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Intervista di Irene Gianeselli al regista Paolo Rollo: “Ed è subito notte”

Paolo Rollo, nato a Campi Salentina (LE) il 28 marzo 1987 si è interessato agli studi di Filosofia, conseguendo la Laurea Triennale e Magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”  e poi un Master in Studi Avanzati in Filosofia presso l’Universidad de Salamanca (Spagna). In seguito ha ottenuto il Diploma in Regia cinematografica e televisiva a Madrid (Spagna) e una Laurea in Teologia a Lecce.

Paolo Rollo

Successivamente ha lavorato come assistente di produzione presso la casa di produzione e distribuzione cinematografica americana Troma Entertainment di New York (USA). Autore di vari cortometraggi e video, si occupa anche di critica cinematografica e letteraria scrivendo per diversi magazine online.

In concorso nella sezione Puglia Show del Festival del Cinema di Lecce 2017 il suo cortometraggio Ed è subito notte ha vinto il Premio Centro Nazionale del Cortometraggio, il Premio Augustus Color e il Premio di 1000 euro offerto dalla Contessa Maria Josè Pietroforte di Petruzzi per la capacità di rappresentare l’imprevisto attraverso una drammaturgia non scontata, con sospensioni surreali, una mise-en-scène studiata ed espressiva ed un’ottima caratterizzazione del protagonista e dei personaggi secondari”.

 

I.G.: Come e perché hai cominciato a fare cinema?

Paolo Rollo: In realtà non c’è stato un giorno ben preciso nel quale ho pensato di iniziare a fare cinema. È stato un crescendo di interesse e passione. Una cosa è certa: il passaggio è stato teorico-pratico, nel vero senso della parola: dalla teoria alla pratica. Come un po’ tutti i ragazzini ho iniziato ad appassionarmi al cinema nel periodo universitario: la questione era semplice e banale: “è impossibile che a quest’età non abbia ancora visto film come “Quarto Potere”, “Casablanca”, “Via col vento” e via dicendo”. Dopotutto si trattava di film che hanno segnato la storia della cultura popolare mondiale. Perciò ho scaricato varie classifiche di film più importanti del secolo e ho iniziato a vedere cinema, organizzandoli per regista, per decadi, ecc. Insomma, arrivavo a vedere 4-5 film al giorno. La passione ovviamente aumentava quanto più vedevo film. Ho iniziato anche a scrivere critica cinematografica per diversi webmagazine fino anche ad una tesi di master in filosofia sul cinema spagnolo degli Anni Cinquanta. Ecco, in quel momento ho sentito l’esigenza di passare dalla teoria alla pratica. Le idee c’erano, la passione cresceva, perciò ho deciso di iniziare questo cammino studiando regia cinematografica a Madrid.

 

I.G.: Puoi parlarci del tuo percorso di formazione?

Paolo Rollo: Fortunatamente il mio percorso formativo è stato molto denso, il che mi ha molto aiutato anche nello scrivere cinema. Inizialmente ho studiato Filosofia a “La Sapienza” a Roma con una tesi su Beckett e Kafka. Dopo la Magistrale mi sono trasferito in Spagna dove ho seguito dapprima un Master in Filosofia a Salamanca per poi passare a studiare regia cinematografica a Madrid. Successivamente, dopo un’esperienza lavorativa come assistente di produzione a New York, ho preso la Laurea in Teologia a Lecce. Insomma, un bel cammino ma che ha avuto un suo filo rosso.

 

I.G.: Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici?

Paolo Rollo

Paolo Rollo: Come detto, ho avuto l’opportunità e la fortuna di relazionarmi con diverse aree culturali ed artistiche: dal teatro alla letteratura, al cinema, alla pittura. Le mie fonti di ispirazioni provengono da tutti questi campi. Posso dire che al di là dell’estetica mi hanno influenzato più teoricamente, il che mi aiuta a costruire i miei personaggi e le mie storie con uno stabile fondamento concettuale di base. La filosofia in questo mi ha dato tanto carburante. In concreto autori a cui mi ispiro sono tanti: Monicelli, Risi, Wes Anderson, Kaurismaki, giusto per citarne qualcuno nel campo cinematografico, ma per molti aspetti anche la commedia classica americana, quella francese. Poi c’è la letteratura, il teatro. In sostanza non penso di avere riferimenti ben determinati. Il segreto penso sia leggere molto, vedere e ascoltare molto, prendere spunto ma cercare di costruirsi il proprio stile.

 

I.G.: Come mai hai scelto di approfondire i tuoi studi in Spagna?

Paolo Rollo: Dopo gli studi a Roma volevo proseguire con un’esperienza all’estero. Una tappa in Spagna era doverosa. Inizialmente pensavo di fare un anno in Spagna seguendo il Master per poi spostarmi per continuare gli studi in una città di lingua inglese. Ma la Spagna è la Spagna. È qualcosa di straordinario, dalla gente al clima. Insomma già dopo una settimana avevo capito che ci sarei rimasto per molto tempo, e così è stato per tre lunghi e bellissimi anni, spostandomi da Salamanca a Madrid.

 

I.G.: Puoi parlarci di come è nato il progetto “Ed è subito notte“?

Paolo Rollo: In realtà da tempo avevo in mente di scrivere una commedia su un suicidio non riuscito. L’ho scritta di getto, in poco tempo. Ma per lungo tempo sono rimasto ancorato sul finale. Non svelo nulla, ma dapprima ero deciso per un finale, diciamo, abbastanza “aperto”, ma in realtà non ne ero mai del tutto convinto. Poi ho avuto l’idea dell’attuale finale che, oltre all’amaro in bocca, mi permette di lasciare “pensieroso” lo spettatore. La parte più divertente è stata la caratterizzazione dei personaggi. Lì mi sono davvero sbizzarrito.

 

I.G.: Questo umorismo nel finale dice molto dei tempi che viviamo e la morte è ancora uno dei temi più difficili da affrontare al cinema come in letteratura. Che riscontro sta avendo con il pubblico il tuo corto?

Paolo Rollo – Ed è subito notte

Paolo Rollo: Non per autoelogiarmi, ma la sceneggiatura è stata davvero dettagliatamente studiata. Volevo servirmi di un umorismo che fosse allo stesso tempo “intellettuale”, vale a dire che nascondesse dietro qualcosa di profondo. Un non-senso spiattellato ed accettato al punto da far esplodere epifanicamente il contenuto di senso. Sentito, ma non detto. E la morte rientrava in questo paradigma. La morte, così come la vita, non può essere teorizzata; qualsiasi affermazione negherebbe il suo stesso concetto. L’unico modo è parlarne con un linguaggio non-razionale: l’umorismo insensato, illogico di cui ho cercato di servirmi nel mio lavoro. Penso che il pubblico abbia percepito tutto questo. Abbia avuto l’esigenza di andare oltre il detto, avvertendo un qualcos’altro oltre il visto. Insomma, divertirsi nel guardarlo, ma tornando a casa pensando.

 

I.G.: I tuoi sono studi filosofici. Quale filosofo (o quali) tieni presente nel tuo lavoro?

Paolo Rollo: Io ho tentato (e già dire “tentare” è un concetto) di presentare (altro concetto) la zona grigia, il limbo, la zona “purgatoriale”, che non è né bianca né nera, né buona né cattiva. E il dramma sta nel non poterlo teorizzare, nel non poterlo dire, o per lo meno utilizzando un linguaggio logico-razionale. Perciò ho detto “presentare” e non “rappresentare”, proprio perché non potendolo dire senza cadere in giudizi di valore, in posizioni esterne rispetto all’oggetto, non rimane altro che mostrarlo, presentarlo attraverso una forma che essa stessa esprima il suo grigio. I miei personaggi infatti vivono, da dentro, il non-senso senza mai affermarlo. Tutto questo è Samuel Beckett e anche lo stesso titolo Ed è subito notte è una citazione di Aspettando Godot dello scrittore irlandese. Da sfondo, ovviamente, la “Teoria Estetica” di Adorno.

 

I.G.: Progetti futuri?

Paolo Rollo: Progetti ce ne sono e ne ho tanti. Bisognerebbe solo trovare qualcuno che sia disposto ad ascoltarli. Purtroppo il cinema è un mondo un po’ complicato, specialmente per noi giovani registi, ma la motivazione e la passione non mancano. L’importante è avere chiaro l’obiettivo e cercare la maniera migliore per portare a termine i propri progetti. Comunque in cantiere c’è un cortometraggio d’animazione, un cortometraggio fiction e la sceneggiatura di un lungo. Diciamo che siamo alla ricerca di produttori.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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Intervista di Irene Gianeselli al regista Mimmo Verdesca: il documentario “Sciuscià 70” Premio Nastro d’Argento

Mimmo Verdesca è nato in Puglia nel 1979. Si trasferisce a Roma e dal 2002 comincia a lavorare nel cinema e nella televisione prima come assistente e poi come aiuto di diversi registi tra cui Maurizio Ponzi, Fabio Grossi e collabora con il regista Ferzan Ozpetek, per il quale nel 2012 realizza il making of ufficiale  del film Magnifica Presenza.

Mimmo Verdesca e Rinaldo Smordoni

Nel 2009 firma la regia del documentario L’occhio dietro il sipario che documenta la realizzazione dello spettacolo L’uomo, la bestia e la virtù di Luigi Pirandello con Leo Gullotta e la messa in scena  di Fabio Grossi. Nel 2010 cura la regia dell’edizione televisiva dello spettacolo Il piacere dell’onestà di Luigi Pirandello e nel 2014 la regia televisiva dello spettacolo Prima del silenzio di Giuseppe Patroni Griffi, entrambi interpretati da Leo Gullotta e diretti sempre da Fabio Grossi.

Alterna inoltre la sua attività cinematografica a quella teatrale, è regista assistente di Fabio Grossi in molti spettacoli teatrali prodotti dal Teatro Eliseo di Roma che hanno visto come protagonisti attori di rilievo quali Leo Gullotta, Lisa Gastoni, Paola Gassman, Catherine Spaak, Giuliana Lojodice, Judith Magre.

Nel 2011 Mimmo Verdesca realizza il documentario In arte Lilia Silvi per raccontare la vita e la carriera artistica dell’ultima diva del periodo cinematografico dei telefoni bianchi. Con questo lavoro si aggiudica il Nastro d’Argento 2012 per il Miglior Documentario dedicato al Cinema e diversi altri premi in numerosi festival italiani. Nel 2015 realizza il documentario Protagonisti per sempre che ha vinto al Giffoni Film Festival 2015 il Gryphon Award come migliore documentario.

Mimmo Verdesca aveva già incontrato i lettori di Oubliette in occasione di questo premio. In questa intervista racconta del suo ultimo documentario, Sciuscià 70 che ha partecipato al Festival Lumiere 2016 di Lione, diretto da Therry Fremaux e Bertrand Tavernier aggiudicandosi il Nastro d’Argento 2017 speciale del 70° che riproduce fedelmente il primo Nastro d’argento del 1946.

 

I.G.: Sciuscià 70 è il tuo ultimo documentario dedicato al film neorealista di Vittorio De Sica che uscì nelle sale nel 1946. Come è nato questo progetto?

Oscar Sciuscià - Mimmo Verdesca

Mimmo Verdesca: Mantenere viva la Memoria è l’obbiettivo principale del mio documentario. Non è cosa da poco in un Paese come il nostro che dimentica tutto con estrema facilità. Il cinema attraverso generi e linguaggi differenti ha sempre cercato, sin dalle origini, di raccontare l’uomo e la società, diventandone molto spesso memoria storica, sublimata attraverso l’arte. La Memoria è coscienza e il cinema, in tutte le sue forme appunto, offre spesso la possibilità di riflettere, porre delle domande e dare a volte delle risposte, ma ci permette anche di conoscere e di arricchirci per capire e affrontare meglio il presente, in modo da costruire un futuro forse migliore. Sciuscià 70 è un documentario che ho prodotto e diretto per celebrare un importante anniversario, quello dei settant’anni del film Sciuscià di Vittorio De Sica, capolavoro del Neorealismo, primo film italiano vincitore di un premio Oscar e primo Nastro d’Argento dei giornalisti cinematografici italiani della Storia del premio. Attraverso le testimonianze inedite dei protagonisti, ripercorrendo i luoghi di Roma dove il film fu girato e con l’utilizzo di molto materiale d’archivio proveniente anche dall’Istituto Luce, ho raccontato l’avventurosa lavorazione del film, in un periodo storico e sociale molto complicato come quello dei primi mesi dalla fine della guerra. Mi interessava ricordare e raccontare l’arte di Vittorio De Sica e l’operato di tutti i grandi professionisti che, con De Sica, hanno dato vita a Sciuscià. Dal produttore Paolo Willian Tamburella, agli sceneggiatori Zavattini, Franci, Viola e Amidei, al musicista Cicognini, fino ai due giovani protagonisti Rinaldo Smordoni e Franco Interlenghi, attori per caso, presi dalla strada. Mi sembrava doveroso recuperarne la Memoria. Il Nastro d’Argento Speciale del 70° che ho appena vinto per questo mio nuovo documentario, mi onora particolarmente, perché riproduce fedelmente quello vinto da De Sica nel 1946 proprio per Sciuscià. Per questo, ringrazio molto la presidente Laura Delli Colli e tutto il Direttivo del SNGCI. Lo condivido ovviamente con tutti coloro che hanno sostenuto e collaborato al film, dagli sponsor alla mia troupe e festeggerò questo prestigioso e significativo riconoscimento al Bif&st 2017, a fine aprile, quando Sciuscià 70 sarà presentato per la prima volta in un Festival importante in Italia, dopo il grande successo ottenuto al Festival Lumiere di Lione lo scorso ottobre. Inoltre sarà presto distribuito in home video da Cinecittà Luce.

 

I.G.: Quando hai visto per la prima volta Sciuscià e quale influenza ha avuto su di te il cinema di Vittorio De Sica?

Mimmo Verdesca: Sciuscià è un film che ricordo fin da ragazzino. Poi gli studi mi hanno portato a riscoprirlo e ad approfondirlo. Tutto il cinema di Vittorio De Sica è per me fonte di continua ispirazione. A distanza di settant’anni Sciuscià vive ancora nella nostra esperienza di spettatori come un film importante che ci emoziona. Condivido ciò che ha detto il regista Gianni Amelio: «Sciuscià è un film eterno». È vero, è un film che dura per sempre.

 

I.G.: Nel documentario sono presenti delle interviste. Cosa puoi raccontarci dell’incontro con Rinaldo Smordoni?

Vittorio De Sica

Mimmo Verdesca: Rinaldo, quando fu scelto da Vittorio De Sica per interpretare in Sciuscià il ruolo del protagonista Giuseppe, aveva solo dodici anni e non immaginava che quell’esperienza avrebbe cambiato per sempre la sua vita. I suoi ricordi sono davvero preziosi perché lui è oggi l’unica vera memoria vivente di Sciuscià. Non poteva non essere ancora protagonista, soprattutto di questo mio film nel film. Rinaldo guida lo spettatore in un viaggio nel tempo, svelando con emozione palpabile i retroscena della difficile lavorazione del film e il rapporto con De Sica. Lui ci accompagna nei luoghi di Roma dove il film fu girato e ambientato, come ad esempio l’ex carcere minorile del complesso monumentale di San Michele a Ripa. Rinaldo aveva già preso parte al mio precedente documentario, Protagonisti per sempre, vincitore del Giffoni Film Festival 2015. È una persona che stimo molto, perché ha conservato intatta la sua semplicità, la sua umanità, la stessa che ricordiamo di lui sullo schermo. Oggi è un carissimo amico, generoso e presente e il mio documentario vuole essere un omaggio soprattutto a lui, oltre che ovviamente al grande Vittorio De Sica, al produttore Paolo W. Tamburella e allo scomparso Franco Interlenghi, altro protagonista del film, a cui il mio Sciuscià 70 è dedicato insieme al compianto Manuel De Sica, grande compositore e musicista, che per anni ha voluto e curato i restauri di tutti i film di suo padre, compreso Sciuscià.

 

I.G.: E di quello con Emi De Sica?

Mimmo Verdesca: La meravigliosa Emi De Sica, la prima figlia del grande Vittorio, è un’ altra presenza fondamentale nel mio documentario. L’ho conosciuta grazie alla cara amica in comune l’attrice Eleonora Brown, l’indimenticabile Rosetta, la giovanissima figlia di Sophia Loren ne La Ciociara. Ho scoperto così una signora intelligente, generosa, divertente e ironica, con tante storie emozionanti da raccontare. In Sciuscià 70 Emi tratteggia con affetto l’aspetto più intimo e umano di suo padre e ci spiega come lui riusciva a comprendere la realtà attraverso l’arte. Emi ha subito abbracciato il mio progetto e oggi sostiene il documentario con grande entusiasmo. Sono molto onorato e grato di questo, così come sono grato anche all’attore Sergio Nicolai, marito di Emi e con lei custode importante della memoria di Vittorio De Sica.


I.G.: Nel documentario è presente anche l’intervista ai Tamburella?

Oscar Sciuscià Mimmo Verdesca

Mimmo Verdesca: A Sciuscià 70 hanno partecipato anche Paolo e Marco Tamburella rispettivamente il nipote e il figlio di Paolo William Tamburella, il talentuoso e tenace produttore di Sciuscià, morto prematuramente nel 1951. Era doveroso riportare alla luce anche la storia di questo giovane produttore italo americano che arrivato in Italia negli Anni 30 e dopo aver letto nel 1945 un articolo-inchiesta di Vittorio De Sica sugli sciuscià, giovanissimi lustrascarpe che si aggiravano in una Roma distrutta dalla guerra appena finita, decise di contattare De Sica per realizzarne un film. Tamburella investì molti soldi in questo progetto, con coraggio e fiducia, ma all’uscita nelle sale Sciuscià non venne apprezzato, perché gli italiani preferirono ritrovare le commedie leggere americane che tornavano sugli schermi dopo la censura fascista. Così Tamburella dovette vendere il film a francesi ed americani, ma in questo modo Sciuscià fu visto all’estero e premiato con l’Oscar, il primo Oscar dato all’Italia nel 1948. Oggi quella mitica statuetta è custodita gelosamente proprio da Marco e Paolo e nel mio documentario, ad un certo punto, saranno proprio loro, emozionati, a condividerla simbolicamente con il commosso protagonista Smordoni.

 

I.G.: Come avete costruito il ricordo di Franco Interlenghi?

Mimmo Verdesca: L’indimenticato attore Franco Interlenghi, scomparso nel 2015 ovviamente non poteva mancare nel mio racconto. Dopo aver visionato molte sue interviste di repertorio, ne ho individuata una inedita e recente. Così lavorando al montaggio, che in tutti i miei documentari curo personalmente, ho integrato i suoi interventi con quelli nuovi degli altri testimoni. Il risultato è stato perfetto, come avere Franco con noi per la prima volta. Ho avuto la fortuna in passato di parlare con lui solo telefonicamente e ne ho un ricordo di una persona molto sensibile. Quel ricordo oggi lo condivido spesso con sua moglie, la grande attrice Antonella Lualdi e la loro figlia, la dolce Antonella Interlenghi.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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Intervista di Irene Gianeselli all’attrice Iaia Forte: il Teatro come spazio di immaginazione

«Mi rivolgo a voi, a quelli che, come me, bellissimi non lo sono mai stati. Quelli, insomma, che non è che una passa e vi muore dietro, magari non vi nota neanche e allora, è palese, resta una sola e unica arma nel vostro bagaglio, ma un’arma che può essere possente e smisurata e può smuovere le montagne: la parola»  Tony Pagoda

Iaia Forte

Iaia Forte nasce a Napoli e si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia. Debutta in teatro con Toni Servillo, e collabora a lungo con il gruppo Teatri Uniti. Sempre in teatro lavora con Leo De Bernardinis, Mario Martone, Carlo Cecchi, Federico Tiezzi, Valerio Binasco, Emma Dante, Alfonso Santagata, Luca Ronconi partecipando a spettacoli tra i più premiati dalla critica degli ultimi anni. Vince il premio della critica come migliore attrice per Il Misantropo con la regia di Servillo, il Fiorino Doro della società Dantesca, tre candidature al Premio Ubu. Ha esordito sul grande schermo con Libera di Pappi Corsicato, con cui ha interpretato anche I buchi neri, I Vesuviani, Chimera, Il volto di un’altra. Sempre al cinema ha lavorato con M. Nichetti, M. Ferreri, T. De Bernardi, M. Martone, R. De Maria  M. Risi, E.Cappuccio, P. Greneeway, V. Golino ottenendo due Nastri d’Argento, due candidature al David di Donatello, un Globo D’oro, un Ciak d’oro, il premio Agis, il Linea d’ombra e un premio Sacher come miglior attrice protagonista. È una delle protagoniste del film premio Oscar La grande bellezza di P. Sorrentino. È tra i protagonisti de La vita oscena di R. De Maria, La nostra terra di G. Manfredonia e Il Giovane favoloso di M. Martone. Nel 2015 ha preso parte alla fiction Sotto copertura di G. Manfredonia e ha girato Squadra antimafia con R.De Maria. In teatro è protagonista di Hanno tutti ragione dal romanzo di P. Sorrentino, e della Morte di Danton con la regia di M. Martone. Ha collaborato come attrice con grandi musicisti come Danilo Rea, Steve Lacy, Daniele Sepe, Luigi Cinque e con l’Orchestra di Piazza Vittorio in una Carmen diretta da M. Martone e nell’Histoire du soldat diretta da Maddalena Maggi.

Iaia Forte ha debuttato dal 15 al 20 febbraio al Teatro i di Milano con il suo nuovo spettacolo Tony Pagoda – Ritorno in Italia (tratto dal romanzo di P. Sorrentino Hanno tutti ragione), nel quale interpreta proprio il cantante Tony Pagoda. «Nel primo spettacolo, Hanno tutti ragione, Pagoda è a New York, e canta al Radio city Music hall davanti a Sinatra – spiega Iaia Forte e aggiunge – in questo secondo lavoro lo ritroviamo ad Ascoli Piceno in un concerto di capodanno in cui, insieme ai suoi cavalli di battaglia canta standard americani, in una sorta di autocelebrazione del recente successo americano. Passata la mezzanotte, Pagoda si ritrova in un sordido ristorante con la sua corista a impartire lezioni sulla seduzione – compito che si fa più articolato quando non si è belli – e, dopo una serie di avventure al limite del surreale, finirà per decidere di abbandonare la carriera di cantante e di reinventarsi una vita in Sudamerica».

In questa intervista Iaia Forte racconta il suo Tony Pagoda ed il suo teatro.

 

I.G.: Ti ringrazio per la disponibilità. Ci racconti dei tuoi inizi, della tua esperienza al Centro Sperimentale di Cinematografia?

Iaia Forte

Iaia Forte: È stata una bellissima esperienza, ma più che per l’insegnamento reale della recitazione, per la possibilità di entrare in relazione con studenti – questa è una particolarità del Centro Sperimentale – di regia, montaggio, sceneggiatura e di creare insieme, di dare forma a un’utopia, di fare cinema. In questo senso sono stati due anni di formazione notevole. Poi ho avuto la possibilità di avere insegnanti come Ingrid Thulin, Giuseppe De Santis, Gianni  Amelio, Gian Maria Volonté. Mi sono anche innamorata al Centro e mi sono sposata con mio marito da cui mi sono poi separata, ma con cui sono in ottimi rapporti. Insomma tante cose positive.

 

I.G. :  Ci parli del tuo incontro con Toni Servillo?

Iaia Forte: Ho debuttato con Servillo in Partitura, il mio primo spettacolo. Facevamo un teatro molto sperimentale in cui il corpo era molto importante. Era una modalità di fare teatro che agli inizi degli Anni Novanta era molto più frequente di quanto non sia ora. Con de Berardinis avevo già fatto Ha da passà ‘a nuttata, una drammaturgia su Eduardo, ma Il Misantropo è stato poi il nostro primo classico come Teatri Uniti e il mio primo grande personaggio, ed è stato un passaggio fondamentale, perché insieme eravamo un gruppo. Ritengo che per un attore l’esperienza del gruppo sia fondamentale perché tutti gli elementi devono sentirsi creativi allo stesso modo del regista.  Ciò che un gruppo richiede al singolo attore, oltre che la professionalità e l’apporto specifico della recitazione, è una partecipazione creativa e immaginativa. Quindi lavorare con la parola, con il verso di Molière meravigliosamente tradotto da Garboli è stato un passaggio per me fondamentale.

 

I.G.: Che tipo di lavoro deve sostenere un attore sul corpo?

Iaia Forte: Io venivo dalla danza, un mondo in cui la parola era meno determinante ma per me anche la parola è corpo. Voglio specificare subito che un attore senza corpo è un attore radiofonico. Anche nella parola ci deve essere la partecipazione del  corpo. In quel caso c’era la danza e i movimenti del corpo erano più delle parole che erano poche. In quegli spettacoli la coreografia era più importante della parola. Quando abbiamo fatto Molière la parola era determinante, c’era il verso, ma io lavoravo quasi più come ballerina che come attrice vera e propria.

 

I.G.: Hai accennato alla tua esperienza con Leo de Berardinis.

Iaia Forte: Leo de Berardinis era molto accorto alla tecnica, per lui era molto importante, perché un attore se ha tecnica può superarla, altrimenti…

 

I.G.: A proposito di tecnica e di superamento. Louis Jouvet dice che bisogna “rinunciare a se stessi per far progredire se stessi”. Secondo te come si riesce a compiere questo miracolo in uno spettacolo come quello in cui interpreti Tony Pagoda?

Iaia Forte

Iaia Forte: Posso risponderti concretamente che una delle ragioni per cui ho scelto di fare Pagoda è proprio l’idea di rivendicare il teatro come uno spazio di immaginazione. In un momento in cui tutto è schiacciato dalla televisione, dalla bidimensionalità, il teatro può essere ancora un luogo dove l’immaginazione è sovrana e in questi termini è il luogo dove un attore può trasformarsi totalmente per fare ciò che la vita non permette di fare. E quindi una delle ragioni per cui ho deciso di interpretare Tony Pagoda, un maschio, non è solo la bella lingua di Sorrentino ma proprio  l’idea di rivendicare il teatro come spazio dell’immaginazione.

 

I.G.: Come hai lavorato per interpretare Tony Pagoda, quali sono stati i processi per pensare lo spettacolo?

Iaia Forte: Prima di tutto fare la drammaturgia, mi piace molto lavorare sulle drammaturgie e secondo me quando fai personalmente la drammaturgia di un’opera in qualche maniera già lavori sulla regia e sul personaggio  perché lo componi in atto, è una prima riflessione necessaria per l’approccio. Successivamente ho iniziato a immaginare che corpo, che voce potesse avere questo personaggio e considero che il lavoro più difficoltoso per interpretarlo è stato proprio il lavoro sul corpo, perché dovevo dargli un assetto completamente diverso, non volevo assolutamente fare di questo personaggio una macchietta o una parodia, non volevo nulla di grottesco, volevo che diventasse un personaggio a tutto tondo e quindi gli volevo dare una complessità da personaggio e dargli anche una voce che non lo spingessero in una caratterizzazione eccessiva.

 

I.G.: E come hai risolto la questione dell’interpretare un uomo?

Iaia Forte: Ho interpretato personaggi caratterizzati da aspetti che nella mia vita quotidiana non ho mai conosciuto quindi mi sono detta: “Perché non interpretare un uomo?”. Torniamo a quello che dicevo prima: se il teatro è ancora  un luogo dell’immaginazione allora non è costretto nel realismo. Quindi non mi pongo il problema che il personaggio sia un uomo, come non me lo pongo quando devo interpretare una suora o un’assassina cioè cose che non conosco direttamente. Quindi il teatro ti da la possibilità di cogliere le sfide che ti offre.

 

I.G.: In Italia se ne vedono poche di queste sfide…

Iaia Forte: Ormai, io sono un po’ pessimista sulla situazione teatrale italiana, perché ovunque si tende a produrre e immaginare prodotti che sono di puro consumo. Il teatro sembra un bazar, con l’attore televisivo,  con le cose messe su con un cinismo e una mancanza di necessità abbastanza aberranti. Secondo me sono bene accetti dei progetti che hanno anche  una stravaganza e un rischio in sé. Altrimenti il teatro rischia di diventare un contenitore di “consigli per gli acquisti” che non è quello che mi aspetterei sia come attrice che come spettatrice.

 

I.G.: Tony Pagoda – Ritorno in Italia è il tuo nuovo spettacolo. Puoi parlarci della nuova messinscena?

Iaia Forte - Tony Pagoda

Iaia Forte: In questo spettacolo dopo l’apice del successo newyorkese c’è il ritorno in Italia con avventure che spingeranno Padoga a scegliere una vita completamente diversa da quella che ha avuto fino a questo momento. Quindi abbandonare la canzone, le dissolutezze a cui è abituato per andarsene in un Paese straniero: ecco l’epilogo del personaggio. In questo spettacolo c’è anche una presenza femminile più forte, perché l’attrice che faceva con me la corista nel primo episodio, in questo ultimo incarna il femminino di Pagoda interpretando sia una cantante amante che la moglie. Il primo episodio era proprio un monologo, questo è più uno spettacolo. Insomma io mi ero talmente innamorata di questo personaggio che desideravo dargli ancora una possibilità di vita e declinarlo fino all’epilogo finale.

 

I.G.: Come pensi sia il rapporta tra Pagoda e la storia contemporanea, il tempo contemporaneo?

Iaia Forte: Io ritengo il personaggio di Pagoda profondamente contemporaneo. Assomiglia ai personaggi di Sorrentino (penso a Jep Gambardella de La grande bellezza). Sono personaggi dissoluti, disperati ma profondamente vitali e anche profondamente romantici.   Ho pensato che il fatto che a interpretarlo fosse una donna potesse dargli naturalmente questa dimensione di fragilità, di disperazione più complessa dell’essere umano. Ha lo stesso male di vivere, di inquietudine, di vitalità e la sensazione di avere frantumato la propria vita nella mondanità dei contemporanei. E questa è la ragione che mi ha spinto a farlo.

 

I.G.: Il titolo del romanzo da cui è tratto lo spettacolo (Hanno tutti ragione) è molto allusivo: Sorrentino ha una tendenza a rilevare il decadimento ma al tempo stesso non rinuncia ad uno slancio vitale che si esprime nella sua lingua.

Iaia Forte: Viviamo una sorta di apocalisse, un’epoca di decadenza e Sorrentino sa guardare il presente,  cogliere senza ipocrisie il contemporaneo in questi termini. Il suo sguardo coglie la nostra epoca, questo nostro momento storico in cui tutti sono sbandati, frantumati, incapaci di trovare il senso delle cose. E la lingua di Sorrentino è una delle ragioni per cui ho scelto di fare questo spettacolo. Mi piace l’idea di fare la drammaturgia contemporanea ma non sempre riesco a trovare delle cose che abbiano una lingua teatrale. Invece Sorrentino ha una lingua immediatamente teatrale, inventata, ritmica, con una grande capacità di restituirti le immagini. Ha una sorta di slang, non scrive in napoletano ma la sua radice dialettale è forte,   quindi riesce a creare una lingua che non è letteraria, non è rigida ma che diventa immediatamente comunicativa.

 

I.G.: Anche La Grande Bellezza è un film che pone molta attenzione ai corpi dei personaggi che sembrano a volte partecipi di un processo di dissolvimento. Rispetto a Tony Pagoda e anche agli altri personaggi che hai già interpretato, pensi che questo processo di dissolvimento faccia parte di un percorso? Quasi tutti i protagonisti uomini di Sorrentino escono di scena in un modo particolare, come si dissolve Tony Pagoda?

Iaia Forte: Quando Pagoda decide di cambiare completamente vita e abbandonare il suo passato dice alla moglie: “Tu piangi perché credi che di vite ce ne sia una sola. Tu sbagli, di vite ce ne sono tre, forse quattro”. Questo è un tema della poetica di Sorrentino, secondo me: la possibilità di immaginare o come sogno o come messa in atto il farsi artefice di una vita diversa. Io personalmente ho sempre avuto questo sogno ma sono troppo vile per poterlo mettere in atto e quindi farlo mettere in atto da Pagoda mi compiace perché faccio eseguire a lui un sogno che appartiene anche a me personalmente. Naturalmente Sorrentino fa, secondo me, una cosa molto interessante: usa il prodotto rompendolo dall’interno, racconta sempre di nuclei, che siano societari o familiari, in disfacimento perché ha uno sguardo contemporaneo sulle cose, non ha l’ipocrisia di fingere e di raccontare un mondo che non è quello che viviamo.

 

I.G.: Tu fai spesso rifermento al legame tra amore e teatro. In questo caso qual è il legame tra teatro, amore e Tony Pagoda?

Iaia Forte

Iaia Forte: Il mio amore per Tony Pagoda. Io alterno lavori con grandi produzioni e grandi registi a lavori che sono personali e necessari per me. Ho scelto di fare Tony Pagoda per amore di questo personaggio. È l’amore o la necessità perché secondo me non c’è grande differenza fra queste due pulsioni. C’è una spinta misteriosa a volte non sempre completamente consapevole che ti rende necessario mettere in scena delle cose, dei personaggi, delle incarnazioni e dei mondi. La spinta è l’amore.

 

I.G.: Questo amore ci porta a parlare di Elsa Morante e della lettura che hai fatto de L’Isola di Arturo. Che lingua è quella della Morante e come hai lavorato su quel testo?

Iaia Forte: È vero! Sono profondamente innamorata della Morante e su quel romanzo ho lavorato facendo semplicemente la drammaturgia e scegliendo delle parti che potevano essere utili alla composizione di una lettura della durata di un’ora che però fosse significativa rispetto al testo. Non mi chiedo mai se il personaggio è uomo o donna, sono delle nature poetiche, non mi pongo proprio il problema di definirli. Mi interessava il difficilissimo passaggio dall’adolescenza all’età adulta che è incarnato dal protagonista e poi lavoro a quella materia. in quel momento è un frammento di anima che mi appartiene, la sessualità non è influente.

 

I.G.: Quindi ciò che ti interessa è lo spirito del personaggio?

Iaia Forte: Certo, è ciò che racconta, il suo mistero, la voglia di esplorarlo e poi per quanto riguarda il romanzo ti innamori del corpo narrativo. Davo voce a un romanzo, a una grande scrittrice, a un tema che trovo molto affascinante per tutti.

 

I.G.: A proposito di personaggi, di nature poetiche. Un altro importante spettacolo è l’Erodiade di Testori, ce ne parli?

Iaia Forte: Anche quello è stato un incontro folgorante con una lingua barocca, potente, visionaria che è quella di Testori. Sono molto colpita dalla natura linguistica dei testi. Avevo fatto Testori con Piezzi e avevo scoperto questo universo, quindi avevo voglia di esplorarlo ancora e mi interessava la figura di Erodiade. Io non sono credente però credo che il lavoro dell’attore sia evocativo e quindi implichi delle crisi e delle domande costanti e mi interessava anche la dimensione metateatrale che è fortissima nel testo ed è fortissima anche nella natura della vocazione di Erodiade.

 

I.G.: Per te esiste quindi la “vocazione” dell’attore?

Iaia Forte: La vocazione dell’attore come tutte le vere vocazioni è una dimensione che va messa in crisi: certamente esiste una spinta e qualcosa che ti fa sembrare profondamente necessario fare quel che fai, ma è fondamentale anche metterla in crisi. Le vere vocazioni sono quelle in cui non dai mai per dato il tuo credo.  Lo metti in crisi, lo frantumi e lo recuperi con lo stesso movimento che ha la vita. Sì, è una vocazione conflittuale, difficile.

 

Written by Irene Gianeselli

Photo by Tommaso Salamina

 

 

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Intervista di Michela Zanarella a Rimi Beqiri: attore protagonista del film “Altin in the city”

Rimi Beqiri nasce a Tirana in Albania. All’età di 16 anni si trasferisce da suo zio a Firenze, dove studia e impara un mestiere per poi iniziare a lavorare.

Rimi Beqiri

Appassionato di cinema decide di iscriversi ad un corso di recitazione alla “Scuola Nazionale Cinema Indipendente”, ottenendo in breve tempo i primi ruoli in vari cortometraggi e lungometraggi prodotti dalla stessa scuola.

Nel 2008 si trasferisce a Roma dove continua a studiare e a formarsi come attore e aiuto regista. Da allora il suo percorso è stato un susseguirsi di film per il cinema e non solo, tante le partecipazioni in fiction televisive.

Ora è il protagonista del film diretto da Fabio Del GrecoAltin in the city, una produzione cinematografica indipendente che racconta la storia di un aspirante scrittore albanese che si troverà a scoprire il lato oscuro di fama e successo. Arte e potere, avidità e corruzione. Un viaggio nelle fragilità umane dove non sempre tutto è come appare.

Nel cast Rimi Beqiri, Chiara Pavoni, Marcello Capitani, Simone Di Pascasio, Alexandra Maravia, Fabio Del Greco, con la partecipazione di altri professionisti del settore, tra i quali anche l’attore Giuseppe Lorin.

Oubliette Magazine incontra l’attore per una breve intervista.

 

M.Z.: Che cosa ti ha spinto a diventare un attore? Che ricordi hai del tuo esordio?

Rimi Beqiri: Mi ha spinto fin da piccolo la passione per il cinema, la voglia di mettermi in gioco nell’interpretare vite e personaggi diversi. Ho mosso i primi passi nel cinema nel 2004, quando ho iniziato a frequentare un corso di recitazione alla Scuola Nazionale di Cinema Indipendente di Firenze. All’inizio c’era la paura di stare davanti ad una telecamera, poi sono arrivati i primi cortometraggi con la scuola, dopo sono iniziate ovviamente altre belle esperienze di formazione e di crescita professionale. Ma non è stato per niente rose e fiori, in mezzo a tutto questo non sono mancate le svariate difficoltà della vita. Ma il bello di una passione è quando cerchi di mandarla avanti con tutte le forze in mezzo a mille difficoltà!

 

M.Z.: Nel film Altin in the city diretto da Fabio Del Greco interpreti un aspirante scrittore albanese che si lascia travolgere dal successo, dopo essere stato scelto per un reality. Che tipo di lavoro hai fatto sul personaggio?

Altin in the city

Rimi Beqiri: Principalmente ho fatto un tipo di lavoro o meglio un tipo di riflessione interiore, tra i ricordi della mia adolescenza, la partenza dall’Albania verso l’Italia, nella speranza di trovare una vita migliore e con la testa riempita di sogni. Tutte le difficoltà di sopravvivenza che sorgono quando ti trovi in un altro paese diverso dal tuo, con un’altra cultura, insomma, ho fatto un lavoro di pensiero molto intimo, un viaggio esplorativo di vita reale. Certo il film è un’altra cosa ovviamente, è soprattutto frutto della fantasia dell’autore mescolata alla realtà, dove le varie situazioni si amplificano e diminuiscono a seconda delle circostanze per poi arrivare ad ottenere il risultato finale.

 

M.Z.: Come ti sei trovato con gli altri attori del cast, in particolare con l’attrice che interpreta Mara Le Monde, Chiara Pavoni?

Rimi Beqiri: Mi sono trovato benissimo con tutti gli attori, ma soprattutto con Chiara, che è una bravissima attrice, puntuale e disponibile nell’ organizzazione e lavorazione del film.

 

M.Z.: Nel film si affrontano diverse tematiche di impatto sociale, tu che rapporto hai con la televisione ed il mondo dello spettacolo?

Rimi Beqiri: Con la televisione ho rapporti buoni, nel senso che mi limito a vedere giusto le notizie del TG che mi interessano, cioè mi piace tenermi informato sulle notizie quotidiane, e poi seguo qualche programma politico interessante, ma diciamo in linea massima vado spesso durante la settimana a vedere film al cinema.

 

M.Z.: C’è qualcosa di te in Altin?

Rimi Beqiri

Rimi Beqiri: Penso di sì, ma non è uguale a me, ci mancherebbe, ci sono dei punti in comune, soprattutto in alcune situazioni, tipo incontri di lavoro, situazioni di difficoltà, le promesse finte… credo che a molti ragazzi di quest’epoca, sia capitato di vivere momenti complicati come quelli di Altin, chi più e chi meno.

 

M.Z.: Il film è una produzione indipendente. Secondo te come sta cambiando il cinema in Italia?

Rimi Beqiri: Credo che stia cambiando in bene, in particolare mi riferisco al cinema indipendente, dove molti giovani registi talentuosi stanno emergendo, perché la tecnologia digitale è avanzata moltissimo e oggi ti permette di ridurre i costi di una produzione e di rendere la qualità di un prodotto, professionale e piacevole, nonostante i pochi mezzi a disposizione sul set. Grazie in primis ovviamente anche alla bravura del regista, ma anche alla tecnologia avanzata, e grazie anche a quei festival e distributori che danno voce al cinema di questo tipo. Personalmente credo che sia necessario dare molta importanza inizialmente alla sceneggiatura e alla storia da narrare, descrivere bene i personaggi, e crearsi un proprio stile dove ti riconosci. Ma comunque ripeto, molti registi giovani e bravi stanno emergendo molto bene.

 

M.Z.: Progetti e ambizioni per il futuro.

Rimi Beqiri: Sì, ho altri progetti, ma diciamo ancora da definire bene, comunque sono uno che pensa positivo e spero di lavorare sempre in situazioni importanti nel futuro e di crescere sempre più professionalmente. Grazie.

 

Written by Michela Zanarella

 

 

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Intervista di Raffaele Lazzaroni al regista Michele Pastrello: vi presentiamo la sua trilogia filosofico-emozionale

Fuori è un pomeriggio uggioso, piove e tira vento; dentro il tempo assume un ritmo autonomo, di certo più incalzante e “variopinto”. Dal primo banco arrivano toast e succo al mirtillo; è l’ora della chiusura, ma la conversazione ingaggiata non ha ancora saturato le rispettive esigenze, così scegliamo un altro bar, dove ci scaldiamo con un macchiato e un cappuccino.

Michele Pastrello

Siamo il regista Michele Pastrello ed io, tête-à-tête colloquiando sulla sua attività, più o meno recente, spesso e volentieri dilungandoci in liberi reciproci ammannimenti circa l’arte cinematografica, spaziando da Béla Tarr a Bruce Beresford a Hou Hsiao-hsien, passando per alcuni filippini “dai nomi impronunciabili” fino all’estremo oriente del Far East Film Festival, Kiyoshi Kurosawa e il J-Horror di Hideo Nakata, senza trascurare nomi più noti come quelli di Woody Allen e Pedro Almodóvar, titoli attuali del calibro di “Deadpool” e “It Follows”, per approdare ad un immancabile confronto sul panorama italiano contemporaneo: Lo chiamavano Jeeg Robot” VS “L’attesa”, “Il racconto dei racconti” e “Non essere cattivo”, la “sensorialità” di Paolo Sorrentino, il (piccolo) schermo di Roberto Faenza,Indivisibili” e “Fuocoammare”.

Rilevante, anzi necessario riportare gli elementi di questo background culturale proprio perché costituiscono ottimo carburante iniettato nella vena creativa del nostro, personalità eclettica, a tratti scostante, dalle potenzialità originali, almeno in parte qui indagate. Occasione dell’incontro è il completamento della cosiddetta “trilogia filosofico-emozionale”, un breve ciclo di cortometraggi (Desktop”, 2014, “Awakenings” e “Sensorium Dei”, 2016) ideati e realizzati negli ultimi tre anni, disponibile ora sul suo canale YouTube officiale, raggiungibile anche dal sito.

Dopo aver goduto della visione del materiale, la cui elogiabile ossessione è individuabile nella cura formale, frutto di un non comune processo di astrazione come avremo a breve modo di appurare, mi è stato offerto il piacere di dialogare con un autore amichevole, franco e giovanile nel raccontarsi, al quale i nostri affezionati lettori certo, uniti al sottoscritto, augureranno una rinnovata stagione di produzioni creative.

Riporto di seguito lo specchio della persona così come ha voluto manifestarsi a me, confidando in un processo di interesse che via via proliferi in maniera sempre crescente.

 

R. L.: Da dove vieni?

Michele Pastrello

Michele Pastrello: Non ho frequentato l’università, ma vi ho lavorato come montatore, grazie anche al fatto che avessi da occuparmi di musica; ho vissuto poi una piccola esperienza al laboratorio Ipotesi Cinema fondato da Ermanno Olmi. La mia vera scuola è stata comunque la visione: guardavo moltissimi film (da “Scary Movie” a Kim Ki-duk) e, leggendo numerosi pezzi di critica, ho cominciato a osservarne la grammatica (i movimenti di macchina, le musiche, la fotografia); tentavo inoltre di impararne l’arte strutturale attraverso i software di video-montaggio.

 

R. L.: La genesi: dove trovi l’ispirazione per le tue opere?

Michele Pastrello: Ho cominciato nel 2006, ero appunto montatore. Il primo corto che ho realizzato è stato “Nella mia mente”, un thriller (il genere mi ha sempre affascinato) con attori amatoriali e un solo operatore, tutti più o meno alle prime armi; l’ho presentato al Pesaro Horror Film Fest e ha vinto subito il primo premio. Mi son detto: “forse ho delle capacità”. Da tempo ero attratto da un certo cinema horror di taglio politico che si faceva in America negli anni ’70, tipo i primi film sugli zombie di George A. Romero, quelli di Wes Craven (“Le colline hanno gli occhi”, 1977), Tobe Hooper (“Non aprite quella porta”, 1974), Larry Cohen (“Baby Killer”, 1974), i quali utilizzano spesso uno strumento che mi è sempre piaciuto, la metafora. Le mie creazioni successive sono ispirate a questo, in particolar modo “32” (2008), thriller che riflette sulla distruzione del paesaggio veneto, e “Ultracorpo” (2011), uno dei film di cui vado più fiero, perché riesce ad affrontare un argomento delicato come l’omofobia in termini abbastanza complessi, magari critici ma sempre aderenti, tanto da essere risultato non di rado contestato e allo stesso tempo il lavoro che ha riscosso il maggior consenso. Dopo “InHumane Resources” (2012) mi son dedicato alle fonti di occupazione per così dire “ufficiali” (ossia ai videoclip, specie se musicali, dei quali sono sempre stato un amante, ad opere di rinnovo visivo e grafico, prodotti “emotional commercial”, “advertising web-serie”), e pian piano son riuscito a farvi penetrare un po’ della mia poetica.

 

R. L.: Giungiamo a “Desktop”, il primo capitolo della tua trilogia.

Desktop - Viviana Leoni

Michele Pastrello: L’ho realizzato un po’ per caso: quando senti una voce dentro non la tieni a freno. Notavo che in internet cominciavano a fluire un numero sempre maggiore di video “emozionali”, microstorie che non erano esattamente dei cortometraggi intesi nel senso classico del termine, né videoclip. La maggior parte delle persone che ha visto “Desktop” vi si è affezionata: in 3 minuti e 50 secondi sono riuscito a trasmettere qualcosa di interessante dal punto di vista contenutistico, ma che non è neanche uno “sfregio” da quello del linguaggio. Incoraggiato dai followers e visitato da una certa ispirazione, ho deciso di intraprendere la via del web, nonostante la vittoria ai festival di un discreto numero di premi. Con “Awakenings (Coscienza dopo il sonno)” e “Sensorium Dei”, infatti, si chiude una trilogia esistenzialista.

Mangio un boccone…

“Desktop” è andato molto bene, si è rivelato il cortometraggio più visto del mese su Wired. Così accade: quando non me lo aspetto, mi contattano; quando punto più in alto, le cose non vanno come spererei. In principio volevo raccontare due solitudini; il fatto che poi i personaggi si incontrino è venuto dopo. Danilo Arona, scrittore e saggista, parla del “multiverso”: ci sono delle anime che, non si sa come, si sfiorano, si intercettano. Non ero disposto a edulcorare la vita montana piuttosto che quella metropolitana. È innegabile che la nostra condizione umana ci porti ad avere dei limiti, le stesse dinamiche che portano a “sopravvivere”. Volendo fuggire un atteggiamento pessimistico, ho chiuso con una nota di speranza: la possibilità di un contatto poetico, più che razionale, “ultradimensionale”. Un giorno una persona mi ha scritto che mentre io stavo male lei, senza esserne al corrente, si sentiva inquieta; un tempo in effetti eravamo stati molto vicini. Una parte di ognuno di noi sa che esiste questa dimensione. A livello di montaggio, ho cercato delle soluzioni speculari, dall’atto della vestizione all’uscita oltre le mura domestiche, lo stress metropolitano, la fatica di essere costantemente circondato dalla neve. Il problema di questi lavori è che, privi di sceneggiature dialogate come sono, mentre si gira inducono a pensare: “chissà come usciranno…”.

 

R. L.: Per quale motivo abolisci i dialoghi, perlomeno quelli verbali?

Awakenings - Alessandra Odoardi

Michele Pastrello: In molti film che mi piacciono il dialogo non è la parte fondamentale: sono affezionato più ai valori dell’immagine e della musica. Ora sto scrivendo il soggetto di un lungometraggio e non riesco ad immaginarlo per “dialoghi”. Uno dei miei i titoli preferiti, “Rambo” (1982), è quasi un film non parlato, e tuttavia possiede una forza considerevole. Credo in questo tipo di cinema, mi appartiene (e già i corti precedenti non erano ricchi di sezioni parlate); se mi chiedessero, esordendo, di girare una commedia a gag con Ficarra e Picone, credo morirei.

 

R. L.: Prima accennavi alle tue competenze musicali: hai avuto una formazione scolastica o sei un semplice amatore?

Michele Pastrello: Ho frequentato una scuola di musica, anche se non sono certo Allevi; negli ultimi corti ho preferito affidare la composizione della colonna sonora ad altri musicisti, anche se magari alcuni raccordi li curavo io stesso, perché le musiche ben si applicassero alla struttura delle sequenze. Posso dire che nei lavori più recenti la musica funge da sceneggiatura, ascoltandola prima di girare “vedo” delle immagini, percepisco delle evocazioni; poi in genere all’interno del prodotto finale essa ne esce profondamente mutata: l’unico caso in cui è rimasta intatta, sin da quando l’ho trovata in un sito che vende licenze musicali, è rappresentato da “Awakenings”.

 

R. L.: Parliamo di “Awakenings”, appunto: cosa sta a significare “Coscienza dopo il sonno”? Indica forse la nuova consapevolezza dopo un periodo di veglia in cui le azioni, ossessivamente iterate, erano di fatto come letargo?

Awakenings - Marco Tizianel

Michele Pastrello: Ti svelo un segreto: ci sarebbe una director’s cut. Dopo l’urlo conclusivo i personaggi dovevano essere ri-avvicinati nella loro realtà quotidiana: il manager, la ragazza in carrozzina, la donna delle pulizie, il morto, il quale infine nella bara avrebbe alzato il dito. Talvolta ho più fiducia in un morto che riesce a cambiare se stesso che nelle capacità di una persona vivente, e nei miei lavori se posso inserisco volentieri l’elemento fantastico, che va in questo caso dallo “zombie” alla danza. Poteva uscirne qualcosa di ridicolo, invece ho notato che nessuno ha avuto da ridire a riguardo: anche gente non abituata ai video emozionali, che si immagina solo “la giapponesina che abbraccia il cagnolino”, ha accettato di buon grado la tematica post mortem. A livello formale, “Awakenings” è il risultato di un bilanciamento calcolato: due storie normali, due storie straordinarie, il non detto, il non provato, il non vissuto, il rimpianto, tutti elementi che peraltro ho ripreso per la prima volta anche attraverso la steadycam, ruotando attorno agli attori. Quello che intendo mostrare è che non si può sempre affidarsi alla ragione, perché logicità scalza logicità; se abbiamo il coraggio di sognare, guardare oltre, possiamo trovare una motivazione per fare determinate cose. Rifletteva un poeta: “l’amore ci solleva da tutto ma non ci salva da nulla”. Quando ami non sei immortale, ma percepisci altro, ti si aprono testa e polmoni, quando arriva questa emozione, è potente.

 

R. L.: Chiude il cerchio “Sensorium Dei”. Siamo concordi nell’affermare che sia…

Michele Pastrello: …volutamente ermetico. Si tratta ancora di un’evocazione, secondo cui il tempo è un’entità impalpabile, metafisica. “Il sensorio di Dio” sarebbe “lo spazio in cui i sensi della divinità intervengono”, come diceva Isaac Newton, il quale, contraddetto successivamente da Einstein, parlava di un tempo volgare, relativo, e un tempo assoluto, che scorre ineluttabilmente, eternamente, fluidamente, sistematicamente. Il titolo mi sembrava interessante in questo verso: i mondi che vi sono rappresentati sono allegorici, distopici. Sant’Agostino diceva: “il tempo è (solo) una dimensione dell’anima”. Non voglio fare il filosofo: mi limito a dire che il corto insiste nuovamente sui limiti della condizione umana, sul nostro cercare di dare un senso alla bellezza del tempo e dello spazio (rappresentati dalla donna). Mi sono accorto che mostrandolo, diversi spettatori individuavano differenti significati, anche se tutti convenivano sulla presenza costante di una sensazione d’ineluttabilità. Perciò vorrei parlarne il meno possibile. “Sensorium Dei” è molto caotico (in confronto “Desktop” è più frou-frou): voglio asciugare ulteriormente il mio stile, lavorare di sottrazione. Ho approfondito la slow motion: il bosco, la polvere, l’uomo confuso, questa specie di divinità. All’attrice (Eleonora Panizzo) dissi di percepire il tempo, i suoi movimenti in effetti ricordano le lancette di un orologio: personalmente la vedo come un “countdown”.

 

R. L.: E di Stefano Negrelli, protagonista di questo e degli episodi precedenti, che mi dici?

Sensorium Dei - Eleonora Panizzo

Michele Pastrello: È il mio pongo, gli faccio fare qualsiasi cosa; così come Eleonora, a febbraio all’isola dei morti sul Piave (tirava un vento porco), fino alla fine non ha battuto ciglio. A lavorarci ancora ci metterei la firma. Hanno davvero fiducia in me, in uno che dice: “lei balla sul Piave e lui scava”.

Comunque volendo illuminare un po’ la questione: pensa a “Collateral” (2004) di Michael Mann, film straordinario, dove ad un certo punto alcuni coyotes attraversano la strada, e Tom Cruise e Jamie Foxx li osservano in silenzio. Il significato di ciò è inenarrabile, è un’evocazione, pura immagine. Questi sono i miei riferimenti. Anche David Lynch vive di questo. La cosa che mi piace di più di “Sensorium” è questo mondo in disfacimento, dove lui (l’uomo) è presente, così come lo è parallelamente in “altri”. Mi viene in mente l’epilogo di “Prometheus” (2012) di Ridley Scott

Elizabeth: Loro [gli alieni] ci hanno creati e poi hanno cercato di ucciderci. Hanno cambiato idea. Ho bisogno di sapere perché.

David: La risposta è irrilevante. Cambia qualcosa sapere perché hanno cambiato idea?

Elizabeth: Sì. Sì che cambia.

David: Non riesci a capire.

Elizabeth: Beh… forse perché io sono un essere umano e tu sei un robot.

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

 

 

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Intervista di Raffaele Lazzaroni al regista Marco Bonfanti ed al suo nuovo film “Bozzetto non troppo”

Nel novembre 2014, non ancora trascorsi due mesi dall’inizio del primo anno accademico al DAMS patavino, ho avuto la fortuna di partecipare ad un incontro, promosso dal corso di “History of Animation”, con il più noto regista italiano del settore, offertosi di raccontare a studenti e docenti la sua decennale esperienza.

Marco Bonfanti

Avevo a pochi metri una delle leggende che hanno segnato la mia infanzia e giovinezza: Bruno Bozzetto e il suo mondo surreale e seducente sono entrati in casa mia in due occasioni, prima attraverso un cofanetto dvd coi tre lungometraggi universalmente conosciuti (“West and Soda”, 1965, “Vip – Mio fratello superuomo”, 1968, “Allegro non troppo”, 1976) accompagnati da diversi corti di pregio, poi grazie ad un’altra compilation dedicata al suo più celebre personaggio, il Signor Rossi, protagonista dei film “Il Signor Rossi cerca la felicità” (1976), “I sogni del Signor Rossi” (1977), “Le vacanze del Signor Rossi” (1978) e di altre numerose opere di breve durata.

La mia personale esperienza conferma il suo carattere schivo, tutt’altro che autocelebrativo, la parlantina ironica, il calore paterno, tratti che emergono tutti con limpidezza nel secondo, piacevolissimo lungo documentario di Marco Bonfanti, “Bozzetto non troppo, di cui Oubliette Magazine ha già trattato in una fresca recensione.

È ora il momento di una conversazione con l’autore, generosamente prestatosi ad un soddisfacente incontro telematico, ricco di aneddoti e riflessioni sull’uomo, l’artista, la sagoma derivante, posta al centro di un contributo atteso da anni e finora largamente apprezzato.

 

R. L.: Che opinione avevi di Bruno Bozzetto prima di conoscerlo?

Marco Bonfanti: Mi aspettavo fosse un uomo pieno di fantasia, un cantastorie, una specie di bambino in un corpo di adulto, anche perché sono sempre stato un suo fan, fin da piccolo. Ricordo quando a Natale attendevo con entusiasmo i suoi film, che all’epoca venivano ancora trasmessi in televisione. Uno in particolare, “Vip – Mio Fratello Superuomo”, valeva per me come un regalo ed è a tutt’oggi il mio film d’animazione preferito.

 

R. L.: Come l’hai incontrato?

Bozzetto non troppo

Marco Bonfanti: L’ho incontrato qualche anno fa nel suo studio, proponendogli proprio “Bozzetto non troppo”. Poi il progetto si è arenato per diverso tempo, perché frattanto mi avevano proposto di partecipare a un film collettivo dal titolo “9×10 Novanta”. Dopodiché mi sono ripresentato e posso dirti che Bruno non era affatto convinto di voler realizzare un film su di lui. Credo temesse la solita intervista annichilente ed era spaventato dal fatto che il prodotto finale potesse annoiare gli spettatori. La mia fortuna è stata che nel frattempo aveva visto il mio film precedente, “L’Ultimo Pastore”, e gli era piaciuto moltissimo. C’è anche un aneddoto divertente sulla questione. Doveva andare al cinema a vederlo, ma si è presentato con un paio di settimane di anticipo e c’era un film su delle balinesi (non ho mai scoperto che film fosse). Mi ha telefonato il giorno dopo dicendomi che si era annoiato mortalmente. Poi, per fortuna, è riuscito a vederlo e mi ha fatto un disegno bellissimo che conservo ancora gelosamente appeso in casa. Grazie a “L’Ultimo Pastore” aveva capito cosa volessi fare e piano piano si è fidato di me e mi ha completamente aperto le porte della sua intimità.

 

R. L.: Com’è nata l’idea di realizzare un intero documentario su di lui?

Marco Bonfanti: Come ti dicevo, oltre al fatto di essere un suo fan, mi è parso assurdo che nessuno avesse realizzato nulla su di lui, anche se poi ho scoperto che era Bruno stesso a non dare la possibilità ai diversi registi che si erano presentati nel corso degli anni. Bozzetto è una persona molto riservata e il fatto che si sia aperto così tanto con me mi rende molto felice. Alla fine ho deciso di colmare questo strano e paradossale vuoto culturale, anche perché parliamo di un uomo che è tra i pochissimi veri italiani da esportazione, uno che è considerato tra i venti registi d’animazione più influenti di tutti i tempi. Basti dire che John Lasseter si ispira dichiaratamente a lui per i film targati Disney e Pixar, che Matt Groening dei Simpson è un suo ammiratore e che i creatori della serie de “L’Era Glaciale” hanno guardato con molta attenzione ad “Allegro non troppo”. Inoltre, con lui ho ritrovato la possibilità di mescolare il mondo del reale con il mondo della fantasia, peculiarità che sino a oggi ha caratterizzato la mia ricerca stilistica.

 

R. L.: Quanti mesi sono occorsi per ideare, girare e montare il film? Come è stata strutturata la produzione?

Marco Bonfanti: Il film è prodotto da Anna Godano, in associazione con Istituto Luce Cinecittà ed in collaborazione con Sky Arte HD. Anzi, ci tengo a ringraziarli perché hanno creduto subito nel mio progetto e mi hanno fatto lavorare senza pressioni e in totale tranquillità. Il film è stato un lampo: tra l’ideazione e la chiusura della post-produzione sono passati appena cinque mesi. Ho sempre avuto molto chiara nella mente la struttura finale del film, sia sul set dove non c’è praticamente stato spazio per l’improvvisazione, sia in montaggio e nelle fase finali. Questo ci ha permesso di essere molto rapidi e precisi. Inoltre, cosa di non poco conto, la troupe era la stessa del mio film precedente (Marco Ferri, Claudio Bagni per esempio) e questo ha aiutato moltissimo.

 

R. L.: Come definiresti il taglio stilistico attribuito a “Bozzetto non troppo”?

Bozzetto non troppo

Marco Bonfanti: Mi riesce difficile tentare di dare una definizione stilistica univoca di un mio film. Posso dirti che mi interessava creare continuità tra la vita di Bruno e la sua arte e trasformarlo così in un personaggio, anzi nel papà dei suoi leggendari cartoni animati. Volevo evitare la trappola del documentario televisivo. Al cinema si cercano emozioni, pensieri, riflessioni, sentimenti, mentre in televisione esiste solo l’informazione. Non credo molto nel documentarismo cosiddetto “vérité”, che vorrebbe essere oggettivo, ma secondo me si limita solo a cogliere l’attimo rimanendo in superficie. Credo invece che solo con la contaminazione si possa raggiungere una verità più intima, più profonda del soggetto e del suo mondo. In questo caso a Bruno il film è piaciuto moltissimo e si è interamente rivisto al suo interno; è quindi probabile che questa stilizzazione abbia funzionato sullo schermo. Poi sarà naturalmente il pubblico a decidere.

 

R. L.: Per quale motivo hai preferito concentrarti sull’autore piuttosto che sui suoi lavori? Cosa ti ha spinto a queste scelte?

Marco Bonfanti: Mi interessava cogliere l’uomo che sta dietro l’artista, ché la creazione, l’ispirazione penso discendano più da ciò che ci circonda, da dove ci muoviamo, da cosa facciamo, dalle persone con cui viviamo, piuttosto che dal lavoro effettivo. L’atto di creare è solo l’ultimo tassello di un percorso che parte dalla quotidianità. Ciò che Bozzetto ha in casa intorno a sé, nel suo studio, quello che dice in montagna, al lago, a Milano, penso conti molto di più di quello che fa davanti a un pc.

 

R. L.: Quali i sentimenti scaturiti dalla collaborazione con un maestro riconosciuto a livello internazionale?

Marco Bonfanti: Sono davvero contento della possibilità che Bruno mi ha concesso, ma soprattutto del fatto di essere diventato suo amico. Da bambino non avrei mai immaginato una cosa del genere. Mentre oggi sono qui e lo posso raccontare. È la magia del cinema.

 

R. L.: L’aspetto più divertente di quest’avventura?

Marco Bonfanti: Basta il fatto che Bruno viva con una pecora di taglia XXXL?

 

R. L.: Una considerazione: personalmente mi sono sentito invaso da un autentico stato di malinconia assistendo agli estratti animati commentati dalla colonna sonora di Danilo Caposeno…

Marco Bonfanti

Marco Bonfanti: Permettimi di dirti che per me la musica è fondamentale e l’alchimia con Danilo è pressoché totale. Lavoriamo insieme in maniera molto particolare: lui mi manda diversi pezzi prima ancora che io faccia le riprese. Io seleziono quello che credo sia giusto per il film e quando vado sul set giro avendo già in mente le sue musiche. In questo modo, in montaggio attacco le immagini a quel determinato pezzo. Lui è bravissimo. Sa cogliere gli stati emotivi dei miei lavori ancora prima che questi vengano realizzati, semplicemente mettendosi in ascolto di quanto gli comunico a parole. Lo considero una specie di co-sceneggiatore.

 

R. L.: Come hai indotto Venezia a selezionare il tuo film per il Festival?

Marco Bonfanti: I produttori l’hanno mandato al Festival e il film è stato invitato. Tutto qui. Per me è stata la seconda volta nel giro di due anni, perché c’ero già stato con il mio film “Tubiolo e la Luna”, episodio contenuto appunto in “9×10 Novanta”.

 

R. L.: Quale destino attende ora “Bozzetto non troppo”?

Marco Bonfanti: “Bozzetto non troppo” uscirà in sala il 14 ottobre e fortunatamente è molto richiesto dalle sale e dai festival. Sarà poi trasmesso da Sky Arte HD a Natale e uscirà successivamente in home video, in un cofanetto ricco di contenuti extra. Il percorso ha preso avvio con grandissimo entusiasmo da parte di critica e pubblico, quindi abbiamo molta fiducia che possa procedere bene. Mi accontenterei di avere la metà del successo avuto con “L’Ultimo Pastore”, sarebbe già moltissimo.

 

R. L.: In che rapporto ti poni con il cinema d’animazione?

Marco Bonfanti: Mi piace molto, soprattutto quello di ricerca come il cinema poetico e magico di Jurij Norštejn. Credo sia uno dei più fertili terreni di sperimentazione esistenti insieme a quello delle forme del doc, che sono oggi quelle artisticamente più coinvolgenti e accattivanti.

 

R. L.: Qualche considerazione sulle tue opere precedenti?

Marco Bonfanti: Come ti dicevo, cerco continuamente di mischiare fantasia e realtà nelle mie opere: cercare di essere semplice e immediato nel visibile, per riuscire ad essere intenso e riflessivo dietro la superficie. Parrebbe che per ora questo mio approccio funzioni. Spero perciò che questa incredibile dose di fortuna possa durare ancora per molto tempo.

 

R. L.: Hai già in lavorazione qualche altro progetto? Pensi di rimanere nell’ambito della documentaristica o rimetterai piede nel campo della fiction?

Marco Bonfanti: Sì, ho molti progetti per la testa, ma per ora non dico nulla. Non so che tipo di lavoro sarà, non mi pongo mai questi tipi di problemi, anche perché credo non esista sostanziale differenza tra documentario e finzione, almeno nel mio modo di lavorare. Per me la linea di demarcazione tra finzione e documentario non esiste, è solo una categorizzazione voluta dall’industria. È sempre Cinema e quindi attinge dalle medesime cose.

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Intervista di Alessandro Cortese a Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, registi del film “Mine”

Mine” – Quando il cinema americano lo fanno gli Italiani

 

Fabio Guaglione - Fabio Resinaro

Alcune storie hanno carattere universale, in quanto modelli che esistono da sempre. Si tratta di elementi che, nel loro insieme, non possono essere separati dall’immaginario collettivo che coinvolge tutti noi e che C.G. Jung definì Archetipi dell’Inconscio.

Solo rimanendo in ascolto è possibile continuare a sentirne l’eco e credo che compito dell’artista sia proprio questo, ascoltare, come se il cervello dei visionari sia in realtà un’antenna, con la quale intercettare esperienze e immagini provenienti da tutto ciò che ci circonda ma che resta invisibile allo sguardo razionale.

Tra gli Archetipi più noti c’è il viaggio dell’eroe che, persa la via di casa, tenta di ritornare al proprio mondo e ai propri affetti superando le difficoltà che il Caso, inevitabilmente, mette sul suo cammino per frenarlo e provarlo, così che il protagonista possa alla fine dimostrare di esser degno della ricompensa che lo aspetta.

Rientrano in questo schema Ulisse e l’Odissea o Gilgamesh e la sua Epopea, come pure Gesù Cristo con la Passione e la Resurrezione, mentre sono esempi altrettanto famosi quelli cinematografici di Luke Skywalker in Guerre Stellari, di Massimo ne Il Gladiatore o di Eric Draven ne Il Corvo: alla fine del loro viaggio, questi eroi ritornano in un modo o nell’altro alle loro case, le prove che il Destino ha deciso per loro sono state superate e potranno godere della pace che immaginiamo ci sia quando, dopo il film, la dissolvenza consegna allo spettatore i titoli di coda.

Dall’Archetipo di riferimento non si discosta neppure Mine, il film che giovedì 6 ottobre sbarcherà nei cinema di tutta Italia, colossal targato Eagle Pictures ma che dietro alla macchina da presa ha due italiani, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, coppia di autori che esattamente come l’eroe di cui raccontano il cammino, il soldato interpretato da Armie Hammer e rimasto bloccato nel deserto su una mina antiuomo, sono stati capaci di trovare la propria strada, affermandosi in qualità di registi sul palcoscenico internazionale.

 

A.C.: Cari Fabio e Fabio, io e voi abbiamo vissuto forse il più bel periodo, gli anni ’80, per vedere cinema e formarci, anni in cui il media cinematografico è stato spinto in molte direzioni e ha esplorato qualsiasi genere. Ho visto le vostre produzioni e ho avuto il piacere di conoscervi, cominciamo quindi la nostra chiacchierata con una domanda classica: chi sono Fabio Guaglione e Fabio Resinaro? Da dove venite? E quali film o registi vi hanno influenzato maggiormente?

Fabio Resinaro

Fabio Resinaro: Ci siamo conosciuti tra i banchi di una scuola superiore nella periferia di Milano, un liceo scientifico, per la precisione. Ma il banco di scuola ci stava piuttosto stretto… per questo, fin da allora, abbiamo cominciato a dedicarci allo sviluppo di un nostro immaginario, inizialmente fumetti che scrivevamo e disegnavamo durante le lezioni di matematica e latino. La passione per il cinema di genere c’è sempre stata e non appena siamo riusciti a procurarci un minimo di mezzi, una telecamera Minidv e un Pc, abbiamo subito cominciato a girare le nostre cose, influenzati da due direzioni principali, quella Americana e quella Giapponese, e come è stato per il fumetto, ora ce ne rendiamo conto, la nostra lettura del cinema di genere è una sorta di sintesi di queste due correnti, che passa però attraverso una cultura europea più umanistica. In questo senso, ci piace pensare che il genere sia uno strumento al servizio del racconto di storie che sono invece più personali e il nostro obiettivo può essere definito come la ricerca di un linguaggio pop – d’autore. Pop perché cerca di rivolgersi ad un vasto pubblico attraverso una retorica ben codificata, e d’autore perché cerchiamo di fare in modo che il cuore della nostra narrazione non sia fine a se stessa ma riflesso della nostra visione del mondo, di un qualcosa da dire.

Fabio Guaglione: È inevitabile essere influenzati da ciò di cui ci si nutre. Quindi sicuramente, ogni volta che pensiamo a un’inquadratura o a una scena, una parte del nostro cervello attinge da Spielberg o Kurosawa o Sergio Leone. Tra i registi più recenti, però, penso che quello da cui siamo stati influenzati in modo più conscio sia Christopher Nolan, soprattutto quando lavora in coppia con il fratello Jonathan.

 

A.C.: Eden, The Silver Rope, Afterville e True Love: sono i film, i vostri, che hanno portato a Mine, grande produzione internazionale distribuita in Italia da Eagle Pictures. Cosa sarebbe Mine? Davide contro Golia, con un paio di Italiani piccoli piccoli contro un mondo, quello del cinema americano, che pretende molto per premiarti? Il nostro Paese, recentemente, ha saputo dimostrare di poter fare cinema in modo diverso rispetto al passato, mi riferisco a Lo chiamavano Jeeg Robot e a Veloce come il vento, ampiamente lodati anche da voi, allora a che punto siamo? Ancora troppo simili a Davide o cominciamo a somigliare un po’ di più a Golia?

Mine

Fabio Resinaro: Innanzitutto direi che la metafora del racconto biblico probabilmente si potrebbe applicare a qualsiasi tipo di cinema; nel senso che in ogni parte del mondo, si tratti di Hollywood o di cinema d’autore iracheno, ogni volta che un autore o un regista si pone di fronte alla sfida di concretizzare la propria visione, si tratta sempre di un’impresa eccezionale, al di là del risultato. Se invece vuoi figurare il cinema americano come il gigante impossibile da battere, direi che non si tratta di una competizione: penso che le grandi produzioni Hollywoodiane possano continuare a convivere pacificamente con le produzioni più indipendenti, anche perché le grandi Major si stanno concentrando sempre più sulla produzione di colossal supereroistici o di franchise, comunque più “sicuri”, lasciando ad altri uno spazio sempre più ampio per produzioni medie, di Thriller, Horror, Sci Fi, ecc., che negli anni passati costituivano la spina dorsale del cinema internazionale.

Fabio Guaglione: Ormai le major realizzano in maniera piuttosto dichiarata dei giganteschi prodotti. I film… sono un’altra cosa e ormai sono sempre più ad appannaggio di produzioni extra-studios.

Fabio Resinaro: Riguardo l’Italia, qualcosa sta cambiando e sicuramente le novità potranno aumentare l’attenzione sul nostro cinema da parte del resto del mondo. Grazie al lavoro di Mainetti, Rovere, Sibilia e Sollima, sembra iniziato un momento molto fertile per il cinema di genere anche in Italia. In questo senso, speriamo che anche Mine aiuti a rinforzare l’idea che, ormai, anche nel nostro paese ci sono autori in grado di realizzare un prodotto quantomeno credibile e spendibile pure all’estero.

Fabio Guaglione: C’è un’aria frizzante, in Italia, e sarebbe bello dare continuità al film di genere, anche perché il pubblico sembra apprezzare. Ci sono delle realtà che stanno lavorando in questo senso e a me piacerebbe molto che tutti quanti si connettessero in una sorta di tessuto comune. Una nuova ondata.

 

A.C.: Ricordo, quando ho conosciuto Fabio [Guaglione, NdA] che, nella sua presentazione dei vostri lavori precedenti a Mine, raccontò come da subito vi siete posti l’obiettivo di darvi le competenze necessarie per avere più controllo sugli aspetti creativi nella realizzazione di un film, ad esempio saperne abbastanza sugli effetti speciali. Dietro scelte del genere, ci vedo la volontà di non essere mai semplici esecutori ma di essere sempre creatori: vi scrivete le vostre storie e le realizzate come dite voi; non è una visione un po’ totalizzante? E quanto pesa, controllare tutto?

Fabio Resinaro: Il nostro percorso è stato quello di filmmakers che si sono formati sul campo. Inizialmente si è trattato quindi di una semplice necessità: per pure questioni pratiche siamo dovuti diventare competenti in ogni fase della realizzazione di un opera audiovisiva, dalla scrittura, alla produzione, al montaggio e ai VFX.  Ma ci siamo presto resi conto che questa era anche la strada più adatta a noi che, prima di tutto, volevamo vedere realizzate le nostre storie, più che cercare di costruirci una carriera come registi. Negli anni, l’esperienza maturata si è rivelata particolarmente utile nell’ottimizzare al meglio le risorse a nostra disposizione, essendo in ogni fase consapevoli delle varie esigenze successive. È difficile per noi, ora, immaginare di lavorare in modo differente: già quando scriviamo pensiamo alla messa in scena, al montaggio e alla postproduzione; questa consapevolezza è diventata parte integrante del processo creativo.

Fabio Guaglione

Fabio Guaglione: Controllare o comunque supervisionare tutto ha un peso specifico inimmaginabile, le mie coliti confermano. Però diventa anche un modo per garantire organicità al processo e contenere le spese, e gli sprechi di energia, quanto più possibile. Il viaggio diventa assolutamente totalizzante, nel senso che il film diventa una creatura su cui si riversano tutte le proprie attenzioni ed emozioni per anni. Questo ne fa un oggetto molto carico emotivamente, che è sia una male che un bene quando si tratta di un confronto con altri collaboratori o con il pubblico. Diventa difficile scindere il lavoro dal personale, perché il film è in tutto e per tutto una parte di te, un testamento di quei tuoi anni di vita.

 

A.C.: L’incipit di Mine recita: “un soldato rimane bloccato su una mina antiuomo nel deserto, se sposta il piede salterà in aria”. Raccontato così potrebbe sembrare un film semplice, ma io vi conosco e so che dietro l’incipit ci racconterete un intero mondo. Voi siete registi colti e leggete di tutto, dalla fisica delle particelle alle straordinarie capacità di quanto può fare la mente, fino alle filosofie orientali… come mettete in ordine, tutto questo, nella vostra visione dell’Universo? E come tutto questo influenza il processo creativo per i vostri film? Non avete mai la tentazione di fare qualcosa di davvero semplice?

Fabio Resinaro: Non credo che Mine non sia semplice, anzi, spero davvero che lo sia! Però è vero che amiamo raccontare delle storie che incorporano diversi livelli di lettura… o almeno è quello che proviamo a fare (ride, NdA). Ed è anche vero che siamo particolarmente attratti dall’aspetto metafisico della realtà e forse le varie forme di narrazione, come il cinema, non sono altro che uno strumento di conoscenza, di indagine. In questo senso per noi la narrazione rappresenta un punto di vista sulla realtà che è capace di darle un senso. Siamo molto attenti ai vari aspetti archetipici della narrazione e ci prendiamo cura dei nostri lavori come se ogni singolo elemento, che sia la funzione di un personaggio o il colore di un divano, avesse un significato simbolico da veicolare, anche perché pensiamo che in questo universo sia proprio così che funzioni. In particolare, per quanto riguarda Mine, è facile cogliere una metafora universale in una storia in cui il protagonista è un uomo che si trova bloccato sul suo percorso e il suo prossimo passo potrebbe essere l’ultimo. Questo tipo di racconto allegorico è un elemento per noi imprescindibile: ad una storia avvincente si deve affiancare la possibilità di veicolare un significato. Quindi, se mi si chiede di rinunciare a questo aspetto per realizzare qualcosa di più semplice, direi proprio di no. Ma ci auguriamo anche che il nostro film sia fruibile come visione mediamente spensierata.

Fabio Guaglione: Penso che sia vero che nelle cose che facciamo proviamo a raccontare le vicende del protagonista attraverso la descrizione dei meccanismi universali. Che poi suona molto più complicato di come sia in realtà. Una volta fatto questo per 3 o 4 film… a me piacerebbe raccontare una storia che non abbia altri livelli di lettura se non quello che stai vedendo sullo schermo. Tipo una revenge story crudissima. Ma mi sembra un futuro lontano al momento.

 

A.M.: Cinema contro serie TV: come vi schierate? Non nascondo che anch’io, che il cinema l’ho amato e lo amo tanto, me ne sono allontanato senza grandi rimpianti, non solo per la mancanza di sostanza in progetti solo capaci di generare tanto hype, ma perché ho piacere di vedere un attore sviscerare il proprio personaggio sullo schermo per diverse ore, possibilità che il cinema nega con la scusa della durata commerciale. Quali sono i vincoli cinematografici, in termini di durata di un film, al quale un creativo deve sottostare? E quanto è difficile, per il creativo, dover obbedire?

Fabio Guaglione - Fabio Resinaro

Fabio Resinaro: Io resto neutrale come la Svizzera. È vero che negli ultimi anni la qualità, soprattutto della scrittura, sembra essere migrata dal grande al piccolo schermo. È vero pure che le serie TV sono sempre più “come dei lunghi film” e questo aspetto, in termini di possibilità creative e di esplorazione dei personaggi, le fa diventare progetti molto allettanti. Però io non trovo che il vincolo di durata di un film sia un limite creativo; forse si tratta semplicemente di esperienze diverse. Sarebbe come dire che in un quadro dipinto su una tela molto grande si può esprimere molta più creatività quando forse, in realtà, ci vuole solo più tempo per guardarlo tutto.

Fabio Guaglione: Sono due media diversi, così come lo sono i libri, i videogames, i fumetti… e corrispondono ad esigenze narrative e creative diverse. In un film la storia deve, auspicabilmente, trovare espressione piena nell’arco di tre atti restaurativi. Anzi, se una storia deve sottostare a dei vincoli per essere raccontata in un film, o c’è qualcosa che non va nella struttura della storia o non è una storia adatta per essere raccontata dal mezzo cinematografico. Una serie tv invece può fare dell’episodicità la sua forza, così come della fidelizzazione ai personaggi o della creazione di elementi ricorrenti, cosa sicuramente interessante. Anche la fruizione è, fortunatamente, molto diversa: l’immersione in un mondo parallelo che può dare la sala cinematografica è impareggiabile, così come unica è l’esperienza che possa dare il binge watching di una serie intera.

 

A.C.: Altra domanda classica, che in chiusura d’intervista voglio fare a entrambi: state lavorando a un fumetto e tenterete di presentarlo a Lucca 2016, ma ben sappiamo che la mente di un creativo non è mai ferma e già starete pensando ai prossimi progetti…

Fabio Guaglione e Fabio Resinaro: Ovviamente continuiamo a lavorare su diversi fronti, ma ora siamo concentratissimi sulla promozione di Mine: si tratta di un momento chiave per noi, in cui si capirà se ciò che facciamo piace e se la gente ne vorrà ancora. In quel caso… abbiamo un’idea o due su cui lavorare (ride, NdA).

 

Noi di Oubliette Magazine facciamo quindi i migliori auguri a Fabio & Fabio, in attesa che arrivi il 6 ottobre e ci si possa immergere nella sabbia del deserto insieme ad Armie Hammer, bloccati con lui e sul punto di andare in pezzi.

Ma c’è molto di più, sopra quella mina, e per scoprire le carte basterà vedere Mine.

 

Written by Alessandro Cortese

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Intervista di Irene Gianeselli al regista Francesco Ghiaccio: fare cinema con il coraggio di rischiare

Francesco Ghiaccio è diplomato in drammaturgia presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano. I suoi testi per il teatro sono stati rappresentati nei più importanti festival e teatri nazionali.

Francesco Ghiaccio

Nel 2011 ha scritto la sceneggiatura del film Cavalli, presentato alla 68ͣ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un posto sicuro è il suo primo lungometraggio. Ha fondato con Marco D’Amore  La piccola società, punto fermo per la produzione cinematografica e teatrale.

«Appena impari a riconoscere l’amianto ti accorgi che è ovunque, in provincia come nelle grandi città. Era considerato un materiale eccezionale, isolante e indistruttibile, per questo l’hanno chiamato “Eternit”. Invece non è affatto eterno, si sfibra e rilascia nell’aria dei filamenti che respiriamo. A Casale Monferrato lo sanno bene: tutto è cominciato agli inizi del ‘900 quando la fabbrica ha aperto i battenti e il sogno di un posto sicuro, ben pagato, aveva travolto tutti» scrive Francesco Ghiaccio nelle sue note di regia e continua «I cittadini di Casale hanno accolto me e Marco D’Amore per primi e poi tutta la troupe con straordinario affetto, affidandoci l’incarico di raccontare un disastro sconosciuto ai più. Sono nato a Torino ma cresciuto ad una manciata di chilometri da Casale, dove tuttora risiedo: l’esigenza di raccontare la storia di un ragazzo che deve fare i conti con la malattia del padre e dunque scopre le dimensioni del disastro, è nata da sé. È una storia che parla di rinascita, di vite che si rimettono in moto e danno un senso al proprio esistere, sullo sfondo di una città che cerca giustizia».

Francesco Ghiaccio racconta ai lettori di Oubliette Magazine come si impara a fare crescere un progetto cinematografico coraggioso e coerente come è Un posto sicuro.

 

I.G.: Ti ringrazio per la disponibilità. Prima di parlare di “Un posto sicuro”, ci racconti il tuo percorso artistico?

Francesco Ghiaccio:  Ho sempre scritto fin da ragazzino e poi ho cominciato a fare teatro alle scuole superiori, seguendo sempre di più questa passione e recitando. Ho lavorato in varie Compagnie e finalmente mi sono iscritto alla Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, seguendo il corso di drammaturgia. Lì ho conosciuto Marco D’Amore e da allora abbiamo sempre lavorato insieme, fondando una nostra Compagnia e lavorando ai nostri spettacoli che io scrivevo. Lui era in scena, faceva la regia dello spettacolo. Poi la passione per il cinema è diventata sempre più forte fino ai primi cortometraggi che dirigevo. Marco recitava e scrivevamo insieme la sceneggiatura e questa è la modalità di lavoro che che ci ha portato a fare questo film. Dopo la scuola ho iniziato a scrivere spettacoli di teatro per varie Compagnie e ho anche scritto per diversi produttori di cinema e una di queste sceneggiature è stata prodotta ormai quattro anni fa. Si intitola Cavalli, per la regia di Michele Rho ed è stato presentato alla 68ͣ  Mostra del Cinema di Venezia.

 

I.G.: Con Marco D’Amore come avete lavorato sul soggetto di “Un posto sicuro”?

Un posto sicuro

Francesco Ghiaccio: Da anni cercavo un’idea per il mio esordio alla regia e quando qualcosa mi convinceva la proponevo a Marco e cominciavamo a scrivere, però per un motivo o per l’altro queste storie si fermavano. A volte perché non trovavamo dei produttori, a volte perché non eravamo convinti noi, questa è stata la prima storia che ha saltato da sola tutti i problemi: quando non abbiamo trovato il produttore all’inizio ci siamo convinti che avremmo prodotto il film da soli e quando sentivamo che  c’erano delle difficoltà artistiche all’interno della storia riuscivamo sempre a superarle, fino a che siamo arrivati proprio al punto in cui la storia stava in piedi da sola, parlava oltre le nostre intenzioni e questo ci ha fatto capire che questo film era necessario non soltanto per noi, ma anche per tutti gli altri, perché tutte le testimonianze che abbiamo raccolto durante la ricerca erano riuscite ad entrare in una maniera tonda e compiuta all’interno del film.

 

I.G.: Nel film fondamentali sono le testimonianze dirette.

Francesco Ghiaccio: La scrittura è durata quasi due anni, perché abbiamo ascoltato un’infinità di persone: c’è stata prima una lunga ricerca su libri, articoli di giornale, però erano sempre dati, importanti in un primo momento per farci capire la vastità del problema, però la cosa fondamentale è stata incontrare i diretti protagonisti. Con loro è stato un impegno fin dal primo momento perché ognuno dava una profondità diversa alla storia, ci raccontava del proprio vissuto e ci siamo resi conto che ognuno di loro poteva essere uno dei protagonisti del film. All’inizio quando facevamo ricerca non avevamo ancora chiara in testa la storia e quindi ci siamo resi conto che costruire i personaggi era un po’ come dare dignità a tutte le cose che avevamo raccolto, perché tutti questi personaggi sono la somma di tutte quelle voci. Nella sceneggiatura abbiamo inserito battute e alcuni piccoli fatti che ci sono stati raccontati dai tanti cittadini di Casale.

 

I.G.: Quindi ogni personaggio si porta dentro altre dieci, cento, mille persone?

Francesco Ghiaccio: Sì, esattamente. E poi ovviamente la vicenda sullo sfondo è quella del processo, della rivolta della città, dei fatti che vengono raccontati,  quelle sono tutte cose vere.

 

I.G.: Molto importante nel film è la forza che il teatro trasmette.

Francesco Ghiaccio: La forza proviene da quella sensazione che si prova ad assistere tutto insieme a qualcosa che accade sulla scena, quell’effetto di catarsi nel provare tutti insieme lo stesso dolore e da lì ricominciare, che è un po’ quello che ha fatto Casale con i suoi trenta anni di lotta, è diventata città, comunità, ha condiviso quel dolore e quindi mettere in scena uno spettacolo e restituirlo alla città era proprio seguire questo percorso: condividere tutti insieme le stesse emozioni e da lì ricominciare. Ovviamente il tutto è affidato al nostro protagonista e quindi mettere in scena questo spettacolo era anche l’occasione per raccontare tutte le sue paure e le difficoltà da superare per arrivare a quella sua personale maturazione. In questo caso è sempre più difficile distinguere una recitrazione teatrale da una cinematografica quando è un attore vero a fare entrambe le cose.

 

I.G.: Marco D’Amore, infatti, in questo film è teatrale in senso assolutamente positivo, lo spettatore non osserva muoversi sullo schermo un attore che gioca a fare se stesso in un contesto straniante.

Marco D'Amore - Un posto sicuro

Francesco Ghiaccio: Infatti, il confine è talmente sottile che ormai tanti pensano che recitare al cinema sia tutto  nell’essere “spontanei”: i film improvvisati con attori improvvisati – e questi sono i film di successo purtroppo – hanno fatto pensare al pubblico che si fa così. Ricordo che c’erano momenti in cui facevo scorrere l’inquadratura da Marco ad altri attori e lì ti rendevi conto che erano entrambi fermi, non dicevano e facevano nulla, sul volto di Marco c’era l’identità del personaggio mentre magari altri non l’avrebbero mantenuta fuori dall’inquadratura. Puoi anche stare fermo di fronte alla macchina da presa, ma se dentro non hai coscienza di quello che stai facendo si vede sul tuo volto. Non significa niente essere “spontanei” quando si recita.

 

I.G.: Possiamo dire che in questo esordio ci sia già significativamente la cifra del vostro cinema?

Francesco Ghiaccio: Esatto, questo per noi è fare cinema, specialmente in relazione a questa storia. Ti dico a proposito una cosa centrale del film, che fa anche riferimento a quanto abbiamo detto.  Faccio riferimento alla scena in cui ci sono i cittadini di Casale che raccontano a Luca del loro vissuto. In mezzo a loro c’è anche Giorgio Colangeli che in montaggio abbiamo inserito per ultimo, come una sorpresa. Quando giravamo quella scena, tutta la troupe che sentiva le testimonianze era in lacrime, compreso il mio operatore seduto accanto a me, ed era una cosa straziante, e Giorgio ad ogni ciak mi chiedeva di non dire la battuta, perché, diceva «Si vedrà che io recito». Aveva paura di essere un attore di fianco a delle persone vere. Mi diceva «Rischiamo di rompere l’incantesimo». Io ero sicuro invece della battuta di Giorgio e di lui, e sapevo che avremmo fatto un salto e saremmo arrivati dove dovevamo arrivare. E infatti quando lui ha detto la battuta si sono commossi i cittadini di Casale, come se quella cosa non l’avessero mai sentita prima, come se si riconoscessero in lui come in uno specchio e in quella scena il corto circuito che genera il film (tu spettatore sai che Giorgio Colangeli è un attore) ti porta a riconoscere l’attore come un uomo di Casale.

 

I.G.: Proprio questo aspetto al limite con il neorealismo e il cinema di indagine vi lega al cinema di Rosi: avete una cifra di autentica inautenticità o  inautenticità autentica che si sta perdendo. Questi maestri hanno segnato in qualche modo la tua formazione?

Francesco Ghiaccio: Sì, assolutamente, fin da ragazzino, Le mani sulla città non finisce mai di stupire per le novità della regia, del messaggio, per gli attori, per il protagonista (che non era un attore). È fantastico quel film, Rosi è importante per tutti: un’altra cosa che ho amato è l’intervista-dialogo con Tornatore, è un volume dal titolo Io lo chiamo cinematografo.  Ricordo Il caso Mattei, Cristo si è fermato a Eboli  e tutti gli altri film incentrati sul sociale. E poi certamente Olmi per questa maniera che ha di guardare i personaggi, profondamente umana ed empatica.

 

I.G.: Come regista tendi molto a contestualizzare il personaggio. lo spazio è un altro personaggio in questo film. Come avete scelto i luoghi del film?

Francesco Ghiaccio - Un posto sicuro

Francesco Ghiaccio: Sì, certo, lo spazio è un altro personaggio. E rispetto al personaggio devo dirti che io sono un appassionato di narrazione, seguo con estrema cura i personaggi e le loro storie che generano. Per me il personaggio è sempre il suo luogo, non casca da una stella. Tutto quello che gli sta intorno, che tocca, vede, perfino i silenzi, devono essere qualcosa che lo riguarda, altrimenti è qualcosa che non c’entra con lui. I luoghi sono quelli che raccontano della vicenda di Casale, anche quando Luca cammina per la strada, è in quell’atmosfera, è nel suono di quella strada, bisogna stare con lui, e così in ogni momento del film. Per esempio, quando il protagonista torna a casa dalla festa, lui è solo, la strada è nel buio, in un colore blu violaceo che ricorda l’amianto, il resto è completamente nel silenzio. Perché appunto quello che bisogna raccontare in quel momento è un aspetto profondo del personaggio, non devo raccontare una strada, o la città, ma come lui è in rapporto con lo spazio che lo circonda. Quando ci sarà la scena della rivolta, le stesse strade avranno un colore più acceso e il suono sarà più intenso, perché la città è in strada e i personaggi hanno quindi un rapporto diverso con quello spazio. Nel dialogo al fiume, il fiume è una presenza lontana e non si sente perché i due personaggi non sono ancora pronti a tornare a quel ricordo, o ritornano in maniera superficiale, ma alla fine, quando tutto è stato affrontato, il fiume scorre e si sente impetuoso e in qualche punto lontano ricomincia la vita.   

 

I.G.: C’è una macerazione interiore di tutti i personaggi, forse la donna sembra l’unica ad avere una minima consapevolezza di sé, mentre piuttosto enigmatica è la figura del padre. Come avete lavorato con l’attore Giorgio Colangeli?

Francesco Ghiaccio: Ho voluto Giorgio da subito: l’ho incontrato e lui aveva delle perplessità rispetto alla sceneggiatura. L’ho convinto e alla fine è entrato con tutto se stesso e ha regalato tanto, soprattutto ad un esordiente come me. Ad esempio nella scena dell’ospedale è stato generosissimo, e anche quando facevamo tanti ciak inseguendo la battuta per ore, lui non si è mai lamentato di questo, non  mi ha mai detto nulla. Quando lavoro con Marco è come lavorare con me stesso, dopo tanti anni sai tutto quello che c’è da sapere e con Giorgio è accaduta la stessa cosa nonostante ci conoscessimo da molto meno tempo.

 

I.G.: Nel film è evidente un grande lavoro di squadra, una intesa profonda e un obiettivo alto che tutti insieme avete perseguito.

Francesco Ghiaccio: Nella squadra comprendo tutta la troupe, sono stati speciali, ci sono stati momenti in cui il tempo di lavoro giornaliero non ci consentiva di fare delle cose che per me erano necessarie, e allora tanti di loro saltavano la pausa pranzo senza farlo notare a nessuno, perché anche per loro il film era importante, sentivano che parlava a tanti. Durante le riprese la squadra ha vissuto a Casale e quindi tutti sentivano l’attesa per il film e si sono sentiti parte di quella realtà. Un ringraziamento speciale a Guido Michelotti, il nostro direttore della fotografia e operatore.

 

I.G.: Perché è importante fare cinema oggi e come, al di là di questo film che è già il risultato di una tua poetica personale, si dovrebbe fare cinema?

Francesco Ghiaccio: Sono domande difficili, nel senso che forse sono senza risposta, perché ognuno dovrebbe rispondere a suo modo: fare cinema per me ha senso solo se quello che fai è condivisibile, se è importante per me e se poi è importante anche per chi lo guarda, se uno riesce ad essere sincero con se stesso, va alla ricerca di cose che sono importanti per lui nel momento in cui sta raccontando quella realtà storica e di conseguenza chi la guarderà riuscirà a fare sua la storia. Questo di spettatore in spettatore. Se invece l’autore segue le limitazioni di mercato o la condizione di un produttore, ebbene, questo fa parte del mestiere, ma non è fare il cinema che noi tutti amiamo. Quindi ogni autore dovrebbe dare la sua risposta ogni volta che svolge il proprio lavoro, in quel momento.

 

I.G.: Questa è una risposta.

Francesco Ghiaccio

Francesco Ghiaccio: Era per dire che il cinema e lo spettacolo investono molteplici aspetti. Forse è impossibile e forse neppure giusto dare un perché al fare cinema: c’è chi lo fa per divertimento  o anche solo perché lo sa fare. Ci sono tanti registi che non sono narratori, ma solo dei tecnici: lo schemino per costruire una storia è facile. C’è un personaggio che ha un problema, affronta le difficoltà, trova degli aiuti, alla fine ce la fa. Così come fare la regia è una cosa che possono fare tutti: fai un totale e due primi piani e hai fatto il film, e ne vedo tanti così. Alla fine è un film pulito, educato ma non dice nulla perché non parla dell’autore che l’ha fatto e di conseguenza non parla allo spettatore.

 

I.G.: Un altro aspetto del film è il grande equilibrio fra realismo e dimensione onirica: lo avete pianificato o è avvenuto spontaneamente?

Francesco Ghiaccio: Nella sceneggiatura la scena delle palline non c’era, ma è qualcosa di talmente onirico che non riesco a dirti da dove è venuta fuori, non è una scena che porta avanti una storia, anche se dà delle informazioni importanti e dal punto di vista visivo restituisce un’emozione forte perché rende lo sterminio della città. Però quella scena nel suo significato, nella sua espressione è qualcosa di talmente assurdo che è al di fuori dal film nonostante sia dentro.

 

I.G.: Una scena che esiste al di là.

Francesco Ghiaccio: Esatto! Tu senti che una cosa è importante per te, devi correre il rischio di dirla nella maniera in cui quella cosa va detta, anche se il rischio è alto.  Altre volte l’onirico entrava nella sceneggiatura perché girando per la città, questa mi parlava, e la troupe mi seguiva: riuscivamo a fare delle cose che sembravano impossibili.

 

I.G.: Dopo questo risultato importante avete altri progetti?

Francesco Ghiaccio: Siamo al lavoro, però abbiamo abbiamo diverse storie tra le mani. Una storia in particolare che ci sta prendendo tanto, ma verrà fuori quando avrà la dignità di parlare da sola. Per ora siamo sempre pronti a presentare il film. Il 7 ottobre saremo al VII Galà del Cinema e della Fiction in Campania, il film è nella cinquina della miglior opera prima, ed il premio è intitolato proprio a Francesco Rosi. È una vera gioia.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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Intervista di Irene Gianeselli a Federico Greco e Adriano Cutraro per PIIGS: documentario che indaga i dogmi economici

Sagace ed incalzante “PIIGS” è un documentario che vede la luce dopo cinque anni di indagini sui dogmi economici che influenzano le politiche dell’Unione Europea.

Noam Chomsky PIIGS

I tre autori, Adriano Cutraro, Mirko Melchiorre e Federico Greco mostrano gli esiti delle politiche di austerity in Italia dopo avere seguito per due anni le vicende di una Cooperativa sociale di Monterotondo colpita dai tagli alla spesa sociale e costretta a chiudere licenziando cento lavoratori e privando della propria assistenza centocinquanta ragazzi disabili.

Assolutamente acuto e lucido nel montaggio, il documentario procede con eleganza dando voce a intellettuali, scrittori ed esperti di economia: Noam Chomsky (filosofo e linguista, definito dal New York Times “Probabilmente il più grande intellettuale vivente”), Yanis Varoufakis (ex ministro delle finanze greco), Stephanie Kelton (economista capo del budget del senato degli Stati Uniti e consulente economico di Bernie Sanders), Warren Mosler (economista e imprenditore), Paul De Grauwe (London School of Economics), Erri De Luca (scrittore).

Nel 2009 Adriano Cutraro e Mirko Melchiorre hanno fondato Studio Zabalik, una società di produzione con la quale hanno realizzato come autori, tra l’altro, “All’ombra del gigante”, un documentario presentato al Taormina Film Festival nel 2013, premio della critica al festival internazionale del cinema documentario “Marcellino De Baggis” e miglior opera al Gold Elephant World.

Stephanie Kelton PIIGS

Federico Greco ha esordito come autore e regista nel 1999 con “Stanley and Us”, documentario su Stanley Kubrick prodotto dalla RAI e distribuito nel mondo da RAITRADE. Dopo aver realizzato diversi documentari per la RAI, nel 2004 ha scritto e diretto il suo primo lungometraggio “Il mistero di Lovecraft”, distribuito da 01, Rarovideo e Paramount e selezionato nei più importanti festival internazionali. È regista, sceneggiatore, montatore.

Federico Greco ed Adriano Cutraro parlano del loro documentario in anteprima per i lettori di Oubliette Magazine.

 

I.G.: Come è nato il progetto PIIGS?

Adriano Cutraro: Intanto mi preme dire che questo progetto è riuscito nel miracolo di unire tre registi e credo che questo sia un evento più raro di un’eclissi lunare. Ognuno di noi ha messo da parte il proprio narcisismo artistico per dedicarsi ad un obiettivo comune che sostanzialmente era dettato dall’angoscia. L’angoscia nel vedere attorno a noi scoramento e rassegnazione per un presente fatto di continue privazioni, incertezze e un futuro che si annuncia altrettanto infausto. Solo in Italia 4,6 milioni di persone vivono in condizione di povertà assoluta e il tasso di disoccupazione giovanile ha superato il 40%, numeri da brividi. Di fronte a tutto questo ci siamo chiesti cosa potesse fare il cinema, se in qualche modo potesse contribuire a creare attenzione attorno ad uno scenario così allarmante e interrogarsi sulle cause.  Ecco, da queste riflessioni è nata l’idea di questo documentario.

 

I.G.: Quella che doveva essere un’Europa politica, nel senso etimologico, ha lasciato spazio ad un meccanismo economico che si inceppa di continuo. Cosa sta accadendo oggi all’Europa “economica” e quando è cominciato questo processo?

Erri De Luca PIIGS

Federico Greco: Il discorso è molto complesso. Da quanto ho avuto modo di capire approfondendo l’argomento negli ultimi cinque anni e parlando con gli interlocutori intervistati nel documentario, potremo sintetizzarla così: si è preferito fare prima un’unione monetaria sperando che quella politica, sociale e fiscale ne seguisse naturalmente, ma la natura di questa unione monetaria a cambio fisso (l’eurozona) ha messo nelle mani di chi aveva interesse a speculare degli straordinari strumenti di attacco allo stato sociale e di arricchimento personale. Strumenti che, inevitabilmente, sono stati utilizzati senza scrupoli. Un’altra ipotesi è che questo fosse stato previsto fin dall’inizio.

 

I.G.: Sarà possibile tornare ad una Europa “politica”?

Adriano Cutraro: Teoricamente nulla lo impedisce, ma bisognerebbe cambiare i trattati e restituire al parlamento europeo quella centralità che fino ad oggi gli è preclusa, difatti per il momento ha una funzione poco più che simbolica, e questa è una delle più gravi anomalie per un’istituzione che si definisce libera e democratica.  Credo però che lo scoglio più grande risieda nei rapporti di potere che alimentano l’Eurozona, è lì che bisogna capire se ci sia realmente la volontà di lasciare così tanto potere ai cittadini, consentimi di dubitarne. 

 

I.G.: L’economia che non funziona è solo la polvere contenuta nella bomba sociale che è già esplosa tra la generazione dello scorso ventennio e quella attuale. Eppure perché si continua a tranquillizzare i cittadini, a non informarli, a convincerli che l’Economia non rientra nelle sfere di interesse sociale?

Federico Greco: Perché, come accade sempre più o meno consapevolmente, meno i cittadini sono informati sugli argomenti che li riguardano maggiormente, meno possono combatterne le storture.

 

I.G.: La democrazia in Europa è a rischio?

Warren Mosler - PIIGS

Federico Greco: Yanis Varoufakis, nel nostro film, risponde così a questa tua precisa domanda: «In Europa non c’è un deficit di democrazia. In Europa la democrazia è zero. Un numero radicale». E lui, ex ministro delle finanze greco durante la crisi più grave della Grecia, ha assistito direttamente al funzionamento dei meccanismi “democratici” di Bruxelles.

 

I.G.: Erri De Luca interviene in maniera lucida e precisa sulla questione costituzionale. Cosa sta accadendo alla democrazia italiana?

Adriano Cutraro: Per citare Noam Chomsky oggi viviamo in una democrazia puramente formale. Abbiamo la libertà di scegliere il colore della camicia, il modello delle scarpe, è vero possiamo ancora scegliere i nostri rappresentanti politici, ma sulle questioni che davvero influenzano la nostra vita possiamo scegliere ben poco. I vincoli europei non ci consentono più di scegliere le nostre politiche economiche, e purtroppo è da queste che alcuni tra i nostri diritti fondamentali dipendono, mi riferisco soprattutto al diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione. Perché per garantire nuovi posti di lavoro, nuovi ospedali, cure mediche gratuite, mense scolastiche, sussidi universitari… ci sarebbe bisogno di una massiccia copertura finanziaria e dimmi, quante volte hai sentito dire che lo Stato non ha più soldi?

 

I.G.: In questo documentario si mettono insieme i pezzi: austerity, errori di calcolo, cooperative sociali in crisi. Che periodo storico stiamo vivendo?

PIIGS - documentario

Adriano Cutraro: Pensa che questa è la prima domanda che facemmo a Erri De Luca e allora non posso che risponderti con le sue parole, che poi ritengo siano la sintesi perfetta di questo nostro periodo storico: «Questo è un periodo in cui i diritti vengono trasformati in servizi e quando i diritti diventano servizi, succede che possono accedere ai servizi solo quelli che hanno un potere di acquisto. E quindi oggi il cittadino europeo è solamente un cliente di servizi che può permettersi o no». Ecco, ritengo che queste parole siano anche un duro e sofisticato attacco al modello sociale che troppo passivamente stiamo imparando ad accettare: quello neoliberista.

 

I.G.: Questo documentario è una sfida collettiva, il crowfounding, oltre che necessario dal punto di vista materiale, appare come la possibilità di mettere in comune la possibilità di discutere del nostro tempo e in qualche modo di partecipare alla ricerca.

Federico Greco: Sì, è uno degli aspetti del crowdfunding cui teniamo di più, in realtà. Oltre alla possibilità di aiutarci a chiudere il budget per finire il lavoro, questo strumento è sorprendentemente utile, in un caso del genere, per aiutarci a far parlare del problema. C’è un enorme deficit di dibattito pubblico sulla questione dell’austerità in Europa, e “PIIGS” vuole aiutare a colmarlo proponendo tesi diverse da quelle dell’ideologia dominante. Tesi le cui basi teoriche e scientifiche sono altrettanto valide, se non superiori, a quelle neoliberiste che stanno saccheggiando l’Europa utilizzando come strumento l’Eurozona.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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Sito Iniedgogo PIIGS

 

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Intervista di Michela Zanarella all’attore Michele D’Anca: uno dei più amati della soap “Centovetrine”

Quante volte ci è capitato di accendere il televisore e di vedere il suo volto. È uno degli attori più amati della soap “Centovetrine”, l’affascinante Sebastian Castelli, ovvero Michele D’Anca.

Michele D’Anca

Figlio di siciliani, bolognese di nascita e romano d’adozione, approda nel mondo del teatro e si diploma all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, dove apprende dai grandi maestri l’arte della recitazione.

L’incontro con Luca Ronconi è stato determinante. Da allora il suo percorso artistico e professionale è segnato da numerose partecipazioni in film, fiction e rappresentazioni teatrali di successo.

Dal suo ingresso nella soap di canale 5, continua ad essere apprezzato per quel talento che lo ha portato alla popolarità. Ma dalla sua parte ha anche una grande sensibilità che gli appartiene.

Noi di Oubliette Magazine abbiamo il piacere di incontrarlo per una breve intervista.

 

M.Z.: Michele D’Anca, ripercorrendo le tappe della sua carriera, quanto è stata importante la preparazione all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”?

Michele D’Anca: L’Accademia mi ha dato modo di entrare nel mondo della recitazione dalla porta principale e più ambita. In questa scuola di stato si è formata la stragrande maggioranza dei teatranti italiani più noti e di talento. È stata fondamentale perché mi ha fornito una preparazione totale, sia pratica che teorica e, soprattutto, mi ha dato modo di avere come maestri grandi artisti del palcoscenico come Luca Ronconi, Marisa Fabbri, Marise Flach, Angelo Corti, e tanti altri da cui ho ereditato gli insegnamenti del periodo d’oro della scuola teatrale italiana. Quello che va all’incirca dagli anni 60 agli anni 80. Ad esempio, avere la possibilità di recitare, a soli vent’anni, ne Il Sogno di Strindberg con la regia di Ronconi è stata per me un’esperienza formativa di altissimo livello artistico.

 

M.Z.: Lei è noto al pubblico per il ruolo di Sebastian Castelli in “Centovetrine”, qual è il punto di forza di questo personaggio e perché è così amato?

Centovetrine

Michele D’Anca: Penso che il punto di forza di Sebastian sia stato il suo essere un uomo senza scrupoli ma affascinante. Un uomo che lotta nel bene e nel male per ciò in cui crede, e soprattutto per i suoi affetti più cari. Un uomo che sa amare e odiare con la stessa intensità. Un altro punto di forza è stato la mia preparazione. Il duro lavoro. La cura maniacale di ogni minimo dettaglio del mio ruolo. La serietà con la quale ho affrontato lo studio e la messa in scena di questo bellissimo personaggio. C’è stata una magica compenetrazione fra il mio lavoro e quello degli autori, che si sono divertiti a sfruttare al massimo quasi tutte le mie potenzialità recitative, facendo agire il mio personaggio nelle trame più disparate e intense, affiancandolo agli attori più preparati e amati della soap. Inoltre, lavorare su Sebastian, mi ha coinvolto molto dal punto di vista emotivo e ne è uscito fuori un ruolo molto intenso e carismatico che ha saputo imporsi fra i tanti personaggi della soap fino a diventare un pilastro di Centovetrine.

 

M.Z.: La soap trasmessa su Canale 5 le ha dato molta popolarità, ma non teme che possa diventare un limite interpretare per tanto tempo lo stesso ruolo?

Michele D’Anca: Io non credo in questo limite. Il limite di diventare “facce da soap” è un limite mentale assurdo tipico di molti registi e produttori italiani. Trovo che sia un pregiudizio. Se si è bravi si è bravi e basta. Solo in Italia si pensa a questo come ad un limite. Molti film americani e inglesi sono pieni di attori che vengono dalla lunga serialità. Le serie lunghe sono una palestra formidabile per un protagonista, lo aiutano ad affinare il suo talento.

 

M.Z.: Attore, doppiatore e una grande passione, la fotografia. Per questo suo interesse concorda con quanto disse Ansel Adams, fotografo statunitense: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”?

Michele D’Anca: Sì, penso che Adams abbia ragione. E infatti, personalmente amo della fotografia gli aspetti teatrali, caravaggeschi che riesce a catturare uno scatto: Il buio e la luce, l’ombra, il colore, e soprattutto il corpo umano nella sua nuda bellezza e le espressioni dei volti. Ed essendo il teatro una parte fondamentale di me stesso è come se scattassi una mia immagine interiore. Penso che le foto siano fondamentalmente proiezioni di sé.

 

M.Z.:  Qual è il suo rapporto con la tecnologia e con i social?

Michele D’Anca

Michele D’Anca: Ottimo. Ho studiato l’html e ho progettato e creato da me il mio sito web in ogni sua parte, anche quella grafica. Curo personalmente le mie pagine Facebook personali, la Fan Page e quella relativa ai miei progetti. Sono presente su Instagram e twitter. Sui social sono molto attivo. Oggi, è indispensabile, sia per le relazioni di lavoro che per interagire col proprio pubblico.

 

M.Z.:  Veniamo alla scrittura. So che sta lavorando alla stesura di un romanzo. Che cosa l’ha portata verso questo percorso creativo?

Michele D’Anca: Il bisogno e la necessità di liberare da me le mie inquietudini più profonde, i miei drammi interiori, e in questo modo liberarmene. Poterli contemplare sulla carta e, magari, comprenderli. Scoprire quel dio che fa da trama e lega insieme certi avvenimenti fondanti della mia vita. Scorgerne il senso e il significato: conoscersi.

 

M.Z.:  Progetti per il futuro?

Michele D’Anca: In questo momento sto lavorando a una serie di progetti ideati e diretti da me, ai quali ho dato il nome di The Lizard King Project e che riguardano l’opera artistica del cantante e poeta Jim Morrison, di cui sono un profondo conoscitore e amante. Riguarderanno reading, performance in voce e in musica, spettacoli teatrali e forme di collaborazione che avranno lo scopo di divulgare gli aspetti più umani e i testi scritti dal cantante dei Doors, dei quali indagherò le dinamiche sciamaniche, rituali, teatrali e poetiche.

 

Written by Michela Zanarella