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Queimada Grande: l’isola dei serpenti in Brasile, patria del velenosissimo ferro di lancia dorato

Se come me soffrite di ofidiofobia, ovvero la paura dei serpenti, una cosa che non dovreste mai fare è recarvi a Queimada Grande nell’oceano Atlantico, al largo delle coste del Brasile.

Queimada Grande

Tale luogo è meglio noto come “Isola dei serpenti ed è famoso per ospitare sulla sua superficie la più alta concentrazione di serpenti velenosi al mondo. Si tratta di poco più di 430.000 metri quadrati, situati a 35 km dalle coste dello stato di San Paolo.

Da foto aeree, l’sola sembra un vero e proprio paradiso terrestre – a proposito, come non notare che proprio da qui ha inizio il fatto di considerare il serpente come un essere subdolo, incarnazione del male? Un luogo verdeggiante e circondato dal mare, che l’immaginario collettivo potrebbe accomunare ad avventure in ambito letterario: quelle per esempio di Robinson Crusoe.

Niente di più sbagliato. Guai infatti a farvi naufragio, poiché, secondo studi effettuati dallo Smithsonian Institute, l’isola ospiterebbe tra i 2.000 e i 4.000 serpenti velenosi su una superficie di poco più di 4.000 metri quadrati.

A parte il fatto che io andrei in svenimento ad ogni passo, anche se fossero solo delle innocue bisce d’acqua, Snake Island” – per dare un tocco anglosassone alla questione – costituisce l’habitat naturale del Bothrops Insularis, conosciuto come ferro di lancia dorato o vipera dorata, ovvero un crotalo considerato fra i serpenti più pericolosi al mondo. Il veleno di questo rettile, di cui l’isola ha l’esclusiva, potenzialmente può uccidere un uomo in meno di un’ora, ed alimenta le leggende che si tramandano i pescatori della zona.

Queimada Grande

Al di là di storie raccapriccianti sul ritrovamento di cadaveri in vari punti dell’isola, uccisi proprio dai morsi dei serpenti, si dice che ad introdurre i rettili nel territorio siano stati i pirati, al fine di salvaguardare i loro tesori. Se così fosse, essi non sarebbero stati troppo lungimiranti, lasciatemelo dire.

Molto probabilmente, invece, Queimada Grande ha iniziato a popolarsi di esseri striscianti quando era ancora collegata alla terraferma e il livello del mare non si era ancora innalzato. Parliamo quindi di 11.000 anni fa, ed è naturale che questa specie abbia proliferato, poiché il ferro di lancia sull’isola non ha predatori naturali. Gli uccelli migratori sono gli unici animali che visitano Snake Island, ma qui i serpenti hanno imparato ad essere abili cacciatori arboricoli e a depredare i loro nidi.

Sull’isola è presente un faro, che necessita manutenzione, e quindi la marina militare brasiliana vi fa tappa annuale. Non azzardo se affermo che verrà considerato come un lavoro ad alto potenziale di rischio.

I serpenti ferro di lancia sono oggetto di studio, e il governo brasiliano cerca di controllarne gli eccessi sull’isola. Inoltre, Queimada Grande è frequentata dai bracconieri che catturano i serpenti e li vendono al mercato nero a prezzi esorbitanti.

Bothrops Insularis

Ma non tutto il male viene per nuocere, e l’insidiosa Queimada si rende in realtà preziosa per la comunità scientifica. Studi per le case farmaceutiche hanno infatti dimostrato il potenziale di questo serpente, il cui veleno sarebbe un prezioso alleato nella cura delle malattie cardiache e circolatorie.

Poiché si pensa che su questo lembo di terra si aggirino circa 5 rettili per metro quadrato, la marina brasiliana ha vietato l’accesso a tutti i civili. Oltre alla presenza dei ferro di lancia dorato, l’isola è abitata da insetti, lucertole e, come dicevamo prima, uccelli.

Ovviamente non vi è traccia di mammiferi, né di vacanze rilassanti.

Insomma, io vi ho avvertito: doveste mai capitare da queste parti, fuggite a gambe levate e senza avere alcun rimpianto. Spesso, sono proprio i luoghi in apparenza paradisiaci a rivelarsi del tutto inospitali.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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Gli aeroporti più pazzi del mondo: l’isola di Barra e l’aeroporto fantasma sulla spiaggia

Se siete amanti dei luoghi estremi ed amate arrivarci in maniera altrettanto estrema l’isola di Barra è perfetta per voi.

 

Isola di Barra Aeroporto

Siamo in Scozia, più precisamente nelle Isole Ebridi Esterne, dette anche Outer Hebrides o Western Isles. Qui si parla il gaelico scozzese e le numerose isole formano un vero e proprio arcipelago il cui nome ufficiale è Na h-Eileanan Siar.

Questo costituisce una delle 32 regioni unitarie della Scozia e tra le isole più grandi troviamo Lewis e Harris, North Uist, Benbecula, South Uist e Barra.

Visitare questi luoghi significa fare un tuffo nel passato, ritrovarsi tra paesaggi suggestivi ed ancora incontaminati. Ma può rappresentare anche un’avventura, soprattutto se vi si giunge in aereo e se la pista di atterraggio è direttamente sulla spiaggia sabbiosa. Davvero suggestiva come situazione ma se pensaste un attimo ai rischi allora probabilmente cambiereste idea.

L’aeroporto di Barra, nato nel 1936 e gestito dalla Highlands and Islands Airports Limited, è dotato di tre piste disposte a triangolo, ed è l’unico al mondo in cui gli aeromobili atterrano e decollano su una spiaggia.

Isola di Barra Aeroporto

Una delle tre piste, chiamata Traigh Mhor, finisce spesso sotto l’acqua portata dall’alta marea ed ecco che diventa inutilizzabile. Per questo motivo gli orari degli aerei subiscono modifiche in base alle stagioni e alle maree.

Non essendoci poi segnalazioni luminose sulla pista gli arrivi notturni sono proibiti; sono permessi solamente i voli notturni di emergenza ed in queste occasioni vengono poste sulla pista strisce riflettenti e veicoli sui quali sono state montate luci d’emergenza.

Qualcosa di simile accade quando le condizioni metereologiche sono sfavorevoli: se uno dei velivoli in arrivo giunge in seguito alla cancellazione delle luci di segnalazione da parte delle maree ecco che sopraggiungono vetture degli abitanti del luogo che con i loro fanali servono d’aiuto al pilota per l’atterraggio. Massima attenzione va prestata anche al momento del decollo affinché l’aereo si sollevi prima del sopraggiungere del mare.

Isola di Barra Aeroporto

Gli atterraggi e i decolli giornalieri non sono però così numerosi e gli apparecchi che giungono qui sono solitamente dei bimotori turboelica plurimpiego, utilizzati in genere come aerei da trasporto e aeroambulanza. In ogni caso durante gli orari in cui non sono previsti arrivi né partenze la spiaggia è frequentata da numerose persone e pare inoltre che questo spettacolo unico al mondo sia divenuto meta di turismo, fatto che non entusiasma la popolazione locale, la quale chiede l’eliminazione dell’aeroporto, anche per un discorso relativo all’inquinamento portato da questi grossi mezzi di trasporto. L’alternativa sarebbe arrivare qui con pullman o mezzi simili impiegando però molto più tempo.

Dall’altra parte però vi è anche la consapevolezza che il turismo sia un’importante fonte di sostentamento di queste isole e prendere una decisione che renda tutti soddisfatti non sarà per nulla semplice.

 

Written by Rebecca Mais

 

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Dieci anni dopo: ancora vivo il ricordo del terribile Tsunami che ha investito l’Asia nel 2004

Sono trascorsi 10 anni da quel terribile maremoto che, nel giorno di Santo Stefano, colpì l’Asia, ma le terribili immagini di devastazione sono tuttora davanti ai nostri occhi.

Tsunami in Asia - 2004

Il 26 dicembre 2004, il terzo terremoto più potente mai registrato uccise 230 mila persone in 14 paesi affacciati sull’Oceano Indiano.

Fu una catastrofe dagli effetti devastanti, che vide l’isola di Sumatra la zona più colpita, perché più vicina all’epicentro del terremoto.

Dal sisma si sprigionarono onde alte 20 metri che investirono la provincia di Aceh, provocando 18 mila vittime. Da lì, il maremoto che si propagò, raggiunse la Thailandia e poi l’India; Sri Lanka e Maldive, fino a farsi sentire anche lungo la costa orientale dell’Africa.

Il livello del mare, innalzato dalla terribile onda d’urto, penetrò fino a quasi 10 km nell’entroterra e travolse, con la sua potenza, qualunque cosa incontrasse sul suo cammino.

Fra le vittime, anche numerosi italiani, andati a trascorrere il Natale in quei Paesi, veri e propri “paradisi terrestri” e mete turistiche ambite.

A distanza di un decennio da quel terribile evento, di cui parlarono i media di tutto il mondo, mandando in onda i filmati della devastazione, le aree colpite sono state ristrutturate.

Tsunami in Asia - cerimonia

La cerimonia dedita a celebrare l’anniversario della tragedia, offre l’occasione per riuscire a fare il punto sui nuovi sistemi di sicurezza applicati. Lo scopo è quello di evitare che simili catastrofi tornino a colpire l’umanità.

All’indomani del maremoto, 500 organizzazioni non governative si impegnarono in un gigantesco piano di ristrutturazione, sostenuto da aiuti complessivi per una cifra di 14 miliardi di dollari. Le case sono state ricostruite, salvo quelle aventi lo scopo di mantenere vivo il ricordo delle vittime.

Fra questi “simboli” della forza distruttrice della natura, vi è il relitto della nave a Banda Aceh, capoluogo della provincia di Aceh, nell’isola indonesiana di Sumatra: un’imbarcazione dal peso di 2.600 tonnellate, che è stata trascinata a oltre due km dal litorale.

Nell’eventualità che un episodio così intenso possa tornare a verificarsi, le autorità locali hanno messo in atto delle misure di sicurezza. Sono stati effettuati interventi per migliorare le vie di fuga; pianificate piantagioni di mangrovie volte a frenare l’impatto delle onde; creati rifugi d’emergenza e ideato un sistema coordinato di allarme che si avvale di boe, collocate nell’Oceano Indiano.

Tsunami in Asia 2004

Tali accorgimenti però preoccupano gli esperti, perché mai testati in situazione di emergenza. Inoltre, nell’aprile 2012, quando un violento terremoto scosse il fondale marino in un punto vicino a quello del 2004, il sistema acustico che avrebbe dovuto dare l’allarme lungo la costa fallì miseramente, rimanendo silente.

Il decimo anniversario di quella che è considerata la più grave catastrofe naturale dell’era moderna sarà celebrato nel sud-est asiatico, con una serie di cerimonie volte ad onorare le vittime. Il 25 e il 26 dicembre, a Banda Aceh saranno commemorate le catastrofi più importanti con una celebrazione chiamata “Costruiamo una migliore Aceh con il cuore”, alle quali parteciperanno i rappresentanti diplomatici di 53 paesi.

Nella moschea Baiturrhman è prevista a Natale una preghiera collettiva, seguita da una visita alle fosse comuni. Il giorno di Santo Stefano altri eventi riguarderanno il “Museo dello Tsunami”, costruito nel centro della città. Anche a Phuket e Khao Lak, due  delle zone thailandesi più colpite, sono previste delle cerimonie per ricordare la tragedia.

Anche in un periodo di festa, il nostro pensiero va a queste popolazioni così duramente colpite, nella speranza che esse possano davvero risollevarsi. E a tutte le vittime, di qualunque nazionalità o razza, che nessuno ha mai dimenticato.

 

Written by Cristina Biolcati

 

http://youtu.be/qhjhTOkWeX0

 

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L’olio di palma: grassi saturi e deforestazione selvaggia della foresta pluviale asiatica

Numerosi siti Internet presentano informazioni sull’olio di palma, ormai adoperato ovunque, nell’alimentazione ma non solo, discussioni sui pro e i contro e proteste nei confronti delle marche che l’adoperano. Ma in quanti sono a conoscenza dei danni sull’ecosistema che l’utilizzo dell’olio di palma provoca?

Innanzitutto vediamo quali sono i pro e quali i contro, in ambito nutrizionale, di questo olio. La principale caratteristica negativa dell’olio di palma consiste nel suo elevato contenuto di grassi saturi. Questi fanno sì che l’olio risulti semi-solido a temperatura ambiente mentre si liquefà completamente ad alte temperature.

Ne abbiamo un esempio con la Nutella: molti di voi avranno probabilmente trovato in rete quel video in cui si sperimentava la reazione della nota crema di nocciola spalmabile che lasciata al sole si liquefaceva quasi totalmente conservando una piccola parte, l’effettiva crema di nocciola, nel fondo.

Ma questo non è l’unico prodotto contenente olio di palma: provate a controllare gli ingredienti di ciò che acquistate quotidianamente, lo troverete in biscotti, merendine, sfoglie per la preparazione di torte salate, in alcuni tipi di margarina, cibo per animali e tanto altro. Per non parlare poi dei cosmetici, delle candele, dei detersivi e dei carburanti, i quali per legge devono contenere una parte di bio-carburante. E non fatevi ingannare dalla dicitura oli o grassi vegetali, si tratta sempre di olio di palma.

Parlando della salute delle persone pare che gli acidi grassi saturi contenuti nell’olio di palma possano portare problemi a livello cardiovascolare ma le quantità assunte dovrebbero essere molto elevate, tanto che ad essere più dannosi sono certamente i grassi contenuti nelle carni, anche queste da assumere con cautela.

Negli ultimi dieci anni l’utilizzo nel mondo di questo olio è raddoppiato ed in un primo momento questo è stato introdotto in sostituzione degli oli idrogenati. Sostituirlo con altri tipi di olio pare non sia semplice. L’Italia importa ogni anno circa 200.000 tonnellate di olio di palma e l’80% di queste vengono adoperate nell’industria agroalimentare.

Probabilmente molti di voi erano già a conoscenza di queste informazioni ma vi siete mai chiesti dove questo olio venga prodotto e se eventualmente vi siano danni nel nostro ecosistema?

Cominciamo col dire che quasi il totale delle piantagioni di palme da olio, pianta originaria dell’Africa Occidentale, si trovano nel Sud-Est Asiatico, in particolare Indonesia e Malesia. L’Asia è il principale consumatore di questa sostanza. La richiesta dell’olio ottenuto dai frutti di questo vegetale è quotidianamente in crescita e gli spazi per la coltivazione non sono sufficienti. Per questo motivo ogni ora viene rasa al suolo un’area che potrebbe contenere 300 campi di calcio. Si tratta della foresta pluviale, uno degli ecosistemi più importanti e ricchi del nostro pianeta che ospita oltre 23.000 specie vegetali e ben 300.000 specie animali.

La situazione è allarmante, si stima che, di questo passo, entro il 2022, tra soli 8 anni, solo il 2% di questa foresta sarà ancora presente. Di conseguenza scompariranno con essa tutte le specie animali che l’abitano ed in particolare sono a rischio estinzione l’orso malese, la tigre di Sumatra, l’orango del Borneo, la scimmia nasica , il leopardo nebuloso, l’elefante pigmeo e il rinoceronte di Sumatra.

Per fare un esempio concreto negli ultimi venti anni sono morti circa 50.000 esemplari di orango, uno degli animali più importanti per la foresta poiché responsabile della diffusione dei semi al suo interno. Per i coltivatori di palma da olio l’orango del Borneo rappresenta una minaccia in quanto tenta di cibarsi delle sue foglie, così questi mammiferi vengono uccisi in modo diretto o durante la deforestazione, vengono rivenduti clandestinamente come animali domestici o ancora vengono allontanati ponendo ai confini della coltivazioni dei cadaveri che facciano loro capire che in quella zona c’è un pericolo.

Ora penserete che il miglior modo di agire contro tutto questo sia il non utilizzare i prodotti contenenti questo olio ma non è così. Prima di tutto sarebbe sufficiente che i coltivatori adoperassero delle tecniche meno invasive e più controllate che scongiurassero quindi gli incendi inutili e l’accesso facilitato ad ogni zona della foresta da parte dei bracconieri.

Ciò che invece possiamo fare tutti noi è diventare dei consumatori etici scegliendo solamente prodotti contenenti olio di palma sostenibile. Una parte dell’olio di palma infatti è olio certificato in quanto rispettoso di determinati standard richiesti perché venga definito tale. Sono numerosi ormai i marchi che hanno deciso di eliminare dai propri ingredienti l’olio di palma, come l’IKEA o di eliminare l’olio di palma non sostenibile, come la Ferrero, l’Unilever, la Mars, la P&G e altri.

Non tutti si sono adeguati e sono tanti i consumatori che con mail invocano un cambiamento in chi ancora non l’ha compiuto. Greenpeace e WWF sono tra i principali sostenitori dell’azione contro la distruzione delle foreste asiatiche e anche l’Unione Europea ha soppesato a dovere il problema imponendo a tutti i produttori di alimentari chiarezza nelle etichette relativamente all’utilizzo del tanto discusso olio di palma.

 

Written by Rebecca Mais

 

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Sito GreenPeace

 

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I mangiatori di uomini: i due leoni di Tsavo in Kenya e lo squalo del New Jersey

Ci sono animali che, nel corso della storia, si sono guadagnati l’appellativo di “mangiatori di uomini”, per una particolare attitudine a predare l’uomo, sostituendo la loro dieta abituale con carne umana. Nella moderna società è stata concessa maggiore attenzione al regno animale, insieme ad un superiore rispetto.

Grazie ai movimenti animalisti, che si sono battuti affinché leggi crudeli venissero abrogate, anche la psicologia animale è stata “scandagliata”. Ecco perché oggi siamo consapevoli del fatto che se un animale esula dal suo comportamento abituale, iniziando a reiterare nefandezze, è sicuramente vittima di un disagio.

Detto questo, non possiamo ignorare che vi siano stati cruenti episodi di cui è rimasta memoria, primo fra tutti il caso dei leoni assassini di Tsavo, in Kenya. Queste belve antropofaghe sono state uccise ed imbalsamate e infine esibite come trofeo al Field Museum of Natural History di Chicago.

La vicenda è balzata agli onori delle cronache in seguito al film di Stephen Hopkins del 1996 “Spiriti nelle tenebre”, dal soprannome che la gente del luogo aveva dato a questi felini. Tale film, è tratto dal romanzo del colonnello John Henry Patterson, basato a sua volta su un episodio realmente accaduto. Chi non ricorda uno strepitoso Val Kilmer, nel ruolo del colonnello, e un bizzarro quanto affascinante Michael Douglas nella parte del cacciatore incaricato di uccidere le belve?

Per quasi tutto l’anno 1898, sulle sponde del fiume Tsavo, il terrore si diffuse negli accampamenti dei lavoratori. L’Imperial British East Africa Company aveva iniziato la costruzione di un ponte sul fiume che, attraverso la nuova ferrovia, avrebbe unito il porto di Mombasa all’entroterra ugandese. Probabilmente i leoni di Tsavo, due maschi, erano fratelli e divennero noti perché seminarono il panico tra gli operai addetti alla costruzione della linea ferroviaria. Nel giro di nove mesi, questi leoni assassini avrebbero ucciso addirittura 135 esseri umani.

Il mistero su questo accadimento che, come abbiamo detto, è stato ampiamente documentato, sta nella discordanza sul numero di vittime. Una diversa fonte le ridurrebbe a 28, cosicché si sarebbero consolidate due verità alternative. Quella della Società propensa a “minimizzare”, e quella di Patterson che invece, ha mirato all’esagerazione. Due opzioni comprensibili e legittime.

Ma poiché la verità sta sempre nel mezzo, è stata ipotizzata una terza versione dei fatti, che si è potuta ricostruire grazie alle analisi effettuate sui corpi stessi dei due killer. Un team di ricercatori dell’Università della California, analizzando collagene e peli dei felini, è giunta alla conclusione che in realtà gli esseri umani ingeriti furono 35, quindi 7 in più rispetto a quelli denunciati dalla versione ufficiale. La maggior parte venne divorata da uno solo dei due leoni, mentre l’altro ne ingerì in numero minore, nutrendosi in buona parte di erbivori.

L’antropofagia rimane un fenomeno raro, poiché gli esseri umani sono solo in apparenza inermi, quindi un predatore ne trarrebbe sempre un qualche tipo di punizione. Non bisogna dimenticare però che gigantesche e feroci belve carnivore hanno da sempre condiviso lo spazio con gli esseri umani. Di tanto in tanto un mostruoso carnivoro emergeva come una fatalità a uccidere e cibarsi di uomini. Una iattura incombente, come oggi potrebbero essere considerati gli incidenti stradali. Una delle prime forme di consapevolezza umana fu proprio la percezione di essere “pura e semplice carne”.

I colpi di fucile del colonnello inglese Patterson, grande cacciatore, misero fine alla vita dei due leoni di Tsavo nel 1898, e con essi anche all’incubo vissuto in quel periodo.

Ma il terrore può venire anche dall’acqua. Quando un pesce “impazzisce”, abbandonando le profondità del mare e mettendosi ad agire fuori dagli schemi.

Tra il 1 e il 12 luglio 1916 si verificò sulle coste del New Jersey una serie di attacchi di squalo. Per la precisione, cinque, in cui quattro persone persero la vita ed una rimase ferita. Come successe nel film di Spielberg, “Lo squalo”, tali eventi diedero inizio ad una vera e propria caccia al killer. Si pensa che a colpire più volte i bagnanti a pochi metri dalla riva, sia stato uno squalo bianco lungo poco più di due metri, nel cui stomaco, al momento dell’uccisione, furono ritrovati resti umani.

Tale squalo, nel suo girovagare, avrebbe finito col risalire l’estuario del fiume Matawan, mietendo vittime, fra cui un bambino. Vi è un dibattito aperto fra gli studiosi circa la sua specie, e sulla vicenda sono stati creati anche numerosi documentari. In quell’estate vi fu un’insolita ondata di caldo e, in seguito ad un’epidemia di poliomelite, furono in molti a raggiungere le spiagge. Con la cattura dello squalo bianco, di fatto, gli attacchi terminarono, ma molte sono le perplessità rimaste.

Fu davvero un “bianco” a creare un tale misfatto? La potenza dei morsi e le modalità con cui  avvennero gli attacchi in mare, porterebbero ad affermare di sì. Gli attacchi che si verificarono nel fiume, invece, fanno piuttosto pensare ad uno squalo toro, oppure ad uno squalo leuca. Tali animali, si avventurano spesso in acque a bassa salinità, dove pare addirittura che si riproducano. Al contrario, difficilmente uno squalo bianco entrerebbe in acqua dolce, condannando se stesso a morte certa. Si giunse così alla conclusione che, gli squali a seminare il terrore sulle afose spiagge del New Jersey in quei giorni di luglio del 1916, fossero due.

Leoni e squali, animali che pongono l’uomo di fronte all’ancestrale paura di essere divorato vivo. Nonostante egli non sia considerato una loro abituale fonte di cibo, vi è sempre il rischio di trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Forze di una natura avversa, contro la quale possiamo fare ben poco.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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Brasile, l’altra faccia del mondiale: favelas, turismo sessuale, indios sfrattati e denigrati, deforestazione

«O Brasil, ame-o ou deixe-o.» Il Brasile, amalo o lascialo. (Jorge Amado)

 

Nell’immaginario collettivo il Brasile è un Paese nel quale le persone ballano, cantano, giocano a calcio e si divertono tutto il giorno, ma nella realtà non è esattamente così. Certamente queste attività fanno parte della cultura brasiliana ma di problemi da affrontare quotidianamente ne hanno a sufficienza e l’arrivo dei mondiali ne ha portato ulteriori.

Si sa, quando in uno Stato vengono ospitati eventi importanti come i mondiali di calcio tutta la popolazione viene, volontariamente o meno, coinvolta. Ed i costi di questi avvenimenti si riversano su chi paga le tasse e su chi preferirebbe che i soldi dello Stato venissero adoperati per il benessere dei meno abbienti.

Pare infatti che questo mondiale di calcio sia il più costoso della storia e a pagarlo non sono altro che i cittadini brasiliani. Le cifre spese non sono note ma è certo che è stata spesa una cifra tre volte superiore a quanto era stato redatto nel 2007 e che le spese affrontate non verranno superate dai guadagni.

Pare che attraverso la Coppa del Mondo il Brasile volesse dimostrare di essere una potenza internazionale ed è vero che negli ultimi dieci anni circa il Brasile ha subito una notevole crescita ed una riduzione della povertà. Ma non è abbastanza.

Troppe persone abitano ancora nelle favelas, le immense baraccopoli situate ai margini delle città, la sanità è un problema e non ancora un diritto, l’acqua non è a disposizione di tutti e il Paese conta milioni di analfabeti. Gli ospedali sono troppo spesso troppo lontani da chi ne necessità ed è paradossale osservare che al posto delle strutture sanitarie siano state costruite imponenti strutture sportive dove verranno giocate partite di calcio da giocatori pagati milioni d’euro l’anno.

Non c’è quindi da sorprendersi per le numerose manifestazioni che in questi giorni si stanno verificando in tutto lo Stato. La protesta più rappresentativa di questo malcontento è stato lo sciopero dei lavoratori della metro di San Paolo che ha causato un ingorgo di ben 209 chilometri.

È paradossale inoltre scoprire che questo mondiale sarà anche il più tecnologico di tutti i tempi. La copertura media è ampissima così come l’alta definizione adoperata in ogni campo. Inoltre ci saranno delle telecamere particolari che monitoreranno i cosiddetti “goal fantasma” grazie alle quali ogni arbitro, con il supporter di uno smartwatch che indosserà al polso, potrà immediatamente avere il responso tecnologico in caso di azioni dubbiose. Tutto ciò mentre milioni di persone muoiono di fame o vivono nelle strade prostituendosi.

Va infatti ricordato che uno dei principali motivi per i quali gli italiani, ma non solo, visitano il Brasile, è il turismo sessuale.

Un noto programma sportivo televisivo alcuni giorni fa mostrava come in attesa dell’inizio del campionato di calcio le prostitute brasiliane venissero istruite affinché acquisissero un adeguato vocabolario multilingue composto da termini sessuali adeguati al loro mestiere.

E quando gli stessi giornalisti occupatisi dell’inchiesta hanno sondato la conoscenza di lingue straniere da parte delle stesse prostitute si sono resi conto di come la lingua più conosciuta oltre a quella madre fosse non l’inglese ma l’italiano.

La tratta delle donne, dei bambini, e degli esseri umani in genere è ancora molto, troppo, ampio in Brasile. Cominciato con l’occupazione del territorio da parte degli europei non si è mai fermato.

Sembra che ogni anno oltre settantamila donne si trovino coinvolte in traffici che vanno dal commercio di organi allo sfruttamento della manodopera. Per non parlare poi delle donne che, passando per l’Amazzonia prima, per il Venezuela e il Suriname poi, vengono smistate per partire verso l’Europa occidentale.

Ma non è tutto. Come dimenticare i “povos indígenas brasileiros”, i popoli indigeni del Brasile, gli indios, i veri abitanti del Brasile. I loro diritti sono stati violati, numerosi di loro sono stati sfrattati per far posto agli stadi e quotidianamente tanti di loro rimangono senza casa e soprattutto senza terra.

Prima dell’arrivo degli europei in questi territori si potevano contare oltre cinque milioni di indios, oggi ne sono rimasti solamente duecentomila circa. La crescita economica del Paese non ha fatto conto con i diritti delle popolazioni originari e sembra aver completamente scordato le proprie origini. Ma cosa si può pretendere da una presidentessa di origini bulgare che ha sempre fatto la bella vita tra case di lusso e collegi importanti.

Last but not least, anziché sfruttare in modo positivo l’Amazzonia, il polmone verde del mondo, il governo brasiliano ha preferito ferirla, indebolirla, con la deforestazione, con lo sfruttamento selvaggio delle risorse idriche, con lo sfratto di chi sapeva come comportarsi all’interno di quell’intricato e prezioso ecosistema.

Per dare un’idea concreta del danneggiamento, negli ultimi trent’anni sono stati rasi al suolo settecentocinquantamila chilometri quadrati di Foresta Amazzonica, una superficie corrispondente a due volte e mezzo quella dell’Italia.

Sarebbe bello se prima di ogni partita si parlasse di questi problemi. Alla maggior parte delle persone ben poco importerebbe ma ci sarebbe certamente una parte di esse che colpiti sarebbero portati ad informarsi maggiormente e magari a rispettare un po’ di più l’ambiente in cui viviamo.

Senza la Foresta Amazzonica neppure il resto del mondo esisterebbe, chissà se prima o poi ci si renderà realmente conto della gravità della situazione.

 

Written by Rebecca Mais

 

 

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Jonathan, la tartaruga gigante delle Seychelles: probabilmente l’animale più vecchio della Terra

Jonathan è una tartaruga gigante delle Seychelles che vive nella residenza del governatore dell’isola di Sant’Elena. Avrebbe ben 182 anni e potrebbe quindi essere la creatura più vecchia della Terra.

Purtroppo l’animale è cieco a causa della cataratta, ma in compenso conserva ancora un buon udito e una grande vitalità.

L’isola è una colonia britannica e, a ben guardare, il rettile ha assistito all’incoronazione di ben otto monarchi, da Giorgio IV alla regina Elisabetta II; e al susseguirsi di almeno 50 premier.

Jonathan rappresenta da anni l’attrazione del luogo e vive esattamente nella “Plantation House”, la residenza del governatore dell’isola.

Recentemente sono state scoperte delle foto scattate tra il 1899 e il 1902, in seguito al ritrovamento in un bidone delle spazzatura dell’Hampshire, di un vecchio album fotografico.

L’album apparteneva ad un fotografo che viveva sull’isola e presenta immagini di tre tartarughe giganti, una delle quali è Jonathan, di circa 50 anni, portate dalle Seychelles sull’isola come animali ornamentali.

L’unico sopravvissuto del terzetto è Jonathan, condotto sull’isola di Sant’Elena nel 1882 e appartenente alla razza Dipsochelys Hololossa, ovvero la tartaruga gigante delle Seychelles, nell’oceano Indiano, che in natura si è estinta nella metà dell’Ottocento.

Escluso il caso di Jonathan, l’unica specie di tartaruga gigante dell’oceano Indiano tutt’ora presente, è il tipo Aldabra, di cui ne sopravvivono 100 mila esemplari.

Nonostante la veneranda età, le fonti locali riferiscono che la tartaruga si accoppia regolarmente con le tre femmine, molto più giovani, che popolano oggi l’isola: Emma, Fredriche e Myrtle. Al gruppetto appartengono anche due giovani maschi, David e Speedy. Gli esemplari maschi di questa specie possono raggiungere circa i 120 cm e pesare anche 250 kg. Le femmine sono in genere più piccole.

Vivono in zone umide e ricche di boschi, con la presenza di numerose pozze d’acqua in cui amano immergersi per rinfrescarsi. La specie è prevalentemente erbivora e raggiunge la maturità sessuale a circa 20 anni.

Depongono le uova una volta ogni due anni. Le tartarughe giganti sono animali molto longevi. Per esempio, Timothy aveva 160 anni quando è morto. È stato la mascotte di tre navi della Marina di Sua Maestà, la Queen, la Princess Charlotte e la Nankin.

Nel 1929 fu deciso che era arrivato il momento che Timothy si accoppiasse e in quell’occasione si scoprì che era una femmina. La tartaruga Adwaitya, in lingua bengali “l’unica” aveva 250 anni quando è morta, nel 2006, in uno zoo di Calcutta.

I riflettori ora sono tutti puntati su Jonathan, che ormai abbiamo imparato a considerare come un pezzo della nostra storia, e al quale auguriamo una vita lunga e felice.

 

Written by Cristina Biolcati

 

 

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Le maccalube di Caltanissetta: piccoli vulcani che eruttano fango

Oggi vorrei parlarvi delle maccalube di Caltanissetta, suggestive sorgenti idroargillose che introducono al vasto e curioso paesaggio di Sicilia ed alimentano fantasie popolari.

Dall’arabo “maqlùb”, terra che si rivolta, costituiscono un chiaro esempio del raro fenomeno geologico chiamato vulcanesimo sedimentario. Sono dette anche “vulcanelli”, poiché i coni d’argilla che si formano sulla superficie sembrano dei veri e propri vulcani in miniatura e la fanghiglia ricorda la lava.

Si trovano a circa 5 km ad est del centro abitato di Caltanissetta in località Terrapelata (quartiere Santa Barbara) che deve il proprio nome all’aspetto “brullo” della terra, che si configura appunto “pelata”.

Si tratta di eruzioni più o meno violente di fango frammisto a varie tipologie di gas, quali idrocarburi, ossigeno, azoto, acido carbonico e idrogeno. Causa principale del fenomeno è il processo chimico che genera masse di gas in profondità, dando origine a queste manifestazioni eruttive.

Dal suolo fuoriesce fanghiglia argillosa che lentamente si deposita, formando piccoli coni di fango che in seguito si ingrandiscono. Quando la forza eruttiva non riesce più ad espellere il materiale liquido del sottosuolo, il processo si sposta in un altro punto. I coni infatti si formano e svaniscono in continuazione.

Nel 2002 e nel 2008 le maccalube o “vulcanelli” di Terrapelata sono stati al centro di un fenomeno abbastanza esteso che ha prodotto profonde fenditure nel terreno e la formazione di una vasta collina, a seguito di forti esplosioni con riversamenti di enormi quantità di argilla e fango.

La zona dei “vulcanelli” si trova nelle immediate vicinanze della Riserva di Capodarso e Valle dell’Imera meridionale, proprio in mezzo alle famose miniere di zolfo di Caltanissetta. L’area è brulla, con colori che vanno dal biancastro al grigio scuro e lo scenario sembra uscito da un film apocalittico; con una serie di piccoli vulcani di fango alti intorno al metro, protagonisti del vulcanesimo sedimentario. Il fenomeno è legato alla presenza di terreni argillosi poco consistenti, intercalati da livelli di acqua salmastra che sovrastano bolle di gas metano sottoposto a una certa pressione.

Il gas, attraverso le discontinuità del terreno, affiora in superficie, trascinando con sé sedimenti argillosi ed acqua leggermente salata a temperature comprese tra i 20 ed i 25 gradi centigradi, che danno luogo a un cono di fango la cui sommità è del tutto simile a un cratere di vulcano.

La consistenza dei fanghi argillosi è a volte talmente liquida da non permettere la formazione di veri e propri coni vulcanici. Altre volte il fenomeno assume addirittura carattere esplosivo, con espulsione di materiale argilloso misto a gas e acqua, causa di vere e proprie eruzioni.

L’area riveste anche notevole interesse botanico per la presenza di vegetazione di tipo alofilo (organismi adatti a livelli di salinità piuttosto elevati), costituita principalmente da Lygeum Spartum. Inoltre è luogo adatto alla crescita del Limonio di calcara, che vegeta sulle argille umide ricche di sale.

Una curiosità: i crateri dei “vulcanelli” sono in prossimità di centri urbani. Quando le eruzioni diventano esplosive alcune strade si deformano e qualche manufatto cade a terra. Lo strano fenomeno è comune anche ad Aragona, in provincia di Agrigento e in Emilia Romagna, a Nirano. Aree con caratteristiche uniche che potrebbero essere trasformate in riserva naturalistica e fungere da richiamo turistico come fonte di sviluppo.

 

Written by Cristina Biolcati

 

 

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Scoperto in Amazzonia un nuovo esemplare di anfibio somigliante ad un organo genitale maschile

Non si tratta di un film a luci rosse corredato dagli effetti speciali più sfacciati, e tantomeno di una visione vietata ai minori, anche se così potrebbe sembrare.

Stiamo parlando di una scoperta scientifica che richiede tutta la nostra serietà, anche se a prima vista l’occhio potrebbe cadere in inganno. Si tratta dell’ultima specie animale scoperta in Amazzonia, che ha colorazione e morfologia simili ad un organo genitale maschile.

È per la precisione un anfibio, lungo circa 30 cm, anche se il suo aspetto è tutt’altro che attraente, così come il nome che gli è stato assegnato. Tale nuovo animale, prima sconosciuto, è stato chiamato “serpente-pene”, e come poter obiettare?

La sventurata creatura è stata scoperta lo scorso anno da un team di tecnici intenti ad esaminare una centrale idroelettrica di un fiume in Amazzonia, affluente del Rio delle Amazzoni, da sempre una vera e propria miniera d’oro per chi va in cerca di nuove specie. La categoria esatta alla quale appartiene è ancora sconosciuta, ma si pensa possa essere imparentato con le salamandre e le rane, una specie di Atretochoana Eiselti, anche se studi più approfonditi sono necessari per poter determinare una classificazione certa.

Sembra un serpente privo di occhi, oppure un pene di dimensioni abnormi, ancora più inquietante se, fra le due cose, viene creato un connubio. Vive sul fondale del fiume Madeira, nello stato settentrionale di Rodonia, in Brasile. Lo scorso novembre sono stati rinvenuti a sguazzare nel fango 6 di questi esemplari da un’equipe di biologi della compagnia Santo Antonio Energy.

Julian Tupan, capo del team di ricercatori, ci spiega: “Uno è morto, tre li abbiamo lasciati di nuovo liberi, mentre altri 2 li terremo per studiarli”.

In nome della scienza dunque, si è compiuto il sacrificio. Dopo le dovute analisi di laboratorio, le foto del serpente-pene sono apparse sul britannico The Sun, che ha diffuso la notizia. Da studi effettuati sembrerebbe che questo animale respiri attraverso la pelle e si nutra di piccoli pesci e vermi.

Non si sarebbe rivelato pericoloso né aggressivo. Sebbene avvenuta un po’ di tempo fa, si tratta di una scoperta straordinaria che certifica quanto ancora ci sia da sapere sul nostro Pianeta. L’Amazzonia ospita una grande quantità di piante e animali, di cui l’uomo non conosce praticamente nulla. E il serpente-pene ne è la prova.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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Scoperto in Canada un nuovo giacimento di fossili: specie sconosciute risalenti al periodo Cambriano

Il paradiso dei paleontologi esiste e si trova in Canada. Nell’area denominata “Argillite di Burgess”, ovvero un giacimento straordinario di fossili risalenti al Cambriano medio, un’epoca delle scale dei tempi geologici di 500 milioni di anni fa.

La notizia informa che al già cospicuo numero di ritrovamenti del sito, si aggiunge una nuova area scoperta recentemente dagli studiosi. Il rinvenimento è avvenuto nel 2012, ma è stato descritto in maniera dettagliata proprio in questi giorni, in un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Comunication”.

Ci troviamo nel Parco Nazionale di Kootenay, situato nelle Montagne Rocciose Canadesi, precisamente della Columbia Britannica. In seguito a ritrovamenti di fossili nel vicino Marble Canyon, alcuni paleontologi canadesi del Museo Reale dell’Ontario, guidati dal dottor Jean- Bernard Caron, avevano organizzato una spedizione nell’area insieme ai colleghi dell’Università di Toronto e della Svezia.

La spedizione ha avuto luogo nell’estate del 2012, ed ha dato subito i suoi frutti. Pezzi di roccia staccatisi dalle montagne e analizzati dagli studiosi, hanno rivelato l’abbondante presenza di fossili. Si tratta di ritrovamenti straordinari, soprattutto perché possono aiutare gli scienziati a comprendere l’evoluzione della vita, nel periodo del Cambriano.

Quest’ultimo è stato eccezionale dal punto di vista dello sviluppo della vita sulla terra, grazie all’enorme quantità di specie emerse, ma breve dal punto di vista geologico. Un periodo difficile, dove i fossili risultano pochi e le tracce limitate. Ci troviamo davanti un vero e proprio “zoo” di antichissimi fossili.

Tra le circa 50 specie trovate, tutte marine e alcune sconosciute, ci sono antropodi di un gruppo che esiste ancora e di cui fanno parte i ragni, i crostacei e insetti. Molte di quelle scoperte sono tra le prime forme di vita dotate di copertura rigida. Uno scheletro esterno che le proteggeva dai nemici o consentiva loro di aggredire altre specie.

È nel Cambriano che nascono forme di vita “complessa”, rimaste pressoché immutate fino ad oggi. La scoperta chiarirà come funzionassero gli ecosistemi di allora, quanti fossero i predatori e le prede, e farà luce soprattutto sul motivo per cui ebbe luogo questa “esplosione cambriana”.

Si pensa alla chimica degli oceani che cambiò completamente e consentì agli animali di accumulare calcio per le corazze. Oppure all’aumento dell’ossigeno nelle acque che accelerò il metabolismo di tutte le specie, permettendo loro di costruirsi una protezione.

Alcune specie rinvenute nel parco Nazionale di Kootenay erano state trovate nel sito cinese di Chengjing, i cui fossili sono circa 10 milioni di anni più vecchi. Questo fa comprendere quanto la distribuzione degli animali del Cambriano e la loro longevità siano stati elementi sottostimati.

Il dottor Jean- Bernard Caron ha annunciato una nuova spedizione per la prossima estate, in cerca di altri fossili. Importanti informazioni verranno quindi rivelate su un periodo fondamentale della storia della vita sulla Terra. Per fare un paragone, nel sito originale nel Parco Nazionale di Yoho, sono state trovate circa 200 specie animali nell’arco di un secolo.

Nel giro di 15 giorni a Kootenay gli scienziati hanno trovato esemplari appartenenti a oltre 50 specie animali del periodo Cambriano, di cui alcune sconosciute. Questo spiega l’importanza del ritrovamento, senza bisogno di aggiungere altro.

 

Written by Cristina Biolcati