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“In canti di versi” di Ilaria Biondi: la musica della natura e i suoi riflessi in versi

Ilaria Biondi, nata a Parma nel 1974, si è laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Ateneo bolognese, per poi conseguire il Dottorato di ricerca in Letterature comparate, vivendo a lungo in Francia.

In canti di versi

Da anni si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione. Collabora con riviste e portali culturali, curando numerose recensioni critiche. Appassionata di svariati generi letterari, è anche lettrice volontaria presso l’Ospedale dei Bambini di Parma.

In canti di versi costituisce il suo esordio poetico, pubblicato dalle Edizioni Il Papavero nel 2017, con copertina curata da Greta Binati, prefazione di Monica Morettini e postfazione di Emma Fenu.

L’esergo, costituito da versi di Antonia Pozzi, tratti da Rinascere, bene ci introduce nei temi e nelle atmosfere della raccolta, costituita da quarantaquattro componimenti lirici, contraddistinti da immagini delicate, ricchezza di figure retoriche, specie metafore, analogie, anche ossimori, nonché da innumerevoli figure di suono, in versi che non disdegnano rima o assonanza, creando una partitura musicale ben ritmata e coinvolgente.

Tutto ruota attorno a una Natura onnipresente, ove il respiro e la mente si nutrono, si perdono come assorbiti, si ritrovano come nella dimensione ideale e più propria. In un senso di generale sospensione e attesa, assetata di azzurri splendori è la voce lirica di questa raccolta, capace di aspettare / un mattino fecondo.

La lezione della grande stagione poetica otto-novecentesca non è passato invano, ma ha conquistato ampi spazi d’immaginario e portato ricchezza di lessico, ritmi, immagini e figure dietro le quali occhieggiano, in varia misura, impronte carducciane, pascoliane, dannunziane.

Costante è l’umanizzazione degli elementi naturali, in primis piante e fiori. La viola paziente, il petulante narciso, anemoni sfrontati, il petalo ritroso della rosa canina, il giacinto impudente, il grano che freme, la fronda scontrosa della felce, il caparbio effluvio della salvia, le peonie taciturne, sono tutti protagonisti e testimoni di un vivere in un tempo senza tempo, nella naturalità perfetta dei cicli stagionali, infiniti.

Un canto antico e così nuovo, così vero, così fresco. Ispirazione viva, genuina, sostenuta da un naturalissimo senso del ritmo che ingenera realmente un canto, suadente, capace di assorbire tutti i sensi. Preziosi termini, fuori dal colloquiale, s’incastonano nel tessuto versificatorio, sostenendone un livello medio-alto e rendendo pienamente un senso d’aulicità all’altezza del grande e variegato tema “senso-sentimento-naturalità-ispirazione-aspirazione” che pervade tutta la silloge.

Ilaria Biondi

Un Tu imprecisato è, a volte, al centro del pensiero e del sentimento di alcune liriche, non uomo, non donna, ma un Tu che ben può essere universale e, dunque, aderire al sentimento, al vissuto o all’immaginario d’ogni lettore cui certo non mancano occasioni d’immersione e immedesimazione in un universo lirico ampio e accessibile. L’immagine di un uomo con ciglia di vento e labbra odorose d’acacia bene incarna e manifesta il poderoso senso panico del mondo lirico qui espresso dalla Biondi.

Ardite figure retoriche tracciano quadri d’innegabile bellezza, di sacra poesia che, davvero, pare difficile credere sia opera d’esordio di un animo lirico, quello d’Ilaria Biondi, già maturo, ricco, creativo e dotato di un’ampia gamma di strumenti tecnico-critici, oltre che di quel senso innato e speciale che fa di un autore un Poeta.

Come Saggio è il volo della gazza stupita/ che si arresta sull’isterica soglia del tempo/ inchiodando sui rovi brinati/ la sua chioma leggera di sogni così, simile, è il cuore – caparbio funambolo – nell’aspettanza muta/ di una stagione ovale.

In queste due immagini, tra le numerose altrettanto ricche di significati, mi pare di poter inquadrare l’Io lirico che Ilaria Biondi ha espresso nella silloge, ove agreste letizia culla i giorni dei sensi, pervasi da una sottile, limpida, velata e pur fortemente presente voluttà, in cui l’eros è natura nella natura stessa, che appare, così, come inizio, causa e fine ultimo.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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“Viktor – Il Ciclo della Rinascita Vol. 1”, di Francesco Leo: la lotta per la libertà tra male e mondi fantastici

“I due emisero un sospiro di sollievo quando riuscirono a stabilizzare le fiamme e a illuminare una porzione di terreno. Finito di scuoiare il coniglio, Gabriel si fede catturare dall’imponente montagna che aveva davanti: erano molte le dicerie attorno a essa. Molti credevano che oltre il Mare dei Fantasmi, aldilà dei monti, vi fosse il regno del Valhalla, dove le anime degli eroi giungevano dopo la morte per banchettare con gli dei.”

Viktor – Il Ciclo della Rinascita

Viktor vorrebbe solamente vivere la sua vita se non fosse che lui è l’eletto, un peso grave da portare con un compito tanto importante quanto difficile: riportare la serenità in un mondo che rischia di scomparire.

Il tutto per colpa di una delle otto divinità, un traditore che ha spazzato via ogni equilibrio.

Antiche profezie si intrecciano a nuove volontà e Viktor dovrà andare dritto per la sua strada, con la fortuna di avere due alleati accanto a sé, Gabriel e Selene.

Viktor” (Il Ciclo della Rinascita, Paguro Edizioni, 2016) è il primo volume della trilogia di successo epic fantasy del giovane scrittore, classe 1992, Francesco Leo, finalista del Premio Internazionale 2016 “Michelangelo Bonarroti”, sezione Narrativa Edita e segnalato al Premio Nazionale 2016 “Gian Galeazzo Visconti”.

Un primo capitolo coinvolgente, ricco di immagini evocative, difficile non trovare echi dei grandi libri del genere fantasy, e di personaggi eroici che restano ben impressi al lettore.

Viktor” è un lungo viaggio alla ricerca di risposte, proprio come il percorso di una vita talvolta incerta e disseminata di dubbi e risposte talvolta non semplici da ottenere.

Viktor è uno di noi, un ragazzo che combatte con le incertezze che gli si parano davanti e con sentimenti sempre più contrastanti. Ma nonostante tutto e tutti consapevole del proprio passato e del futuro che lo attende.

Quando alla mia età si scrive del proprio passato pur conoscendo la quantità di rughe che hai in volto, allora puoi veramente dire di aver vissuto. È il mio caso.”

Francesco Leo

Non mancano amori e amicizie, sacrifici ardui da concepire, magie e predizioni, antiche leggende e scenari apocalittici.

Il regno di Mirthya è mitico, sognante e caratterizzato da tutti quegli aspetti che rendono avvincente un epic fantasy.

Un romanzo coinvolgente e scorrevole, l’inizio di una bellissima storia che prosegue nel secondo volume, (“Nithràl” – Il Ciclo della Rinascita) appena pubblicato dalla Paguro Edizioni e disponibile sulle principali piattaforme.

 

Written by Rebecca Mais

 

 

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“Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll: qui siamo tutti matti, io sono matto, tu sei matta

Alimenta la tua mente con consapevolezza e conoscenza. Con una semplice pillola puoi diventare più grande o più piccolo. Pillola rossa o pillola blu. Alice sicuramente lo sa. Cacciando conigli, potresti cadere nel buco e il tuo tempo potrebbe finire riflesso per sempre in uno specchio.

Miriam: “Babbo quanto tempo è per sempre?”

Babbo: “Il Bianconiglio disse ad Alice: adesso è per sempre!”

Alice nel paese delle meraviglie

Vorrei potervi raccontare la metà delle cose che diceva Alice dopo la sua frase preferita, “Facciamo finta”, ma purtroppo devo riassumere per non risultare noioso.

Pillola rossa o pillola blu? Restare nel “Paese delle meraviglie” significa non sprofondare nell’allucinazione collettiva in cui vive la gente ma altresì vincere l’inganno, Alice simboleggia la fantasia incarnata nel sistema di potere collettivo: la sua immaginazione libera è capace di scardinare l’immaginazione della Matrice (Matrix).

Alice nel Paese delle Meraviglie” è un fortunato romanzo del matematico e scrittore inglese Lewis Carroll e racconta di una ragazzina che accede a un mondo infero consumando del cibo magico.

In questo non-luogo (il paese delle meraviglie) ogni legge dell’esperienza è sospesa ed Alice prova smarrimento e paura.

Le parole non hanno il significato comune, i dialoghi si auto-avvolgono, il tempo non esiste.

“Qui sono sempre le cinque” (dice il Cappellaio Matto).

Anche l’identità di Alice, di conseguenza, è messa in dubbio:

“Ma se non sono la stessa, la domanda è: ‘Chi mai sarò?’” (Who in the world am I?)

Alice osserva il mondo da un nuovo punto di vista dove tutto è rovesciato. Un mondo allo specchio dove la logica è l’analogia e il rigore è il paradosso, dove l’alto è il basso, il piccolo è il grande. Il mondo allo specchio in cui Alice si ritrova accoglie, trasforma e restituisce, così come l’apprendista nel suo silenzioso percorso diventa il raccoglitore delle immagini, portandole ad una continua riflessione che diviene accogliente.

Alice è catapultata in un mondo parallelo basato sul rovesciamento di prospettiva dove aleggiano concetti intercambiabili: giusto e sbagliato, bene e male, bianco e nero come il colore del pavimento del tempio.

La vita reale si mescola con l’incoscio rappresentando la porta d’ingresso per l’albero della vita.

Quello che viene evidenziato nel racconto di Alice è il viaggio interiore che la protagonista affronta, in un’eterna lotta tra rimanere piccola o divenire grande.

Il Bianconiglio dal canto suo sprona Alice alla ricerca interiore, spingendola ad affrontare il labirinto fiorito e colmo di carte da gioco (le tentazioni), ove troverà inoltre esseri di tutti i generi.  Si ritroverà in un luogo dove sono tutti matti:

Lewis Carroll

“Ma io non voglio andare tra i matti” osservò Alice.

“Beh, non hai altra scelta” disse lo Stregatto: “Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta”.

“Come lo sai che sono matta?”, disse Alice.

“Per forza” disse lo Stregatto, “altrimenti non saresti venuta qui”.

Alla fine, la protagonista, si ritroverà con la Regina di Cuori (la grande madre), che rappresenta la meta finale verso la quale Alice inconsapevolmente verrà spinta raggiungendo la consapevolezza individuale. Ed alla fine quindi si risveglia dal suo sogno ritornando alla rassicurante vita di tutti i giorni, ma ora, però, è diversa, ora finalmente è cresciuta.

Il modo delle meraviglie si conclude in maniera gratificante con un lieto fine che viene magistralmente celebrato nelle ultime pagine del libro. Alice nel finale dimostrerà di saper distinguere l’immaginario dal reale con la consapevolezza di aver vissuto una storia vera.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

 

Written by Vito Ditaranto

… a mia figlia Miriam con infinito amore…

 

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“Vite di madri” di Emma Fenu: il mondo profondo e misterioso delle differenti maternità

Emma Fenu, nativa di Alghero (SS), attualmente vive a Copenhagen, dopo periodi trascorsi in Medio Oriente. Laureata in Lettere, con un Dottorato in Storia delle Arti, è attivissima in campo culturale e letterario, con studi sul mondo femminile, l’iconografia e la scrittura. Si occupa di recensioni librarie e interviste agli autori, mentre gestisce con successo il seguitissimo blog Cultura al femminile.

Emma Fenu Libri

Ha pubblicato, oltre al saggio Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena, diversi libri, tutti editi da Milena Edizioni: Le dee del miele, già positivamente da me recensito per Oubliette e ora disponibile in una nuovissima edizione illustrata; Il segreto delle principesse; Vite di madri. Storie di ordinaria anormalità. Proprio di questo libro voglio parlarvi oggi.

Ci sono attese che restano e che segnano per sempre il corso di una vita.

Attese di sé o dell’altro, non importa. La conquista della Vita è la meta finale in entrambi i casi. Essere donna, essere madre: tutto naturale o, almeno, così sembra.

Emma Fenu, trascrivendo e trasfigurando in una visione che va dal particolare all’universale entro la categoria della scrittura o, meglio, della riscrittura, ci mostra come ciò che è naturale, o ritenuto tale, da tempi immemori, non sempre è facile.

Non sempre indolore. Non per tutte.

Ogni storia di vita è diversa, in qualche modo unica, ma un senso di comune fragilità, vulnerabilità, eppure caparbietà e determinazione, segna il passo di questa narrazione.

Partendo dal proprio vissuto complesso, in cui dolore, attesa, speranza, privazione, si succedono, Emma ha deciso, dopo aver raccolto per via telematica le storie di tante donne, di selezionarle, sceglierle, rendendole capaci, quelle tredici che compaiono nel libro, di ricomprendere anche tutte le altre.

E a intervallarle, ma tenendole tutte assieme queste vite spesso in frantumi, vi sono le numerosissime citazioni letterarie, che hanno la stessa voce, lo stesso canto di uno spartito senza stonature.

Vite di madri

Sì, perché dolore e gioia si mescolano, disperazione e speranza pure. Sono le donne che cercano dentro l’abisso dei propri vuoti fisici ed emotivi e che riescono a riafferrare il filo, a volte perduto, a volte spezzato e da ricucire, e a rendere ancora possibile la vita.

Emma Fenu riesce a portarci dentro il mondo variegato della femminilità, così come vissuta dalle donne che si raccontano e così come intesa dagli “altri”, uomini o donne che siano.

Con la sua grande e suggestiva capacità narrativa, l’Autrice, seguendo il filo rosso del sangue che è vita e morte, per troppo di vigore o per poco di vigore, per la sua presenza causata dalla stessa natura o da mano umana, per la sua assenza o difetto costitutivo e genetico, traccia quella linea che unisce le generazioni, nel bene e nel male. Pieni e vuoti si susseguono nella mente, speranzosa o delusa, nel corpo fecondato o privato del suo frutto. Pieni e vuoti di pancia e di cuore. Di letti e di culle.

Fili rossi mai del tutto recisi tra nonne, madri e figlie, laddove l’eredità genetica spesso comporta lo stesso percorso. Altre volte, invece, siamo di fronte a una femminilità che non riesce a trovare il suo esatto specchio, il suo corrispettivo nella figura materna di riferimento.

Il peso della vita talora ingenera bestie feroci, mali oscuri che rubano gli anni migliori, gli attimi che non tornano più, gli amori e la tenerezza, il dialogo e la comprensione proprio entro quel rapporto privilegiato madre-figlia che si trova, a volte, ad arrotolarsi su stesso, a volte a invertire il senso di marcia.

Figlie cresciute negli anni, ma ancora bimbe nel profondo, bisognose di una figura materna carente della quale divenire, a propria volta, madri.

Tutti hanno diritto all’amore. Tutti hanno bisogno d’amore. Tutti dovrebbero essere capaci di generare relazioni ricche d’amore. Prima di tutto verso di sé: scoprirsi, capirsi, non solo attraverso i ritmi del corpo, delle lune, delle cure mediche, delle domande e delle risposte cliniche, ma attraverso l’accettazione di una carenza, di un limite e la ricerca del suo superamento in qualcosa d’altro.

Cosa sia la maternità, anche su questo Emma Fenu ci porta a riflettere, anche alla luce delle immagini e situazioni tipo che vengono proposte su larga scala dai media. Interessantissima, a tal proposito, l’Appendice di Sabina Cedri, La maternità rappresentata. Analisi su stampa della Maternità vip.

Emma Fenu

Il lettore potrà facilmente raffrontare i contenuti delle storie raccolte e raccontate da Emma, con tante altre storie di donne direttamente o indirettamente conosciute, con le immagini e le storie che vengono proposte sulle riviste in relazione ai cosiddetti Vip.

Sarà facile capire che una rondine non fa primavera, che la realtà è ben diversa, molto più ampia, variegata e complessa di come solitamente si sia soliti rappresentare.

Emma Fenu per prima, imparando a conoscersi, è diventata simbolo di una piena femminilità, ricca e densa di progetti e prospettive. Il femminile materno atto creativo ingenera molteplici filiazioni, non solo di carne, ossa e sangue, ma di azioni, di relazioni, di opere.

La scrittura è senz’altro una di queste figlie di Emma, in continua crescita, pronta a raggiungere sempre più persone, a dare nuovi ulteriori frutti di confronto, di maturazione, di ampliamento delle proprie prospettive.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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“Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti” di Nicla Vassallo: (di) quel che volevasi mostrare

Eccoci qui sulla terra col golfo” (La terra promessa), uno spazio e un tempo che richiamano altri luoghi, altre ore. Parrebbero gli stessi, ma non lo sono, costretti dalla metafisica di questo mondo, che perpetua la propria consistenza attraverso una continua sottrazione: minuti, panorami, sguardi, persone.

Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti

L’essere umano si trova a lottare contro questa metafisica. Si lotta soprattutto contro i ricordi, che pur dobbiamo invocare, evocare, per sopravvivere. Ci sono donne che ricordano e lottano, nella silloge di Nicla Vassallo. Donne che lottano per e contro donzelle, avverso le loro insolenze, generando e provando insofferenza. Donne che lottano contro se stesse, contro le condizioni della loro vita, contro i loro istinti, forse, contro il loro modo di sentire e di sentirsi che, pur risultando ostile all’esistenza, è tuttavia indispensabile per esprimere liberamente il pensiero, come Virginia Woolf ci dice in Una stanza tutta per sé.

Si emerge dalla lettura di Metafisiche insofferenti per donzelle insolenti (Mimesis Edizioni) come dall’acqua di un oceano: il corpo bagnato, ancora odoroso di salsedine e di umore africo le cui note indistinte e indistinguibili sfuggono a ogni descrizione compiuta. Provare a descrivere la silloge di Nicla Vassallo, come avviene per ogni buon testo di poesia, significa cimentarsi con una inevitabile riduzione, con il tentativo di non perdere, o di perdere il meno possibile, di fare qualcosa con un “meno” che, alla fine dei conti, resterà. Riduttivo è certamente affrontare il testo precondizionati dalla volontà di dire più e meglio dell’autrice quello che l’autrice stessa ha scritto.

Riduttivo è affrontare le liriche come si affronta un testo filosofico, per coglierne l’argomento principale, individuarne il tema saliente, interpretarne l’applicazione di un ragionamento e, se del caso, criticarlo mostrandone i difetti o apprezzandone i pregi. Riduttivo, troppo riduttivo, sarebbe soprattutto rassegnarsi a lasciar svaporare completamente quel sentore d’oceano che ancora ci profuma e destinarci alla dimenticanza; con la consapevolezza che ne coglieremo – forse – pochi e singoli toni, si deve quindi cercare di consolidare i ricordi che esso ci ha lasciato, facendo nostro il tema della memoria la cui importanza pervade l’intera silloge della poetessa.

Vi è una sorta di contrappasso duale tra le donzelle e le metafisiche, tra l’insolenza, e l’insofferenza; una speciale sorta di quadrato semiotico dal quale si ricavano combinazioni di significati che oltrepassano l’apparente sanzione data dal titolo del volume. Pur restando preponderante, nella silloge di Vassallo, la presenza di donzelle assolutamente insolenti (Donzella stralunata, Vi procrastinate, Maledetta, Dove te ne andavi, L’anamnesi svapora), ritroviamo infatti variegate e affascinanti combinazioni. Non è quindi insolito che la lettura ci conceda di provare una lecita insofferenza per una stravagante proprietà metafisica di quelle “donzelle insolenti” (Un fratello) che ci etichettano la pelle, affliggendoci con la loro incapacità maldestra di “desiderare e giocare”, e ci portano a ricercare un ripiegamento, una sorta di con-fusione mereologica in un corpo “quasi gemello”, dove forse troveremo un modo per passarci in rassegna, ri-cercando (ri-trovando) la pudicizia di metafisiche estranee a quel tipo di irriverenza.

Ci sono talune donzelle (L’estrema torsione polverosa) la cui insolenza (pre-potenza) rompe le barriere metafisiche della morte, del sogno, evocando insofferenza persino nel contesto di una “composta cerimonia”. Alcune altre sono, invece, più metafisiche (In un tempio d’avvenimento) e insolentiscono le altrui labbra facendole dipendere dalla “scienza del compiuto” con-vivendo nella stentatezza insofferente di un diurno “senza occhio, né malocchio”. Non è raro, leggendo le liriche di Vassallo, ritrovarsi perfino in mondi affetti da ontologie del tutto particolari. Alcuni di essi, nella loro insolenza, consentono l’apparire e lo scomparire di una “matura passione” (Che combini) contagiata inesorabilmente da “imbelli donzelle”, determinando un singulto temporale in cui si apre fatalmente l’in-sofferenza delle lacrime al cospetto del ricordo. In altre metafisiche si può assistere alla comparsa di donzelle contraddittorie (In una dimora palermitana) che manifestano la loro in-sofferenza in un “bacio intenso”, o ci si può ritrovare in ambientazioni à la Renoir in cui l’insolenza di una donzella provoca l’insofferenza di un’altra (Capodanno: a correggere bozze). La flessibilità delle liriche fa sì che la stessa metafisica che permette la comparsa di una donzella insolente (Compari a Londra) possa essere sfruttata anche per annullare l’insofferenza, costringendo la “ragazzina viziata e viziosa” ad andarsene scattando per sempre via, forse lasciandoci, tuttavia, una sua imperitura immagine che si imprimerà nella nostra memoria.

Riduttivo sarebbe soprattutto pensare che le donzelle – enti metafisici –  protagoniste (o spettatrici) delle liriche di Vassallo siano solo donne, financo solo esseri umani e con ciò interpretare la loro essenza come quella di passioni conquistate, perdute, sognate; altrettanto limitante, per la lettura, sarebbe soffermarsi sulle sole metafisiche che solo una mera superficialità esegetica vorrebbe attribuire al mondo della poetessa, perdendo così di vista il fatto che è la stessa poesia a farsi metafisica, sfuggendo alla consistenza di una precisa definizione. A comprova di quello che un lettore disattento potrebbe perdere riducendo troppo il proprio spettro ermeneutico, si noti come, su tutte, insolenti siano anche le “sabbie voraci” (Mia madre è morta). Esse tradiscono una presenza ontologicamente impossibile per la modalità di questo nostro mondo caratterizzato, si diceva, da sottrazioni vitali, sulla quale il sapere tenta di annebbiarsi; di contralto le “sabbie” vengono condannate a una duratura insofferenza, dovuta al loro confinamento nei confronti di “quella distesa salina” rispetto alla quale il desiderio apre un incolmabile iato. Il continuo mutare delle metafisiche di Vassallo, che apre alla poetica ambiguità semantica, consente anche che anche una scogliera (Mi attendi a un capolinea), un’alcova (La terra astrale), una città (Roma) siano insolenti, e che perfino il vuoto (Il vuoto attorno), modificando la propria struttura metafisica da spazio d’amore a mondo reale in cui si vive, corrobori impudentemente il rapporto eziologico tra insolenza e insofferenza.

Nicla Vassallo

Riduttivo, infine, sarebbe impostare una critica, una recensione, una postfazione, dirigendo la lettura della silloge alla ricerca della filosofa Nicla Vassallo. Vano e infruttuoso sarebbe impegnarsi per trovare in queste liriche le tracce della docente di fama internazionale, attività che invocherebbe una ricerca ben diversa da quella che si potrebbe – legittimamente e più propriamente – intraprendere studiando i suoi saggi sulla teoria della conoscenza, sulla potenza epistemica della testimonianza, sulla filosofia delle donne o le sue critiche sullo stucchevole qualunquismo che affligge certe interpretazioni della teoria del gender. Le impronte filosofiche che percorrono il testo della poetessa Nicla Vassallo più che assomigliare a sfuggenti orme sulla battigia, rappresentano certamente un vero e proprio sfondo sul quale le singole liriche sono proiettate, talora incise, talora annegate.

Poesie filosofiche, quindi? Una tale definizione rappresenterebbe vero errore categoriale, certamente degno di una donzella insolente (come tale destinato a sobillare una certa insofferenza) e si tradurrebbe anche in un errore metafisico, giacché rappresenterebbe la pretesa di de-finire, di con-finare lo spazio poetico aperto dall’autrice. Uno spazio che la stessa autrice, come si dirà, disconosce paratestualmente come realmente circoscrivibile. In questo sfondo filosofico è da individuarsi, piuttosto, una significativa matrice wittgensteiniana, segnata da quell’umiltà (ben celata) propria del filosofo viennese, quasi come se nella pelle dell’intera silloge (e delle sue singole parti) fosse tatuata la proposizione 4.1212 del Tractatus: «Ciò che può essere mostrato non può essere detto». Può, la poesia, “dire” qualcosa, o il limite del suo ambito (metafisico, epistemico) è sancito dal solo “mostrare”? Può, la filosofia, “dire” quello che la poesia “mostra”? Domande, queste ultime, che, su un piano di indagine e di ricerca (meta-poetica), potrebbero essere valentemente poste alla filosofa Nicla Vassallo, ma che risultano inapplicabili alla silloge della poetessa, mancando loro un vero oggetto di indagine.

Della poesia, di Nicla Vassallo, quindi, cosa resta? L’impressione è che resti proprio il non-detto, il mostrato, il manto di un sofferente tema d’amore che riveste pudicamente l’intera silloge di un’autrice che, come la protagonista del woolfiano Una stanza tutta per sé, liberamente si esprime e in vari ambiti, anche grazie al dono della poesia. Un amore elevato (per la metafisica e per le donzelle, in ogni loro declinazione e istanziazione) che caratterizza l’animo umano e lo nobilita e un amore altrettanto potente e ineluttabile (per l’insofferenza e per l’insolenza in tutte le loro forme) che lo affligge spietatamente.

Un amore chiaroscurale, quello di queste liriche, abbagliato dal barlume di una saggezza (filosofica) che di amori può suscitarne anche di terribili, come ci ricorda Platone nel Fedro, ma che, proprio vacillando tra l’altezza della verità e la concretezza delle passioni, sembra incarnare nell’essere umano il vero senso della parola poetica voluto da Aristotele.  Un amore che oscilla, riecheggiando una delle più classiche opposizioni nella storia della filosofia e che resta irrisolto, così come insolute rimangono, ora come allora, le opposizioni accademiche tra i filosofi, antichi e contemporanei: platonici contro aristotelici, analitici contro continentali, solo per ricordarne alcune. Una matrice di contrasti che annovera tra i suoi vettori anche quelli della filosofia e della poesia, affliggendole, incrociandole senza renderne possibile una solvibilità, laddove, forse, una filosofia e una poesia che volessero realmente dirsi pubbliche, potrebbero trovare un modo per cooperare, stabilendo una forza sinergica da contrapporre alla strenua ignoranza epistemica ed emotiva che affligge l’umano tempo vissuto.

Un amore, quello che ammanta questa silloge, che resiste, e segna con tutti i suoi “meno“, che sbaraglia, nelle liriche, la distinzione saussuriana tra il significato e il significante, ri-significando le parole agli occhi di ciascuno dei lettori e consentendo loro di ri-trovare qualcosa del proprio sé. Un amore che lascia spazio (In ristoranti gentilizi), che si apre al tempo (Nonostante questo presente amore), che forse vorrebbe chiudersi nello spazio e nel tempo dentro a ciascuna lirica (Di recente mi hai fatto uno squillo), senza poterlo fare (Spesso cercata e ricercata): come si è accennato, è la stessa metafisica paratestuale della poesia di Nicla Vassallo a impedirlo, annullando la chiusura del mondo poetico con la sapiente e consapevole omissione di un segno, semplice ma definitivo, al termine di ciascuna delle liriche, quasi volendo mostrare che non tutto è stato detto, ma che qualcosa è stato mostrato.

 

Written by Roberto Gennaro

 

 

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Sito Nicla Vassallo

 

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“Il Gatto con gli Stivali”: la fiaba popolare europea che rievoca Mercurio il messaggero

Il gatto che vorrebbe Miriam, ha la coda arricciata. Se è nei paraggi, forse accetterebbe una carezza, ma potrebbe anche graffiarvi se solo gli sfiorate il pelo. Non fa mai le fusa. Gli piace guardare fisso. Terribile evoca immagini di belve con le fauci spalancate; meraviglioso richiama una principessa dai capelli di seta e una rosa senza spine. Tutt’e due le parole possono evocare un gatto?

Mercurio

Ci sono delle supposizioni e ci sono delle teorie e ci sono numerose ipotesi dotte, ma la realtà spesso è la vera risposta.

Le storie non sono altro che storie, e non esistono, in realtà, ma a volte la verità è in una semplice fiaba anche se per mia figlia Miriam ciò che più conta è il piacere di sentirla narrare, e niente di più.

Spiegazioni fantasiose pur essendo sufficienti a placare la curiosità dei cuccioli, non sono in realtà delle vere spiegazioni. È naturale che gli animi più elevati vadano alla ricerca di una traccia di verità in queste semplici storie.

Terribile e meraviglioso, di certo sia l’una sia l’altra parola suggeriscono il grande Re dei Gatti, una creatura nota quasi esclusivamente agli studiosi dell’oscura mitologia celtica, che governava «da un trono d’argento vecchio» da cui dava «risposte ingiuriose ai postulanti che cercavano di ingannarlo».

Il richiamo alla natura androgina del “Gatto dagli Stivali ed è stato lui, o lei, l’antenato o antenata della prima favola di Cenerentola, che è un retaggio popolare dell’antica leggenda del gatto amico di Astarte, la crudele dea madre che regnava un tempo sulla Sumeria.

Tra le vestigia dell’antica religione misterica greca vi è l’identificazione della dea Diana con una gatta. E, naturalmente, c’erano i gatti egiziani, la maggior parte dei quali vennero mummificati e sono rimasti fino a oggi accatastati negli scantinati dei musei.

Qui era considerato la manifestazione terrena di Bastet, la dea della salute e divinità protettrice della fertilità, della maternità e delle gioie terrene, rappresentata con il corpo di donna e la testa di Gatto.

Ed è proprio nell’antico Egitto che si è instaurato il sottile legame esoterico tra l’uomo e il Gatto. Il Gatto racchiude il lato istintivo della Natura, è un animale libero e indipendente.

Il Gatto con gli stivali, la cui più antica attestazione scritta della storia risale a Giovanni Francesco Straparola nel 1550 ed un secolo più tardi ripreso da Giambattista Basile, narra la storia di un’eredità lasciata da un mugnaio ai suoi tre figli: il mulino al primogenito, un asino al secondo e al più giovane un gatto.

Il gatto con gli stivali

Il gatto della fiaba è un animale astuto, la personificazione del senso di vittoria, realizzando il sogno del suo padrone. Leggendo la fiaba, viene da chiedersi se il padre abbia lasciato il gatto al ragazzo oppure il ragazzo al gatto, tanta è la simbiosi tra i due personaggi. Il gatto ribattezza il suo padrone, nominandolo Marchese di Carabà, dandogli quindi un nome e un titolo.

Il “gatto con gli stivali” è la trasposizione in fiaba del dio Mercurio (Hermes). Il nostro gatto ha i piedi “alati” (gli stivali), che lo fanno viaggiare velocemente e annunciare l’arrivo del suo padrone; così Mercurio, il messaggero degli dei, è munito di calzari alati.

Mercurio è anche il protettore degli abili e degli astuti e l’astuzia è la dote principale del nostro gatto.

Il “gatto con gli stivali” con la sua astuzia raggira l’orco (simbolo della limitazione istintiva e materiale). Il bagno in acqua (che il gatto ordina al suo padrone per simulare un annegamento), ricorda il battesimo associato nella mitologia romana a Mercurio e trasposto nella religione cristiana (si rinasce a nuova vita divenendo consapevoli), entrambi associati al rito della purificazione.

Il padrone del “gatto con gli stivali” esce dall’acqua e purificato: non ha più i suoi vecchi abiti tanto che il Re ordinerà di fornirgli gli abiti più adatti al suo rango di marchese. Indossati gli abiti, rinasce a nuova vita e diventa a tutti gli effetti un marchese.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

 

Written by Vito Ditaranto

… a mia figlia Miriam con infinito amore…

 

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“Dentro l’acqua” di Paula Hawkins: generazioni di donne che portano guai nelle acque del fiume Beckford

Dentro l’acqua”, di recente edito da Piemme, è il secondo thriller scritto da Paula Hawkins, autrice del bestseller “La ragazza del treno”, dal quale è stato tratto un film.

Dentro l’acqua

Molte sono le aspettative che vertono sul romanzo su cui mi soffermerò, il quale segue il precedente, ossia un successo editoriale che ha fatto discutere, poiché molti lettori, e anche molti critici, non lo hanno ritenuto all’altezza della fama conquistata; mentre in molti, moltissimi, lo hanno amato.

Paula Hawkins scrive libri validi e ce li propone a sempre a giugno, quando le ferie si avvicinano, e un buon thriller psicologico, anche se non destinato all’aureo novero dei capolavori, può farci estraniare sia dal bordo di una piscina, che da una terrazza su colline verdeggianti, che dal nostro salotto, dove si può lo stesso essere in vacanza.

Basta viaggiare su le ali della carta, anche se si tratta di un ebook: la fantasia travalica limiti che fanno arretrare la logica e il raziocinio.

Dentro l’acqua c’è un mondo.
Un mondo di cui non abbiamo apparente memoria ma nel quale, prima di essere partoriti, abbiamo conosciuto buio liquido e caldo.

Un mondo a cui, talvolta, si vuole ritornare, da adulti, tirati da un cordone ombelicale che intossica l’anima, passo dopo passo, fino a scomparire nell’oblio del non essere che un mero nome e poi nemmeno più quello, inghiottiti nel ventre del tempo.

Un mondo a cui, altre volte, non si vuole tornare.
Perché l’acqua è verde, densa, sconosciuta. Non ci restituisce riflessa l’immagine che di noi siamo convinti di avere.

Perché l’acqua ha il sapore ferroso del sangue: quello sano, che rende le bambine donne, e quello blasfemo, che rende le donne cadaveri.

Nel romanzo della Hawkins, lungo il fiume Beckford, a nord dell’Inghilterra, scorrono vite su vite: l’acqua le raggiunge tutte, insinuandosi in ogni strada, facendosi largo in ogni crepa della roccia e della mente, fino ad annegare la verità e tentare di portarla negli abissi del segreto che tenta di riaffiorare in superficie.

Dove tale fiume si ferma e trova pace, sotto un promontorio fangoso che assorbe le impronte di quanti lo percorrono, c’è uno stagno definito delle “annegate”, poiché, in tempi lontani, vi si conducevano le streghe, ad affrontare le cosiddette “prove di Dio”, fino a dimostrare di essere innocenti, con la morte.

Paula Hawkins

E da quell’epoca ci si perde indietro nei secoli, per trovare Libby, la bambina annegata e capostipite di una generazione maledetta di donne che “portano guai”. Sono creature troppo libere, troppo insofferenti alle regole del patriarcato, troppo sensibili alla colpa che, da Eva in poi, tutte opprime, tutte ritenute, con errore e orrore, ree di sedurre e di uccidere. E di far uccidere. E perfino di farsi uccidere.

È stato sottolineato che il romanzo Dentro l’acqua” ha un numero elevato di personaggi e forse troppe storie che si intrecciano. È vero, ma l’arazzo che ne viene fuori è interessante, soprattutto se si analizzano i rapporti psicologici che si instaurano fra donne: fra figlie e madri, fra sorelle, fra amiche, fra nemiche.

Sono relazioni fluide, dove l’amore si mischia con l’odio, dove il segreto cresce negli anni come un’onda fino a abbattere i muri della famiglia, dove le lacrime e il sangue si bevono insieme, dallo stesso calice.

Sono relazioni dentro l’acqua, di acqua.

E gli uomini, in queste acque di donne, nuotano, poi si tuffano, fino a sentire i polmoni scoppiare nello sforzo, e ne riemergono, stropicciandosi gli occhi, dopo aver visto qualcosa o, meglio, qualcuna.

Una bambina? Una donna? Una strega?

Dipende da cosa, e chi, si vuole vedere. Dipende da cosa, e chi, cresce dentro a colui che cerca fuori di sé.

 

Written by Emma Fenu

 

 

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“This is Mine” di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro: in anteprima per Undici Edizioni al Salone del Libro di Torino

Poco più di un anno fa annunciavamo la nascita dell’”Undici, casa editrice e agenzia letteraria, la quale in breve tempo ha dato vita ad una serie di pubblicazioni (ricordiamo in particolare gli autori Roberto Cibin, Barbara De Maestri, Marco Allegri, Ferdinando De Blasio, Francesca Berardi e Alberto Paradiso) e che dal 18 al 22 maggio sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino (Padiglione 3, stand R09).

This is Mine

Per il secondo anno consecutivo sarà possibile incontrare Giuseppe Celestino, Maurizio Roccato, i loro autori e ammirare le pubblicazioni degli ultimi mesi. Ma soprattutto sarà l’occasione per assistere ad un’anteprima assoluta che vedrà protagonista This is Mine (il 19 maggio i due registi saranno ospiti allo stand dell’Undici Edizioni), la realizzazione di un progetto letterario di prestigio nato dalla joint venture tra il team dell’”Undici” e due giovani registi italiani di successo.

Stiamo parlando degli italiani Fabio Guaglione e Fabio Resinaro (registi, sceneggiatori, produttori cinematografici e supervisori degli effetti visivi) e del loro primo lungometraggio (da loro scritto e diretto)Mine”, un thriller psicologico, prodotto dall’Hollywoodiano Peter Safran (patrocinatore di “Buried” e “The Conjurin”) con protagonisti Armie Hammer (attore statunitense già visto in “The Social Network”, 2010, “J. Edgar”, 2011, “Biancaneve”, 2012, “The Lone Ranger”, 2013, “Animali notturni”, 2016), e Annabelle Wallis (“Nessuna verità”, 2008, “Annabelle”, 2014, “King Arthur”, 2017).

Distribuito nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 6 ottobre 2016 da Eagle Pictures, nelle sale spagnole dal 30 dicembre 2016 da Entertainment One Films e in quelle statunitensi dal 7 aprile 2017 da Well Go USA Entertainment ha ricevuto la candidatura a ben due Premi David di Donatello.

L’autorevole critico Gianni Canova lo ha definitoUna sorpresa inattesa e confortante nell’anno del ritorno ai generi del cinema italiano”, mentre Nocturno, (mensile dedicato alla settima arte), riconosce che i suoi registi “Dispiegano un impressionante lavoro registico e immaginifico che sembra arrivare da altri tempi, da altri concetti di cinema”.

Oltreoceano il Los Angeles Times lo recensisce come “Una meraviglia di ingegnosità visiva e narrativa”, mentre l’Hollywood Reporter lo ritiene “Un thriller confezionato con eleganza”.

Per noi è il successo internazionale di due giovani autori cinematografici italiani che hanno perseguito un sogno nel corso di diciassette anni di produzione indipendente e che finalmente cominciano a raccogliere i frutti del loro appassionato e appassionante lavoro.

Mine”, minuti è la storia di Mike e Tommy, due tiratori scelti americani appostati nel deserto in attesa di avere nel mirino un terrorista arabo. La missione, però, fallisce, e i marines sono costretti a fuggire tra le dune. A causa di una tempesta di sabbia perdono il contatto con il comando, e si ritrovano nel mezzo di un’area minata. Quando Mike calpesta una mina, si innesca il contatto a pressione e un’attesa di due giorni e due notti per l’arrivo dei soccorsi; 48 ore di immobilità totale che faranno riemergere nel soldato i propri trascorsi personali contro i quali dovrà combattere per riuscire a sopravvivere.

Maurizio Roccato – Fabio Guaglione – Celestino Giuseppe

Il successo mediatico dell’opera ha spinto la casa editrice Undici Edizioni di Giuseppe Celestino e Maurizio Roccato a sviluppare un progetto con i due registi. Una collaborazione importante, il connubio tra i creatori di un film indipendente di successo e una casa editrice in forte crescita

Il titolo del libro in uscita il prossimo ottobre è “This is Mine: in esso i due cineasti si racconteranno e illustreranno, con anche l’ausilio di immagini inedite, la nascita della loro opera con i retroscena, i simboli nascosti, gli eventi e alcuni momenti particolari che li hanno coinvolti dal concepimento dell’idea, alle riprese, all’arrivo nelle sale del film.

«L’entusiasmo di Fabio&Fabio ci ha contagiati, forse perché siamo molto affini alla loro visione delle cose e al modo di affrontarle» spiegano i due editori. «La nostra casa editrice vuole staccarsi dagli standard di mercato, creando rapporti con prodotti e autori che non siano necessariamente scrittori, ma abbiano comunque messaggi importanti da trasmettere. È questo il compito di un libro. Il campo minato in cui si trova bloccato il soldato di Mine è metaforicamente quello che dobbiamo attraversare noi nella vita di ogni giorno, circondati da scelte difficili e dubbi su quale sia la direzione migliore verso la quale compiere il prossimo passo. Non ci sono mai garanzie di vittoria, ma chi non ci prova ha comunque già perso. Fabio&Fabio sono la dimostrazione che impegno e passione sono indispensabili per superare quelle barriere mentali con le quali, quasi sempre, siamo noi stessi a circondarci».

Non resta quindi che attendere l’uscita di “This is Mine e nel frattempo godersi il film e andare a conoscere registi ed editori protagonisti di questo grandioso progetto al Salone di Torino.

 

Written by Rebecca Mais

 

 

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Sito Undici Edizioni

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“Il giorno della tartaruga” di Pier Bruno Cosso: come la fascinazione del femminile attraversa la vita di un uomo

Il giorno della tartaruga” è un romanzo psicologico scritto dal sassarese Pier Bruno Cosso ed edito da Parallelo45 nel 2013.

Il giorno della tartaruga

Mi sembra di sentire nelle orecchie il motivo della celebre commedia musicale, omonima al libro qui presentato, che nel 1964 debuttò in teatro. Mi sembra di vederli, Renato Rachel e Delia Scala, ad interpretare, rispettivamente, marito e moglie e a mettere in luce, con sapiente ironia, le dinamiche grottesche della vita di coppia.

Anche in questo romanzo, compare una tartaruga, in vesti reali e metaforiche, a farci comprendere la relatività del tempo e la preziosità di ogni istante, perché una vita intera si può riassumere e capovolgere in un giorno, lasciandoci a pancia in su, a guardare stelle mai notate.

Lucio Zucca, il nostro anti-eroe, è un informatore scientifico: circa cinquant’anni; una moglie con cui si è da tempo interrotto il dialogo; un lavoro senza stimoli e senza certezze; una Golf fiammante con cui percorrere centinaia di volte sempre le stesse strade di una Sardegna avara di sole.

Tutto sembra destinato all’immutabilità in un percorso che scava nell’anima lasciando solo cinismo ad accumularsi sul nulla, finché una tartaruga compare sull’asfalto e il protagonista si trova proiettato 25 anni indietro, nel 1985 precisamente, alla ricerca del ragazzo che fu.

Sono lontani quei momenti/ quando uno sguardo provocava turbamenti/ quando la vita era più facile/ e si potevano mangiare anche le fragole/ perché la vita è un brivido che vola via/ è tutto un equilibrio sopra la follia/ sopra la follia”. – “Sally” – Vasco Rossi, 1996

Non vi svelerò come il misterioso fatto si verifichi e non indugerò sui colpi di scena che la trama di Pier Bruno Cosso riserva, ma mi avventurerò in una sintetica esegesi del testo attraverso le figure delle due coprotagoniste, non a caso donne, ossia Asia e Antonella.

Iniziamo dall’ultima citata, ossia dalla moglie di Lucio, che è dipinta come falsa, bugiarda, avida e incline al vittimismo. All’autore, una volta, sfugge l’epiteto di “puttana” che, più che sindacare sui costumi sessuali di Antonella, la identifica come strega cattiva, emblema del femminile oscuro e pericoloso che porta al sonno della coscienza.

Pier Bruno Cosso

E poi, poi c’è Asia, colei che ha il nome, sensuale come miele sul palato, di un continente vasto, a tratti sconosciuto, seducente, ricco di contraddizioni e di risorse.

Asia, la dea dagli occhi neri e acquosi, dai seni grandi e morbidi, dai fianchi che ricalcano la sagoma di un violino, dal corpo e dall’anima che offre, come lo scrittore reitera, “riparo”.

Asia che è amante, dotata di grande attrazione erotica, e madre, perché in essa si fondono il liquido amniotico e il ventre accogliente, perché essa dà la vita.

Anzi, essa è la Vita stessa, intesa nella sua essenza più profonda, quella viscerale, selvaggia, passionale, istintiva. Quella che dona e sottrae, quella che arriva e poi va via. Quella che è nostra per un giorno o per un secolo, non importa. È nostra.

Forse alla fine di questa triste storia/ qualcuno troverà il coraggio/ per affrontare i sensi di colpa/ e cancellarli da questo viaggio/ per vivere davvero ogni momento/ con ogni suo turbamento/ e come se fosse l’ultimo”. – “Sally” – Vasco Rossi, 1996

 

Written by Emma Fenu

 

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“Peter Pan” di James Matthew Barrie: il fauno che abita Neverland

“… Seconda stella a destra, questo è il cammino,/ e poi dritto fino al mattino, poi la strada la trovi da te,/ porta all’isola che non c’è… E ti prendono in giro/ se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché/ chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle/ forse è ancora più pazzo di te!” – Eduardo Bennato

Peter Pan

Voi grandi siete tutti uguali. Rimanete fissi come alberi con le radici sepolte dallo scorrere del tempo. Attendete il vostro destino.

Ma io sono “Peter” e rompo le radici per rincorrere le stagioni della vita. Un adulto bambino e come dice “Miriam” un bimbo grande. La mia fontanella non si è chiusa a sette anni ed è tutt’ora aperta e lo rimarrà per sempre perché io sono “Peter Pan”.

Peter Pan”, è la fusione di due simboli: Peter (sasso-pietra filosofale) e Pan (il dio dei boschi). Pan, figlio di Ermes e di Penelope (ninfa), venne abbandonato nel bosco a causa del suo aspetto.

Verde a rievocare la natura come Madre è il colore dell’abito di Peter Pan, l’eterno bambino che impara a volare e vedere la realtà senza appesantimenti logico-razionali degli adulti elevandosi al di sopra del normale.

La foresta buia e tenebrosa o gli antri delle grotte rappresentano i tempi bui in cui la vita diviene un miracolo da venerare.

Il dio Pan (fauno), si divertiva a spaventare i viandanti emettendo strani suoni e voci, il Peter Pan di James Matthew Barrie è un abile imitatore di voci prediligendo il verso del gallo. Il fauno Pan era il protettore dei pastori e Peter è la guida (il pastore) dei bimbi sperduti. Peter Pan ha paura di affrontare la vita, è una conversazione tra i genitori a farlo spaventare e volar via da un mondo che neanche conosce.

Non a caso Peter Pan visita la famiglia Darling, trovando un ambiente che doveva essere simile a quello della sua casa e in cui pensa di poter trovare un “discepolo”.

Peter accorre alla finestra della famiglia Darling, sperando di ingrossare le file dei suoi compagni di gioco e di poter trovare una madre in sostituzione della sua.

Peter Pan

Un episodio che Peter non dimentica mai è quando taglia la mano a Hook, perché rappresenta la sua vittoria sugli adulti. La cattiveria del fauno Peter Pan si dimostra in diverse occasioni nel libro: per il bambino uccidere è una cosa normale e gli capita persino di “Sfoltire” i suoi compagni di gioco se questi crescono violando una delle leggi della Neverland.

 Hook il capitano dei pirati è un personaggio oscuro (come la vita), tanto nel carattere quanto nell’aspetto, nonostante tutto si dimostra una persona colta. Barrie ambienta il suo racconto su un’isola Neverland (l’isola che non c’è), il prodotto della fantasia di ogni bambino. Il messaggio di Barrie è quello dell’importanza del conservare una piccola parte infantile di sé, seppur nell’ineluttabilità della crescita.

“D’accordo!”, mi risuona in mente la voce della mia piccola Miriam.

Conoscendo alcune delle cose che s’incontrano talora nei Vecchi Posti, nei Posti Caldi, si può quasi credere nei miti senza sforzi eccessivi. Come la storia di quegli spiriti alla Pan che si radunano ogni primavera e passano dieci giorni a segare l’Albero del Mondo, solo per essere dispersi all’ultimo momento dal suono delle campane pasquali.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

 

Written by Vito Ditaranto

… a mia figlia Miriam con infinito amore…