, ama disegnare e sognare ad occhi aperti.

Si finisce irretiti dall’innocenza ed inesperienza che la contraddistinguono, dall’umile operosità attraverso cui col passare dei mesi le diffidenze preliminari di alcuni vengono dissipate, dalla dolcezza disinteressata che, grazie ad una cura costante riversata nella sceneggiatura e rivolta ai diversissimi e molteplici pensieri da lei formulati, ne delinea un profilo amabile e del tutto credibile.

In This Corner of the World di Sunao Katabuchi

Katabuchi, e prima di lui l’autore del manga omonimo Fumiyo Kōno, inseriscono il grazioso quadretto familiare nel focoso panorama regionale, ricostruito con dovizia di dettagli inerenti le ristrettezze economiche imposte e le conseguenti strategie di risparmio attuate, nonché usando grande fedeltà alla diacronia ufficiale (da questo lato dello schermo non a caso si teme di minuto in minuto l’avvicinarsi degli sganci delle atomiche).

Nonostante l’atmosfera possa perciò legittimare un approccio angoscioso, “In This Corner of the World” non è però affatto improntato alla medesima poetica che ha dato vita, si ricorderà, a “Una tomba per le lucciole” (1988).

Il candore attraverso il quale Suzu filtra la maestosità di nuvole e cacciabombardieri contagia felicemente l’intero arco della vicenda, ravvivandone l’intrinseco sentimento di speranza che diviene autentico, gioioso modello filosofico oppositivo a qualsiasi raid aereo il nemico possa scatenare.

 

Voto al film

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Future Film Festival 2017, Sezione Competition – “Ethel & Ernest” di Roger Mainwood

Bologna. La 19esima edizione del Future Film Festival offre l’opportunità di gustare anche in Italia Ethel & Ernest”, atteso esordio nel lungo del non più giovanissimo Roger Mainwood, trasposizione dell’omonima graphic novel pubblicata nel 1998 da Raymond Briggs, accreditato per l’occasione anche in qualità di produttore esecutivo.

Ethel & Ernest di Roger Mainwood

Assai più noto in ambito anglosassone che all’estero, l’autore vinceva quasi un ventennio fa il premio riservato dai British Book Awards ai migliori libri illustrati ricostruendo efficacemente le vicende vissute dai propri genitori prima e dopo la sua venuta, da quando nel 1928 lui, lattaio, salutava lei affacciata alla finestra, massaia presso un’arcigna padrona, sino alla dipartita di entrambi avvenuta nel 1971.

Allo stesso modo il delicatissimo film confezionato dal regista assume le sembianze di una storia di vita, storia di una coppia umile e fedele peculiarmente “inglese” nelle aspirazioni come nel portamento, inserita nella temperie dell’epoca con grande affezione al realismo, sia per quanto concerne i toni della narrazione, la quale non tarda a illuminare la condizione dell’opera quale risultato diretto ed essenziale di un copione magnificamente scritto, sia in merito alla riproduzione del panorama storico.

Un capitolo di rilevanza capitale è infatti interamente occupato dagli eventi che hanno scosso il Regno Unito fra gli anni ’30, con la corsa agli armamenti in risposta all’ascesa al potere di Hitler dall’altro lato della Manica, e l’inizio degli anni ’50, con l’elezione del governo laburista e la conseguente politica dei razionamenti.

Non vengono perciò celati il terrore e il tormento causati dall’allontanamento di tutti gli infanti (compreso il piccolo Raymond), dai bombardamenti e dagli incendi, dai cumuli di cadaveri, dalla distruzione di famiglie e dimore faticosamente edificate; e tuttavia il racconto resta accessibile ad ogni fascia d’età, privo in fondo di un pubblico specifico a cui rivolgersi.

Precede e segue la parabola bellica una paziente descrizione dell’amabile carattere dei coniugi, ritratti nelle loro buffe fisse e nelle piccole crisi derivanti anche dalla condivisa mancanza di una formazione completa: sigaretta alla bocca, Ernest leggendo i quotidiani si sente coinvolto in prima persona nei dibattiti sociali pur restando comodamente seduto in casa; Ethel strappa nondimeno qualche sincero sorriso incorrendo in infondati timori al cui centro stanno l’educazione, gli usi e i costumi del figlio o piuttosto le stranezze del progresso, come l’uscita allo scoperto delle coppie omosessuali o le “gite” della NASA sulla Luna.

Ethel & Ernest di Roger Mainwood

Limpidamente metodica nella struttura formale e risoluta ad eleggere la compostezza a canone estetico e morale, la prova di Mainwood estende il proprio fascino impreziosendo lo studio descrittivo degli ambienti scenografici, entro cui si animano personaggi dai lineamenti fumettistici morbidamente fusi a saltuari movimenti tridimensionali.

Ancora, da autentico esemplare di cinema della memoria forbito come le esistenze cui si ispira, non trascura la composizione del fine corredo musicale, frutto di un riguardevole lavoro filologico che non rinuncia ad includere persino trasmissioni radiofoniche e televisive originali (ecco svelato una volta di più lo zampino d’onore della BBC, tra i finanziatori della realizzazione).

 

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Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Future Film Festival 2017: Sezione Competition – “Seoul Station” di Yeon Sang-ho

Nel 2016 Yeon Sang-ho fa il colpaccio: passa dalla tecnica attraverso cui s’è distinto, l’animazione, al live action con l’acclamato “Train to Busan”. Quello che il Future Film Festival presenta in questi giorni a Bologna è l’altro lungometraggio uscito in concomitanza al blockbuster.

Seoul Station di Yeon Sang-ho

Seoul Station” è concepito dallo stesso regista, nuovamente anche sceneggiatore, per essere il prequel dello zombie movie; è chiaro non ci ne fosse alcun bisogno di partorire una simile appendice, del tutto trascurabile da ogni punto di vista, più che mai nel bel mezzo di una promettente carriera.

Il paziente zero (o perlomeno quello presentatoci come tale) è un accattone che vive alla stazione metropolitana della capitale della Sud Corea.

Nel tentativo di salvarlo dal dissanguamento, un altro poveraccio diviene la prima vittima di una lunga serie; in breve il panico si dissemina di quartiere in quartiere, “ammattendo” chiunque si trovi nel raggio d’impatto.

Parallelamente alla gravissima diffusione del contagio, due fidanzatini vengono sfrattati dalla pensione in cui risiedevano; lui, incapace di guadagnare un singolo spicciolo, le propone di prostituirsi per racimolare il necessario a saldare i debiti.

Litigone inevitabile e i due si separano, senonché un tizio che sostiene di essere il padre della ragazza, indignato per la sorte a cui il giovane voleva consegnarla, lo acciuffa e lo costringe ad aiutarlo nella missione di salvataggio.

Questa la trama ancillare che tenta di dare una sommaria verniciata di coerenza all’ennesima trovata apocalittica senza stabili fondamenta.

Se esiste una “serie B” specifica dei cartoon, “Seoul Station” ne è un esimio esempio, costantemente ridicolo nel cercare di tenere in piedi ed intersecare i due soggetti e nell’esigere di riuscirvi sfruttando i personaggi più stupidi, volgari e frignoni disponibili nella piazza, talmente inetti da provocare un certo prurito nervoso agli spettatori stessi.

Seoul Station di Yeon Sang-ho

Condannate ad essere tratteggiate attraverso un’approssimazione per difetto nella raffinatura dei fotogrammi, le figure che si dimenano sullo schermo (con ritmo alquanto trattenuto peraltro) paiono spaventate da qualsiasi approccio logico alla situazione, sia che si sentano intimorite dall’orda obbrobriosa, sia che percepiscano come deliberazione plausibile bloccare l’avanzata della folla disperata minacciando di aprirvi contro il fuoco invece di difenderla dagli invasati.

Il sugo derivatone è un totale disastro, che priva la never ending story di qualsiasi giustificazione artistica destinandola a non si sa neppure quale pubblico, tagliati fuori i più giovani, e di certo non per l’orrore blando costituito dall’assalto dei non-morti, quanto piuttosto per le blande imprecazioni contro le negligenze del governo e l’inevitabile armamento di scurrilità mirate solo a “rinvigorire” una sceneggiatura sdirenata, e lasciati ad annoiarsi e infastidirsi (almeno così si auspica) i giovani adulti e via dicendo.

 

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Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Future Film Festival 2017: Sezione Out of Competition – Floyd Norman: An Animated Life di Michael Fiore ed Erik Sharkey

Bologna. Future Film Festival 2017. Non sono molti i documentari cinematografici che trattano di animazione, fra i quali qualcuno magari avrà in mente “The Pixar Story” (2007): se quella presente è la maniera di colmare le lacune, si può affermare di procedere decisamente sulla buona strada.

Floyd Norman: An Animated Life

Micheal Fiore ed Erik Sharkey con “Floyd Norman: An Animated Life” allestiscono un piacevolissimo omaggio ad una delle tante figure appartenenti al sottobosco di una delle industrie cardine del secolo presente e passato. “Animatore, cantastorie, combinaguai”: è il biglietto da visita dell’uomo che più d’ogni altro giova al film, forte di una non comune prestanza scenica pur non abituato affatto a starsene sotto i riflettori.

Norman dagli albori alla contemporaneità, l’uomo e il salariato, in entrambi i casi personalità frizzante che traspare in tutta la sua genuinità, senza per questo rischiare di incorrere in mistificazioni di sorta. I ricchi aneddoti che ne disegnano il temperamento incrociano con intelligenza costante il vivace racconto cronachistico, proposto a tratti presentando diverse versioni degli stessi accadimenti.

È la voce stessa dell’artista che narra di sé e dei veri Studios, non tanto quelli splendenti e incantati di facciata, bensì all’interno delle mura vitalissimi e oberanti, nei periodi di paghe soddisfacenti e come in quelli di ristrettezza, al tempo in cui imperava Disney e nel difficile periodo successivo.

Dal ruolo di inbetweener con “La bella addormentata nel bosco” (1959), per cui Norman era incaricato di costruire i fotogrammi di passaggio fra una posa chiave e l’altra, alla promozione in vista de “Il libro della giungla” (1967), dalla collaborazione con la Hanna & Barbera all’approdo presso la Pixar, gli autori consentono l’innesto insostituibile delle coinvolgenti testimonianze degli amici collaboratori, degli estimatori, di registi, critici e amministratori vari.

Un posto d’onore spetta alle due mogli, entrambe contribuenti al delineamento del compagno più autentico: l’ex con cui egli ha avuto cinque figli, dalla quale s’è progressivamente distaccato proprio in virtù della condotta lavorativa, e l’attuale che l’ha sottratto ai dolori conseguiti al divorzio per favorirne la rinascita interiore.

Floyd Norman è divenuto nel 2007 Disney Legend distinguendosi come uno degli individui meno controversi da presentare alla candidatura: l’impegno civile messo in campo con la Vignette Productions da lui fondata, la prorompenza adottata in veste di giornalista in prima linea durante le rivolte contro le discriminazioni razziali degli anni ’60, non hanno in alcun modo inficiato l’elezione.

Floyd Norman: An Animated Life

L’energia contagiosa per la quale molti lo amano e ne vengono ispirati, oggi un po’ da vecchio scarpone (ma in originale il termine è meno gentile) ancora capace di farsi acclamare al Comic Con di San Diego, in passato da giovane di belle speranze, quindi adulto onestissimo e responsabile nei propri compiti, non accenna a svanire, permettendogli di proseguire in quel processo di creazione che non ha mai smesso di coincidere con la sua stessa esistenza.

Alla fine lo hanno capito anche agli Studios, sua seconda casa fin dal momento in cui il futuro storyboarder vi ha messo piede: da un decennio nessuno osa più sbatterlo di reparto in reparto, né tantomeno congedarlo senza troppi complimenti (il severo papà Walt l’avrebbe forse mai fatto?).

Fiore dal canto suo alimenta ulteriormente il brio diffuso lungo tutta l’estensione dell’opera chiamando animatori esordienti a dar forma alle intuizioni grafiche nate dalla mente vulcanica di Norman e inserendo i brevissimi sketch nell’economia di un montaggio brillante, esattamente ciò di cui necessitava una realizzazione su un mondo simile, contesto adatto a rendere giustizia specialmente a coloro che, dedicando la propria vita all’entertainment, ci hanno messo con lodevole perseveranza più il sudore che la faccia.

 

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Written by Raffaele Lazzaroni 

 

 

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