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Il più bel viaggio: un video che celebra la gravidanza

“Essere mamma non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. È solo un diritto tra tanti diritti.” – Oriana Fallaci

 

Il più bel viaggio - Laura

Sono lontani i tempi nei quali si partoriva in casa! Oggi la donna occidentale mostra sempre più interesse verso la comodità e tranquillità di vita soprattutto se è in attesa di un figlio. Come sottolinea Oriana Fallaci nella citazione iniziale, l’essere mamma è un diritto e come ogni diritto dovrebbe essere regolamentato per esser vissuto al meglio.

Ho notato recentemente un video, che da meno di un mese, sta girando su Youtube e Facebook nel quale si mostra #ilpiùbelviaggio ossia il più bel viaggio di una neo mamma.

Ombretta, Danila, Jennifer, Alessia, Laura, Carlotta, Maura sono le sette donne protagoniste del video promosso dal brand leader nel settore automobilistico Ford.

Ben quaranta giorni di lavoro che hanno visto quattro squadre di operatori con un solo compito: raccontare un momento speciale della donna: il parto.

Il più bel viaggio - Maura

Il video presenta scene di vita reale di donne differenti sia per età che per la professione svolta. Ombretta, Danila, Jennifer, Alessia, Laura, Carlotta, Maura hanno dai 20 ai 45 anni e si presentano nei momenti della loro vita di ogni giorno. Una sola cosa le accomuna: una grossa e bellissima pancia.

L’idea di accompagnare queste donne nel più bel viaggio della loro vita è un pensiero che nasce dalla necessità di aver la piena sicurezza ed autonomia durante il fatidico giorno del parto.

Oltre 70 ore di girato per presentare tutte le emozioni in brevi fotogrammi che descrivono le differenze delle donne protagoniste percorrendo il momento del viaggio in auto verso l’ospedale vicino. In particolare, verso la fine del video,  è la Ford B-Max che viene consigliata come auto perfetta per una mamma, non solo per tutte le novità sulla sicurezza ma anche per lo spazio, di sicuro centrale per una donna che vuole diventare mamma.

Il più bel viaggio - Carlotta

I social network (Youtube, Facebook) hanno risposto in modo affermativo al video della Ford, infatti, nel solo giorno del 10 maggio ci sono state oltre un milione di visualizzazioni e tanti commenti di utenti interessati non solo alla storia delle sette donne ma anche a raccontare la personalissima esperienza del parto.

Vi consiglio la visione del video sottostante, e se per qualche istante vi siete ricordate del giorno del vostro parto, vi sprono a riportalo qui sotto con un commento! Buona visione!

I figli sono per la madre ancore della sua vita.” – Sofocle

 

 

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Il taccuino del giovane cinefilo presenta “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone

Al suo ottavo lungometraggio, il regista Matteo Garrone decide di ricorrere ad un cast internazionale per adattare alcune storie tratte dalla raccolta di fiabe “Lo cunto de li cunti” dello scrittore Giambattista Basile, attivo nell’epoca barocca.

Il racconto dei racconti di Matteo Garrone

E poteva forse uscirne un prodotto stereotipato, destinato a confondersi nel vasto, tendenzialmente monocromo panorama della fiction fantasy che così assiduamente trova spazi di diffusione negli ultimi tempi? Impossibile, visto il talento, in florida ascesa, cui è stato affidato un progetto di questa stazza.

E si è di fronte, infatti, alla dimostrazione di come anche un genere così abusato possa rivelarsi magnifico oggetto di cinema d’autore. Perché “Il racconto dei racconti” mira molto in alto, e senz’ombra di dubbio oltre la distanza che una parte di pubblico riesce a coprire con la sua viziata sensibilità.

Lungo tutto il complesso arco del film, la cui struttura a intreccio esige già di per sé uno scarto qualitativo nell’approccio dei destinatari, si ha l’impressione di assistere ad una serie di vicende catturate nella loro veste più “reale”, più autentica, imbevute come sono di un’atmosfera leggendaria, osservata dalle cineprese con taglio vagamente documentaristico, tale è il rispettoso distacco con cui si propongono i fatti e i personaggi.

Vincente, in questa scelta, l’uso di un montaggio misurato, per cui anche le sequenze più tese e visivamente truculente (o anche accese di pulsioni carnali) sono elaborate per sottrazione, spogliate di molti comunissimi orpelli che sovraccaricherebbero, in questo caso, la rappresentazione; un’analisi simile è valida per la sceneggiatura, firmata fra gli altri dal regista in persona.

Allo stesso tempo, calzano le tinte avvolgenti della fotografia (a tratti dai pittoreschi contrasti), e le ampie scenografie ospitano con saggia e mirabile discrezione i non molti personaggi che animano gli accadimenti.

Il racconto dei racconti di Matteo Garrone

Attraverso performance attoriali di rilievo, mai banalizzanti o esuberanti, si toccano molte tematiche dal respiro semplicemente eterno (ed ecco ribadita la legittimità del titolo dell’opera): l’amore, in particolare quello genitoriale commisto alla gelosia, il coraggio cui si attinge per donare quanto desiderato dalle persone care, l’amicizia, tra giovani che si tenta arrogantemente di dividere in nome delle convenzioni sociali, l’invidia della bellezza e ricchezza altrui, il sesso, inestinguibile motore della passione umana, la morte, come sacrificio e come trionfo della giustizia (anche self-made), la magia, che richiede sempre ai beneficiari un pegno nel campo degli affetti, scruta insondabilmente gli animi, ineluttabilmente abbandona i soggetti con le conseguenze più dolorose.

Ultimo ma non ultimo concorre all’equilibrio dell’impianto il corredo musicale del novello Premio Oscar Alexander Desplat, il quale riesce ad attribuire alle sue fantasie sonore un senso di mitica iterazione che rispecchia con apprezzabile precisione l’aura nella quale si sviluppa l’intero piano narrativo.

In definitiva, l’immaginario fiabesco che Garrone presenta al mondo è, nella sua “funambolica moderazione”, superbo, un affresco ricchissimo di spunti di riflessione ed espresso con sincerità, perizia e visionarietà.

 

Voto al film:

 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Il taccuino del giovane cinefilo presenta “Forza maggiore” di Ruben Östlund

Una famiglia intende trascorrere cinque distensivi ”giorni di sci” alloggiando nella suite 413 di un residence montano. Ma il clima inizialmente rilassato viene progressivamente turbato da dissapori che nascono apparentemente da fatti dallo spessore trascurabile e vanno tuttavia a minare la serenità (non solo dei quattro, visto che si rivelano aggressori anche ai danni di un’altra coppia), fino all’equilibrio psichico.

Forza maggiore

Ruben Östlund si atteggia come un chirurgo, opera per piccole sezioni andando ad allestire un quadro generale che non può trovare il suo reale e totale compimento se non al termine dell’ultimo episodio.

Sotto la sua mirabile direzione, uomo e donna sono prima di tutto persone, risultanti dalla combinazione di moltissime varianti dello stesso spirito, spirito che trova in “Forza maggiore” un’approfondita ed apprezzabile rappresentazione.

Emergono nel corso del lungometraggio profonde incomprensioni, l’astio sfocia in attacchi frontali, i quali hanno un che di subdolo e allo stesso tempo di spontaneo; l’acredine s’accompagna ad amari sentimenti di vergogna, segno tangibile, duro e necessario, di crescita interiore.

E un aspetto da non sottovalutare è la scelta di dare alla vicenda un esito positivo, nel quale peraltro i bambini giocano un importante ruolo di stimolo.

La regia controllatissima, astuta e gelidamente ironica (e in questo prettamente nordica) stuzzica lo spettatore, facendogli credere che debba costantemente succedere qualche fatto eclatante, anche grazie al cupo apparato sonoro, quando invece i punti nodali giungono in inaspettati momenti strategici (The Guardian parla giustamente di “disaster movie senza disastro”); la costruzione di ogni singola inquadratura appare minuziosa (altra peculiarità sfruttata con giudizio dagli autori scandinavi, cfr. “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”), per cui si mostra solo ciò che serve e interessa mostrare…

Forza maggiore

Ed ecco di conseguenza un uso intelligente del fuori campo, incastonato nei numerosissimi movimenti lenti delle macchine da presa, negli affascinanti long takes, nel montaggio calibratissimo e dai tagli originali, nella fotografia limpida, immacolata, visto l’ampio ricorso alla neve come promotore degli sviluppi della vicenda.

Anche alla musica ci si rivolge solo in certe sequenze scelte, per alimentare ulteriormente la tensione (si ascolti l’Estate di Vivaldi trascritta per un organico comprendente la fisarmonica, strumento decisamente adatto alla descrizione di un’atmosfera tumultuosa), ma senza mai neppure sfiorarne un utilizzo piatto e uniforme: geniale a tal proposito la scelta di Reload (scritta da Sebastian Ingrosso & Co.), in una delle scene più potenti dell’intera opera.

La recitazione è palesemente di alto livello, tale per cui ogni minima variazione riscontrabile nei volti corrisponde ad un’inedita sfumatura interiore: domina la scena un manipolo di attori ai quali viene affidata una sceneggiatura che s’avvicina molto, oltretutto, al dialogare quotidiano (il che aumenta il disagio cui certe situazioni inducono).

Forza maggiore

Vale la pena ricordare il successo di critica mondiale, che nel 2014 ha fruttato a questo gioiellino la nomination al Golden Globe come miglior film straniero e il Premio della Giuria nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes.

È bello pensare che Östlund inviti il suo pubblico, nella memorabile conclusione, ad un cammino condiviso verso nuove mete, e a prendersi nuove responsabilità, a osare per la felicità propria e di chi ci circonda.

 

Voto al film:

 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Recensione di Marianna Cappi

Reload, di Sebastian Ingrosso

 

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Il taccuino del giovane cinefilo presenta “Avengers: Age of Ultron” di Joss Whedon

L’ormai 21° membro del “club del miliardo” è un prodotto che riesce ad intrigare, grazie ad alcuni fattori vincenti.

 

Avengers Age of Ultron

Innanzitutto una trama ben pianificata, che ospita coraggiose rielaborazioni di stampo biblico (se non addirittura cristiano), allusioni alle ideologie totalitarie cui Ultron, villain del caso, comunque dalle facoltà intellettive superiori alla media (cinematografica), fa implicitamente riferimento (i deboli impediscono neanche tanto la protezione, quanto l’evoluzione della specie umana, che per raggiungere la “pace e l’equilibrio” dovrebbe quindi essere sterminata), e, per rimanere in campo etico, la tangibile superiorità morale della Visione, androide in cui si doveva incarnare lo “spirito” del nemico.

Come nel capitolo precedente, la sceneggiatura risulta di rilievo, densa di humour e non certo cesellata “a blocchi carraresi”, bensì arricchita di riflessioni pertinenti, realmente sentite. E queste ultime son permesse grazie all’efficacia dei caratteri contrastanti (tra cui figurano Tony Stark, Thor, Bruce Banner, Captain America, Natasha Romanoff, Occhio di Falco, Nick Fury…): sui dubbi di ognuno, sulle vicende personali, sulle difficilmente eliminabili rivalità dovute a diverse visioni del mondo (in fondo è grazie al desiderio di sicurezza di un solo Vendicatore se Ultron prende forma sul Pianeta Terra) e delle priorità e tattiche d’azione, si distende l’alleanza contro la comune minaccia e la convinzione sempre più ferma che “insieme” sia l’unico motto che possa veramente applicarsi agli Avengers.

Si percepisce il richiamo di una vita semplice, privata, taciuta, fatta di affetti e amori di coppia, se non addirittura familiari, stimolato anche dalle allucinazioni indotte nelle menti dei protagonisti da Wanda Maximoff (gemella di Pietro, frutto, come la sorella, di un esperimento scientifico, che nel suo caso l’ha dotato di una prodigiosa velocità).

Avengers Age of Ultron

La guerra insomma non la si vuole vincere solamente per trionfare a livello globale… ma anche “per permettere ad Occhio di Falco di tornare a casa e finire di pavimentare il solarium”, come nota acutamente Marianna Cappi.

Joss Whedon è un regista capace di mantenere ben saldi gli equilibri (tra direzione in sé, soggetto e sceneggiatura, tutti aspetti curati dal suddetto), e di reggere magistralmente il confronto colla creatura capostipite della serie, fatta della stessa pasta e dalle stesse mani.

Non si può certo dire che vi sia carenza di ritmo, o di magistrali sequenze di combattimenti, montate in un turbinio indiavolato cui fanno da spettacolare corredo effetti speciali che meriterebbero perlomeno la nomination ai prossimi Oscar.

I cinefili musicofili avranno sicuramente scorto la presenza pure di alcune citazioni colte: si ode in più momenti l’eco gelida dell'”I’ve got no strings” (riassumibile nelle parole “Eppur non cado giù”) tratto dal leggendario Pinocchio disneyano, oltre alle musiche corali (in questo il Kyrie dalla Berliner Messe) del Maestro estone Arvo Pärt, autore che in questi ultimi tempi sta divenendo sempre più omaggiato (cfr. Mia madre di Nanni Moretti e Foxcatcher di Bennett Miller).

Avengers Age of Ultron

Sorge con gradita naturalezza il dubbio sulla legittimità da parte della critica italiana di assegnare al lungometraggio voti la cui media corrisponda a 1 stella e mezza, come testimonia MyMovies (si è sproloquiato a proposito di “abbuffate indigeste ed inarrivabili primi capitoli”).

Non ci resta che sperare in due sequel (“Infinity War: Parte 1 e 2” probabilmente non più soggiacenti alle multiformi abilità di Whedon), di fronte ai quali si possa continuare a provare entusiasmo e, in definitiva, a sognare. Perché, a conti fatti, il potenziale di cui son dotati film di questo calibro è davvero notevole, e ontologicamente fedele alla natura della settima arte.

 
Voto al film:

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

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Recensione di Marianna Cappi

 

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Il taccuino del giovane cinefilo presenta “Le streghe son tornate” di Álex de la Iglesia

Evidentemente no, non si può sperare di rapinare un negozio di Compra Oro in “santa” pace (è proprio il caso di dirlo) e di tuffarsi in una rocambolesca fuga portando con sé bimbi d’una decina d’anni e qualche ostaggio incomodo, senza subire le onte delle malefiche presenze di Zugarramurdi, un paesello sul confine settentrionale tra Spagna e Francia noto per i clamorosi casi di stregoneria di cui s’è reso teatro nei tempi passati.

Le streghe son tornate

Questo è uno dei vari concetti che traspaiono dalla visione del nuovo film di Álex de la Iglesia, regista iberico dall’altalenante carriera, il quale stavolta si cimenta con entusiasmo tangibile nel genere della commedia nera tinta di fantasy, appoggiandosi al collega di vecchia data Jorge Guerricaechevarría per la sceneggiatura e ad un cast stellare in cui figura anche Carmen Maura, nota diva del Maestro Almodóvar.

Un altro concetto che si può afferrare senza difficoltà è il fatto che l’intento degli autori fosse dar vita ad un lungometraggio originale dal respiro internazionale, facendo leva su una vicenda di facile e lecita presa sul pubblico per la fantasia bizzarra, tendente al kitsch, alla comicità irriverente e all’azione: nobile causa, a dir la verità.

Tuttavia l’obiettivo non è stato pienamente raggiunto per alcune ragioni di stile.

Se per più di metà film l’eclettica regia riesce ad orchestrare con sicurezza tutte le pedine in campo, realizzando sequenze il cui minutaggio scorre impetuoso e ricco di sorprese, questa sua abilità svapora man mano che ci si avvicina all’epilogo, che per motivi non giustificabili accelera il ritmo narrativo in maniera spropositata, inanellando inediti personaggi ed eventi improbabili, snellendoli del loro già di per sé enigmatico significato, senza lasciare il tempo al pubblico di metabolizzare una vicenda sempre più irreale e apparentemente illogica.

Le streghe son tornate

Non aiutano, va detto, neppure i dialoghi, che dal principio alla fine risultano imbevuti, alternativamente, di trovate demenziali, felici intuizioni e impennate pacchiane, includendo pure tristi sviolinate su luoghi comuni (come possono essere le condizioni dei trans e omosessuali), senza però raggiungere in definitiva un equilibrio che soddisfi e riesca a non far storcere il naso al sentore di macchie che imbrattano inequivocabilmente un buon canovaccio.

Una questione a sé, poi: è davvero necessario, in questo “minestrone culturale”, in cui bollono numerosi elementi tratti dai costumi di massa, irridere le figure sacre?

Le streghe son tornate

Ci sono già tanti ingredienti contrastanti all’esasperazione, dalla difficile coesione, che ad ogni modo si è riusciti a trattare con intelligenza; perché sovraccaricare la bilancia, soddisfare a tutti i costi la sete del “farsi beffe di tutto e di tutti”?

Per dimostrare cosa significa essere lungimiranti, onestamente spregiudicati, graffianti e lucidi lettori della realtà che ci circonda? Non sono prevenute risposte univoche.

Le streghe son tornate”, insomma, è un rampante rappresentante di una buona fetta di cinema che si configura come una lunga serie di mele luccicanti, succulente anche al solo assaggio (si veda i trailer), nel cui torsolo s’annida il verme del vizio e dello squilibrio.

 

  Voto al film:

Written by Raffaele Lazzaroni


 

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Il taccuino del giovane cinefilo presenta “I bambini sanno” di Walter Veltroni

Un anno dopo il suo interessante esordio cinematografico (Quando c’era Berlinguer, 2014), Walter Veltroni torna al genere documentaristico prendendo come oggetto d’interesse i bambini: li pone di fronte alle cineprese, a loro agio, lasciandoli liberi nella formulazione dei discorsi e nell’approccio coll’interlocutore, e guida dal fuori campo, con giusto tatto, le “interviste”, più simili a delle confessioni, visto il clima intimo (le riprese avvengono nelle residenze private) e intimista di cui è imbevuto tutto il lungometraggio.

I bambini sanno

Si parla dell’amore, della famiglia, di Dio, dell’omosessualità, della crisi… Tematiche nevralgiche, oculate, che permettono un vasto e variegato scrutare negl’animi e nelle menti dei giovani protagonisti, così come in quelli degli spettatori.

Almeno la sincera intenzione è quella di stimolare riflessioni senza ricorrere a tremendismi, anzi limitandosi a proporre un ventaglio di personalità, posizioni, circostanze che risulta difficile (e tutto sommato biasimevole) non apprezzare.

Si viaggia attraverso i gradi di maturità e di lettura del reale legati all’età (che va dai 9 ai 13 anni), i vari strati sociali, le diverse religioni, le contrastanti situazioni familiari, le variabili esperienze personali, le multiculturalità.

Certo, in puri termini inerenti il linguaggio filmico il risultato finale non si discosta da una placida mediocrità, vista la struttura semplice e iterata; e magari il taglio cristallino, sostenuto da una fotografia pulita che mostra volti puliti, oltre che da musiche di facile presa (ma nient’affatto disprezzabili in sé e per sé), può non incontrare i gusti dei “morandiniani” e in generale degli amanti di un rigore narrativo austero.

Ma a ben vedere, quello che conta veramente è il contenuto e le forme in cui viene espresso; e senza dubbio la confezione veltroniana non nuoce alla ricezione da parte di chi è di fronte allo schermo, incuriosito e con spirito ben disposto.

I bambini sanno

Nulla vieta di intravedere nel corso del film costruzioni innaturali, scorciatoie empatiche, forzature che soffocherebbero la profondità di certi pensieri o al contrario vorrebbero elevarli quando, in fin dei conti, si tratterebbe di luoghi comuni sospinti da rappresentazioni idealizzate del mondo giovanile; persino utopici, sospirati riflessi di futuro (cfr. Raffaella Giancristofaro).

I bambini sanno” è un piccolo esperimento sociologico, che in tutta franchezza non ha pretese più ambiziose di un qualsiasi altro prodotto medio e mediato, relato alla sensibilizzazione del popolo italiano a questioni di tal genere.

Si attiene al suo ruolo un po’ in sordina, ma conserva un potenziale intrinseco che nel migliore dei casi può innescare una convinta, seppur lenta e necessitante di ulteriori stimoli, rimozione di parte di molte e spesse patine pregiudiziali ed egoistiche che avvolgono gli individui d’oggi e, imprescindibilmente, di domani.

 

  Voto al film:

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Recensione di Raffaella Giancristofaro

 

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“Ti aiuto io” cortometraggio di Fabio D’Alessio: la realtà lavorativa per i giovani narrata con ironia

“ – Insomma anche per te è finito il divertimento, ti tocca iniziare a lavorare.

– Guarda, nun me ne parlà, io volevo troppo andà a Barcellona il mese prossimo e invece mi tocca diventà grande, come dice papà.

– Dai, su, Barcellona mica scappa, non la sposta nessuno, tanto ora come ora non penso riesci a trovare lavoro nel giro di un mese, fai vedere a tuo padre che ti impegni e vedrai che ti fa partire.

– Lo spero. Comunque, va bene, bando alle ciance, senti, cominciamo. Oh, meno male che ci sei tu, avocata con lode, che mi dai una mano. Io non sapevo proprio che scriverci su sto’ curriculum, cioè io non so fa’ niente.”

Ti aiuto io

Due giovani ragazze, amiche: la prima, Claudia, laureata in giurisprudenza con lode, l’altra, Veronica, diplomata, dopo aver ripetuto alcuni anni, ed in cerca, per richiesta del padre, del primo impiego. La prima aiuta l’amica a compilare il curriculum, inserendo qualche bugia qua e la per farlo apparire più interessante, inconsapevole dell’esito finale di tutto ciò.

Regia, soggetto, sceneggiatura, montaggio e produzione a cura di Fabio D’Alessio, giovane cineasta, classe 1988, di Monterotondo, a pochi passi da Roma, città nella quale, nel 2014, ha intrapreso un corso di regia cinematografica nella scuola Acting Shot.

Il cortometraggio dal titolo “Ti aiuto io” (agosto 2014) è un esempio lampante della situazione lavorativa in Italia nel modo in cui viene percepita e vissuta da tutti coloro che si affacciano al mondo lavorativo. Le insidie, come è noto, sono numerose ma a rappresentare un ostacolo ancora maggiore sono quelle persone che nonostante il poco impegno, gli studi scarsi, e una cultura praticamente inesistente, riescono ad accaparrarsi posti di lavoro che si presumerebbe dovrebbero essere svolti da laureati o comunque da individui con studi specifici.

Sono state sufficienti due attrici, Beatrice Valentini e Ilaria Meloni, dei semplici dialoghi ed una location non sofisticata per rendere l’idea di una storia all’interno della quale gran parte degli spettatori possono immedesimarsi proprio per la sua naturalità e per la quotidianità della vicenda. Riprese minimaliste ma alquanto efficaci, corredate da una colonna sonora (“La vita è mia” della band 373°K, brano tratto dall’album “Spiriti bollenti”, 2011) che ne sottolinea l’aspetto ironico.

Fabio D'Alessio

Nel sito Internet del regista è anche possibile visionare un video con gli errori che si sono svolti sul set durante le riprese del cortometraggio, molto divertente e testimonianza dell’impegno necessario per creare un prodotto del genere.

Ti aiuto io” non è il primo cortometraggio di Fabio D’Alessio, lo hanno preceduto “La soluzione di Marco” (2013), e i due mini cortometraggi del 2014 “Natura morta?” e “Modern TV”.

Il filo conduttore di tutti questi è la rappresentazione della società evidenziandone i problemi che l’assillano abitualmente. Un tema attuale che rappresenta la quasi totalità della popolazione italiana e che si confronta con la modernità e le nuove tecnologie. Si tratta certamente di immagini familiari che appartengono anche alla formazione di D’Alessio, appassionato di ingegneria e innovazione tecnologica, iscritto alla Facoltà di Ingegneria civile ed autore inoltre della raccolta di poesie “Parole istintive” (2013).

 

Written by Rebecca Mais

 

 

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Intervista di Bernadette Amante a Lisa Di Mascolo ed Andrea Ginger Semenzato, youtubers del canale IbridiAtipicI

In esclusiva per Oubliette Magazine gli IbridiAtipicI, gruppo composto da Lisa Di Mascolo e Andrea “Ginger” Semenzato, si presentano ai nostri lettori parlandoci del loro progetto.

Lisa Di Mascolo, nata nel 1988, laureata in Dams Nuovi Media. Durante gli anni di università, insieme al collega Andrea “Ginger” Semenzato idea e sceneggia una webserie studentesca, Palazzo Nuovo 10124, che realizza con un gruppo di studenti ricoprendo anche il ruolo di attrice e montatrice (Ep. 6-16). A Maggio 2014 apre, insieme al collega Ginger, il canale Youtube IbridiAtipicI, per il quale lavora come sceneggiatrice, operatrice e montatrice. Nel tempo libero realizza video di varia natura, dai filmini per le vacanze a piccoli corti, da video celebrativi di anniversari e compleanni a videocandidature.

Andrea Semenzato, in arte Ginger/Ginger President, classe 1987, laureato in Dams televisione e nuovi media. Creatività e abbattere la noia con trovate personali e con racconti, scritti e idee sempre nuove sono sempre state la sua terapia, nonché più grande passione. Diplomato al liceo linguistico, ha sempre amato l’inglese e scrivere in lingua (anche testi di canzone) e nel 2010 ha pubblicato il libro “Flirting with Disasters, Vite sull’orlo del precipizio” psycho-thriller semi autobiografico dall’ambientazione americana, che risente fortemente delle sceneggiature delle serie tv inglesi/americane, la sua più grande passione assieme alla musica.

Durante l’ultimo anno dell’università, 2013, co-scrive co-recita e co-realizza la webserie comica “Palazzo Nuovo 10124” e dal 2014 apre con la collega Lisa di Mascolo il canale Youtube IbridiAtipicI, il primo tentativo professionale dopo la gavetta dei due anni con la sitcom web, che si propone di diventare un vero e proprio canale televisivo ma su web, dall’offerta di vari programmi. Nel tempo libero Andrea ama ovviamente scrivere, la pallavolo, organizzare feste e gli aperitivi.

 

 

B.A.: Ciao, grazie per avermi concesso questa intervista! inizio chiedendovi com’è nato questo progetto?

Lisa Di Mascolo: Questo progetto nasce dalla voglia di due neolaureati in televisione e nuovi media di mettersi in gioco e imparare. Siamo convinti che in un periodo come questo la voglia di fare e l’impegno siano fondamentali ma che purtroppo non bastino. Ecco così che nasce T’Ask Informazione Spiccia (e più in generale il canale Youtube IbridiAtipicI) un modo per metterci alla prova, per imparare facendo e mostrarci ad un possibile mondo del lavoro.

Andrea Ginger Semenzato: Il progetto nasce dopo un tirocinio formativo all’università (dove abbiamo creato Palazzo Nuovo 10124, una webserie in 16 puntate) , dove io e Lisa abbiamo deciso di rimboccarci le maniche, sapendo già che lo avremmo fatto “Aggratis”, come si suol dire, per crearci un curriculum da soli, dato che oggi giorno difficilmente c’è qualcuno che ti dà modo di farlo. Cosi nacquero gli IbridiAtipicI!

 

B.A.: Qual è la puntata di T’ASK che preferite?

Lisa Di Mascolo: Sicuramente quella che tratta di laurea e lavoro. È un tema scottante, attuale e molto sentito dai giovani ma non solo. Penso che il contenuto sia davvero molto interessante, che ci siano considerazioni e testimonianze su cui bisognerebbe riflettere, per nulla banali. Penso che chiunque abbia qualche anno in più si possa rendere davvero conto, ascoltando gli intervistati, dell’enorme cambiamento che c’è stato negli ultimi anni nel modo di considerare lo studio, i titoli e il lavoro. Credo che da quel video si capisca perfettamente la sfiducia di molti giovani nonostante la grande determinazione.

Andrea Ginger Semenzato: Qui darò uno spoiler… la mia puntata preferita deve ancora uscire e sarà “Anni 90 VS Anni 2000”, a cui stiamo lavorando. Amando follemente sia gli anni 90 che la musica anni 90 che le serie tv anni 90, essendo anche stato bambino negli anni 90, non posso non amarla. Di quelle già uscite consiglio soprattutto la puntata “Laura sì VS Laurea No”, perché ci sono una serie d’interviste parecchio interessanti ed è la più godibile.

 

 

B.A.: Parlateci della nuova sketch comedy Mr. Aubergine.

Lisa Di Mascolo: Mr. Aubergine nasce per divertimento, un prodotto veloce per sopperire ai tempi di lavorazione e pubblicazione di T’Ask, che però ci sta dando grandi soddisfazioni. Non pretendevamo molto da questi sketch, se non lo strappare una risata, nonostante questo ci siamo accorti che, come in ogni cosa che facciamo, anche qui alla fine abbiamo affidato alla nostra simpatica “melanzana” dei messaggi ben più complessi. Mr. Aubergine rappresenta un po’ quell’insegnante che sarà capitato a tutti una volta nella vita, saccente, sempre convinto di saperne di più nonostante evidenti lacune, un po’ pazzerello, ma nel complesso un brav’uomo che ama la sua famiglia, adora il suo maggiordomo e a cui non piace che gli si tocchi l’adorata sorella Polly. Ci è stato chiesto perché insistere sulla questione dell’omosessualità: in effetti nessuno ha mai detto se Mr. Aubergine fosse gay o meno, i suoi modi possono essere ricollegati ad un uomo particolarmente elegante, molto british, sono quegli “adorabili ragazzi” che lui incontra sempre a definirlo tale per il suo aspetto. Lui non capisce e domanda cosa significhi al suo assistente che, imbarazzato dalla vergognosa situazione, gli risponde che vuol dire elegante, dolce, affabile… Certe persone dicono ricchione, noi rispondiamo dal bel portamento, sensibile, esuberante, diretto. Non è un mero modo per indurre la battuta, ma si cerca di sdoganare anche l’insulto in sé facendo si che a Mr. Aubergine la cosa non tocchi, seppur per ignoranza.

Andrea Ginger Semenzato: Mr. Aubergine è la rappresentazione di tutto ciò che non si vorrebbe in un professore: ira, nozioni sconclusionate e mai precise, cazzate ed atteggiamento irriverente nei confronti dell’assistente di lavoro. La decisione d’ironizzare su questo preciso prototipo di professore viene proprio da quella categoria già esistente di lavoratori (in questo caso si, anche professori) che fanno davvero male il proprio lavoro e comunque hanno posti di prestigio. Da un punto di vista più leggero, invece, Mr. Aubergine è il classico inglese nel vestiario e nella parlata stereotipica che crea ilarità per le sue videolezioni “ccciovani” , con linguaggio che non ci si aspetterebbe mai da un figurino del genere e dalla sua presentazione. In tutto ciò la spalla è il vero elemento comico, perché rappresenta il telespettatore che cerca d’interpretare questo inglese/non inglese e ha lo scontro comico col protagonista. Mr. Aubergine è solo la prima di una serie di progetti “sketch comedy” che nei prossimi mesi, pian piano, sveleremo.

 

 
B.A.: Perché le persone dovrebbero vedere i vostri video?

Lisa Di Mascolo: Penso che ci sia una certa unicità nei nostri prodotti, data da una combinazione quasi alchemica tra le nostre due personalità e idee (opposte e allo stesso tempo complementari), il nostro intento, specialmente con T’Ask, è di far vedere le contrapposizioni del mondo, dove spesso la verità sta nel mezzo, affrontando temi attuali e a volte controversi con ironia, ma anche con trasparenza e semplicità, in maniera “spiccia”, senza filtri e fronzoli, attraverso un mezzo (il we in cui crediamo molto) e che ci permette di essere noi stessi. Tra talentuosi youtubers e video popolari dal dubbio contenuto valido ci piace pensare di essere qualcosa di diverso, forse nuovo, senza volgarità inutili (o meglio eccessive, nella normale quotidianità, purtroppo siamo entrambi dediti ad un po’ di turpiloquio!). Diciamo quello che abbiamo da dire con franchezza e serenità, credendo nella libertà di opinione e nell’educazione.

Andrea Ginger Semenzato: Secondo me la gente dovrebbe guardarci perché, a prescindere dai risultati e dai temi che magari possono ritrovarsi in altri canali e video, cerchiamo di fare tutto senza prendere grossi spunti, mettendo a frutto tutto ciò che siamo, personalmente e da laureati in televisione e nuovi media (quindi non siamo semplicemente due pirla che si mettono a fare video godendo ad ogni visualizzazione solo per il puro fatto di averne avuta una o due in più), per creare un canale Youtube che assomigli sempre di più ad un canale quasi “on demand” , dove hai tutta una serie di programmi giù pronti per essere visti, dal tg comico con interviste e sketch/gags a sketch comedy, comedies e più in là i vari progetti che creeremo, sperando di averne sempre di più variegati. IbridiAtipicI è un gruppo di due persone fondamentalmente opposte che, però, riescono a lavorare in sintonia e questa differenza si tramuta in una bella e particolare armonia che poi influenza ogni video e progetto che creiamo, perché questo “ibrido atipico” è un po’ il tema portante di ogni nostra “creazione”. Differenze/uguaglianze perché e per come. Noi chiediamo e vogliamo sapere, ma a modo nostro.

 

 

B.A.: Avete progetti per il futuro?

Lisa Di Mascolo: Tanti, troppi! Abbiamo tantissime idee in mente e piano piano cercheremo di attuarle tra un impegno e l’altro, la fantasia è davvero l’unica cosa che non ci manca. Sicuramente altri sketch brevi oltre a Mr. Aubergine e nuove e sempre più ambiziose puntate di T’Ask.

Andrea Ginger Semenzato: Ovvio! Sicuramente spingerci sempre più oltre con T’ASK, puntate sempre più interessanti (speriamo anche sempre migliori dal punto di vista del montaggio e realizzazione, dato che siamo in continua crescita professionale) e provando a contattare sempre più ospiti per il Web Carpet + , la nostra rubrica dei personaggi più “popolari” per cosi dire. Le sketch comedy, quindi nuovi episodi di Mr. Aubergine e ,come già anticipato, di altre miniserie a gag. Magari un cortometraggio, qualche cosa anche più seria… davvero… come già detto IbridiAtipicI vuole essere non un semplice canale Youtube, ma un vero e proprio canale dove trovare tutta una gamma di programmi realizzati, però, a low/zero budget ! Ed è proprio questo il bello, la cosa più interessante ed anche difficile, per noi, in questo caso.

 

 
B.A.: Per concludere, c’è qualcosa che vorreste dire ai vostri fans?

Lisa Di Mascolo: Condivideteeee!
E ovviamente grazie a tutti quelli che ci supportano, anche solo con un commento pensato (positivo o negativo che sia), a coloro che continuano a seguirci da Palazzo Nuovo 10124 e a tutti quelli che decideranno di continuare.

Andrea Ginger Semenzato: Chiediamo di condividere ogni cosa che facciamo, commentare con gli hashtag #Taskwebtg, #MrAubergine e ogni cosa che verrà, guardare le pubblicazioni degli album e di alcune news ed articoli sulle nostre pagine Facebook  e Twiter, sempre precisamente aggiornate, perché logicamente nel mondo web se vuoi sostenere qualcuno questo è il modo migliore per far sentire il tuo supporto!

 

Written by Bernadette Amante

 

 

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Intervista di Maila Daniela Tritto al regista Sergio Luca Loreni per la web serie “Eve Metal”

Il fenomeno della webserie, in altre parole una serie di episodi fiction realizzati per essere trasmessi attraverso il Web, si sta diffondendo sempre di più in Italia; grazie anche alla piattaforma YouTube che consente la condivisione e diffusione gratuita del prodotto culturale.

Sì, perché si tratta pur sempre di cultura, appunto, ma con profonde modifiche nell’utilizzo del mezzo di comunicazione di massa, che, diversamente dalla televisione, non prevede il classico uso «uno-molti» − caratterizzata dalla logica della comunicazione di massa per la massa −, bensì da un prodotto culturale on demand più di nicchia e in grado di soddisfare i gusti di tutti.

Nello scenario descritto, si colloca la nuova serie web creata dal regista Sergio Luca Loreni: Eve Metal, che unisce la comicità allo humor nero – con elementi soprannaturali come le guerre tra i vivi, morti e trapassati, o sette e santoni −, il cui punto d’incontro è la musica rock e metal.

La periodicità con cui saranno pubblicati i video su YouTube è ancora in fase di verifica, poiché per ora si tratta di un progetto no profit e totalmente indipendente. Scopriamo qualcosa di più di questa serie direttamente dalle parole di Sergio Luca Loreni.

 

M.D.T.: «Il metal non è morto…sta solo sorseggiando un aperitivo, prima del piatto forte» , è così che vi presentate in Eve Metal Episodio #1: Lo scambio apache. Com’è nata l’idea di questo progetto?

Sergio Luca Loreni: È bastata una camminata tra le vie di Torino, qualche birretta e un sottofondo musicale giusto in un parcheggio, ed ecco che i discorsi sull’occulto, la musica e l’ aldilà prendono forma in una storia di fantasmi a ritmo di rock’n’roll.

 

M.D.T.: Il metal è spesso associato al satanismo, perciò tutti quelli che seguono questo tipo di musica sono dei peccatori… Scherzi a parte. In che modo conciliate il genere comico con elementi soprannaturali (guerre tra vivi e trapassati, sette e santoni) a tempo di musica rock (e metal)?

Sergio Luca Loreni: Lo humor nero è l’ingrediente principale: c’è una ricerca di fondo che tenta di miscelare un umorismo alla Edgar Wright, un nerdismo alla Clerks e una passione per la musica indipendente. Poi ci sono i cult italiani come Dylan Dog che rappresentano continua fonte di ispirazione. E non dimentichiamoci che quasi ogni giorno passiamo sotto l’appartamento dove fu girato Profondo rosso, un tributo al genere era dovuto.

 

M.D.T: «Molti penseranno che non siamo realmente delle star. Non lo siamo ancora, è vero, ma gli eventi prenderanno presto una piega inaspettata». Chi sono Giec e Tunch e che cos’è l’Ectocam?

Sergio Luca Loreni: Giec e Tunch siamo noi, sono i classici ragazzi che aspettano la svolta, ma che continuano a non avere né i mezzi né la fortuna per far prendere la piega inaspettata agli eventi. Per alcuni ci va la spinta esterna. Per Giec e Tunch è l’Ectocam, un’app inventata da un pazzo-genio, che offre a tutti quanti la possibilità di interagire con la digital death invece che con la digital life. L’Ectocam è sovversiva, perché sovverte la realtà di tutti i giorni, è l’evasione, l’ignoto, la fantasia pura, quell’occasione che aspettiamo tutti per vivere un’avventura. Chi non vorrebbe conoscere un DOC alla Ritorno al futuro, salire su una navicella Trimaxion (Navigator) o avere un collega come Egon dei Ghostbusters che ti propone “andiamo a caccia di fantasmi?”, mentre tu sei preso tra il pagamento dell’Inps, un noioso battesimo o la coda in posta… insomma la triviale normalità.

 

M.D.T.: Eve è una misteriosa ragazza…“leggermente trapassata”. Non solo, ma è lei che dà il titolo al progetto. Eve, però, ricorda «heavy metal», che sia lei la personificazione del genere musicale da voi scelto?

Sergio Luca Loreni: Eh eh, noi abbiamo solo lanciato l’indizio… ad ognuno la propria interpretazione. Si scoprirà a fine stagione il perché del nome “Eve Metal“. Possiamo dire che prima di passare a miglior vita, Eve era la classica ragazza anni ’80, fanatica degli A-ha, che tra un primo bacio e una musicassetta, scriveva sul proprio diario cose tipo “odio i miei, voglio andare in Francia e il rosa non lo indosso manco morta”.

 

M.D.T.: «La tecnologia è una cosa fantastica», dite nel primo episodio. Perché avete scelto di realizzare i vostri episodi in web serie? Che cosa ne pensate di questo fenomeno, che sta avendo sempre più successo anche in Italia?

Sergio Luca Loreni: In questo caso siamo quelli che hanno colto in ritardo il potenziale di strutturare una trama a serie Web. Fino ad ora non ci consideravamo i classici “Youtubers”. C’è voluto un po’ per uscire dal canone corto-medio-lungometraggio. Ora il fenomeno è incredibilmente diffuso e ne capiamo il perché. Serializzare un’idea di genere su Web è molto stimolante, economica e bypassa la classica distribuzione… potenzialmente arriva a tutti.

 

M.D.T.: Sulla vostra fanpage di Facebook avete messo un annuncio rivolto a tutti quelli che hanno voglia di collaborare al progetto, inviando dei brani inediti. Si tratta, dunque, di un progetto aperto? Come funziona?

Sergio Luca Loreni: Stiamo parlando comunque di un genere di nicchia, è difficile ottenere pubblicità e far parlare del progetto. Ci sembrava divertente avviare collaborazioni con tutti quelli appassionati al genere, musicale e cinematografico: da una parte allarghiamo il tam tam sul progetto, dall’altra creiamo una vetrina per altri gruppi creativi indipendenti come noi, che siano musicisti, videomakers, attori etc…

 

M.D.T.: Giacché si parla di musica, qual è il vostro gruppo preferito?

Personalmente sono cresciuto a cereali e Iron Maiden. Abbiamo tutti gusti diversi nel nostro studio, quindi c’è sempre contesa per decidere la playlist della giornata. Girano spesso gli Anathema, Johnny Cash, Pearl Jam, Lana del Rey, anche se ogni tanto si va per sentieri di musica celtica, ghetti Hip Hop e superstrade dubstep. 

 

M.D.T.: Con quale periodicità saranno pubblicati i video del progetto su YouTube?

La stiamo ancora verificando. Siccome è un progetto no profit e totalmente indipendente (per ora), i tempi saranno dettati dagli impegni di tutti. Vorremmo tenere il ritmo di un episodio al mese.

 

M.D.T: Quali sono i progetti per questa serie web? Potreste parlarcene?

La risposta è quella che ti darebbe qualsiasi persona che intraprende una serie web: visibilità, festival, partnership. In segreto stiamo aspettando che il Nerd che vive nel nostro scantinato finalizzi la creazione dell’Ectocam così da metterla sul mercato e conquistare il mondo… dell’aldiquà e dell’aldilà.

 

Written by Maila Daniela Tritto

 

 

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La scuola rap di Miss Tuccia: abbasso le tabelline e l’alfabeto

Com’è la scuola vista da una bambina? Miss Tuccia ce lo racconta con una canzone rap ed effetti speciali che rispecchiano il suo spirito ribelle.

Miss Tuccia è la nuova baby star di Youtube, un viso angelico che nasconde un’incredibile grinta, affronta la maestra, manda a cortina le tabelline e tratta male Giulio Cesare.

Il video inizia con Miss Tuccia che saluta la bidella e quasi ignora la maestra mostrando indifferenza nei suoi confronti, poi giustifica il ritardo dicendo che la scorsa notte si è ubriacata e dopo un’imitazione della maestra inizia la sua canzone rap contro la scuola.

Miss Tuccia esprime chiaramente che non le importa nè delle tabelline e nè dell’alfabeto con un’intonazione divertente e ricca di energia, traspare tanta rabbia verso quell’abc che deve imparare, un vero talento questa piccola youtuber che riesce ad esprimere ciò che prova nei confronti della scuola con un’ironia incredibile. Mentre lei fa delle comiche affermazioni rimanendo seria, quasi come se stia facendo una rivelazione che può salvare l’umanità, chi guarda i suoi video non può smettere di ridere.

Tutte le persone che vedranno il suo video si ricorderanno dei tempi della scuola, delle lotte contro le tabelline e le guerre da affrontare tra interrogazioni e brutti voti.

Miss Tuccia dice alla maestra che se ne frega dell’alfabeto e delle tabelline così chiaramente da farla intimorire, alla sua esibizione canora aggiunge recitazione e passi di danza che mostrano un grande talento che va dal canto alla recitazione e dal ballo all’umorismo.

Le sue doti artistiche si possono notare anche nel TG Miss Tuccia dove tra morte di Peppa Pig, sole che scoppia e mare che si trasforma in lava, si aggiungono Bronzi di Riace che scappano per i troppi visitatori e la Statua della Libertà che decide di dichiarare guerra a tutte le altre nazioni.

Le notizie incredibili all’interno del TG non terminano qui e passando dalla politica allo sport Miss Tuccia ci regala un TG  strepitoso e ricco di ironia, ad esempio, non sapete, forse,che Giulio Cesare è tornato dall’aldilà per cambiare la politica italiana?

La piccola web-star ci stupirà con nuovi video? Speriamo di sì in modo da poter vedere ancora la sua spettacolare originalità che affronta vari argomenti mostrando il suo talento da bambina prodigio che riesce perfettamente a esibirsi in ogni campo artistico.

 

Written by Bernadette Amante

 

http://youtu.be/CGSs3WFjCUg