Pubblicato il

Sardegna da scoprire: la Reggia Nuragica di Santu Antine ed il Nuraghe Oes

La prima volta che lo vidi puzzavo ancora di uniforme.

Avevo iniziato a studiare da comandante di esseri umani, senza alcuna voglia di farlo ma nella convinzione che in un mondo dove o si comanda o si ubbidisce fosse meglio comandare.

Nuraghe Santu Antine – Sardegna

Ma questo mio non troppo entusiasmante impegno non mi levava la voglia di continuare a studiare e, sopratutto, a cercare, esplorare, visitare gli oggetti dei miei studi.

In quanti cunicoli mi sono infilato? Non lo so, quante città antiche, in Italia, in Europa ed in Africa ho visitato? Tante e di ognuna conservo un ricordo, un odore, lo scorcio di qualche rovina, o la nenia di qualche guida a ricordarmele.

Ma quella prima volta fu memorabile.

Avevo la mia prisca automobile, comprata coi primi, sudati guadagni e, al fianco, la mia fidanzata, quella che poi sarebbe diventata mia moglie. Eravamo in vacanza in Sardegna, come sempre, appena potevo e, quell’anno, decidemmo di esplorare i posti che ci incuriosivano di più.

Cosa mai può incuriosire un giovane se non il nome evocativo di “Valle dei Nuraghi”?

Prendo macchina, fidanzata, imprescindibile pila e bottiglia d’acqua e via, si parte. Determinato e deciso, cambio strada almeno tre volte, vuoi perderti Ittireddu, il suo vulcano, i resti del ponte romano e i mille affioramenti archeologici che caratterizzano il territorio di quel piccolo paese? Non sia mai.

Meno male partimmo presto. Del resto solo con la luce dell’alba puoi distinguere certe sfumature, colori diversi sul terreno, indici di rovine sepolte sotto la verde erbetta che le pecore brucano.

Comunque sia, tra una sosta e l’altra, arrivammo alla Reggia Nuragica di Santu AntinePreciso, non era come oggi, con la cooperativa a guidare i turisti, con gli ingressi sbarrati da cancelli e catene.

Nuraghe Santu Antine – Sardegna

Si entrava, come dovrebbe sempre essere, se chi visita fosse civile, come facevano le pecore del pastore che aveva il terreno li vicino, passando dallo stretto varco, quasi nascosto e invitante, aperto tra le spesse mura del cortile.

Il nuraghe è splendido, con i suoi corridoi che si assomigliano tanto all’Antro della Sibilla di Cuma, solo meno famosi.

Mi immagino quei corridoi intonacati, con le feritoie quasi rasenti al suolo ed i suoi antichi utilizzatori, addormentati, durante un rito di incubazione, dalle droghe offerte loro dalle sacerdotesse della Dea Madre.

Forse, mi immagino, erano giovani che stavano partendo per una delle tante guerre combattute dai miei antenati per tutto il mondo conosciuto di allora.

Poi la sala centrale e la scaletta che porta su, al primo piano, da dove si vede l’intero mondo per cui era stato costruito quel monumento.

Si dice che, dalla cima di Santu Antine, si possano vedere cento nuraghi, un’immensa città, se pensiamo ai nuraghi e alle capanne che li circondavano, distanti poche decine di metri o qualche centinaio al massimo, l’uno dall’altro.

Niente di paragonabile al Sinis ed ai sui più di duecento nuraghi ammucchiati in pochi ettari, ma, vi assicuro, non meno scenografici. Se poi aggiungete il fatto che Hafa, la città romana di presidio a quel territorio è ancora da riportare alla luce, il mistero si fa intrigante.

Ma quello che attira l’occhio, dalla cima della Domo de su Rej, è il Nuraghe Oes, distante forse solo ottocento metri dalla Reggia. Distanza brevissima, vista la grandezza dello stesso.

Nuraghe Santu Antine – Sardegna

Non pongo tempo in mezzo e parto, incosciente come sono sempre stato. C’è una linea ferroviaria da attraversare, ma è solo una linea ferroviaria sarda, cioè con pochi treni, lenti e vecchi, a percorrerla, quindi salto i binari e via, per la campagna, seguito dalla mia fidanzata, sempre più preoccupata.

Si vedono solo greggi e cani da pastore, in giro. Ma tranquilli, in Sardegna, anche se non vedete nessuno, almeno quattro paia di occhi spiano voi, sempre.

Il nuraghe Oes è bello e misterioso. Sarà per l’aria di abbandono che non riesce a scalfirne l’orgogliosa mole, o la dignità della sua architettura. Ovviamente non è stato scavato. Non lo era allora e, temo, non lo è oggi, ancora.

Perciò, crollato l’ingresso, tocca scalare le mura ciclopiche ed entrare nel nuraghe dal corridoio, al primo piano. La mia fidanzata, getta la spugna, intimidita. Convincerla ad infilarsi nel buio corridoio, in discesa, che sembra porti al centro della terra si rivela impossibile. Per lei, ma non per me.

Armato della mia fedele pila scendo, testardo. La polvere dei millenni, finissima, balla davanti alla luce della pila, pigra e quasi scocciata.

Mi sembra di scendere per un tratto lunghissimo, invece saranno al massimo dieci metri di pendenza, prima di arrivare alla sala centrale del nuraghe. La falsa volta è integra e bellissima.

Mi fermo un attimo, mi pare, ad osservare, in un silenzio innaturale, la grande sala centrale e la polvere che ho sollevato. Scorgo, quasi completamente coperti dalla terra, le anse di vasi, di chissà quale epoca.

Nuraghe Oes – Sardegna

Respiro quell’aria ferma ma fresca poi risalgo.

La mia fidanzata è quasi disperata, i pochi minuti che pensavo di aver trascorso nel cuore del nuraghe Oes, scopro, erano quasi tre quarti d’ora, nel tempo reale.

Il mondo, sotto il cielo nuvoloso che mi accoglie, sembra diverso, più antico e amico.

Malvolentieri ripercorriamo la strada verso la Reggia.

Beviamo un poco d’acqua, un ultimo sguardo e risaliamo in macchina.

Ritorniamo a casa.

Non abbiamo visto nessuno, in tutta la giornata passata a Santu Antine.

 

Written by Salvatore Barrocu

 

Pubblicato il

Shopping: come la tecnologia ha cambiato le nostre abitudini d’acquisto

Internet ha cambiato la nostra vita, le nostre abitudini e persino il nostro modo di interfacciarci con gli altri.

 

Shopping online

Come è accaduto per tutte le più grandi rivoluzioni frutto dell’ingegno umano, anche il web ha portato un cambiamento a livello sociale notevole e probabilmente “irreparabile”: e l’aspetto che più di tutti è stato modificato in modo incontrovertibile è lo shopping.

Sempre più italiani preferiscono acquistare online e le nuove generazioni – cresciute insieme al digitale – sembrano non considerare più gli shop fisici, rivolgendosi esclusivamente al mondo dell’e-commerce.

E-commerce in Italia: tendenze e vantaggi

Il polso della situazione, relativo allo stato di salute dell’e-commerce in Italia, lo ha dato l’Osservatorio del Politecnico di Milano in collaborazione con Netcomm: 19 milioni di italiani hanno acquistato online almeno una volta nel 2016, dunque il 60% circa della popolazione dello Stivale sa bene che – grazie a Internet – è possibile sfruttare diversi vantaggi altrimenti irrealizzabili con lo shopping tradizionale.

Vantaggi come la facilità di reperimento dei prodotti, la possibilità di acquistare con un click e senza uscire di casa e ovviamente il risparmio economico, ovvero il vantaggio numero 1 degli e-commerce.

Per quanto concerne le tendenze, gli italiani amano acquistare sul web soprattutto prodotti di elettronica e per la casa, seguiti dall’abbigliamento e dal food & grocery.

Non solo e-commerce: come risparmiare online?

Risparmiare sugli acquisti, però, non è una prerogativa concessa in esclusiva ai negozi elettronici. La rete offre infatti diversi modi alternativi per abbattere il costo degli elettrodomestici, delle tv e di tantissimi altri prodotti: merito delle tante offerte che si trovano sul web, come ad esempio quelle del volantino Mediaworld, ma anche di altri “trucchetti” che si imparano solo con l’esperienza.

Come ad esempio l’iscrizione alle newsletter specializzate in comunicazioni di scontistica, ma anche il confronto fra diversi negozi online prima dell’acquisto di un prodotto, che consente di paragonare i prezzi e di fare la scelta economicamente più conveniente.

Shopping online

Infine, risparmiare è anche una questione di pazienza e di colpo d’occhio: attendere 24 ore prima di effettuare l’acquisto dal carrello aiuta a rifletterci sopra, mentre il web è ancora una volta ideale per andare a caccia di saldi.

Quanto è sicuro acquistare sul web?

Il web nasconde anche più di un’insidia, dovute ai tentativi di truffa da parte degli e-commerce meno professionali e anche dai tentativi di hackeraggio che possono investire i portali di commercio online maggiormente vulnerabili.

I consigli per evitare di incappare in questi problemi?

Controllare sempre la presenza del protocollo SSL (con l’etichetta HTTPS nell’url), informarsi sulle spese di spedizione e di dogana e cercare di aggirare le promozioni offerte da quei portali poco noti e che probabilmente vendono merce contraffatta.

Infine, per i pagamenti è sempre il caso di utilizzare PayPal, soprattutto perché in questo modo eviterete di usare i dati della carta di credito.

 

Pubblicato il

Donne contro il Femminicidio #9: le parole che cambiano il mondo con Lady Be

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile.

Femminicidio

Per dare loro il massimo della potenza espressiva e comunicativa, ho scelto di contattare, per una serie di interviste, varie Donne che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Ho chiesto loro, semplicemente, di commentare poche parole, che qui seguono, nel modo in cui, liberamente, ritenevano opportuno farlo. Non sono intervenuta chiedendo ulteriori specificazioni né offrendo un canovaccio.

Alcune hanno scritto molto, raccontando e raccontandosi; altre sono stati sintetici e precisi; altre hanno cavalcato la pagina con piglio narrativo, creando un discorso senza soluzione di continuità.

Non tutte hanno espresso opinioni univoche, contribuendo, così, in modo personale alla “ricerca sul campo”, ma tutti si sono dimostrati concordi nell’esigenza di un’educazione sentimentale e di una presa di coscienza in merito a un fenomeno orribile contro le donne, che necessita di un impegno collettivo.

Oggi è il turno, per “Donne contro il Femminicidio“, di Lady Be, artista italiana conosciuta a livello internazionale per la realizzane di opere interamente costituite da materiale di recupero. È presente a Torino, dal 19 al 28 maggio presso la Cavallerizza Reale, a un evento che ospita oltre 300 artisti da tutto il mondo, con la sua opera, “Barbie Tumefatta”, realizzata per dire “no” alla violenza sulle donne.

 

Femmina

Beaten Barbie

Parte di ogni creatura esistente sulla terra.

Con il termine femmina, tutti ci riferiamo a un individuo di sesso femminile, prima ancora di nascere (“è femmina!”), ma anche a una bambina già grande, a una ragazza, a una donna adulta. Ma non ci limitiamo qui: definiamo femmina tutti gli animali di sesso femminile, e persino le piante, i fiori di sesso femminile. Infine, arriviamo a usare questo termine per indicare oggetti artificiali e inanimati, come i connettori elettrici. Questo avviene perché, in quanto umani, siamo abituati a distinguere tutto ciò che esiste in categorie.

Invece, è curioso sapere che questa distinzione non vale per tutto il genere animale; esistono animali ermafroditi, così come le piante: per molte specie non esiste la pianta maschio o femmina, neppure il fiore maschile o femminile; esiste un solo tipo di pianta che ha un unico tipo di fiore, con al suo interno una parte maschile chiamata stame e una parte femminile chiamata pistillo.

Mi piace pensare che siamo un po’ tutti come i fiori: al nostro interno esiste una parte maschile e una parte femminile; naturalmente una delle due è fortemente dominante.

Ecco perché la mia definizione di femmina è: parte, più o meno dominante, di ogni essere vivente, con la quale tutti dovremmo imparare a convivere armoniosamente.

Femminismo

Nel 200 a.C, le “femministe” della antica Roma inscenarono una manifestazione di piazza per difendere i loro diritti; si propose di abrogare la legge che vietava alle donne di possedere più di mezza oncia d’oro, di portare vestiti multicolori e di passeggiare in carrozza.

Non riuscirono nel loro intento, per l’accanita opposizione del maschilista Catone.

Anni di lotte, sangue e sacrifici e, sebbene esista dai tempi più antichi, il termine “femminismo” venne coniato solo nell’Ottocento per battezzare il neonato movimento per l’emancipazione delle donne. A incarnarlo le suffragette, che lottavano per ottenere l’allargamento del diritto di voto anche alle donne.

Femminismo significa almeno 200 anni di lotte, sangue sacrifici ma anche successi, da parte delle donne che ogni giorno combattono per i propri diritti. 

200 anni contro 50… sfumature di grigio.

Perché il femminismo deve partire da noi: ogni singola donna è libera di scegliere quanto farsi rispettare. Se vogliamo che tutto ciò che è stato fatto non sia vano, dobbiamo essere noi, in prima persona, a rispettarci come donne e a non cedere ai luoghi comuni, contro i quali fingiamo di combattere ma che spesso, ci fanno comodo.

Femminicidio

Lady Be

Una brutta parola, come suicidio, omicidio, uxoricidio, parricidio, sororicidio, genocidio, ebreicidio, infanticidio, gaycidio, regicidio, tirannicidio, deicidio.

Tutte parole che trasudano di storia, di memoria, di indignazione, ma anche di curiosità, di cronaca nera, e di protezione; ci sentiamo sempre così distanti da loro, quando le sentiamo alla tv. Alcune di esse non le conoscevamo nemmeno.

Ma la parola “femminicidio” ha qualcosa di diverso; sa di attualità, di presente, di realtà e, come un’ombra misteriosa sempre in agguato, sembra voler spuntare dietro l’angolo da un momento all’altro.

Va oltre il tempo e lo spazio, la sentiamo persino dentro di noi.

E fa ci fa tanta, tanta paura.

Educazione sentimentale

Provengo da una famiglia di insegnanti, e ciò che ho sempre voluto fare è discostarmi dall’educazione intesa come insegnamento scolastico. Penso che l’educazione possa essere intesa in senso più lato, e non debba partire necessariamente dalla scuola, ma da ciò che davvero ci condiziona la vita in ogni istante: le immagini. Siamo bombardati di immagini in ogni istante, ma solo alcune di essere rimangono nella nostra memoria, e nella storia.

Fin dai tempi più antichi, l’arte è stata un veicolo di comunicazione universale, perché un’immagine può superare il problema della diversità tra lingue, culture, diversità, persino superare l’ignoranza e l’analfabetismo.

E, se l’educazione sentimentale è universamente indispensabile e socialmente utile, allora sì, l’arte deve farsi carico di questo importante compito ed educare ai sentimenti, attraverso le immagini; solo in questo modo sarà davvero possibile raggiungere tutti.

 

Written by Emma Fenu

 

Info

Sito Lady Be

Uomini contro il Femminicidio #1

Uomini contro il Femminicidio #2

Uomini contro il Femminicidio #3

Uomini contro il Femminicidio #4

Uomini contro il Femminicidio #5

Donne contro il Femminicidio #1

Donne contro il Femminicidio #2

Donne contro il Femminicidio #3

Donne contro il Femminicidio #4

Donne contro il Femminicidio #5

Donne contro il Femminicidio #6

Donne contro il Femminicidio #7

Donne contro il Femminicidio #8

 

Pubblicato il

Sardegna da scoprire: Tula, la storia di uno scavo archeologico

Ho deciso da tanto tempo di parlare solo di quello che ho visto, sentito e toccato di persona.

 

Tula – Sardegna

A volte non basta studiare sui libri, in Italia non basta mai, in verità, ma serve sentire atmosfere, suggestioni, odori e sapori, per capire cosa si sta studiando.

L’ultimo scavo archeologico a cui ho partecipato è stato vicino al paese dove sono nato.

Uno scavo importante, non tanto per i soldi impiegati, ridicolmente pochi, né per la voglia che aveva la Soprintendenza di farlo, lo scavo.

Come sempre era più forte l’intenzione di dirottare i pochi soldi destinati all’esplorazione del sito verso altri, più comodi, luoghi di lavoro, per gli archeologi, tipo il museo da aprire in paese, in eterna attesa di fondi e permessi.

Ma i musei vanno riempiti, alla fine, e quindi scavare diventa essenziale. Faticoso, scomodo, irritante, ma essenziale, anche per le Soprintendenze. Così, entusiasti noi e svogliati loro, grazie alla testardaggine del Sindaco, iniziammo lo scavo.

Il Sito di Tula era, ed è, spettacolare. Un vero castello del terzo millennio A.C.

Una muraglia megalitica lunga circa 160 metri, alta nel punto meglio conservato più di quattro metri, con un terrapieno di camminamento, proprio come i castelli, e, sorpresa delle sorprese, un antemurale, alto un paio di metri, in antico, anch’esso col camminamento per le guardie.

Chi lo costruì aveva intenzione di sorvegliare la Via dell’Ossidiana, che dal Monte Arci portava la preziosa pietra fin su nel Nord Europa.

Il primo giorno ci parve un lavoro disperato, quello che ci attendeva. Scavare la Fortezza, aprirne gli ingressi, murati volontariamente da chissà chi, o intasati dalla terra accumulatasi nei millenni, scavare nei corridoi ormai pieni di terra avrebbe richiesto ben altre forze che quattro paia di braccia. In fondo, il sito, pareva ancora, dopo la pulizia dell’esterno e lo scavo preliminare fuori dalla muraglia, solo una collina di terra.

Certo la pulizia ci aveva già permesso di accumulare una gran quantità di reperti. Pesi di telaio a decine, resti di ceramica, nuragica, a chili e, sorpresa un po’ macabra, una vertebra umana, corrosa dal tempo, sepolta da un cumulo di detriti appena fuori le mura.

Mi sono sempre chiesto perché si debba scavare, in Sardegna, a luglio e agosto. La temperatura sale fino a livelli insopportabili.

Tula – Sardegna

Nella piana di Chilivani, poi, un catino circondato dai monti, l’aria rovente stagna ed il lago, lì accanto, riempie l’aria di insopportabile umidità. Coprimmo le postazioni di scavo, mi ricordo, con fronde rubate ai cespugli che colonizzano l’altopiano dove sorge la Fortezza, ma i 43 gradi di quel luglio, vi giuro, non li potrò mai scordare. Comunque procedemmo con grande efficienza, lo ammetto con orgoglio.

Il corridoio nord, quello che ci incuriosiva di più, venne vuotato fino a metà, e li trovammo, sorpresa delle sorprese, la sepoltura di un alto ufficiale bizantino, col suo vaso decorato, messo lì in offerta, integro e sigillato.

Certo, il corpo non c’era più, magari la vertebra che avevamo ritrovato era l’unica cosa rimasta di quel povero essere, ma la fibbia del cinturone che aveva retto la sua spada bastava a qualificare il sepolto.

Non ho mai saputo cosa contenesse il vaso funerario e, probabilmente, non lo saprò mai. Portato via immediatamente e nascosto in chissà quale sotterraneo, come molta della nostra Storia.

Poi dissigillammo il resto del corridoio Nord.

Questo compito me lo assunsi io, levando con cura ogni pietra. Fui fortunato, lo ammetto. Il sigillo si rivelò antico, del Bronzo Medio, e dentro il corridoio chiuso, lungo più o meno tre metri, una favolosa, bellissima incisione, impressa sulle pareti megalitiche da chissà quale mano. Sul fondo, il pavimento dell’antico corridoio, resti di ceramiche del XVI sec A.C.

Nemmeno un alito di vento ci viene in soccorso, nei giorni finali dello scavo.

L’euforia dei ritrovamenti non ci fa sentire la fatica, ma la sete, la polvere e le mosche ci perseguitano. Siamo a meno di tre chilometri dal paese, dalle nostre case, eppure ci sentiamo lontani millenni, isolati dal mondo che ci circonda. Ci sentiamo un gruppo di naufraghi del tempo, uniti da una esperienza irripetibile.

L’archeologo responsabile si fa vedere poco, il giovane sostituto è, appunto, giovane ed il mio lavoro, sorvegliare che gli scavi si svolgano secondo le regole ed in sicurezza, non è facile.

I Carabinieri, che non capiscono nulla di quello che stiamo facendo, vengono spesso a disturbarci. Non sono in grado di distinguere un coccio nuragico dal vaso da notte della nonna, ma hanno il potere di mettere il becco nel nostro lavoro. Pazienza occorre, tanta!

Tula – Sardegna

Come chiunque abbia fatto scavi archeologici sa, i ritrovamenti degli ultimi giorni sono quelli che ci esaltano di più. Sarà forse perché sono la promessa, l’esca, per i prossimi scavi. Così riusciamo a datare il sito, l’ultima settimana di lavoro, quando agosto volge al termine ed il tempo si gira, portando l’agognata frescura.

In fondo ad una capanna antichissima, utilizzata come base per uno dei primi tentativi di costruire un piccolo nuraghe, finalmente tre piccoli pezzi di un vaso della civiltà di Monteclaro. Evviva!

Nel frattempo, esplorando i dintorni, scopro una Tomba dei Giganti, costruita allungando un antichissimo Dolmen, sepolta sotto un cumulo di terra. Puliamo anche quella dall’oltraggio dei millenni, ma è solo un lavoro preliminare.

Poi l’ultima sorpresa, uno dei nostri si allontana per imboscarsi tra la macchia mediterranea e ritrova un Dolmen ancora integro. Una breve esplorazione  e scopriamo un’intera necropoli, vecchia di quattro millenni, che mai mano d’uomo ha profanato.

Ma gli scavi sono finiti. Io ho finito.

Credo che i quintali di reperti portati alla luce, come l’incisione del resto, aspettino ancora di essere studiati, dopo dieci anni. I tempi dell’archeologia italiana rischiano di far diventare reperti archeologici anche noi che li abbiamo trovati, prima che vangano studiati.

Certo, ho anche sperato che si riprendesse a scavare ma per anni e anni di anni non si è fatto nulla. Peccato, il sito, l’incisione, la necropoli, la Tomba dei Giganti renderebbero Sa Mandra Manna uno dei siti archeologici più importanti ( e visitati) d’Europa, se i nostri politici piccoli e grandi, i nostri archeologi, avessero un po’ più voglia di fare, gli uni il bene della comunità, gli altri solo il loro lavoro. Ma la scusa è sempre la stessa “Mancano i soldi” e la voglia di trovarli, aggiungo io.

 

Written by Salvatore Barrocu 

 

Pubblicato il

Donne contro il Femminicidio #8: le parole che cambiano il mondo con Luigina Sgarro

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile.

 

Contro il Femminicidio

Per dare loro il massimo della potenza espressiva e comunicativa, ho scelto di contattare, per una serie di interviste, varie Donne che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Ho chiesto loro, semplicemente, di commentare poche parole, che qui seguono, nel modo in cui, liberamente, ritenevano opportuno farlo. Non sono intervenuta chiedendo ulteriori specificazioni né offrendo un canovaccio.

Alcune hanno scritto molto, raccontando e raccontandosi; altre sono stati sintetici e precisi; altre hanno cavalcato la pagina con piglio narrativo, creando un discorso senza soluzione di continuità.

Non tutte hanno espresso opinioni univoche, contribuendo, così, in modo personale alla “ricerca sul campo”, ma tutti si sono dimostrati concordi nell’esigenza di un’educazione sentimentale e di una presa di coscienza in merito a un fenomeno orribile contro le donne, che necessita di un impegno collettivo.

Oggi è il turno, per “Donne contro il Femminicidio“, di Luigina Sgarro, pugliese trapiantata a Roma, psicologa, psicoterapeuta, consulente, trainer e coach, scrittrice con la passione per la fotografia, ha per lo più lavorato per grandi aziende, collabora con l’Università di Tor Vergata sui temi del comportamento umano all’interno delle organizzazioni. Scrive da sempre e ha iniziato a pubblicare nel 2005, avendo riconoscimenti in vari concorsi letterari e collaborando alla stesura di varie antologie. Ha vinto il concorso “Le Fenici” con la raccolta “Quasi Amore”. Nel 2016 ha partecipato, assieme ad altre scrittrici, alla raccolta di genere fantastico Rosa Sangue, sul tema del femminicidio.

Femmina

Luigina Sgarro

Termine che abitualmente si usa in modo dispregiativo, contrapponendolo a donna, richiama la natura, contrapposta alla cultura. È la radice delle cose, è il luogo dell’istinto, in cui una donna abbandona gli orpelli delle strutture sociali e resta nuda davanti a se stessa. Femmina è la solidarietà, l’amore per il nuovo, l’evoluzione del corpo e della mente, la sete dello spirito. La femmina si annida nella donna e l’avvolge come un guscio di madreperla.

Femminismo

È una battaglia persa nel momento in cui la combatti. È il desiderio di affermazione contro il maschio. Nel passato il maschilismo ha prodotto, per reazione, il femminismo: maschilismo e femminismo sono due facce della stessa medaglia e come tali non riescono a guardarsi, si equivalgono, hanno lo stesso peso. Nel futuro non ci sarà più posto per femminismo e maschilismo, si condividerà lo spazio e la strada, ognuno come vorrà, non facce di una medaglia ma mani che si tendono, si intrecciano, si aiutano a fare insieme parti di cammino.

Femminicidio

È una brutta parola per una brutta cosa. Evoca un corpo ripiegato in un grumo di sangue rappreso. Il disprezzo per la donna pervade il nome dell’ultima violenza di cui questa è vittima. La si uccide perché è femmina, dice la legge, la statistica, la sociologia, e la femmina può essere considerata oggetto, fruibile, fungibile, voluttuario, sopprimibile.

Chi si rende responsabile di femminicidio lo fa attaccando l’altra perché da donna – essere umano di sesso femminile dotato di personalità, intelligenza, diritti, voce in capitolo, ecc. – vuole degradarla a femmina, animale” dice il dizionario Treccani. Se definiamo il crimine femminicidio, seguiamo l’assassino in questa logica.

Si dovrebbe chiamare liberticidio, angelicidio, sorellicidio, ma i legislatori, si sa, hanno poca fantasia.

Educazione sentimentale

Luigina Sgarro

È una strada dentro se stessi che si percorre cercando altri.

Si varcano molti cancelli, si supera un banco di nebbia, si salta su un fossato di pietre lucenti, ci si trova davanti a un lago e ci si specchia, se si vede una persona e si riesce ad amare la sua gioia, la sua tristezza, la sua rabbia, la sua paura, alzando gli occhi, se ne troveranno molte altre da conoscere e da amare, se non si vede nulla, ci si mette di nuovo in cammino, sperando in maggiore fortuna, senza sapere ciò che si cerca fino a quando non lo si trova.

 

Written by Emma Fenu

 

Info

Uomini contro il Femminicidio #1

Uomini contro il Femminicidio #2

Uomini contro il Femminicidio #3

Uomini contro il Femminicidio #4

Uomini contro il Femminicidio #5

Donne contro il Femminicidio #1

Donne contro il Femminicidio #2

Donne contro il Femminicidio #3

Donne contro il Femminicidio #4

Donne contro il Femminicidio #5

Donne contro il Femminicidio #6

Donne contro il Femminicidio #7

 

Pubblicato il

Sardegna da scoprire: la storia dimenticata dei Caddos Birdes permane nello stile mozarabico di Sassari

Parlare della Sardegna, è facile, vista la sua bellezza. Poi, ormai, chiunque può arrivarci, sempre se disposto a sottostare ai taglieggiamenti di compagnie navali o aeree.

Sos caddos birdes – Lodè

Conoscere la Sardegna, invece, può risultare un po’ più difficile.

Socievoli ma chiusi, accoglienti ma discreti, i sardi non danno confidenza a nessuno, in genere. Bere un bicchiere di birra assieme ad uno di loro non significa esserne amici.

Così la Storia di quest’isola, come i suoi abitanti, è davanti agli occhi di tutti, ma in pochi arrivano a capirla.

Anche noi sardi non ci riusciamo, molte volte.

Allora voglio raccontarvi la nostra storia come me l’hanno raccontata i miei genitori ed i miei nonni.

Sos Mannos, gli Antenati che, nella traduzione errata di chi è arrivato dal mare, diventano i Giganti. Ma Sos Mannos, in Sardegna, sono i venerati progenitori, grandi in onore e in opere, anche se non di statura.

Certo, abbiamo leggende sui giganti, chi potrebbe aver costruito i possenti monumenti che plasmano il paesaggio dell’Isola se non Giganti? Dimentichi dell’ingegno dei nostri avi, ci immaginiamo esseri diversi per spiegare la nostra piccolezza attuale.

Ma giganti erano, nell’ingegno, quelli che progettarono e innalzarono al cielo i Nuraghi, costruirono Tombe per i loro Eroi, scavarono monumenti perfetti per le loro Fonti Sacre.

Ognuno di noi, indegni eredi di tanta civiltà, conosce la propria storia in un modo diverso.

Ecco, io vi racconterò la mia, la maniera di vedere la Storia, come l’ho imparata dai racconti dei miei antenati e dalle pietre dove giocavo da bambino.

Ci vorrà un po’ di tempo, mettetevi comodi e, se volete, continuate a leggere, oggi e nelle settimane a venire. E, come in tutte le storie, da qualche parte bisogna pur cominciare. Non inizierò dalla notte dei tempi, tranquilli.

C’è una leggenda che gira per il Nord Sardegna, vi racconterò questa favola e la Storia da cui è nata, seguitemi con indulgenza, divento logorroico quando parlo della mia Terra.

Basilica San Gavino – Porto Torres – Cattedrale Giudicale

Ogni bambino del Logudoro, dell’Anglona e della Romangia conosce la storia dei “Caddos Birdes” dei “Cavalieri Verdi”.

 A me la raccontò mio padre, un giorno che, passeggiando sulle sponde del lago Coghinas, indicandomi le terre di famiglia, allagate nel 1924 per creare quel bacino artificiale, mi spiegò che li sotto, oltre alle nostre radici, c’era un villaggio sommerso, San Pietro di Ossona.

Passeggiando mi disse che quel paese, antichissimo, era stato distrutto, in un passato lontano, dai Cavalieri Verdi, discesi dall’Anglona, in una turbinante, fulminea carica.

Poi, del paese, fu ricostruita solo la chiesa, sacrificata al progresso, mai arrivato però, insieme al futuro di molte famiglie.

Chiesi chi fossero mai, questi cavalieri verdi, ma lui non seppe rispondermi. “Questa è la storia che mi raccontò mio nonno. Non feci domande perché, come tutte le storie che si raccontano ai bambini, sono solo “contos de foghile” racconti per tenerci buoni.” mi rispose.

Io sono curioso e, a differenza sua, di domande ne ho fatte e me ne sono fatte fin troppe. Così, a furia di domande e letture, ho scoperto alcune cose.

I Cavalieri Verdi, usati nelle leggende per punire ogni atto ingiusto commesso da Majorales troppo avidi o regnanti ingiusti, hanno una corrispondenza storica altrettanto seducente.

Nel 1016 il Rennu di Torres, Giudicato ricco e potente, venne invaso dai cavalieri di Mujahid, Principe di Denia e delle Baleari, in cerca di una corona regale.

La Storia è parca di notizie, ma le cronache del tempo, arabe e cristiane, danno un’idea abbastanza precisa degli eventi.

Mujahid sbarcò uomini e cavalli presso Alghero e, in una battaglia decisiva, distrusse l’esercito del Giudice di Torres ed il suo esercito, uccidendo il Giudice stesso.

Iniziò così un’occupazione che durò sette anni. Dalla sua nuova base sarda, Mujahid tormentò Genova, Pisa e Luni, saccheggiando e distruggendo ogni cosa.

Duomo di Sassari

In questi anni, mentre le navi spagnole dominavano il Tirreno, la cavalleria del conquistatore imperversò per tutto il Rennu, mentre il novello Re costruiva la sua nuova capitale in un luogo non contaminato, religiosamente, da chiese e monasteri e ricco di acque.

Sassari, penso, non esisteva prima di quegli anni tranne che per qualche villa romana ormai diruta e i resti dell’acquedotto che dissetava Porto Torres, vera Capitale del Rennu.

Questi Cavalieri, coi loro cavalli agili, veloci e nervosi, colpirono molto i sardi, che amano, si sa, moltissimo i cavalli e rispettano chi li sa cavalcare.

I cavalieri musulmani vestivano di verde, il colore dell’Islam, e avevano verdi bandiere.

Dopo sette anni una grave epidemia, malaria si suppone, costrinse i conquistatori a rinunciare al regno appena conquistato, Mujahid tornò a Denia ed un nuovo Giudice si insediò a Porto Torres. Ma il Regno non fu più forte come prima ed era destinato a cadere appena un centinaio di anni dopo sotto le mire di avvoltoi arrivati dalla Terramanna.

Comunque gli arabi di Spagna ci hanno lasciato alcune eredità. L’architettura di Sassari, col cuore del Duomo in stile Mozarabico e le stradine strette e tortuose del centro storico, e la leggenda dei Cavalieri Verdi, che galoppano ancora per le nostre valli, seminando terrore, nei racconti dei vecchi.

 

Written by Salvatore Barrocu 

 

Info

Curiosità “Gawain and the Green Knight”

 

Pubblicato il

Vincitori e Finalisti del Contest di poesia e prosa “Il Trono del Padre”

Si è conclusa il 29 aprile 2017 a mezzanotte la possibilità di partecipare al Contest Letterario di poesia e prosa Il Trono del Padre promosso da noi di Oubliette Magazine e dallo scrittore Massimo Pinto.

Contest Il trono del padre

Una competizione a suon di parole e versi che ha visto più di 80 partecipanti per le sezioni A (short story) e B (poesia). La giuria del contest (Alessia Mocci, Massimo Pinto, Emma Fenu, Elisa Longo, Katia Debora Melis, Carina Spurio e Marzia Carocci) ha decretato i 14 finalisti.

Oggi, vi presentiamo i sei vincitori del contest che riceveranno a casa una copia del romanzo Il Trono del Padre” di Massimo Pinto, edito dalla casa editrice Bastogi Libri.

Tutte le opere partecipanti possono essere lette cliccando QUI.

 

FINALISTI

SEZIONE A

Anna Paola Lacatena con “Apelle figlio… di Apollo”

Laura Vargiu con “Come le rondini”

Enrico James Scano con “Profumo”

Vito Ditaranto con “Nero”

Antonio Bianchi con “Cielo”

Maria Teresa Dotti con “Che viola tenue”

Paola Pittalis con “Conflitti”

SEZIONE B

Corrado Cioci con “Purgatorio”

Fabrizio Bregoli con “Sapere di te”

Gianfranco Isetta con “Come Foglia”

Sebastiano Impalà con “La follia di Omero”

Luca Garbatella con “Fiori”

Grazio Pellegrino con “Credo in un solo Dio”

Nicola Matteucci con “Innovazioni”

VINCITORI

SEZIONE A

Anna Paola Lacatena con “Apelle figlio… di Apollo”

Aveva cinque anni Enea il giorno che a suo padre diedero quarantasei giorni da scontare in carcere.

La guerra fredda aveva inculcato nel padre la convinzione che ciò che apparteneva allo Stato era ricchezza da dividere tra il popolo.

Era stato sorpreso a rubare poco meno di due chili di pesche da un’area sotto il controllo della Marina Militare.

«Mamma! Dov’è papà?»

Non doveva sapere Enea quale disgraziato fosse suo padre.

È fuori per lavoro… Quale lavoro, però?! Giovanni faticava solo per riuscire a non fare nulla tutto il giorno.

Tutto ciò che riuscì a dire fu: «Se fai il buono, stasera, ti porto dalla zia Maria a guardare la televisione.»

Mentre assistevano con altre dieci persone a quello spettacolo storico, la donna ebbe un’idea.

«Eccolo tuo padre!»

Trasalì Enea.

Si avvicinò allo schermo con scientifica curiosità, cercando di cogliere dettagli familiari in quell’uomo che si muoveva lento, infagottato in una tuta bianca.

Rimosso a furor di popolo dalla zia Maria e riconsegnato nelle braccia della madre, il piccolo gridò cercando l’approvazione dei presenti: «È papà mio! È andato sulla luna! È nello spazio!»

Sorrisero i presenti, sorrise per giorni Enea.

Era il 20 luglio del 1969.

 

Laura Vargiu con “Come le rondini”

Nella mia terra l’infanzia ha l’amaro sapore della guerra.

Non ricordo giorno, dacché sono nato, senza spari, esplosioni, sangue per le strade.

Qui anche i bambini si abituano presto alla morte che, come un’ombra infida, passa loro accanto a ogni istante. La musica dei fucili culla le loro notti insonni; i crateri delle bombe ospitano i loro giochi.

“Sei figlio della guerra, piccolo mio” mi diceva mia madre, stringendomi forte a sé come per scusarsi d’avermi messo al mondo tra le rovine di un’esistenza dove la parola pace è soltanto una preghiera inascoltata. Quando lei e i miei fratelli rimasero sepolti sotto le macerie era primavera, ma sembrava fosse iniziato un nuovo, lunghissimo, interminabile inverno.

Persino le rondini hanno paura di questo cielo che vomita morte e da troppo tempo non le si vede più in volo; chissà, la guerra infinita avrà fatto perdere loro le ali oppure la strada che le conduceva ai profumi delle rose siriane. Ho desiderato tanto rivedere le rondini, pure adesso che giaccio nella polvere accanto ad altri bambini; agonizzanti, fissiamo le nuvole lassù, soffici sogni che vorremmo ancora inseguire. Ma siamo ormai come le rondini che non voleranno più a primavera.

 

Maria Teresa Dotti con “Che viola tenue”

Che viola tenue hanno sbocciato le ortensie, quel violetto arricciolato che ricorda i capelli di nonna, sotto a un fazzoletto con quattro nodi, uno per ogni angolo, a mo’ di cappello.

Mi pareva così ridicola, china su un’erbaccia a litigare con la lunga radice, il lurido grembiule e i gambali di gomma verde.

Ero giovane e me ne vergognavo, non era la nonna elegante che sognavo.

Era la nonna con un fazzoletto in testa, un fazzoletto chiazzato di muco, sudore ed erba.

Al mio arrivo si sollevava piano, tenendo le mani sulle reni, sorrideva sdentata tra una ragnatela fitta di rughe e mi baciava scostando la frangia.

Com’era lieve quella mano ruvida, ancor più lieve del bacio.

-Diventerai strabica-diceva.

E la sua voce sfuggiva via veloce come un fruscio d’ali di farfalla.

 

SEZIONE B

Corrado Cioci con “Purgatorio”

All’anime purganti che furon in parte fallaci e arroganti che dell’umano han ancor intatto il Pensier io in versi a voi mi verto.

Fuggite dalla fucina ardente che miete come il grano dal campo si senton salve han già Abbracciato la salda riva e mai vorrebbero tornar nel gorgo di incerta

Fatica.

Solinghe a viso basso rammentan i focosi giorni d’una vita non sempre retta

E stretta dal desiderio avversa all’ insegnamento

Come un affamato che agogna il pane ma vuol pur vesti calde e lusso voi foste combattute Da due verbi

Sontuosa veste o carità a chi la chiese?

Quando vedeste in terra il derelitto pietà vi colse o un beffardo sorriso certe d’ aver un Allegro focolare?

Quanto dolore avete dato padri figli mogli

Or tutto uno nel branco nel silenzio, un lungo letargo!

Sonno della coscienza che fiacca e rende lassi che ottunde il ben dell’intelletto

E ci meni nel deserto dei morti sensi

Lontani dalla fonte del bello e del vero

Vedete or voi anime in bilico tra i due mondi

Il vostro peccato l’occasion della vita sprecato per giungere ai santi cancelli

Dovete lesinar chieder un amen e attender ceri, sollievo dei viventi

Che il vostro nome risuoni sugli altari

In nomine domini!

Ah cattivi anni vissuti nel disagio

A digrignar chi vi porse mano

Calpestar patti santi ma in ver

Vi fu dolce andar contro comando

Sul viso un velo che copriva la luce

Del bel sentiero

Preferisti digiunar che pranzare con chi ti

Aprì il cor

Or benedici quel pane vorresti

Un certo posto da commensale

Ma son i giochi ormai finiti e tu pellegrino

Vai per il tuo cammino a passo lento e riflettendo

Sul giorno che fu’ indi non si torna indietro

Un tramonto che non vede l’alba

Un dolor che vi pungola a cercar rimedio

Del malfatto questa la vostra pena

Finché non sia pura

I bei vermigli fior i ruscelletti

Timidi e allegri l’aroma dei germogli vedrete ancor ma prima pigerete il calcagno tra fango E roccia!

Vi dà la somma somma speranza

La certa grazia che vi attende

Dopo aver pagato lo scotto del vostro

Debito

Non pianti e lamenti come nel fatal asilo

Ma in coro mormoran gloria al padre e santa fede

Orsù cingi la vita di docile giunco

Sii come lei piegati ai voler

Pia e monda salirai

La scala per l’eterna gioia

 

Gianfranco Isetta con “Come foglia”

Seguendo a volte il mutare del vento

rivedo d’esser stato come foglia.

Ora che tocco a terra lento, e spenta

ogni ragione per puntare al cielo,

m’accovaccio al caldo delle mie sere

disteso sulle membra rugginose.

Se sembra irraggiungibile l’interno

di un tempo che si pensa sogno eterno

é buona solitudine da accogliere

quella che mi accompagna ad una soglia

dove c’è sempre un ramo che mi invita

ad un ritorno che metta germogli.

 

Grazio Pellegrino con “Credo in un solo Dio”

… facili abbandoni

in quei ricordi

di innocenti mattutine

in chiese ormai spoglie

noi mani innocenti

invasi dall’odore

di incenso

ci raccontavamo

solo storie di purezza

a volte lontane

dalla nostra vita

di un paradiso

un inferno e un purgatorio

lì ad attenderci

in ogni momento

vissute paure

rinunce solo rinunce

di un Dio solo

per innocenti martiri

ogni giorno una battaglia

tra il bene ed il male

sempre a domandarmi

quale la via

io solo testimone di

di un credo…

credo in un solo Dio… Padre onnipotente…

 

I vincitori saranno contattati via email per l’invio del premio.

Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti!

I nuovi Contest sono online nella Categoria Attualità/Concorsi del Magazine.

Per gli autori, esordienti e non, se si è interessati a conoscere le modalità per accedere alla creazione di un contest su Oubliette Magazine contattateci su email: oubliettemagazine@hotmail.it scrivendo sull’oggetto: Info Contest Letterario.

Pubblicato il

Sardegna da scoprire: Si-Shar, il mercenario Shardana ucciso a tradimento mentre dormiva

Mi piacciono le belle storie.

Forse è per questo che mi piace la Storia. Non quella paludata, infarcita di date e inutili nozioni che insegnano normalmente nelle scuole, ma quella molto umana di donne e uomini che hanno plasmato il mondo, nei millenni.

El-Ahwat

Uomini visti con i loro pregi e difetti, eroismi e vigliaccherie, tradimenti e lealtà.

Oggi voglio raccontarvi una di queste storie, sospesa tra mito e realtà. Una storia che è scritta, a designare in eterno eroi e traditori, nel Libro dei Libri, la Bibbia.

Questa storia tocca da vicino anche l’isola di cui sono figlio e che è l’oggetto delle mie ricerche da sempre.

Seguitemi, con gli occhi della fantasia, in questo viaggio che pareva una fiaba ma che l’archeologia ha scoperto reale.

Ho conosciuto Sisara, o meglio Si-Shar, non in un libro di Storia, ma come spesso succede, durante la lezione di una materia che ha a che fare più con la superstizione che con la scienza, Storia delle Religioni. Ascoltavo un entusiasta professore, prete naturalmente, ci descriveva di come agiva il Signore per favorire il popolo di Israele, nell’Antico Testamento.

Rimasi colpito, ma non, come sperava il professore, in senso positivo. Sentendo la storia capirete il perché.

Si-Shar era uno di quei mercenari Shardana che, per volere di Ramsete III, pagati dal Faraone, occuparono Canaan, dopo che, respinti dall’esercito egizio, raggiunsero un accordo col Sovrano.

Era sicuramente uno dei giovani guerrieri che arrivarono, nel XII secolo A.C., su agili navi a due prore, in Oriente, con migliaia di suoi fratelli e decine di migliaia di alleati, in quelle terre.

Micene ed il suo impero vennero distrutti, il Peloponneso spopolato e bruciato, l’Impero Ittita sbriciolato e annientato, Canaan sconvolta.

Solo l’Egitto resse all’urto di questi Popoli del Mare.

Si-Shar era uno di questi guerrieri pirati, dunque.

Trovò in Canaan la strada per il successo e la ricchezza, affittando la sua spada e la sua abilità al Faraone prima e dopo al Re di Hazor, Jabin, che si era fatto re quando aveva capito che il potere Egizio era solo di facciata.

Ai mercenari sotto il comando di Si-Shar, non importava chi pagasse, purché lo facesse con dovizia e Hazor era ricca, centro vitale di scambi tra il nord ed il sud del Medio Oriente.

E ricco era Jabin, se poteva permettersi 900 carri ferrati, i cavalli necessari a muoverli e almeno 1800 mercenari che li montassero.

El-Ahwat

Si-Shar era il Generale che li comandava. Per venti anni questo esercito tenne libere le rotte commerciali tra Canaan e Gaza, che passavano lungo la linea costiera e all’interno, in piena Galilea. Parliamoci chiaro, Israele non esisteva, e neppure Giuda.

Esistevano re Cananei che amministravano regni più o meno grandi ed esisteva un Giudice che dirimeva, molto più a sud di Hazor, le questioni tra gli epiru che si erano trasferiti su quegli aspri altopiani, ad esercitare la pastorizia o una agricoltura di sopravvivenza.

In quegli anni era Giudice Debora, che amministrava il potere e la giustizia, sotto una palma, racconta la Bibbia, tra Rama e Bet-El. Gerusalemme era ancora un villaggio con le stradine infangate piene di escrementi delle pecore che la attraversavano.

A nord, in Galilea, c’era un condottiere israelita, Barak.

Anche nella descrizione biblica pare più un brigante di strada che un generale. Del resto, all’intimazione di Debora di attaccare Jabin, risponde con un seccoPerché non vieni tu, quassù, a combattere al mio fianco. Se non vuoi farlo tu che sei il Giudice, dovrei forse farlo io?” sottolineando il fatto che era facile, per il Giudice, dare ordini da sotto la sua palma.

Ma Debora era, nella descrizione biblica, una donna di carattere, fanatica quel tanto che bastava per piantare marito, orticello, palma e fedeli e partire verso nord.

L’esercito Epiru si accampò, dunque, sul monte Tabor.

Jabin, saputolo, ordinò a Si-Shar di eliminare una volta per tutte quelli che lui considerava solo dei briganti di strada e il Generale si mosse, da Haruset-Goim, con tutti i suoi carri.

Non ci sarebbe stata storia se non ci si fosse messo il destino in mezzo. Mentre si congiungeva alle truppe di rincalzo in arrivo da Megiddo, ingrossato da forti piogge, il torrente Rison fa impantanare i suoi carri e l’esercito di BaraK, dalle colline, ha buon gioco a scompigliare le fila nemiche.

Ecco, la storia in realtà inizia qui.

Si-Shar si ritira, fugge, dice la Bibbia, a piedi, verso Haruset-Goim mentre l’esercito sbandato si ritira nell’imprendibile Megiddo, molto più prossima.

Giaele Sisara – by Domenico Guidobono

Il dramma si svolge nell’accampamento di una tribù nomade, alleata col re Jabin, che aveva piantato le tende a qualche miglio di distanza dal luogo della battaglia.

Inseguito dai briganti di Barak guidati da lui stesso e dall’onnipresente Debora a sorvegliare la purezza ideologica delle uccisioni, Si-Shar chiede ospitalità, esausto e infangato a Eber il Kenita e a sua moglie Giaele.

Gli venne offerto latte caldo e un luogo per dormire ma, mentre era in un sonno profondo Giaele, con un piolo per tenda ed un martello, gli trafisse la tempia uccidendolo.

Al sopraggiungere di Debora e Barak, Giaele e non Eber, consegnò il corpo del Generale ai propri nemici.

Ecco, la storia biblica è più o meno tutta qui.

La mia nausea per quel tradimento, uccidere un uomo nel sonno, un uomo a cui ti eri dichiarato amico, è talmente al di fuori del mio modo di pensare che, in quella lezione, il prete ottenne l’effetto contrario, alienando le mie simpatie da Debora, Barak e, sopratutto, da Giaele.

Era solo una storia, come tante ne racconta la Bibbia, alcune veramente inverosimili.

Poi, anni dopo, gli scavi archeologici di Adam Zertal, a El-Ahwat, l’antica Haruset-Goim. Una fortezza definita nuragica da lui stesso, insieme ad altre quattro, nella stessa zona.

Fortezza costruita da mani Shardana e abbandonata, senza mai essere conquistata, sessant’anni dopo. Ecco, la Storia e le storie che si incontrano, la Storia di un sardo lontano dalla Sardegna, come mille altri.

Che quel sardo sia ancora ricordato come “Il terrore di Israele” dopo tremila anni, ci fa pensare a quanto, i nostri progenitori, abbiano inciso sulla storia del Medio Oriente, tra il XII e il IX secolo prima di Cristo.

 

Written by Salvatore Barrocu 

 

Pubblicato il

Le métier de la critique: “12 colpi di forbice” e “Non è un paese per vecchie” a confronto

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

Si comportava con dignità e generosità, non era ingenua ma neppure cinica.

Non è un paese per vecchie – 12 colpi di forbice

Vestiva con cura, passeggiava con le amiche, si inginocchiava davanti al Crocefisso e alzava la testa, come una bambina ancora desiderosa di imparare, durante le gite.

Amava ed era amata dall’unico figlio, dalla nuora e dal nipote.

Si circondava di fotografie di Raffaele, l’amore della sua vita, il marito che la aveva lasciata ma la aspettava, sorridendo, in Paradiso.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

È morta in un lago di sangue scuro, profanata da 12 colpi di forbice, l’ultimo del quale assestato alla gola, perché accogliesse in modo macabro l’arnese che ne aveva deturpato le carni.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

Ha aperto la porta al suo assassino, perché lo conosceva, ed è per il suo gruzzolo che è stata uccisa, perché ha tentato di difendersi ed opporsi all’abuso.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

La pelle incuneata sotto le sue unghie, nel tentativo disperato di sfuggire alla morte, ha consegnato la prova regina durante le indagini che hanno portato all’arresto e alla condanna del suo assassino.

Nel suo romanzo-inchiesta, intitolato “12 colpi di forbice”, Carolina Colombi, nuora della vittima del delitto di Borgoratti, noto alla cronaca nera italiana del 2013, racconta il drammatico epilogo della vita della suocera, Giovanna Mori, affrontando, così, tematiche di grande rilevanza sociale.

Non solo di un giallo, si tratta, quanto piuttosto della testimonianza diretta di un familiare che si trova a scontare l’infinita pena di una perdita ingiusta, violenta, blasfema.

L’autrice considera tale delitto un femminicidio, ribadendo il concetto più volte nel testo, sia nella parte narrativa che in quella didascalica.

Loredana Lipperini – Carlotta Colombi

Proponendoci di definire il termine, ricordiamo le parole dell’antropologa e deputata messicana Marcela Lagarde che così si esprime: “La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa“.

Tuttavia, oltre e forse più della diversità di genere, quale motivo fondante dell’atto criminale, in questo caso, vi è la differenza generazionale. L’atteggiamento della società contemporanea, basata sulla famiglia mononucleare, sull’individualismo e sul valore portante attribuito alla produttività, svilisce e ghettizza la vecchiaia, soprattutto quella delle donne, destinate, dopo i sessanta, a incarnare stereotipi o maschere di se stesse nella giostra mediatica.

Chiarificatore, in questo contesto, è il saggio “Non è un paese per vecchie”, scritto da Loredana Lipperini ed edito nel 2010 da Feltrinelli, nel quale si analizza la condizione e la identificazione, sul territorio italiano, di coloro che, per ragioni anagrafiche, più che depositarie della saggezza e della memoria collettiva, sono testimoni di quanto, oggi, fa più paura, ossia la perdita della giovinezza, da mantenere a tutti i costi.

Nina aveva novant’anni e amava la vita.

Anche la sua esistenza, un giorno, sarebbe finita. Ma nessuno aveva il diritto di rubarle il tempo concesso, annegando i suoi progetti nel sangue, perché donna e fisicamente indifesa.

Grazie al Pubblico Ministero, che ha impugnato la prima sentenza che sanciva una reclusione a trent’anni, oggi l’assassino è stato condannato in appello all’ergastolo, il massimo della pena prevista nell’ordinamento italiano.

 

Written by Emma Fenu

 

Info

Le métier de la critique

Amazon 12 colpi di forbice

 

Pubblicato il

Donne contro il Femminicidio #7: le parole che cambiano il mondo con Chiara Ragnini

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile. Per dare loro il massimo della potenza espressiva e comunicativa, ho scelto di contattare, per una serie di interviste, vari Uomini che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Femminicidio

Ho chiesto loro, semplicemente, di commentare poche parole, che qui seguono, nel modo in cui, liberamente, ritenevano opportuno farlo. Non sono intervenuta chiedendo ulteriori specificazioni né offrendo un canovaccio.

Alcuni hanno scritto molto, raccontando e raccontandosi; altri sono stati sintetici e precisi; altri hanno cavalcato la pagina con piglio narrativo, creando un discorso senza soluzione di continuità.

Non tutti hanno espresso opinioni univoche, contribuendo, così, in modo personale alla “ricerca sul campo”, ma tutti si sono dimostrati concordi nell’esigenza di un’educazione sentimentale e di una presa di coscienza in merito a un fenomeno orribile contro le donne, che necessita di un impegno collettivo.

Oggi è il turno, per “Donne contro il Femminicidio“, di Chiara Ragnini, cantautrice genovese attiva nella scena musicale indipendente, vincitrice di molti riconoscimenti e con, all’attivo, varie partecipazioni a festival e rassegne. Il 17 marzo del 2017 ha pubblicato il primo singolo del nuovo album, Un colpo di pistola, dedicato alle vittime del Femmicidio, di cui un pezzo recita:

Ricominciamo/ non sai più chi sono/ ti ho chiesto perdono/ ma non è bastato a fermare la tua mano/ a colpo sicuro/ un solco sul viso/ si perde nel bianco del muro/ ed io resto appiccicata con la faccia al pavimento/ il sangue è la benedizione al pentimento/ ma non mi pento io non mi pento/ neanche per un secondo/ nell’attesa del momento/ starò male so che tu sarai contento/ mi hai sparato dritto al cuore/ mi hai colpito senza fare alcun errore”.

Femmina

Chiara Ragnini

Madre, sorella, compagna, amante, bambina, ragazzina, donna, nonna, bocca, labbra, unghie, clitoride, utero, tette, ventre, tacchi, sensualità, dolcezza, purezza, durezza, caparbietà, genialità: sono tanti, tantissimi i termini che affiorano alla mente parlando di (una/la) femmina.

È colei senza la quale il maschio sarebbe perduto. È la guida al completamento dell’individuo di sesso maschile, la compensazione, la complementarietà, la chiusura del cerchio.  

Femmina è una canzone. Femmina è musica.

Femminismo

Femminismo è giocare ad armi pari; è una donna lavoratrice, autonoma e indipendente; è una madre che guida in autostrada per portare i propri figli alla gita giù al lago; è una capo di stato; è far valere le proprie idee in ufficio di fronte a tutti i colleghi uomini; è una birra con le amiche; è diritto di voto; è convivenza con il proprio partner; è sposarsi in comune; è libertà di espressione; è emancipazione.

Oggi alcune di queste immagini ci sembrano quasi scontate ma abbiamo faticato molto per guadagnarci quella parificazione giuridica, economica e politica che viviamo quotidianamente e che, purtroppo, non è ancora abbastanza.

Esistono ancora tanti, troppi pregiudizi verso le donne, soprattutto in ambito lavorativo. È nostro dovere batterci, nel nostro piccolo, ogni giorno per continuare a superarli.

Femminicidio

Femminicidio fa rima con violenza, perpetrata ai danni di una figura che si considera più debole, inferiore, come una donna.

Fa rima con mancanza di rispetto, con abuso di potere e annientamento dell’identità della persona in nome di un malato senso di superiorità del sesso maschile verso quello femminile.

La violenza va combattuta, sempre: lo si può fare solo insegnando il rispetto e il superamento di quelle barriere che, come dicevamo prima, abbiamo già in parte oltrepassato ma non, evidentemente, abbastanza.

Educazione sentimentale

Chiara Ragnini

Educare al sentimento è educare al rispetto, verso gli altri e verso se stessi. Solo amandosi si potrà essere in grado di amare l’altro, il diverso da sé.

Si sta facendo ancora troppo poco da questo punto di vista e non si dovrebbe mai smettere di insistere nel portare avanti progetti legati all’educazione sentimentale, dalle scuole elementari fino ai licei e alle università.

Non è mai troppo presto né troppo tardi per insegnarla.

 

Written by Emma Fenu

 

 

Info

Uomini contro il Femminicidio #1

Uomini contro il Femminicidio #2

Uomini contro il Femminicidio #3

Uomini contro il Femminicidio #4

Uomini contro il Femminicidio #5

Donne contro il Femminicidio #1

Donne contro il Femminicidio #2

Donne contro il Femminicidio #3

Donne contro il Femminicidio #4

Donne contro il Femminicidio #5

Donne contro il Femminicidio #6