Pubblicato il

Decima edizione del Festival del Cinema Spagnolo, dal 29 maggio al 1 giugno a Treviso

È stato tempo di Far East Film Festival a Udine, è stato tempo di Future Film Festival a Bologna: da oggi lunedì 29 maggio a giovedì 1° giugno sarà la volta del Festival del Cinema Spagnolo, o per essere più precisi del Festival del Cine Español.

Festival del Cinema Spagnolo 2017

Giunto alla 10a edizione, l’evento dedicato alla settima arte ispanofona (quindi anche latinoamericana) di qualità approda per la prima volta a Treviso, dove ha sede lo storico multisala Edera, piccolo delizioso cenacolo culturale, vetrina permanente d’arte cinematografica che dal lontano 1972 è gestita con passione ed elevata competenza da Sandro e Lilli Fantoni.

Nell’anno corrente l’itinerario, perché questo focus mediatico nato e sviluppato nella capitale grazie all’Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Spagna in Italia ed EXIT media non ha tardato ad espandersi nei grandi e medi centri abitati delle altre regioni, ha preso avvio il 4 maggio per l’appunto a Roma, toccando finora le tappe costituite da Reggio Calabria (10-12 maggio) e Senigallia (27-31 maggio), attualmente stabilizzatosi in contemporanea a Trieste (29-31 maggio), Trento e contestualmente Treviso (29 maggio-1 giugno), pronto a proseguire in direzione di Napoli (5-11 giugno), Perugia (7-11 giugno), Torino (14-18 giugno), Milano (20-25 giugno) e Campobasso (5-7 luglio).

13 i lungometraggi coinvolti nella sessione veneta, fra cui anzitutto si distinguono gli acclamati “Truman – Un vero amico è per sempre” (2015) di Cesc Gay, trionfatore ai Premi Goya 2016 avendo conquistato 5 statuette “pesanti” su 6 nomination, “Il cittadino illustre” (2016) di Mariano Cohn e Gastón Duprat, in concorso all’ultimo Festival di Venezia dove il protagonista Oscar Martínez ha portato a casa la sua prima Coppa Volpi, nonché “La vita è facile ad occhi chiusi” (2013) di David Trueba, altro campione ai Goya arrivato a 6 altrettanto “pesanti” riconoscimenti su 7 candidature.

Un gradino sotto si collocano “Alamar” (2009) di Pedro González-Rubio, circolante in un pugno di sale su tutto il territorio da meno di una settimana, e senza dubbio “La notte che mia madre ammazzò mio padre” (2017) di Inés París, sdoganato il 18 maggio non molto più diffusamente.

Festival del Cinema Spagnolo 2017

Tutti gli altri titoli realizzati nel passato più o meno recente sono invece inediti in Italia, da “A cambio de nada” (2015) di Daniel Guzmán a “Todas las mujeres” (2013) di Mariano Barroso, da “La mano invisible” (2016) di David Macián a “La próxima piel” (aka “La propera pell”, 2016) di Isa Campo e Isaki Lacuesta, da “El olivo” (2016) di Icíar Bollaín a “Cerca de tu casa” (2016) di Eduard Cortés fino ad “Al final del camino” (2009) di Roberto Santiago.

Fiore all’occhiello della rassegna, l’opera più nota di un grande autore spagnolo contemporaneo come Carlos Saura, vale a dire quel “Cría cuervos…” che nel 1976 vinse il Gran Premio della Giuria a Cannes e due anni dopo entrò in cinquina ai Golden Globe come film in lingua straniera al fianco di mostri sacri del calibro di “Quell’oscuro oggetto del desiderio” firmato Luis Buñuel e “Una giornata particolare” del nostro beneamato e compianto Ettore Scola, risultato poi vincitore.

Sotto l’abile direzione di Iris Martín-Peralta e Federico Sartori, in collaborazione per la programmazione trevigiana con Giuliana Fantoni, il decimo Festival del Cinema Spagnolo avrà dunque fra i fedeli ed attivi spettatori anche noi di Oubliette Magazine, in prima linea per gustarci un nuovo palinsesto a tema che si lega coerentemente alle esplorazioni nei mondi asiatici, dell’animazione e delle nuove tecnologie registrate il mese scorso e quello attuale.

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

Pubblicato il

The Walking Dead, The Big Bang Theory, Stranger Things: le serie tv più viste in Italia

Nonostante una vita sempre più frenetica, non esiste un solo italiano che riesca a fare a meno delle serie televisive, dai grandi classici degli anni ’80-’90 fino ad arrivare alle serie di ultima generazione, comprese quelle di nicchia che non tutti ancora conoscono.

The Walking Dead

Ed il motivo è alla luce del sole: durano molto più di un film, appassionano per via di trame molto intricate e possono concedersi il lusso di tratteggiare i personaggi in un modo particolarmente approfondito ed emozionante.

Per non parlare poi dei colpi di scena, in grado di tenerci in ansia per settimane, in attesa di una nuova puntata o stagione.

Serie TV: in Italia si parla di una passione senza freni

Passione senza freni, un po’ come quella delle casalinghe di Desperate Housewives, ma anche thrilling in grado di lasciarci in tensione per giorni e giorni, proprio come accade con The Walking Dead. E poi sentimenti e amore quotidiano, come in Grey’s Anatomy, oppure tonnellate di risate, come in The Big Bang Theory.

E persino uno sguardo ai mondi sconosciuti e alla fantascienza, grazie alle tantissime serie della Marvel. Questi i motivi alla base dell’amore degli italiani per le TV series, come Games of Thrones o Westworld, oppure come Orange is the New Black e Stranger Things: in assoluto le serie più amate del 2016.

Hype ai massimi livelli: dove guardarle in anteprima?

Le serie televisive hanno un unico difetto: quando sentiamo della loro uscita negli USA, impazziamo al pensiero di dover attendere mesi per vederle anche in italiano.

Oggi, però, è molto più facile abbattere l’hype e gustarcele in contemporanea con gli Stati Uniti d’America, grazie anche ai tablet.

The Big Bang Theory – Sheldon

Come entrare in questo magico mondo, senza attendere le trasposizioni doppiate in italiano? Grazie a servizi come Mediaset Premium, che offre tantissime serie TV in anteprima, persino sottotitolate o in lingua originale, insieme ad altri vantaggi come Premium Play, dove è possibile trovare i cofanetti con tutte le stagioni delle vostre serie preferite. Così facendo, non vi farete consumare dalla curiosità e dall’attesa.

Serie TV di successo? Ecco le caratteristiche

Il mondo delle serie televisive è noto per aver generato autentiche icone della televisione, ma anche per aver causato flop inimmaginabili.

Questo perché non basta riempire di effetti speciali una serie, se poi essa non riesce a offrire qualcosa di reale, che possa permettere agli spettatori di immedesimarsi nei personaggi.

Non solo immedesimazione, comunque: il plot narrativo fa sempre la differenza, così come i colpi di scena, che devono sempre tenere sul chi vive lo spettatore.

E gli attori? Anche lì, non c’è da scherzare: servono professionisti navigati, o talenti in rampa di lancio.

 

 

Pubblicato il

Future Film Festival 2017: “Hitler’s Folly” e “Revengeance” di Bill Plympton

Quale verità si cela dietro la figura del Führer che i libri di storia non hanno mai osato rivelare e per la quale il buon vecchio Michael S. “è stato suicidato” in pieno giorno?

Hitlers Folly – Revengeance

È ciò che intende scoprire Josh, narratore principale di Hitler’s Folly”, uno dei due lungometraggi firmati da Bill Plympton ad occupare il cartellone del recentemente concluso 19esimo Future Film Festival bolognese, festival internazionale di cinema d’animazione e nuove tecnologie.

L’improbabile individuo, entrato di soppiatto nell’appartamento dell’amico defunto, mentre due nazi bussano meccanicamente alla porta analizza il contenuto di una misteriosa scatola nera, nuovo “vaso di Pandora” che, come in presenza dei disastri aerei, anche in questa circostanza costituisce l’unica fonte accreditata attraverso cui ricostruire l’ordine delle dinamiche.

Strutturata come un mockumentary breve e improvvisato, l’opera del navigato cineasta due volte candidato all’Oscar avanza una versione (non) ufficiale secondo cui all’origine dei disastri della Seconda Guerra Mondiale starebbero principalmente due fattori: il primo è l’affezione che Adolf nutriva fin da piccolo per un cucciolo di anatra, trasfigurato dopo la cottura dello stesso negli originali fumetti di “Piumino Paperino”.

Il secondo coincide col megalomane piano mediatico coincidente con la realizzazione del più grande film a disegni animati mai progettato, per il quale si sarebbero brevettate pellicole da 100 mm e proiettori di diverse tonnellate di massa, nonché impegnati per anni migliaia di artisti ed altrettanti operai nella costruzione della più imponente sala cinematografica di sempre.

Soggetto dell’epopea, il “Ring” wagneriano con protagonista per l’appunto l’amato Piumino Paperino, incarnazione inarrivabile dello status conquistato dall’entertainment cartoonistico in qualità di simulacro grazie al quale l’oppresso popolo tedesco riuscirebbe finalmente a risvegliare in sé l’assopito spirito teutonico originario.

Hitler’s Folly

Plympton rovescia e distorce l’effettualità storica a suo totale piacimento, caricaturando i nomi di Goebbels e Göring piuttosto che d’Himmler, Hindenburg, von Paulus e Speer, ma senza mancare di coinvolgere registi e produttori del calibro di Disney, Ėjzenštein, Fleischer, della Reiniger o la Riefenstahl.

Si reinterpretano campagne politiche, elezioni ed espulsioni dai piani alti, partecipazioni fondamentali alla modifica degli equilibri e degli assetti politico-militari (si segnala un’Eva Braun signora della guerra); non vengono risparmiati neppure la funzionalità dei campi di concentramento né le ragioni della sconfitta.

L’esito complessivo è tutto sommato mediocre, riesce a strappare qualche risata a motivo di alcune intuizioni fantasiose, fra cui si distinguono i siparietti dove varie personalità riprese come attraverso supporti anacronistici intendono attribuire spessore alla loro bizzarra testimonianza, cui si affiancano molte altre proposte grottescamente tiepide.

È insomma lo stesso impianto tendenzialmente ingessato a non giovare, agendo a sfavore innanzitutto di un’elaborata ricerca e del successivo riutilizzo di una gran messe di materiali video-fotografici d’archivio. Un esperimento curioso che però, meno graffiante del solito se messo a paragone con gli standard dell’autore, non lascia il segno.

La collaborazione con Jim Lujan regala un prodotto senza dubbio più godibile, come il precedente partorito nel 2016 ma diversamente da esso inserito fuori concorso: Revengeance” (letteralmente “ri-vendetta”) ruota attorno ad un occhialuto uomo di mezza età, più simile ad un ragioniere che a un cacciatore di taglie, il quale accetta al pari di altri tre candidati una missione affidatagli da un senatore palestrato in piena campagna elettorale chiamato Deathface: catturare e condurgli una ragazzina, Lana, colpevole di aver sottratto del materiale sensibile.

Revengeance

Di mezzo ci sono il deserto e la città ingannevoli, il cosiddetto club degli Imperatori dell’Entroterra, una banda di centauri sporcaccioni, un’ex strip-teaser divenuta il braccio destro del politicante, diversi emissari sempre pronti a fare a botte, una nonnina più vispa di quanto dia a vedere, un santone alla ricerca di una vittima da immolare, testimoni impasticcati, bettole ad ogni angolo ricolme della peggior feccia sdentata disposta a tutto pur di avere una birra, una donna e magari una motocicletta.

Questo il mondo in cui la coppia di directors si muove agevolmente, un dedalo coloratissimo dove predominano il cattivo gusto, il sesso sdoganato e un alto tasso di scurrilità.

L’intreccio mistery-action architettato dopotutto funziona, nonostante o proprio in virtù delle assurdità e degli eccessi costantemente rinvenibili nella trama come nei volutamente sgradevoli disegni a mano e che danno adito ad alcune dinamiche sequenze realmente esilaranti.

 

Voto a “Hitler’s Folly”

 

 

Voto a “Revengeance”

 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

 

 

Info

Sito Future Film Festival 2017

 

Pubblicato il

Future Film Festival 2017, Sezione Competition – “In This Corner of the World” di Sunao Katabuchi

Bologna. L’altro titolo di rilievo proveniente dal Sol Levante che il Future Film Festival 2017 propone accanto ad “A Silent Voice” corrisponde alla terza performance nel lungo di Sunao Katabuchi.

In This Corner of the World di Sunao Katabuchi

Dopo “Princess Arete” (2001) e “Shinko e la magia dei mille anni” (2009) è il turno della sua realizzazione maggiore, “In This Corner of the World”, recentemente vittoriosa fra gli altri su “your name.” e lo stesso “A Silent Voice” ai Premi dell’Accademia Giapponese (gli Oscar nipponici).

La lunga parabola si concentra sull’esistenza di Suzu, ragazzina di campagna data in sposa ad un giovinotto, Shūsaku, presso la cui famiglia allargata si trasferisce nella città di Kure, situata all’interno della prefettura di Hiroshima.

È il 1944 e il secondo conflitto mondiale sta mettendo a dura prova la quotidianità del popolo di “questo angolo del mondo”.

Suzu fa del suo meglio per recare vantaggio al nuovo ambiente in cui è stata posta e, mentre si dedica ai molti lavori domestici nei quali non può aiutarla la suocera acciaccata, s’appressa a divenire donna a tutti gli effetti, costretta dagl’inevitabili mutamenti storici a maturare in fretta; col tempo impara anche ad apprezzare il non sempre accessibile temperamento del consorte, impiegato full time alla marina del non lontano porto.

La tangibile densità del racconto e l’affollamento dei personaggi di cui esso si correda rischiano inizialmente di disorientare il pubblico occidentale, perlomeno sino a quando la vita della protagonista non si stabilizza osservando il nuovo ordine; successivamente si possono gradire i frutti migliori, presa confidenza con ciascuna delle figure e non più costretti a ricollocarla con qualche titubanza nel rispettivo campo d’azione, difficoltà alimentata anche da un montaggio tutt’altro che statico.

L’empatia coi volti degli sposini, i quali dimostrano una giovinezza anche maggiore di quanto loro si addica, non tarda comunque ad emergere e di lì si ha il piacere di assistere con compassionevole attrazione alla crescita interiore specialmente della fanciulla, che fin da quando abitava ad Eba, sua terra natale, ama disegnare e sognare ad occhi aperti.

Si finisce irretiti dall’innocenza ed inesperienza che la contraddistinguono, dall’umile operosità attraverso cui col passare dei mesi le diffidenze preliminari di alcuni vengono dissipate, dalla dolcezza disinteressata che, grazie ad una cura costante riversata nella sceneggiatura e rivolta ai diversissimi e molteplici pensieri da lei formulati, ne delinea un profilo amabile e del tutto credibile.

In This Corner of the World di Sunao Katabuchi

Katabuchi, e prima di lui l’autore del manga omonimo Fumiyo Kōno, inseriscono il grazioso quadretto familiare nel focoso panorama regionale, ricostruito con dovizia di dettagli inerenti le ristrettezze economiche imposte e le conseguenti strategie di risparmio attuate, nonché usando grande fedeltà alla diacronia ufficiale (da questo lato dello schermo non a caso si teme di minuto in minuto l’avvicinarsi degli sganci delle atomiche).

Nonostante l’atmosfera possa perciò legittimare un approccio angoscioso, “In This Corner of the World” non è però affatto improntato alla medesima poetica che ha dato vita, si ricorderà, a “Una tomba per le lucciole” (1988).

Il candore attraverso il quale Suzu filtra la maestosità di nuvole e cacciabombardieri contagia felicemente l’intero arco della vicenda, ravvivandone l’intrinseco sentimento di speranza che diviene autentico, gioioso modello filosofico oppositivo a qualsiasi raid aereo il nemico possa scatenare.

 

Voto al film

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

Info

Sito Future Film Festival 2017

 

Pubblicato il

Future Film Festival 2017, Sezione Competition – “Ethel & Ernest” di Roger Mainwood

Bologna. La 19esima edizione del Future Film Festival offre l’opportunità di gustare anche in Italia Ethel & Ernest”, atteso esordio nel lungo del non più giovanissimo Roger Mainwood, trasposizione dell’omonima graphic novel pubblicata nel 1998 da Raymond Briggs, accreditato per l’occasione anche in qualità di produttore esecutivo.

Ethel & Ernest di Roger Mainwood

Assai più noto in ambito anglosassone che all’estero, l’autore vinceva quasi un ventennio fa il premio riservato dai British Book Awards ai migliori libri illustrati ricostruendo efficacemente le vicende vissute dai propri genitori prima e dopo la sua venuta, da quando nel 1928 lui, lattaio, salutava lei affacciata alla finestra, massaia presso un’arcigna padrona, sino alla dipartita di entrambi avvenuta nel 1971.

Allo stesso modo il delicatissimo film confezionato dal regista assume le sembianze di una storia di vita, storia di una coppia umile e fedele peculiarmente “inglese” nelle aspirazioni come nel portamento, inserita nella temperie dell’epoca con grande affezione al realismo, sia per quanto concerne i toni della narrazione, la quale non tarda a illuminare la condizione dell’opera quale risultato diretto ed essenziale di un copione magnificamente scritto, sia in merito alla riproduzione del panorama storico.

Un capitolo di rilevanza capitale è infatti interamente occupato dagli eventi che hanno scosso il Regno Unito fra gli anni ’30, con la corsa agli armamenti in risposta all’ascesa al potere di Hitler dall’altro lato della Manica, e l’inizio degli anni ’50, con l’elezione del governo laburista e la conseguente politica dei razionamenti.

Non vengono perciò celati il terrore e il tormento causati dall’allontanamento di tutti gli infanti (compreso il piccolo Raymond), dai bombardamenti e dagli incendi, dai cumuli di cadaveri, dalla distruzione di famiglie e dimore faticosamente edificate; e tuttavia il racconto resta accessibile ad ogni fascia d’età, privo in fondo di un pubblico specifico a cui rivolgersi.

Precede e segue la parabola bellica una paziente descrizione dell’amabile carattere dei coniugi, ritratti nelle loro buffe fisse e nelle piccole crisi derivanti anche dalla condivisa mancanza di una formazione completa: sigaretta alla bocca, Ernest leggendo i quotidiani si sente coinvolto in prima persona nei dibattiti sociali pur restando comodamente seduto in casa; Ethel strappa nondimeno qualche sincero sorriso incorrendo in infondati timori al cui centro stanno l’educazione, gli usi e i costumi del figlio o piuttosto le stranezze del progresso, come l’uscita allo scoperto delle coppie omosessuali o le “gite” della NASA sulla Luna.

Ethel & Ernest di Roger Mainwood

Limpidamente metodica nella struttura formale e risoluta ad eleggere la compostezza a canone estetico e morale, la prova di Mainwood estende il proprio fascino impreziosendo lo studio descrittivo degli ambienti scenografici, entro cui si animano personaggi dai lineamenti fumettistici morbidamente fusi a saltuari movimenti tridimensionali.

Ancora, da autentico esemplare di cinema della memoria forbito come le esistenze cui si ispira, non trascura la composizione del fine corredo musicale, frutto di un riguardevole lavoro filologico che non rinuncia ad includere persino trasmissioni radiofoniche e televisive originali (ecco svelato una volta di più lo zampino d’onore della BBC, tra i finanziatori della realizzazione).

 

Voto al film

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

Info

Sito Future Film Festival 2017

 

Pubblicato il

Future Film Festival 2017: Sezione Competition – “Seoul Station” di Yeon Sang-ho

Nel 2016 Yeon Sang-ho fa il colpaccio: passa dalla tecnica attraverso cui s’è distinto, l’animazione, al live action con l’acclamato “Train to Busan”. Quello che il Future Film Festival presenta in questi giorni a Bologna è l’altro lungometraggio uscito in concomitanza al blockbuster.

Seoul Station di Yeon Sang-ho

Seoul Station” è concepito dallo stesso regista, nuovamente anche sceneggiatore, per essere il prequel dello zombie movie; è chiaro non ci ne fosse alcun bisogno di partorire una simile appendice, del tutto trascurabile da ogni punto di vista, più che mai nel bel mezzo di una promettente carriera.

Il paziente zero (o perlomeno quello presentatoci come tale) è un accattone che vive alla stazione metropolitana della capitale della Sud Corea.

Nel tentativo di salvarlo dal dissanguamento, un altro poveraccio diviene la prima vittima di una lunga serie; in breve il panico si dissemina di quartiere in quartiere, “ammattendo” chiunque si trovi nel raggio d’impatto.

Parallelamente alla gravissima diffusione del contagio, due fidanzatini vengono sfrattati dalla pensione in cui risiedevano; lui, incapace di guadagnare un singolo spicciolo, le propone di prostituirsi per racimolare il necessario a saldare i debiti.

Litigone inevitabile e i due si separano, senonché un tizio che sostiene di essere il padre della ragazza, indignato per la sorte a cui il giovane voleva consegnarla, lo acciuffa e lo costringe ad aiutarlo nella missione di salvataggio.

Questa la trama ancillare che tenta di dare una sommaria verniciata di coerenza all’ennesima trovata apocalittica senza stabili fondamenta.

Se esiste una “serie B” specifica dei cartoon, “Seoul Station” ne è un esimio esempio, costantemente ridicolo nel cercare di tenere in piedi ed intersecare i due soggetti e nell’esigere di riuscirvi sfruttando i personaggi più stupidi, volgari e frignoni disponibili nella piazza, talmente inetti da provocare un certo prurito nervoso agli spettatori stessi.

Seoul Station di Yeon Sang-ho

Condannate ad essere tratteggiate attraverso un’approssimazione per difetto nella raffinatura dei fotogrammi, le figure che si dimenano sullo schermo (con ritmo alquanto trattenuto peraltro) paiono spaventate da qualsiasi approccio logico alla situazione, sia che si sentano intimorite dall’orda obbrobriosa, sia che percepiscano come deliberazione plausibile bloccare l’avanzata della folla disperata minacciando di aprirvi contro il fuoco invece di difenderla dagli invasati.

Il sugo derivatone è un totale disastro, che priva la never ending story di qualsiasi giustificazione artistica destinandola a non si sa neppure quale pubblico, tagliati fuori i più giovani, e di certo non per l’orrore blando costituito dall’assalto dei non-morti, quanto piuttosto per le blande imprecazioni contro le negligenze del governo e l’inevitabile armamento di scurrilità mirate solo a “rinvigorire” una sceneggiatura sdirenata, e lasciati ad annoiarsi e infastidirsi (almeno così si auspica) i giovani adulti e via dicendo.

 

Voto al film

 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

Info

Sito Future Film Festival 2017

 

Pubblicato il

Future Film Festival 2017: Sezione Out of Competition – Floyd Norman: An Animated Life di Michael Fiore ed Erik Sharkey

Bologna. Future Film Festival 2017. Non sono molti i documentari cinematografici che trattano di animazione, fra i quali qualcuno magari avrà in mente “The Pixar Story” (2007): se quella presente è la maniera di colmare le lacune, si può affermare di procedere decisamente sulla buona strada.

Floyd Norman: An Animated Life

Micheal Fiore ed Erik Sharkey con “Floyd Norman: An Animated Life” allestiscono un piacevolissimo omaggio ad una delle tante figure appartenenti al sottobosco di una delle industrie cardine del secolo presente e passato. “Animatore, cantastorie, combinaguai”: è il biglietto da visita dell’uomo che più d’ogni altro giova al film, forte di una non comune prestanza scenica pur non abituato affatto a starsene sotto i riflettori.

Norman dagli albori alla contemporaneità, l’uomo e il salariato, in entrambi i casi personalità frizzante che traspare in tutta la sua genuinità, senza per questo rischiare di incorrere in mistificazioni di sorta. I ricchi aneddoti che ne disegnano il temperamento incrociano con intelligenza costante il vivace racconto cronachistico, proposto a tratti presentando diverse versioni degli stessi accadimenti.

È la voce stessa dell’artista che narra di sé e dei veri Studios, non tanto quelli splendenti e incantati di facciata, bensì all’interno delle mura vitalissimi e oberanti, nei periodi di paghe soddisfacenti e come in quelli di ristrettezza, al tempo in cui imperava Disney e nel difficile periodo successivo.

Dal ruolo di inbetweener con “La bella addormentata nel bosco” (1959), per cui Norman era incaricato di costruire i fotogrammi di passaggio fra una posa chiave e l’altra, alla promozione in vista de “Il libro della giungla” (1967), dalla collaborazione con la Hanna & Barbera all’approdo presso la Pixar, gli autori consentono l’innesto insostituibile delle coinvolgenti testimonianze degli amici collaboratori, degli estimatori, di registi, critici e amministratori vari.

Un posto d’onore spetta alle due mogli, entrambe contribuenti al delineamento del compagno più autentico: l’ex con cui egli ha avuto cinque figli, dalla quale s’è progressivamente distaccato proprio in virtù della condotta lavorativa, e l’attuale che l’ha sottratto ai dolori conseguiti al divorzio per favorirne la rinascita interiore.

Floyd Norman è divenuto nel 2007 Disney Legend distinguendosi come uno degli individui meno controversi da presentare alla candidatura: l’impegno civile messo in campo con la Vignette Productions da lui fondata, la prorompenza adottata in veste di giornalista in prima linea durante le rivolte contro le discriminazioni razziali degli anni ’60, non hanno in alcun modo inficiato l’elezione.

Floyd Norman: An Animated Life

L’energia contagiosa per la quale molti lo amano e ne vengono ispirati, oggi un po’ da vecchio scarpone (ma in originale il termine è meno gentile) ancora capace di farsi acclamare al Comic Con di San Diego, in passato da giovane di belle speranze, quindi adulto onestissimo e responsabile nei propri compiti, non accenna a svanire, permettendogli di proseguire in quel processo di creazione che non ha mai smesso di coincidere con la sua stessa esistenza.

Alla fine lo hanno capito anche agli Studios, sua seconda casa fin dal momento in cui il futuro storyboarder vi ha messo piede: da un decennio nessuno osa più sbatterlo di reparto in reparto, né tantomeno congedarlo senza troppi complimenti (il severo papà Walt l’avrebbe forse mai fatto?).

Fiore dal canto suo alimenta ulteriormente il brio diffuso lungo tutta l’estensione dell’opera chiamando animatori esordienti a dar forma alle intuizioni grafiche nate dalla mente vulcanica di Norman e inserendo i brevissimi sketch nell’economia di un montaggio brillante, esattamente ciò di cui necessitava una realizzazione su un mondo simile, contesto adatto a rendere giustizia specialmente a coloro che, dedicando la propria vita all’entertainment, ci hanno messo con lodevole perseveranza più il sudore che la faccia.

 

Voto al film

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni 

 

 

Info

Sito Future Film Festival 2017

 

Pubblicato il

Future Film Festival 2017, Sezione Competition – “La jeune fille sans mains” di Sébastien Laundebach

Per quanto ci compete in questa sede, è piacevole constatare come agli scorsi César (gli Oscar francesi) si abbia potuto registrare fra tutte le categorie una tripletta sensazionale, essendosi trovati in competizione per il premio al miglior film d’animazione autentiche meraviglie come “La mia vita da zucchina” (vincitore), “La tartaruga rossa” e “La jeune fille sans mains” (aka “The Girl Without Hands”).

The girl without hands di Sébastien Laundebach

Contestualmente presentato quest’ultimo in concorso al 19esimo Future Film Festival bolognese, a ben vedere quinto partito in diritto di sostituire “Oceania” all’ultima edizione degli Academy Awards, così da generare un agone artistico fra i migliori da quando è stata inserita la sezione dedicata (benché nonostante ciò tutti sappiamo quanto il classico Disney fosse naturaliter un prodotto assai più appetibile), l’opera prima di Sébastien Laundebach si presenta come adattamento di uno scritto dei fratelli Grimm fra i più agghiaccianti e di conseguenza meno diffusi.

Almeno sulla carta appare tale, poiché ad essere scrupolosi è bene evidenziare come chi ne risulti all’oscuro abbia la facoltà di scoprirlo solo a visione conclusa, scambiando magari quanto ha gustato per una fiaba audace e memorabile ideata da contemporanei; il che di riflesso pone l’attenzione sulla modernità straordinaria, collocata al di sopra di ogni temperie transitoria, che contraddistingue ancor oggi la coppia celeberrima di linguisti tedeschi.

Si narra di un mugnaio che durante un periodo di terribile magra s’imbatte nella foresta in un demone dalle sembianze umane, accompagnato dal fedele e inquietante alter ego in forma di maiale nero.

Questi gli propone di scambiare con infinite ricchezze ciò che sta dietro al suo mulino; credendo si riferisca al melo, unica fonte di sostentamento prossima all’inutilità in presenza di un’incessante colata d’oro, accetta di buon grado.

Purtroppo sulla chioma, al momento in cui il padre disperato stringeva il patto, si trovava anche la giovane figlia, destinata quindi allo stipulante; ma il demone chiede di più: prima di sottrarla alla famiglia e alla fiorente dimora familiare elevata attingendo al luccicante tesoro, vuole che rinunci a lavarsi fino a poterne sentire il fetore dalla distanza.

Confinata in cima alla pianta, all’amata creatura non viene risparmiata neppure la morte della madre, sbranata dagli oscuri emissari del Maligno nel tentativo di allungarle qualche alimento per contrastare l’inedia. Avendo ella pianto sulle proprie mani, contaminandole con la purezza delle lacrime, il padre per non perdere ogni cosa le recide con un’ascia.

The girl without hands di Sébastien Laundebach

La disfatta a questo punto è insostenibile: la protagonista rifugge sia il genitore che il suo abominevole creditore, dando inizio a lunghe peripezie che la porteranno a incontrare diversi artefici delle proprie fortune e sventure, nonché, molto più avanti, ad assaporare l’aroma della piena felicità.

Approcciandosi ad un soggetto così spigoloso, Laundebach non disdegna una certa crudezza nel descrivere i molti eventi che vanno a puntellarne lo sviluppo, crudezza spogliata però di qualsiasi compiacimento in ossequio verso l’essenzialità, cifra distintiva resa canone dell’intera produzione.

Estrema sobrietà nei disegni, tutti da ricondurre direttamente alla pazienza senza fine del regista, sagome trasparenti che si muovono sullo schermo anticipate o seguite dalla personale ombra-campitura, che sfruttano un dinamico avvicendarsi di pieni e vuoti e di esili linee da cui sta a noi desumere forme, moti e sentimenti.

Una sfida ardimentosa dunque, ma dall’esito eccezionalmente lusinghiero: riuscire a comunicare quanto possibile ricorrendo al meno possibile e ciononostante ornando fotogramma per fotogramma di una dignità artistica ineccepibile.

Una notevole ristrettezza caratterizza anche il linguaggio verbale, vicino nella sua pregna concisione alla tipicità delle fiabe propriamente dette e delle favole dell’antichità, richiamando i già citati César via intermedia perciò fra l’afasia de “La tartaruga rossa” e la limpidezza fanciullesca de “La mia vita da zucchina”.

The girl without hands di Sébastien Laundebach

Sintesi non è necessariamente sinonimo di livellamento narrativo, e infatti accanto ad uno storyboard mai rasente la prevedibilità (si pensi all’accostamento dei gemiti nella notte passionale e delle raffigurazioni del tremendismo bellico), non potrebbe costituire compendio più illuminato il coinvolgimento di quegli aspetti che generalmente sono i primi ad essere censurati.

La jeune fille sans mains” anche in questo non rientra affatto tra le file dell’entertainment per l’infanzia, trattando con grande candore e giustizia la natura sessuale, ma senza persino soprassedere alle funzioni corporali, a rigor di logica purtuttavia comunissime; ancora, nella ferma consapevolezza del fatto che la ragazza sia monca, l’opera tenta di circuire ogni potenziale eccesso di astrazione e nel farlo mantiene salda una forza d’impatto e una coerenza intrinseca indiscutibilmente rare.

Ultimo vanto tutt’altro che minore la prova di Olivier Mellano, autore di una colonna sonora originalissima per il costante ricorso al timbro psichedelico della chitarra elettrica, che modulato secondo schemi minimali propone un’inedita avance ad una vicenda che saremmo portati a vestire di un contegno classico, di certo non figurandoci un seppur fascinoso corredo elettronico.

 

Voto al film

 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni 

 

 

Info

Sito Future Film Festival 2017

 

Pubblicato il

Future Film Festival 2017: Sezione Out of Competition – “The Dragon Dentist” di Kazuya Tsurumaki

Bologna. Gli schermi del Future Film Festival 2017 ospitano anche lungometraggi nati per la televisione, come il recentissimo The Dragon Dentist”, ispirato al corto omonimo del 2014 e diretto da quel Kazuya Tsurumaki che in non pochi ricorderanno quale regista della celebre serie “Neon Genesis Evangelion” (1995-1996) e di 5 degli 8 film che ne son derivati.

The Dragon Dentist di Kazuya Tsurumaki

Il trattamento cui è sottoposta la materia narrativa ha in effetti un che di seriale, a partire dall’accumulo di differenti micro-plot che attorniano il soggetto principale, focalizzato sul curioso e cardinale lavoro che la giovane Nonoko svolge… in bocca ad un gigantesco drago sospeso nell’aria, più simile ad un abnorme velivolo dalle movenze meccaniche che ad una creatura leggendaria.

La pulizia dei denti infatti, la prevenzione dalla carie sempre in agguato, non mira affatto a tenere lontano il pericolo costituito da placca e tartaro, quanto a conservare il potere ineguagliabile che la bestia può scatenare in guerra.

Marcisse anche una sola zanna, il popolo sul dorso come quello ombreggiato dal ventre, se attaccati, sarebbero a un passo dalla morte.

Nanoko una mattina trova un ragazzo disteso in cima alla distesa bianca da lei solcata senza posa ogni giorno: è un “rinato”, un’anima reincarnatasi per volontà del dragone dopo aver soggiornato, sorte che accomuna tutti gli spiriti, all’interno della sacra dentatura.

Ciò significa due cose: che tutti devono aspettarsi un evento tremendo nel prossimo futuro e che Ber (questo il nome del biondino fascinoso) ha tutto il diritto di unirsi al clan dei dentisti.

E così accade, i due adolescenti adempiono l’uno accanto all’altro all’arduo compito, non impiegano molto neppure ad affezionarsi a vicenda; senonché il ragazzo, reduce nella vita precedente da un conflitto in cui è stato ucciso, non riesce ad accettare il fatto che ognuno dei tecnici iniziati, una volta superato “l’esame di ammissione”, conosca in anticipo il proprio “momento”, ossia la maniera in cui giungerà l’ora di trapassare, e come non bastasse ne accettasse passivamente il destino senza opporsi in alcun modo.

The Dragon Dentist di Kazuya Tsurumaki

Da questo segno in avanti, esposta con dovizia di dettagli la caterva di bizzarrie, il film torna sui passi con cui aveva esordito, ovvero lo scenario di battaglia dove si fronteggiano agguerriti schieramenti nemici per terra e per mare, dando vita a tradimenti e rappresaglie, dinamiche sequenze di combattimento e di inseguimento, senza scordare di concedere qualche nuovo dettaglio sull’approfondirsi dell’instabile relazione fra i freschi beniamini.

L’opera di Tsurumaki, divisa in due episodi quasi costituisse una puntata speciale di un progetto più ampio (televisivo, per l’appunto), fluisce generalmente lesta nonostante la presenza di non brevi digressioni (altro elemento che suggerisce un ampliamento possibile), inciampando man mano ci si avvicina alla chiusura in qualche eccesso inaspettato che rischia di provocare più risolini che sdegno, oltre a un’improvvisa parabola introspettiva non debitamente anticipata né contenuta, la quale per di più sfocia in un finale aperto mirato maggiormente a circuire le incoerenze della trama che a stuzzicare la curiosità verso ulteriori immaginari sviluppi.

 

Voto al film

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

Info

Sito Future Film Festival 2017

 

Pubblicato il

Future Film Festival 2017: Sezione Competition – “When Black Birds Fly” di Jimmy ScreamerClauz

Se si va alla ricerca del sito ufficiale del polivalente cineasta Jimmy ScreamerClauz (aka James Creamer), non si farà fatica a notare un elegante sottotitolo che recita “Poopshitdickfartfuck”: poche parole per essere efficacemente introdotti all’inquadramento del regista di When Black Birds Fly”, in concorso al 19esimo Future Film Festival di Bologna.

When Black Birds Fly di Jimmy ScreamerClauz

Un’opera incredibile, nel senso letterale del termine: “da non credere”. Perché riesce davvero difficile capacitarsi della venuta alla luce di un simile abominio mediatico, qualcosa che non si sarebbe dovuto mai anche solo pensare, né tantomeno finanziare.

L’estetica del film purtroppo gioca a sfavore in questo senso, per il fatto che l’unico animatore accreditato, lo stesso ScreamerClauz curatore inoltre della sceneggiatura, del montaggio, del comparto musicale e della produzione, basta a se stesso.

Algoritmi digitali in tutto simili nel risultato finale a quelli utilizzati per i videogames di oltre un ventennio fa plasmano figure obbligatoriamente deformi, incarnazione di un’allucinata volontà che respinge o, meglio ancora, corrompe i non molti richiami alla bellezza nelle sue diverse manifestazioni, ricacciata senza concessione di alcun ricorso in appello, per farne un elogio (o semmai una mera testimonianza) al nichilismo più sfrenato.

L’unica sequenza da cui si può lecitamente essere affascinati è quella dei crediti d’apertura, strutturata come fosse supportata da un consunto nastro VHS. Varcata quella soglia ci si perde nei meandri di una mente che ha scelto di servire i propositi sbagliati, mai voltandosi a mirare la devastazione seminata se non per trarne ulteriore carica depravatrice, di certo lungi dal vestire il lavoro di una qualsiasi mansione morale.

In breve ScreamerClauz immagina un paradiso distopico chiamato Heaven in cui vive un popolo fedelissimo a Caine, dittatore magnanimo che impone la propria idolatria tappezzando ogni casa e ogni angolo pubblico con dazebao che divengono vangelo in special modo per le forze dell’ordine, incaricate di impedire alcun contatto fra i purissimi sudditi e il Maligno che si cela oltre il muro.

Una coppia fra tante ottiene il permesso di adottare un “bambino anima”, battezzato Marius e cresciuto secondo i dogmi imperanti. Il ragazzino però, con la complicità della compagna di scuola Eden (altro nomen omen, è chiaro), riesce a eludere la sorveglianza attratto dai miagolii supplichevoli di un micio; di lì i due sciagurati partono per un tour rivelatore da cui non usciranno vivi.

When Black Birds Fly di Jimmy ScreamerClauz

Quale che fosse il giudizio l’autore volesse presentare al suo pubblico, la poetica adottata fallisce così miseramente da neutralizzare le non molte riflessioni plausibili, finendo per allontanare fisicamente una parte degli spettatori, nauseati dall’esondazione blasfema, gore e pornografica con cui si rappresenta un inferno coloratissimo, stridente (ma neanche troppo, vista l’incontenibile assurdità dell’universo immaginato) con il grigiore di Heaven, suscitando invece nei pervicaci traviati risa nate da cose tutt’altro che risibili.

Alla perversa oscenità cui si ricorre nel narrare qualunque aspetto di una società da odiare ad ogni livello, volendo pure esulare da una qualsivoglia lettura etica, si aggiunge il disorientamento generato da una vicenda che non ha né capo né coda, in cui ciascuna figura è un burattino insignificante emerso da una bulimia di tinte che stando a considerazioni in merito alla semplice “creatività” avrebbero potuto, da ottimo linguaggio sperimentale low budget, dare origine a un film quantomeno utile e memorabile, quando “When Black Birds Fly” è incontrovertibilmente inutile nella sua masochistica integrità e talmente inconcludente e disturbante da finire ben presto nei canali di scolo della nostra psiche.

 

Voto al film

 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

Info

Sito Future Film Festival 2017