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“Romics 2017”: la magia dei grandi numeri di uno dei festival più colorati di Roma

Romics 2017: ha chiuso la manifestazione romana dedicata a games, comics e tutto quanto è cultura pop! Numeri da record per la fiera appena conclusasi in quel di Roma che confermano l’importanza di un evento oramai atteso e innegabile al popolo romano ed italiano.

Romics 2017

Tantissimi accessi, tanta partecipazione ai laboratori, agli eventi e alle premiazioni che si sono susseguite nell’arco dell’intera manifestazione!

Qualche numero?! Voilà: oltre 200000 persone in visita (dati non ufficiali), 5 padiglioni, 200 autori presenti nelle varie giornate.

Un Romics ricco di pathos, allegria e voglia di divertirsi imparando – molti infatti i lab dedicati a piccoli e meno piccoli che con l’uso di strumenti apposti quali card o pc, regalavano nozioni di varia natura! La vera chicca, però, sono stati i cosplayer, appassionati di un genere che sta prendendo sempre più piede tra i giovani ed i meno giovani del Belpaese.

Ragazzi e ragazze di tutte le età che indossano gli abiti e le fattezze dei loro beniamini, per una volta, per un giorno oppure per quattro, ovvero l’intera durata della manifestazione!

Questo Romics sarà ricordato anche per la presenza delle Istituzioni che, finalmente, hanno concesso spazio al fumetto e al gaming tra le nuove forme di intrattenimento ma anche di educazione.

L’incontro in occasione della consegna del Romics d’oro, col “papà” di Gundam, Yoshiyuki Tomino, è sicuramente stato la punta di diamante della fiera: il creatore dell’universo dei robot giganti, difensori della terra, ha rivelato la storia della creazione di Mobile Suit Gundam, una delle serie robotiche più amate al mondo.

Romics 2017 – Giada Robin

Accanto a lui Naohiro Ogata, producer della serie Mobile Suite Gundam Thunderbo. Assieme i due hanno ripercorso l’intera vita di Gundam che continua a collezionare appassionati in tutto il mondo. Una fiera anche peperina, per certi versi, con l’ospitata del celebre games dedicato alla politica, “Call of Salveenee”, e del suo autore.

Games che tanto ha fatto discutere e parlare di sé per via della sua natura: esso è infatti un videogioco dove la politica la fa da padrone per le strade italiane (abilmente ricostruite) in puro stile GTA (Gran Thef Auto). Una fiera, quella appena conclusa, tra alti e bassi, dove gli alti hanno sicuramente inciso in maniera notevole.

In attesa della prossima fiera del fumetto e dei games (anche se, come abbiamo visto, è più che riduttivo, etichettarla così!) che avrà luogo ad Ottobre – e noi di Oubliette ci saremo di sicuro! – vi lasciamo con alcuni scatti che riassumono questa manifestazione, svoltasi presso la Nuova Fiera di Roma con la partecipazione di Regione Lazio, Unione Europea, Mibact, PSR Lazio, Fesr e FSE, Miur, Centro sperimentale di cinematografia, Centro per il libro e la lettura, Camera di commercio di Roma.

 

Written by Stefano Labbia

 

 

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“Magic People Show” dal romanzo di Giuseppe Montesano: quattro attori alle prese con i rottami della coscienza

“Non è vero: diventare disumani e cretini e servi e morti in vita non è normale, e non tutti lo fanno: e quindi è normale essere umani, e miti, e gentili, e liberi, e poetici, e vivi.” – Giuseppe Montesano

Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Andrea Renzi, Luciano Saltarelli

Black out. Quattro personaggi si fanno avanti per poi arrampicarsi, stringersi su un tavolino da salotto. Lo spettacolo comincia proprio con l’oscurità, con una atmosfera tesa che può far ricordare il soggetto artaudiano Non c’è più il firmamento, tant’è che l’unica fioca e scomposta luce proviene da una batteria di lampadine bianche sotto i piedi degli attori, sistemata tra il vetro e la base del tavolino da salotto.

Lamenti come miagolii di gatti di periferia che marcano il territorio claustrofobico del vicolo gonfio di odori densi e feroci a furia di soffi e graffi, ma non appena il buio torna luce, il lamento di questo condominio post-contemporaneo si fa impetuoso e disarmante.

Quattro attori capaci di trasformarsi affidandosi con una totale e piena forza comunicativa al corpo, alla mimica del viso, alla voce e alla propria intera consapevolezza del palcoscenico, quattro attori che come maghi abilmente si fanno carico di una partitura di incastri che mozza il fiato per il talento comico perforante e terribilmente amaro dell’autore.

È questo Magic People Show, grandiosa farsaccia tratta dal romanzo di Giuseppe Montesano (veramente uno scrittore selvaggio nell’accezione più positiva del termine, si direbbe che conosce il volo da assai prima dell’aviazione) e questi sono i quattro attori in scena: Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Andrea Renzi e Luciano Saltarelli.

Nel crescendo trepidante e vitale che è il susseguirsi di episodi e di personaggi che sgomitano per mettersi in mostra – i personaggi, non gli attori che conservano tempi perfetti ed una intesa meravigliosa, palpabile – lo spettatore è letteralmente travolto da questo irresistibile monologare e dialogare piacevolmente sfacciato, dissacratore e satiresco. Come resistere alle confidenze della signora madre Torza e della signorina figlia Torza, come all’irresistibile viscidume dell’avvocato Morfo, come alla Signora Cinzia e famiglia, come a Lallo e Gegé?

Tanto più che gli attori si trasformano sotto gli occhi dello spettatore letteralmente saltando da un personaggio all’altro ora con una sciarpa, ora con un cappello, ora con un paio d’occhiali da sole e due cannucce, ora con due orecchini turchesi…

Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Luciano Saltarelli

Su quel tavolino dieci anni dopo il primo debutto, quei forsennati dei personaggi si mostrano in tutta la loro attuale quotidianità. Non si esita a riconoscere in ciascuno di loro vicini di casa, sconosciuti incontrati per la strada o uomini e donne con cui casualmente può capitare di scambiare poche parole in un bar o al supermercato in attesa del proprio turno.

Su quel tavolino si muove un’ Italia intera: partenopea, sì, perché Napoli è una porta per il mondo, ma anche settentrionale, centrale, periferica. Su quel tavolino che è un condominio, si agitano le famiglie post-borghesi formate da casalinghe assuefatte dalla pubblicità che si illudono “Se la televisione dice che siamo ricchi, siamo ricchi!” e da mariti-vittime, poveri impiegati senza la certezza di una pensione, incapaci di ribellarsi all’idea della vacanza last-minute programmata già da gennaio e saltellano, urlano slogan ad ogni respiro tifosi ossessionati, sfumacchiano le adolescenti (e le loro madri) convulsamente attratte dal modello televisivo della velina: non è uno stereotipo quello della fanciulla oggetto di consumo e che a sua volta consuma, ormai è un archetipo.

Ed è fin troppo normale accettare adolescenti che preferiscono un cappottino firmato ad un libro. Su quel tavolino che è un condominio dieci anni dopo il primo debutto (è necessario ribadirlo), straordinariamente, regge ancora ed è ancora più potente questo volteggiare di compratori di anime, venditori di almanacchi del progresso, politici secessionisti ammanicati pronti a fare di Napoli la nuova Venezia per risolvere la questione dei rifiuti così, in un colpo solo; questo mondo di consumisti consumati, ormai incapaci di provare emozioni e sentimenti, produttori di pensieri che non esprimono la necessità di dare forma ai desideri me che hanno per soggetto l’ossessione del comprare solo per dimostrare agli altri, a tutti, di potersi permettere qualsiasi cosa sia passata attraverso la pubblicità.

Su quel tavolino sono ammorbati e schiacciati personaggi che non hanno più nemmeno la forza di ribellarsi, come accade al Dottor G. che si piega alla legge del condizionatore perché tutti hanno il condizionatore puntato sui 23°, estate ed inverno, con il tempo che fa, mentre fuori il clima cambia, le piogge sono acide e il ghiaccio è bollente, per una eterna primavera d’appartamento che viene quasi sinesteticamente paragonata all’eterno ritorno nietzschiano.

Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Andrea Renzi, Luciano Saltarelli

Lo spirito svenduto al miglior offerente, sempre, qualunque si il prezzo da pagare è la dannazione dei tempi post-contemporanei che stiamo vivendo, in cui Mefistofele piange miseria e avanzano implacabili le logiche di mercato, in cui nessun demonio vorrebbe stringere un patto con un uomo – sarebbe così tragico avere all’Inferno, già ambiente non facile da gestire, due esponenti post-borghesi che durante un happy hour (o una apericena, o un brunch come si sente spesso dire) pensano a come sfuggire alla omologazione con i poveri che ormai con le rate possono comprarsi anche quelle merci e quei costumi, una volta solo per i ricchi -. Come si fa a stringere un patto con degli uomini che ormai sono il compromesso stesso fatto carne ed ossa?

Mentre l’Economia impera, la libertà (qualsiasi libertà) è solo una negazione e di fatti vige la cultura delBisogna essere normali, normali come tutti e avere quello che hanno tutti, fare quello che fanno tutti, scegliere quello che tutti scelgono” – oramai definire nazionalpopolare un simile processo non significa più nulla, perché né esiste un popolo, né una nazione, ma una massa indistinta che incresciosamente si infrange contro la realtà di cui è prodotto e produttrice, una realtà che ormai è più che una allucinazione collettiva, la distorsione della stessa allucinazione – mentre le generazioni non fanno che allontanarsi cercando di tollerarsi reciprocamente etichettandosi senza comunicare, mentre i giovani si dividono tra disillusi, sognatori ancora resistenti e omologati strumenti di propaganda, mentre si disgrega il limite tra desiderio e necessità di castrazione, mentre si perde il coraggio di dialogare, avere paura, imparare ad amare e a conoscere.

Mentre ci si accontenta e si cerca di evadere, il Teatro è ancora una volta l’unica certezza: il Teatro così come lo fanno questi quattro attori, Ianniello, Laudadio, Renzi e Saltarelli in Magic People Show, è un Teatro che spezza tutti gli incantesimi e libera tutti gli spiriti limitandosi, si fa per dire, ad essere semplicemente ciò che è: un luogo per costruire, decostruire, aggiungere, togliere, mescolare, distillare, assorbire, digerire, rimasticare, sciogliere e rifondare la realtà.

Ed è questa la vera magia di uno spettacolo di cui, una volta fuori dal teatro, lo spettatore non conserverà solo la voce rauca e profonda di Ianniello, sempre interprete straordinario prima del ragazzino che ad undici anni fuma sotto gli occhi dei genitori impotenti e spesso complici, poi del Totano Affogato con la voce stanca, opaca con le spalle curve sotto il peso dei debiti; né lo spettatore ricorderà solo lo sguardo impeccabilmente allucinato dell’impiegato Ciro, che Laudadio rende meravigliosamente sotto il casco scuro da motociclista, e ancora, lo spettatore non dovrà solo tenere conto della parlata lombarda di un Saltarelli splendido anche en travesti, così come l’ottimo Renzi che ora è una ragazzina frivola e drammaticamente vuota, ora è il poeta che si arrende e si lascia morire immerso nell’eterna, arida primavera che fa perdere le spine anche ai cactus; quello che resta allo spettatore di questo estremo, vertiginoso e massacrante gioco è sicuramente il talento degli attori, ma è soprattutto la consapevolezza della forza misteriosa che è solo del Teatro, di quel qui e ora che dobbiamo smettere di temere, smettere di rifiutare come fossimo tanti intellettuali stanchi (quali intellettuali, gli intellettuali sono tutti morti), smettere di svendere e di trasformare in giochetto buonista e gratuitamente violento e violentatore, comodo e di consumo.

Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Andrea Renzi, Luciano Saltarelli

Quello che rimane allo spettatore è la consapevolezza che non è più possibile, adesso specialmente, pensare di potere abbandonare il teatro, quel teatro che è anche godere del travestimento rapido in scena che denuda la società delle maschere sempre nuove e sempre antiche.

Rimane la consapevolezza di non potere più abbandonare la politica, quella politica che significa tornare a discutere per capire e costruire per tutti oltre tutte le strategie ormai prevedibili dei poteri, esattamente come fanno quattro attori, capaci di gestire una miriade di personaggi scalmanati stretti su un tavolino da salotto senza mai farsi del male, ma lasciando esplodere sane, coraggiose risate oltre tutte le possibili aspettative drammaturgiche.

Magic People Show è andato in scena dal 31 marzo al 2 aprile 2017 al Teatro Civico 14 di Caserta.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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Teatro Civico 14

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“Il lungo viaggio dell’anima” di Cinzia Rinaldi: il resoconto della presentazione ufficiale a Roma

Mi prese il panico per le sue ultime frasi perché mi dette l’impressione che l’avventura stava appena iniziando e io dovevo stargli dietro, seguirlo in tutto insomma. Solo alcuni anni più tardi capii il vero messaggio, che dovevo iniziare a percorrere la via della scrittura e dell’arte in tutte le sue forme e… mettere per iscritto tutte le esperienze che stavo per fare con il mondo celeste, con l’aldilà.” – Il lungo viaggio dell’anima

Cinzia Rinaldi - 8 marzo

Mercoledì 8 marzo 2017 presso l’Accademia Gioachino Belli (via Casilina 5L) a Roma si è tenuta la presentazione ufficiale del primo romanzo di Cinzia Rinaldi: “Il lungo viaggio dell’anima edito dalla casa editrice Bastogi Libri.

Il Prof. Carlo Volponi, vice Presidente dell’Accademia, ha presentato l’autrice lodando l’entusiasmo e la forza mostrata per la stesura di un romanzo autobiografico gravido di sogni, visioni ed apparizioni non comuni che spaventano la maggior parte degli esseri umani, per la mancanza di sensibilità per le energie presenti nel mondo. Presenti all’evento anche il Direttore della casa editrice Bastogi Libri, il Dott. Angelo Manuali, e la Responsabile Dott.ssa Roberta Manuali.

Il lungo viaggio dell’anima ripercorre la vita dell’autrice e le apparizioni/visioni che negli anni le si sono manifestate. Troviamo al suo interno due personaggi di fama internazionale: Freddie Mercury e Michael Jackson.

Due musicisti che hanno profondamente segnato la vita psichica della Rinaldi, non solo per la loro produzione artistica ma anche, come si legge nel romanzo, per le fervide apparizioni nelle quali si trasmettevano conoscenze all’autrice.

Cinzia Rinaldi - 8 marzo

Le domande che potremo porci quali “Ma perché proprio questa giovane donna fu contattata dall’appena deceduto idolo?”, “Perché l’essenza si materializzò a Roma e non per esempio nella sua città a Londra?”, “Cos’aveva di speciale Cinzia?”, “Era forse più pura delle altre fans di Michael Jackson oppure intercorrevano altre affinità fra i due?” non potranno mai aver una risposta certa. Dobbiam accettare che i fatti siano questi e che alcune scelte della nostra autrice siano state suggerite da forze esterne.

 

Due domande all’autrice:

A.M.: L’8 marzo 2017 presso l’Accademia Gioachino Belli hai presentato ufficialmente al pubblico il romanzo biografico “Il lungo viaggio dell’anima”. Com’è andata?

Cinzia Rinaldi: La prima presentazione ufficiale è andata decisamente bene, ero molto intimorita perché non avevo mai presentato nulla di simile, tantomeno il mio libro, dunque nei giorni precedenti ho dovuto lavorare fortemente con il mio animo che prevedeva il peggio. Invece posso dire che è andata molto bene e che ho ricevuto tantissime belle parole sia dal Prof. Carlo Volponi, sia dal pubblico presente che inizialmente mi è parso un po’ titubante sulla tematica del paranormale. È stata una serata di grande raccoglimento che porterò sempre nel mio cuore.

 

A.M.: Hai altre presentazioni in programma?

Cinzia Rinaldi - 8 marzo

Cinzia Rinaldi: Sì, certo! Vorrei fare altre presentazioni in diverse città italiane, di sicuro toccherò Firenze, Milano, Torino. Non mi dispiacerebbe presentare “Il lungo viaggio dell’anima” anche a Napoli. La meta principale, però, è portare la mia creatura fuori dal mio paese perché i fans dei due grandi artisti sono appunto stranieri, uno americano e uno inglese. Il mio sogno è aprire a Londra, patria di Freddie, e anche Michael era amatissimo nella terra inglese. In futuro, sognando un poco, mi piacerebbe portare il libro a New York, patria di Michael, e in varie città americane nelle quali i fans sono maggiori. Il mio principale appello è rivolto al popolo jacksoniano sparso in tutto il mondo, vorrei invitarli vivamente a leggere la mia storia con il nostro Michael nella quale svelo la verità, guidata da un altro celebre defunto Freddie Mercury che si è manifestato inspiegabilmente a me. Un altro concetto che voglio ricordare ai lettori è il motivo per cui ho scritto questo libro: attraverso le mie esperienze posso confermare l’esistenza di un mondo parallelo al nostro, e dunque affermare che non siamo soli. Prima di mettere per iscritto queste mie vicende vissute in prima persona mi sono documentata per anni per verificare se era frutto della mia psiche o se era veramente reale ciò che mi capitava. Per cui io sono ormai sempre più convinta che Dio esista in tutte le forme e che utilizza oltre ai suoi fedeli servitori, gli angeli, anche essere umani per inviare il suo messaggio. Egli vuole anche che noi ci aiutiamo a vicenda, ci sforziamo partendo da noi stessi usando sempre frasi positive ed eliminando quelle negative. Solo così potremo pulire il nostro spirito e la nostra anima potrà vedere Dio, gli angeli e tutto ciò che circonda il cosmo.

 

Written by Alessia Mocci

 

 

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“Imparare ad essere felici”: il seminario di Paolo Crepet sulla felicità a Taranto

Imparare ad essere felici”, lagnarsi è più che un vezzo, una difesa: è ciò che sanno fare meglio perché lo hanno imparato fin dall’infanzia. Combattere questo atteggiamento vuol dire elaborare una nuova grammatica quotidiana, avviare una piccola rivoluzione. E, lo psichiatra, dimostra come educare alla felicità, quella autentica – da non confondere con la gioia effimera – dovrebbe essere il compito primario di ogni adulto e di ogni insegnante. Un modo efficace per far si che i bambini possano crescere più forti e meno ricattabili, e i ragazzi, gli adulti di domani, più liberi.”

Paolo Crepet - Taranto

L’otto marzo 2017 si è svolto presso il salone della provincia di Taranto, un incontro seminario con Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, scrittore, sul tema della “Felicità”.

A rendere fattibile l’incontro, Gina Lupo, Consigliere di Parità della Provincia di Taranto e Assessore alla Cultura al Comune e Deborah Giorgi presidente del Soroptimist International Club di Taranto. Crepet ha esordito dicendo:

“Buona sera a tutti, grazie, io sono uno psichiatra vagante errante… cos’è la felicità?… io forse non lo so, ma una cosa è certa,… ad una certa età ti fai delle domande! E una di queste è: come parlare a un giovane di felicità? In un mondo in cui ciò che conta è il sadismo di visioni negative e io non mi ritrovo nelle parole della gente che afferma che il mondo va a rotoli… sono molto orgoglioso di mia figlia che ha avuto il coraggio di vivere sola in una città lontano da me…ma questo cosa vuol dire? … sicuramente che lei va nella direzione giusta! … non vi nego inoltre che io parlo con le persone trapassate, tra cui mio padre…”

Non nego che questa sua premessa mi ha molto colpito, trasmettendomi una visione più ampia dell’uomo Crepet. La felicità e i luoghi in cui viviamo. Di fronte al caos e alla fatica del nostro vivere, ripensare dove e come poter essere felici può sembrare un’utopia, ma può divenire reale attraverso una riflessione che attraversa e reinterpreta la mappa della nostra anima e della nostra coscienza introducendo l’individuo alla interpretazione della felicità interconnessa alla libertà: “… la felicità non è per tutti, ma la felicità è nella libertà di scegliere…”

Ogni giorno ognuno di noi è alla ricerca di qualcosa o di qualcuno che possa rendere più felice la propria giornata. Ricerchiamo costantemente di essere gratificati, di essere appagati per sentirci vivi. Eppure la realizzazione dei nostri desideri non potrà mai appagarci completamente, non potrà mai renderci completamente felici.

In India ho imparato che la felicità senza un motivo è reale beatitudine. La felicità interiore procura, a chi la prova, una gioia reale, che è dissociata dai fattori esterni, dalle persone che ci circondano o dagli oggetti che possediamo. Chi sperimenta la vera felicità interiore è completamente appagato, non è posseduto dalle cose che possiede. Chi è davvero felice è una persona libera.Questo tipo di felicità è uno stato di consapevolezza, che ha il potere di ancorarci nel momento presente, che permette di riconoscere nell’istante, il dono della contentezza. Dopotutto essere felici è una scelta.

Paolo Crepet

Il mondo esterno influenza notevolmente il nostro mondo interiore e non sempre in maniera positiva. Come esseri umani siamo arrivati ad un momento critico della nostra esistenza, ad un punto di irreversibilità. Siamo tutti iper-connessi, grazie alla tecnologia che non smette mai di stupirci. Se guardiamo in faccia la nostra realtà, riconosciamo che siamo completamente disconnessi dalla realtà interiore. Non riusciamo più a riconoscere in chi ci vive accanto l’altra parte di noi stessi. Non ci sentiamo più parte della stessa comunità. Ci siamo condannati ad essere schiavi di abitudini negative, di pensieri deliranti, che hanno spento completamente i nostri sorrisi. Abbiamo scelto l’infelicità senza esserne consapevoli. Spesso non sappiamo neppure dove stiamo andando e quale strada abbiamo intrapreso. “… libertà è anche accettare che i figli facciano qualcosa che tu non comprendi…”

Crepet ha anche evidenziato la schiavitù moderna dei social. In cui ad esempio si possono avere centinaia di conoscenti evidenziati con la parola “amici”.

In questa sua ultima affermazione mi è sembrato di rileggere Orwell e l’ideologia dominante dello stato immaginario di Oceania, uno dei tre paesi in cui è diviso il mondo nel romanzo “1984”, “La libertà è schiavitù”, “La guerra è pace”, “L’ignoranza è forza”.

Parlando, inoltre, di come noi oggi viviamo in funzione degli altri, Crepet, ha citato anche D. Bowie: “… non suonate mai per la gente, un artista vero non fa mai ciò che la gente li chiede…”  

Ha citato anche A. Modigliani: “… Il tuo dovere è preservare il tuo sogno…,l’educare non ha nulla di materiale…”

Continuando: “… La felicità è una certezza posata su fondamenta invisibili. Per questo devi continuare a cercarla, e appena penserai di averla raggiunta, già sarà sfumata e dovrai inseguire la prossima. Non arrenderti mai all’idea che la felicità non possa esserci per te da qualche parte, nel mondo. Non farlo neppure l’ultimo giorno della tua vita, perché ci sarà sempre, vicino a te, qualcuno che avrà bisogno di intravederla nei tuoi occhi… molto spesso si tende a confondere la felicità con qualcosa che potremmo definire come “gioia effimera”. Ma la gioia effimera non ha nulla a che vedere con la felicità; altrimenti, se così fosse, potremmo arrivare ad affermare che anche una striscia di cocaina potrebbe dare la felicità… mentre così non è. Il concetto di felicità è qualcosa di più complicato. Ha a che vedere con una visione sentimentale della vita e assai poco materiale. Oggi, purtroppo, molta gente pensa che per essere felici basti comprare un vestito nuovo al supermercato. Va bene anche questo, ma non chiamiamolo felicità. Sarebbe come considerare amicizia vera quella che oggi si raccoglie su Facebook. Cos’è allora la felicità? In definitiva, è una ricerca. Non è avere qualcosa, e nemmeno essere felici in senso stretto… semmai è tentare di esserlo tenendo presente il fatto che, nel momento stesso in cui siamo riusciti a essere felici, abbiamo già cessato di esserlo. Ecco, la felicità è una ricerca continua. È un anelito. È qualcosa che ha a che vedere con la filosofia, più che con il materialismo.”

Ho apprezzato molto questo seminario e ho cercato di cogliere il lato occulto (nascosto) attraverso le sue parole, i suoi sguardi, le sue espressioni.

Paolo Crepet - Gina Lupo

Nel finale la mia mente si è illuminata quando lo psichiatra ha citato l’importanza del silenzio:

“Il silenzio è d’oro” “Silentium est aureum”

“Di oro fu generato, fin dunque al nero mutato. Di altri tanti colori fu nel mezzo pervaso, affinché nella sfumatura comprendesse la bellezza, sì tale e profondo movimento, sì caldo e rincuorante sapore, dagli occhi fu celato e quasi completamente perduto. Or bene, guardate i colori, percepite il sapore, vibrate come un violino, respirate la vita, e quando io ritornerò ve ne accorgerete in voi. Silenzio dunque, ascoltate lo spazio, percepite le ombre, amate il momento. Che gli sciocchi siano avvisati, tale scienza non punta al danaro, allontanatevi dunque, poiché le insidie spaventose saranno.”

“Il silenzio è d’oro”, citato più volte da Arturo Perez Reverte, nel “Club Dumas” attraverso il libro “Le nove porte”. “Il Club Dumas” (1993) è un caso letterario piuttosto interessante.

Formalmente è una volgarizzazione del concetto de “Il Pendolo di Foucault” (1988) di Umberto Eco.

Il protagonista, il mercante di libri Lucas Corso, mentre indaga sulla sparizione di un prezioso manoscritto dei Tre Moschettieri di Dumas si imbatte in un libro dal valore inestimabile, il Delomelanicon o Le Nove Porte del Regno delle Ombre, per il cui controllo si battono i vari occultisti. Corso scopre la chiave di lettura di tale opera e alla fine è lui stesso a percorrere il cammino delle Nove Porte del Regno delle Ombre. Il mito del Novem Portis è elaborato su fonti rinascimentali. L’idea di un volume dove le incisioni custodiscono il vero senso ermetico è presente nell’Hypnerotomachia Poliphili di Leon Battista Alberti, del 1499, dove il vero testo è formato dalle incisioni di Andrea Mantegna. Un nuovo percorso iniziatico, rinascimentale e visuale, che si sostituisce a quello medioevale e letterario della Commedia dantesca. Le Porte, invece, sono nella tradizione cabalistica le Sefiroth, i passaggi tramite i quali si giunge alla Sapienza.

Il “Portae Lucis” è una delle due fonti dell’immaginario pseudobiblion “Le Nove Porte”, divulgato da Perez Reverte e da Roman Polanski. Il volume, uscito nel 1516, è un compendio della Cabala ebraica; le porte della Luce, in questo caso Dieci, sono le dieci sfere planetarie nella Cabala ebraica, che formano l’albero delle Sefiroth tenuto in mano dal sapiente, formando una grande “Lanterna”. Ebbene, senza dilungarmi troppo il fulcro centrale e finale di queste opere è proprio la frase pronunciata al termine del seminario da Crepet: “Il silenzio è d’oro”.

Poiché non solo io, ma anche grandi personaggi storici come Oscar Wilde e C. G. Jung, affermano che il caso non esiste, sicuramente anche l’ultima frase di Crepet non è casuale.

Silenzio.

 

Written by Vito Ditaranto

… a mia figlia Miriam con infinito amore…

 

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Sick 4 Milk release party “Food for new song”: vi siete persi una festa così?

Un party così non si era mai visto: ieri sera al Defrag, locale culturale e palco importante della Capitale ha consegnato alla storia uno spettacolo indimenticabile fatto di suoni, colori e vita.

 

Sick 4 Milk

Band indie del panorama italiano musicale si sono alternate – sino al clou della serata, i Sick 4 Milk – per uno show intenso, catartico e vitale. Oubliette forse poteva mancare?

Spettacolo offerto da sponsor quali La Vetrina, Il Piano B Progetti sonori, Jumping Flea, Leggi Scomodo, OfficineZero, Laka Production, La Voce del Coniglio Rosa di Jessica Donadio, UKI >(ukizero.com) e noi di Oubliette Magazine, ovviamente.

Carichi e potenti hanno preso il palco, aprendo il release party la band dei Quiver. Un sound pulito ed energico che abbatte ogni barriera, del suono e culturale. Jazz, baby.

Il secondo gruppo che è salito sul palco, gli Indian Neighbours, non sono di certo stati da meno: un rock indie arpeggiato, un pizzico di funky, qualcosa dei Phantom Planets. Ma molto, molto più grooveggiante.

Il party poi ha avuto il picco con dieci – dieci! – canzoni suonate in maniera impeccabile dai cinque (divenuti sei per l’occasione, con l’innesto di Fabio Di Michele, chitarrista dagli elementi rock, gia militante negli X-Aphrodite) S4M. Un get back to rock questo disco, Food for new song“.

E questo live di presentazione non poteva essere da meno!

Inaspettata l’intro con cui i Sick 4 Milk hanno guadagnato il palco: suonando, uno alla volta, unendosi infine sopra le assi che a stento riuscivano a contenerli.

Sick 4 Milk

Quattro cover tra cui “Tubthumping” dei Chumbawamba e “My Game” dei Deluxe. Ovviamente “Sick 4 milkate” ergo con aggiunta di elementi indie – reggae – funky. Ed in più un sassofono (Michele Aprile) ieri davvero fantastico.

Insomma Jacopo Morroni (voce, tastiere e chitarre), Gaël Cascioli (seconda voce, chitarre e percussioni), Andrea Falcone (Basso), Michele Aprile (sax) e Riccardo Finili (percussioni), hanno infiammato cuori ed animi, accompagnandoci in un album dal gusto giovane e retrò al tempo stesso suonando per più di un’ora in maniera eccelsa.

Pezzi come “The War”, contenuto nel nuovo album, o “So Now” – già presente nel loro cd “Pay Intention” lì in versione acustica – ma anche la strepitosa ed arpeggiante “Dave” in live rendono molto di più, cullando o infuocando un pubblico che canta, ride applaude gli eroi sul palco.

Perché la musica è una battaglia.

E i Sick 4 Milk, ieri sera, l’hanno vinta a mani basse.

 

Written by Stefano Labbia

Photo by Alessio Delfini

 

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“Il Secondo figlio di Dio”, spettacolo di Simone Cristicchi: la storia che valeva la pena d’esser raccontata

Cristicchi è un’artista particolare. Un uomo del sentimento: spesso – quasi sempre – viene frainteso o peggio, viene marchiato, tacciato per “colui che ci fa”. Per quello che vuole mostrarsi “indie” ad ogni costo.

Il Secondo figlio di Dio - Simone Cristicchi

Cristicchi con questo spettacolo, “Il Secondo figlio di Dio” (ma anche con alcune delle sue opere teatrali precedenti, in realtà) se ce ne fosse bisogno scaccia via anzi, spazza letteralmente via, ogni nube sulla sua testa fatta di ricci che i suoi detrattori gli han ben posizionato sopra il capo.

Il cantattore qui novello menestrello, spalanca davanti a noi la realtà, custode e foriero di appunti, percorsi, piccoli passi nella scala dell’umanità che varia e variopinta, s’annega, si perde, si macera nelle sue sconfitte e che si accusa per ciò l’un l’laltro o che peggio punta il dito contro l’Altissimo.

Questo – e molto altro – facendosi portavoce di, cito letteralmente, “vita, morte e miracoli di David Lazzaretti“. Scritto a quattro mani con Manfredi Rutelli, per la regia di Antonio Calenda, questa piéce non porta dunque solo la firma del Simone nazionale ma porta umori, sapori, verità artistiche e quotidiane, lette, viste, approvate ma non per inerzia.

Con voglia di capire, di sapere, di scandagliare quell’animo umano a volte così limpido e altre volte così torbido. Animo umano fatto di idiosincrasie, invidia, gelosie che si fondono malamente con l’amore ed il voler stare bene. Controsensi. Follie dell’oggi come di un tempo, in un mondo da sempre caotico e becero, a tratti.

Cristicchi, che qui firma anche le musiche originali dell’opera assieme a Valter Sivilotti, porta in scena la storia del “Cristo dell’Amiata”. E lo fa con un nutrito gruppo di collaboratori abili almeno quanto lui (tra tutti spiccano: disegno luci firmato da Cesare Agoni, per le scene e i costumi Domenico Franchi, come assistente scenografo troviamo Michela Andreis, sarto Federico Ghidelli, e per l’elaborazione video Andrea Cocchi.

Anche la sonorizzazione svolge un’importante funzione, più che egregiamente portata avanti da Gabriele Ortenzi dove il progetto sonoro è curato da Andrea Balducci).

Il Secondo figlio di Dio - Simone Cristicchi

Insomma una piéce questa, che promette pensiero e riflessione su una storia, quella di David Lazzaretti, vera, reale, tangibile. E che, parole testuali, altro non è se non una “grande avventura di un mistico, l’utopia di un visionario di fine ottocento, capace di unire fede e comunità, religione e giustizia sociale”.

Tra canzoni, elementi musicali e brani recitati, Cristicchi ricostruisce il percorso di Lazzaretti che, da barrocciaio a profeta, diviene personaggio discusso, citato e studiato da Gramsci, Tolstoj, Pascoli, Lombroso e Padre Balducci.

Il sogno di Lazzaretti, rivoluzionario per l’epoca in cui visse, culminò nella realizzazione della “Società delle Famiglie Cristiane”: una società più giusta, fondata sull’istruzione, la solidarietà e l’uguaglianza, in un proto-socialismo ispirato alle primitive comunità cristiane.

Curata la scenografia (minimal ma funzionale), impeccabili le luci e la parte musicale, che conta gli inserti vocali del Coro Ensemble Magnificat di Caravaggio preparato da Massimo Grechi e diretto da Valter Sivilotti. Una storia da scoprire e da conoscere, comunque la pensiate in merito.

Dal 16 Febbraio al 26 Febbraio 2017 in scena presso il Teatro Vittoria (Piazza S. Maria Liberatrice 10, 00153 Roma (Testaccio)) dalle ore 21.00 (domenica ore 17.30, mercoledì 22 ore 17.00).

Biglietti

intero platea 28, intero galleria 22 (compresi 3 euro di prevendita)

ridotti in convenzione: platea 21 e galleria 18 (compresi i 3 euro di prevendita)

Promozione gruppi

1 biglietto cortesia ogni 10 spettatori paganti

 

Written by Stefano Labbia

 

 

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“Ecce Homo” di Corrado Augias: la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità al Teatro Vittoria, Roma

L’argomento è delicato. Sentito. Vivo. Coinvolge un numero importante di anime, oltre che una religione, quella cattolico cristiana, al centro di domande, dubbi ed incertezze che giornalisti e studiosi si pongono sin dalla notte dei tempi.

Ecce Homo di Corrado Augias

Chiarezza. Verità su una storia che da secoli è stata raccontata, tramandata, analizzata in ogni sua piega, in ogni suo alito, attraverso le testimonianze sopravvissute ed arrivate sino a noi.

Vangeli apocrifi, scritture segrete, dimenticate, nascoste, celate ed ora recuperate grazie a Corrado Augias, giornalista e scrittore, qui nelle vesti non di teatrante ma di dispensatore di realtà.

Realtà dei tempi antichi, che furono e che hanno lasciato segno in ciò che siamo ora, in un percorso di crescita interiore ed umana pieno di significato ma anche di sofferenza.

La piéce debutta al Vittoria il 13 Febbraio ed il pubblico accorre numeroso. Pubblico che si dimostra attento, pendendo dalle labbra del narratore Augias con cui percorre le ultime ore di un’esistenza, quella di Gesù Cristo, accusato, processato e condannato per mano di Erode.

Ore delle quali – leggiamo nella “trama” che descrive l’opera – in genere si sa poco, ed ancora meno si conosce della situazione politica e militare della Palestina in quegli anni.

Eppure si tratta di elementi fondamentali per meglio capire la tragica sorte di quel Giusto. Le domande che Augias ci/si pone sono tante…

Perché Gesù venne arrestato? Quali sono le accuse? Che cosa spinse il procuratore romano ad emettere una sentenza capitale? I vangeli (canonici e non) danno una spiegazione esauriente – e concorde – degli avvenimenti?

Ed infine, perché si parla così poco di Maria, nulla si dice di Giuseppe? Chi era davvero Giuda? Perché tradì? La storia come monito, come insegnamento, come via di verità, di conoscenza.

Corrado Augias

Augias, in maniera pacata ed intelligente, ci accompagna in un percorso potente e pregno di emozioni, sensazioni e musicalità d’anima, con una dovizia di particolari, facendoci scontrare con un teatro d’inchiesta vero e proprio che ci dona pensiero a ieri, all’oggi e al domani.

Promomusic si rivela sapiente conoscitrice del teatro di valore, ancora una volta, portando in scena un Corrado Augias brillante, foriero di una verità imprescindibile per l’uomo moderno.

In replica il 14 Febbraio, ore 21, “Ecce Homo si rivela essere imperdibile per tutti coloro che cercano la verità.

 

Scheda Tecnica

di e con: Corrado Augias

regia: Angelo Generali

musiche: Valentino Corvino

Produzione: Promomusic

Dal 13 al 14 febbraio 2017 al Teatro Vittoria in Roma

 

Written by Stefano Labbia

 

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“Lo Stato della Democrazia oggi”: l’incontro tra Ottavio Marzocca ed Onofrio Romano a Bari

Qual è lo stato della democrazia oggi e quale il ruolo di noi cittadini?

Quali difficoltà e rischi stiamo vivendo e quali strade e prospettive sono auspicabili?

 

Arci La Locomotiva

Sono queste le domande che costituiscono il fil rouge dell’incontro “Lo Stato della Democrazia oggi” tenutosi il 25 gennaio 2017 presso l’Arci La Locomotiva di Corato (Bari). Gli ospiti nonché relatori dell’evento sono stati Ottavio Marzocca, Professore di Filosofia etico – politica ed Etica sociale presso l’Università di Bari ‘A. Moro’, e Onofrio Romano, Professore di Sociologia generale presso la suddetta università.

A moderare il dibattito Felice Addario e Jacopo Mascoli, studenti rispettivamente di sociologia e filosofia.

L’incontro ha previsto una prima parte in cui i professori, stimolati dalle domande dei moderatori, hanno espresso le loro posizioni in merito all’argomento trattato; nella seconda parte, il pubblico è divenuto soggetto attivo del dibattito, favorendo la creazione di un clima dialogativo e costruttivo, che è stato anche contemporaneamente praxis democratica ed esercizio associativo.

È da circa un quarantennio, evidenzia il professor Marzocca, che la democrazia ha iniziato a vivere un lento ma inesorabile declino causato dall’avvento di pratiche liberali e/o neoliberiste, di modelli etici e comportamentali del soggetto imprenditore di se stesso e di una cultura che è andata a rimpinguare questi modelli, definendo il soggetto detentore di un capitale umano.

Il grande sogno di grandezza della modernità e l’esigenza del soggetto moderno prevedono la costruzione di un mondo a misura del senso morale e dei desideri del singolo.

Tuttavia, questo solipsismo deve confrontarsi, nello scenario complessivo in cui siamo calati, con l’incontro-scontro con l’altro.

La stessa pratica democratica si presenta come un esercizio collettivo, un patto, un’esperienza di costruzione di senso tutt’altro che individuale e autocentrata. È in questo scarto, in questo nodo gordiano che si situa il cortocircuito della democrazia.

Romano, cogliendo un riferimento a Bataille, individua l’emergere di tale limite antropologico alla fine dell’Ottocento. In tale momento storico la pratica democratica, garantita al singolo da condizioni di sicurezza sociale ed economica, ha posto il soggetto dinanzi all’abisso della sovranità.

Ottavio Marzocca - Onofrio Romano

Il cortocircuito della libertà, la paralisi dell’uomo libero.

Dunque, l’avvento del liberalismo ha introdotto precarizzazione, insicurezza: il programma di un ritorno alla barbarie primitiva, preferibile al terrore della libertà e al fardello dell’uomo democratico.

È da quest’analisi storico-sociale che potremmo ripartire per analizzare il ritorno del gusto dell’aggressione dei grandi sistemi neoliberali.

Viviamo oggi gli effetti naturali della deregolamentazione; della globalizzazione impostasi con il neoliberismo degli anni ’80; della logica “si fa denaro con il denaro”, in base alla quale il capitale è sempre alla ricerca di nuovi terreni vergini da mettere a profitto.

In questa era del Globus et Locus occorre che “il locale si metta al diapason del globale”, secondo le parole del professor Romano.

La riscoperta dell’ambizione per la grande politica passa attraverso l’interesse per l’essenza locale, che, ammonisce il professor Marzocca, dev’essere salvaguardata e vissuta.

Queste le linee cardine del proficuo quanto stimolante incontro, realizzatosi grazie all’intraprendenza e all’ingegnosità di due giovani menti. Caratteristiche che si dimostrano, ancora una volta ed oggi più che mai, essere garanzie per un domani migliore.

 

Written by Maria Cristina Mennuti

 

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“Molière: la recita di Versailles” spettacolo di Paolo Rossi: Molière deve parlare, sino al 12 febbraio, Roma

Paolo Rossi è regista. Paolo Rossi è attore. Paolo Rossi è autore. Paolo Rossi è cantante. C’è qualcosa che non sa fare, viene da chiedersi? Sembrerebbe di no…

Molière la recita di Versailles - Paolo Rossi

Dal 2 al 12 febbraio 2017 al Teatro Vittoria in Roma va in scena uno spettacolo agrodolce, che dona riflessione ed illumina menti sopite, contese dai (dis)piaceri quotidiani, dalle telepromozioni in tv e dal web che, più che salvezza, è croce e delizia per l’uomo moderno.

E allora si va a teatro, ad assistere ad uno spettacolo che si crede comico, per staccare la spina. Per non pensare.

Ed invece la sottile ironia di Rossi e soci, ci regala pensiero, ci scuote, ci vibra in petto, ci rianima, quasi che l’attore friulano fosse il capo chirurgo, invece che il capo comico, pronto ad operare direttamente sulla nostra anima invece che sul nostro corpo. Corpo che, piacevolmente, assieme proprio all’essenza, si sveglia dal torpore del quotidiano e torna in vita.

Paolo Rossi in Molière – la recita di Versailles riscrive l’Improvvisazione di Versailles, testo creato da Molière nel 1663 con una verve ed una sagacia inaudita arrivando quasi ad usare troppo brio quando si esprime sul mondo ecclesiastico.

Senza sbavature, senza (eccessiva) ferocia ma con classe e vigore, il tutto a firma di Stefano Massini, uno degli autori italiani più apprezzati e rappresentati anche all’estero. Assieme a Rossi, in questa piéce dalla lingua aguzza, c’è l’esperienza e la capacità di un regista come Giampiero Solari, abile a contenere un team di attori scatenato ed in parte.

La scenografia (ideata e assemblata da Elisabetta Gabbioneta che cura qui anche i costumi) calza come un guanto su attori e piéce, e si rivela essere parte integrante dell’opera che ci porta, in un turbinio di sentimenti, emozioni e calembour, in quello che viene definito metateatro (definizione da Wikipedia: il metateatro altro non è che un espediente teatrale con il quale, all’interno di una rappresentazione, si mette in scena una ulteriore azione teatrale della quale viene dichiarata la natura fittizia.).

La trama: In Molière: la recita di Versailles vedremo alternarsi in scena Paolo Rossi nella vesti di Molière e Paolo Rossi capocomico che interpreta sé stesso intento a capitanare la sua compagnia. Il gioco di rimandi e parallelismi è continuo e profondo.

Molière la recita di Versailles - Paolo Rossi

Il rapporto tra l’uomo Molière e le sue opere era strettissimo, proprio come accade in questa nuova commedia che vuol essere un anarchico viaggio nel tempo intessuto da folgoranti estratti da almeno tre dei capolavori di Molière come “Il Misantropo”, “Il Tartufo” e “Il Malato immaginario”, per l’occasione tradotti e adattati dal drammaturgo Stefano Massini.

In scena però, questi grandi capolavori di Molière non verranno attualizzati, ma vissuti dalla compagnia di oggi in un continuo gioco di specchi temporali con quella di fine Seicento.

Uno spettacolo “diverso” ogni sera, non improvvisato ma che cavalca l’onda emotiv-emozionale di spettatori ed attori in scena. Attori dalla battuta sempre pronta, in uno spettacolo creato e ricreato da Paolo Rossi che, assieme al duo Solari – Massini, tiene le fila del “gioco”, sapendo che la realtà è meno dura se si sorride e ci si riflette su.

Rossi che su Molière si esprime così: «Molière mi attira perché subisco il fascino di quell’epoca; da capocomico, mi sento vicino a lui, ai suoi problemi, sia nella vita sia nella gestione della quotidianità del teatro» sostiene Rossi «mi attira perché è trasgressivo e innovatore, ma con ampio sguardo verso la tradizione».

Riflettere (e sorridere) nella società 2.0 è divenuto forse peccato? Se si questo spettacolo ci (s)consacra peccatori.

Scheda tecnica

Molière: la recita di Versailles

di Paolo Rossi e Giampiero Solari su canovaccio di Stefano Massini

Regia: Giampiero Solari

con Paolo Rossi, Lucia Vasini, Fulvio Falzarano, Mario Sala, Emanuele Dell’Aquila, Alex Orciari, Stefano Bembi, Bika Blasko, Riccardo Zini, Karoline Comarella, Paolo Grossi

Canzoni originali: Gianmaria Testa

Musiche eseguite dal vivo: “I Virtuosi del Carso”

Scene e costumi: Elisabetta Gabbioneta

Luci: Gigi Saccomandi

Produzione: Teatro Stabile di Bolzano

 

Written by Stefano Labbia

 

 

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“Pasolini: la verità”, spettacolo di Claudio Pierantoni: arma di costruzione di massa al Teatro Vittoria, Roma

È la cruda realtà narrata con pensiero, e senza indugio alcuno. È vita profonda che coinvolge, sconvolge, dà e toglie, inspira ed espira.

 

Pasolini: la verità di Claudio Pierantoni

In scena sul prestigioso palco del Teatro Vittoria di Roma, prima nazionale assoluta, va lo spettacolo di Claudio Pierantoni, che è un sentito ritratto di un uomo che troppo presto ha chiuso la bocca e che tanto ancora avrebbe avuto da dire. Un investigatore dell’anima, un pittore feroce di un’umanità che ha sempre latitato, sempre desiderato e mai o quasi colto. Che ha sempre sognato e mai avverato.

Ecco chi era Pasolini, ci dice con questo spettacolo Pierantoni: un uomo con virtù e vizi. Un uomo felice di infelicità. Pieno di domande, dubbi nel cuore e con in tasca alcune certezze che regalava a chi sapeva coglierle.

Non semplici parole su carta, inchiostro su fogli, il suo, ma essenza pregna di sangue e ferocia. E giustizia. E sentimento.

Pier Paolo Pasolini era regista, scrittore, poeta. È stato tutto e la vita gli è stata tolta in un niente: un personaggio controverso, per certi versi. Incompreso. Ed ecco che allora Claudio Pierantoni ci viene in “soccorso”, ad analizzare ogni piega dell’artista, del volto duro e dal cuore vibrante.

Pierantoni che senza mezzi termini, senza voler incantare, senza giocare con le parole, ci illumina con il fascio di luce della verità. Indaga, scandaglia, senza lacrime, senza morbosità.

Questo spettacolo è un’arma di costruzione di massa perché sollecita le coscienze che, sopite, risiedono nell’uomo del 2000, ipnotizzato dal «pane e circensem» che i media tutti diffondono, web compreso.

Quanti libri vediamo adesso, tra le mani di chi viaggia? E quanti smartphone?

Dunque si ha bisogno di qualcuno che gridi noi la verità, che ci spieghi come sono andate esattamente le cose. Quando è iniziato il nostro declino, la nostra discesa, noi abitanti di questa folle giostra che è la vita, fatta di rapide discese e lente salite.

Pierantoni ci riesce, con delicatezza, senza ferocia alcuna. E parla di Pasolini che è stato un grande ma che poteva, indubbiamente, fare, dare, essere qualcosa di più.

Perché il discorso va oltre Pier Paolo, oltre l’inchiesta, l’indagine, il voler conoscere realmente come sono andati i fatti.

Pasolini - la verità di Claudio Pierantoni

Parla di noi, della nostra vita, di ciò che abbiamo e di ciò che non abbiamo. Di quello che manca a questa società, lassa, arrendevole e per certi versi miserevole.

Una piéce, quella firmata da Claudio Pierantoni che regge, in tensione, nemmeno fosse un giallo di Agatha Christie. Una piéce leggera ma al tempo stesso pregna di significato. Potente.

Una piéce imperdibile per tutti coloro che vogliono sapere. Vogliono conoscere. La storia di PPP. E la vita vera e ciò che ci circonda.

Promosso dall’associazione “La Quarta Parete” in collaborazione con Cittadinanzattiva,Pasolini: la verità è andato in scena martedì 31 gennaio 2017 nell’elegante e prestigiosa cornice del Teatro Vittoria di Roma.

Scheda tecnica

Scritto, diretto e interpretato da Claudio Pierantoni;

Aiuto regia: Ilaria Parisella;

Luci: Luigi Ascione;

Realizzazione audiovisiva: Atra Visio.

Produzione: Associazione Quarta Parete in collaborazione con Cittadinanzattiva onlus

 

Written by Stefano Labbia

 

 

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