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Donne contro il Femminicidio #9: le parole che cambiano il mondo con Lady Be

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile.

Femminicidio

Per dare loro il massimo della potenza espressiva e comunicativa, ho scelto di contattare, per una serie di interviste, varie Donne che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Ho chiesto loro, semplicemente, di commentare poche parole, che qui seguono, nel modo in cui, liberamente, ritenevano opportuno farlo. Non sono intervenuta chiedendo ulteriori specificazioni né offrendo un canovaccio.

Alcune hanno scritto molto, raccontando e raccontandosi; altre sono stati sintetici e precisi; altre hanno cavalcato la pagina con piglio narrativo, creando un discorso senza soluzione di continuità.

Non tutte hanno espresso opinioni univoche, contribuendo, così, in modo personale alla “ricerca sul campo”, ma tutti si sono dimostrati concordi nell’esigenza di un’educazione sentimentale e di una presa di coscienza in merito a un fenomeno orribile contro le donne, che necessita di un impegno collettivo.

Oggi è il turno, per “Donne contro il Femminicidio“, di Lady Be, artista italiana conosciuta a livello internazionale per la realizzane di opere interamente costituite da materiale di recupero. È presente a Torino, dal 19 al 28 maggio presso la Cavallerizza Reale, a un evento che ospita oltre 300 artisti da tutto il mondo, con la sua opera, “Barbie Tumefatta”, realizzata per dire “no” alla violenza sulle donne.

 

Femmina

Beaten Barbie

Parte di ogni creatura esistente sulla terra.

Con il termine femmina, tutti ci riferiamo a un individuo di sesso femminile, prima ancora di nascere (“è femmina!”), ma anche a una bambina già grande, a una ragazza, a una donna adulta. Ma non ci limitiamo qui: definiamo femmina tutti gli animali di sesso femminile, e persino le piante, i fiori di sesso femminile. Infine, arriviamo a usare questo termine per indicare oggetti artificiali e inanimati, come i connettori elettrici. Questo avviene perché, in quanto umani, siamo abituati a distinguere tutto ciò che esiste in categorie.

Invece, è curioso sapere che questa distinzione non vale per tutto il genere animale; esistono animali ermafroditi, così come le piante: per molte specie non esiste la pianta maschio o femmina, neppure il fiore maschile o femminile; esiste un solo tipo di pianta che ha un unico tipo di fiore, con al suo interno una parte maschile chiamata stame e una parte femminile chiamata pistillo.

Mi piace pensare che siamo un po’ tutti come i fiori: al nostro interno esiste una parte maschile e una parte femminile; naturalmente una delle due è fortemente dominante.

Ecco perché la mia definizione di femmina è: parte, più o meno dominante, di ogni essere vivente, con la quale tutti dovremmo imparare a convivere armoniosamente.

Femminismo

Nel 200 a.C, le “femministe” della antica Roma inscenarono una manifestazione di piazza per difendere i loro diritti; si propose di abrogare la legge che vietava alle donne di possedere più di mezza oncia d’oro, di portare vestiti multicolori e di passeggiare in carrozza.

Non riuscirono nel loro intento, per l’accanita opposizione del maschilista Catone.

Anni di lotte, sangue e sacrifici e, sebbene esista dai tempi più antichi, il termine “femminismo” venne coniato solo nell’Ottocento per battezzare il neonato movimento per l’emancipazione delle donne. A incarnarlo le suffragette, che lottavano per ottenere l’allargamento del diritto di voto anche alle donne.

Femminismo significa almeno 200 anni di lotte, sangue sacrifici ma anche successi, da parte delle donne che ogni giorno combattono per i propri diritti. 

200 anni contro 50… sfumature di grigio.

Perché il femminismo deve partire da noi: ogni singola donna è libera di scegliere quanto farsi rispettare. Se vogliamo che tutto ciò che è stato fatto non sia vano, dobbiamo essere noi, in prima persona, a rispettarci come donne e a non cedere ai luoghi comuni, contro i quali fingiamo di combattere ma che spesso, ci fanno comodo.

Femminicidio

Lady Be

Una brutta parola, come suicidio, omicidio, uxoricidio, parricidio, sororicidio, genocidio, ebreicidio, infanticidio, gaycidio, regicidio, tirannicidio, deicidio.

Tutte parole che trasudano di storia, di memoria, di indignazione, ma anche di curiosità, di cronaca nera, e di protezione; ci sentiamo sempre così distanti da loro, quando le sentiamo alla tv. Alcune di esse non le conoscevamo nemmeno.

Ma la parola “femminicidio” ha qualcosa di diverso; sa di attualità, di presente, di realtà e, come un’ombra misteriosa sempre in agguato, sembra voler spuntare dietro l’angolo da un momento all’altro.

Va oltre il tempo e lo spazio, la sentiamo persino dentro di noi.

E fa ci fa tanta, tanta paura.

Educazione sentimentale

Provengo da una famiglia di insegnanti, e ciò che ho sempre voluto fare è discostarmi dall’educazione intesa come insegnamento scolastico. Penso che l’educazione possa essere intesa in senso più lato, e non debba partire necessariamente dalla scuola, ma da ciò che davvero ci condiziona la vita in ogni istante: le immagini. Siamo bombardati di immagini in ogni istante, ma solo alcune di essere rimangono nella nostra memoria, e nella storia.

Fin dai tempi più antichi, l’arte è stata un veicolo di comunicazione universale, perché un’immagine può superare il problema della diversità tra lingue, culture, diversità, persino superare l’ignoranza e l’analfabetismo.

E, se l’educazione sentimentale è universamente indispensabile e socialmente utile, allora sì, l’arte deve farsi carico di questo importante compito ed educare ai sentimenti, attraverso le immagini; solo in questo modo sarà davvero possibile raggiungere tutti.

 

Written by Emma Fenu

 

Info

Sito Lady Be

Uomini contro il Femminicidio #1

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Interview of Alessandro Cortese to Rusudan Khizanishvili: To Trap Demons

I approached the arts too late but, when I finally did, it was as if some paintings, and some artists, were able to remind me things that I had lost in my memory. The visions of their stories have moved me to places where I must have been in other lives and in other times.

Rusudan Khizanishvili

Some artists, and their works, have been able to show me worlds that I knew existed but I didn’t know where and, in front of their representations, I had feelings full of wonder and amazement, as it happens to those who return home after a long trip and find everything as it has been left.

I stopped thinking normally of paintings when I’ve seen many of the Hopper’s open windows, while I was wondering what the portrayed characters’ object of sight was, trying to imagine what scents were brought by the breeze that slid up to the viewer from the open window.

And then I went on asking myself what happened to my mind, in front of certain scenes.

To give myself the answers I have tried to follow the lines that depict the faces, the characters and the  landscapes, finding a sense only when those same lines cease to draw the image itself but, rather, remove the image from its concreteness and its reality, to find no more the portrait of a fruit, a table or a farmer, but the magia in which the image loses itself in order to exist still and forever, from then on, as something new: the space ceases to be the way we perceive it and, with the space, the time also stops.

The Time. As novelist, the Time is a subject that obsesses me. “Time is a flat circle,” Nietzsche wrote in Zarathustra, in which we are trapped in a savage fight that constantly puts us against Entropy. In this war, the Time is not our fellow but our enemy and only few people are able to work miracles, removing pieces of world from the ruthless progress of Time and, so, saving the stories contained in those parts of the world.

Only a few are granted the power to do wonders, to save certain objects or places or people removing them from the jaws of Entropy that everything chews and digests, pushing all in black holes that are opened anywhere in the Universe. They are the artists, those thieves of life, those wizards and witches born with the gift of sensitivity and vision, able to look behind the veil that covers all things and able to tear it, to capture the essence of the things themselves and, for the love of that things, to place them in written pages, in music or in a painting.

The artists with the ability to amaze are immediately recognized, when you are in front of their work, because the feeling that you have is a splendid restlessness. I felt this way, watching “The underground city” by Rusudan Khizanishvili: I felt the heaviness of the oil paint brush strokes, remaining caught in the viscosity of a charming image. And I finally felt at home. The restlessness of the paintings of this artist, who has become in a short time one of the most exposed painter in the world, are the evidence of a soul in turmoil. I felt the wonderful smell of a complex spirit and I wanted to contact her, a couple of years ago.

Rusudan Khizanishvili

We talked a lot, I and Rusa. We talked about God and Time, of what it’s hidden in the depths of the outer space that are prohibited to us, as well as the secrets of matter and of what matter hides, between one atom and another. We talked about the run of the White Rabbit in a hole opened on the secrets of Wonderland.

So, you can hear as we continue to talk. Listen to us while we turn the words into a weapon to trap demons, because words are chains to control those scratching beasts inside the artist. And the paintings, Rusa’s paintings, are the cages from which the wild animals can get out no more: they are trapped, now, and hanging these paintings on the wall is like hanging the head of incredible monsters as if they were trophies.

Yet, although they are nailed over a white wall, these trophies have not lost the strength that was proper to the monsters they were, before being captured by the artist.

Dear Rusa, finally, here we are. It was a long time I wanted to talk to you so that others could read, so let’s start!

 

A.C.: Who is Rusudan Khizanishvili? This is a canonic question, in an interview, but I want to begin far from the artist and I want the story behind you, the story of a woman, in Georgia, who used her gift to create incredible paintings sold all over the world. How did you do? Please… tell me about the success and then go back, at the beginning. Or, if you prefer, turn the question and you can start with the beginning because, in this chat, we don’t have time constraints… and hence we can do what we want.

Rusudan Khizanishvili: A greeting to you, Alessandro, and to all who are reading us and thank you for your words! My married name is Rusudan Khizanishvili, but I was born Gobejishvili. I was born in the Russian Soviet Federative Socialist Republic in 1979, but my family was Georgian and, in 1992, my mother tried everything to go back home, to Georgia; finally, we left our Russian country when I was nearly thirteen. I could not say how my birthplace still influences me, because I was too young in that time.  However, as years go by, I’m convinced that my childhood definitely played the main role in my creative work and, at the same time, I can say with confidence that Tbilisi, the capital of Georgia, in which I live since 1991, marks my art life: this unusual city is very beautiful, here the Eastern and the Western cultures are mixed and the architecture of the town always gives me a lot of energy and nourishes my imagination. I got married when I was a student and then I had two daughters. My husband is not an artist but he always supported me to grow in my art: he supported me when I finished the Art College and I decided to continue my study to the Tbilisi State Academy of Art and, as my mother and friends, he has given me lots of support ever since.

 

A.C.: There’s a sentence that, for me, has always been very important in my work as a novelist and I believe that it is a good sentence for every artist: “If you didn’t have a very shitty life, you also don’t have much to say”. I believe that the substance of an artist comes from other places, outside of the artist himself, but I also guess that every things that come from these places must be filtered by the personal experiences. The more the experiences the more the substance but, we know, nothing can stimulate the creative process like a bad thought. The perception that I had in front of your work was of a dense and complicated soul… I think so, it’s not my imagination. What do you think about this?

Rusudan Khizanishvili

Rusudan Khizanishvili: I didn’t have an easy childhood: my mother was a single parent of three kids because my father passed away when I was one year old and, in this difficult period of my life, I found in the reading a way to escape from the sadness. I’ve read many books and created my imaginary world, where I could be free from reality and I could live an happy life; in this world my art was born: staying there I found the force to grow like an artist. I think I’m a bit different from many other painters because I am telling my own life stories to the public and I think that all of us have a different story to tell: the art is so subjective, isn’t it?

 

A.C.: Dear Rusa, what can we find in the White Rabbit hole? This is what I thought, you know, when I’ve looked at some of your paintings. In the Wonderland of our souls there’s the past or the future, and how our past and our future can change the perception of the artist’s work? What’s the secret of the agitation that you capture in your paintings?

Rusudan Khizanishvili: My creative work is totally powered by subconsciousness and, sometimes, I can’t immediately grasp the connection between the characters that I’m representing. Except the main idea, crystal clear from the beginning, only after I completed my painting I suddenly see my parallel world and, just as Alice, at that moment I can open the door of Rabbit’s Hole. As an artist driven by a free state of mind, after I’ve finished I try to connect the two worlds together, the actual world and the world that I’ve, instead, created with my art. I believe, or I want to believe, in this as a child believes in Santa Claus. Listen to me, Alessandro, I want to tell you a memory: one of my favorite novel of my childhood was The Illustrated Man, by Ray Bradbury. The plot itself wasn’t important, for me, because what became really important was the fantastic idea of some pictures on a man’s body, tattoos that lived their lives in a completely unpredictable way: I express my feelings in my art in the same way and I give full freedom to my subconsciousness, so it guides me and the brush on the canvas and, then, my paintings will be free to do what they like, no longer needing me.

 

A.C.: The circle, the cube, the pyramid and the arrow… these are only few of the symbols that is possible to find in your paintings. Not the only ones, because there’s also the fly, the antigas mask, the table, the house and the whispers. The geometry of the forms and the alchemic interpretation of reality are mixed with your great sensibility and, in each of your paintings, the result is that the observer is stroked by many of the archetypes of the collective unconscious. What’s the hidden place inside of you in which the archetypes can embed their roots? And how do you manage to bring out all the symbols in you?

Rusudan Khizanishvili: As usual, in each period of my work, I use a certain set of symbols as well as paints, to which I attach a specific value, because I believe in the importance of the hidden symbolism in my art. In the last four years, my paint has changed and, also, have changed the symbols: in my process of creation, it’s like I open a magic door and I can see what there is on the other side, so I become the man in the middle, between that world and the public, and it’s my job to show human emotions. Symbols, in my paintings, represent the messages I try to convey to my audience: in the artistic creation process, the circle, the cube, the pyramid and all of the other symbols are the main language, the only form of communication between me and this beautiful, unimaginable and never-ending world of art. I try to show it to my audience and communicate with them like Tarots: everyone can see the cards in a different way, so everyone can read and feel my art in a personal way; my hope is always that, with my art, I can touch people deeply, my goal is to use art like a medicine and my paintings like the prescription for everything people might need to feel more inspired and able to listen to their own feelings.

 

A.C.: The beasts… all of the beasts in the heart, in the brain and in the guts… how can you trap them? Now we can talk about them, hence, tell me about the beasts. All of the beasts that rage in your soul and make your incredible gift possible.

Rusudan Khizanishvili

Rusudan Khizanishvili: The beasts! The beasts in my art are not only dark subjects, but they are also guardians: growing in a small country, where I lived many dark and difficult times, I always tried to survive through my paintings, as an artist; so, I think my beasts represent those dark times. But after a long night full of nightmares, my life continued and my beasts have become, now, the titanic guardians of that world where only I can go.

 

A.C.: So… the beasts are guardians, now, and were nightmares before. But where the monsters were born?

Rusudan Khizanishvili: When my brothers were 11 and 13 years old, and I was only one year old, my father was killed by a thief. My Grandmother, the mother of my father, blamed me for this tragic death. Every day she shouted at me, and she was saying that my birth was a bad sign. She was a poor woman, she could not understand that she was hurting me. She lost her only son and this was her biggest tragedy. At that time, my mother worked all day… and after school, I was back among the books of my home library, sitting there ‘til the evening. Running away from monsters. But that’s okay: there are so many real tragedies in the world and mine is not important. I am happy to have had it! I deeply believe that we must always continue to live our life and make our best to live it: then, when you look behind, the terrifying beasts are now the guardians that accompany us.

 

A.C.: Instead, it is very important what you said, Rusa… because it allows us to understand who you really are. The artist carries on his shoulders the weight of a sensitivity that is often too heavy. Every feeling expands, becomes total, involves completely, and it is not always possible to separate the real life from the creative process, that becomes part of life itself. Often the creative process becomes the whole life itself, as if you were painting continuously or continuously writing a story. It becomes difficult to get out. Have you ever succeeded? And if so, how? Tell me, and tell us, because it would be of great help, at least for me.

Rusudan Khizanishvili: As an artist and as a woman, but also as a human being, I’m very sensitive. So, yes, all of my feelings are expressed in my art. The more I create and the more the healing process takes place, hence the more creative I become. Art is my life and life is always an artwork, it’s the only way I can see my journey in my life of art. I’ve never created art to become successful, I always try to tell my story and I never really paid attention to my critics because all of us have a different vision, a different mind and different feelings. I’m telling my story. I am not trying to compete with anybody or to win a game, this is purely my imagination and the medicine for my soul.

 

A.C.: This is purely my imagination and medicine for my soul… I think you could not find more beautiful words to conclude our chat! I thank you infinitely for your time… your words are a great gift for me and for our readers.

Rusudan Khizanishvili: Thanks to you and to all of you!

 

In traduzione italiana

Intervista di Alessandro Cortese a Rusudan Khizanishvili: Intrappolare i demoni

Rusudan Khizanishvili

Mi sono avvicinato all’arte troppo tardi ma, quando finalmente l’ho fatto, è stato come se alcuni quadri, e alcuni artisti, siano riusciti a ricordarmi cose di cui avevo perso memoria, o a riportarmi in posti in cui devo essere stato in altre vite e in altri tempi. Alcuni artisti, e le loro opere, sono stati capaci di farmi vedere mondi che sapevo esistevano ma non sapevo dove, e la sensazione che ho avuto, dinanzi ai loro quadri, è stata di meraviglia e stupore, come accade a coloro che dopo un lungo viaggio ritornano a casa e vi ritrovano tutto come era stato lasciato, esattamente come rimasto nella propria mente.

Ho smesso di pensare normalmente a un quadro dinanzi alle finestre aperte di Hopper, chiedendomi quale fosse l’oggetto della vista dei personaggi ritratti, provando a immaginare quali profumi venivano riportati dalla brezza che scivolava da quella finestra aperta fino allo spettatore.

E poi ho continuato a chiedermi che cosa mi succedesse, davanti a certe scene.

Per darmi delle risposte ho provato a seguire le linee che raffigurano i volti, i personaggi e i paesaggi, trovando un senso solo quando quelle stesse linee smettono di tracciare l’immagine in sé ma, piuttosto, tolgono all’immagine la sua concretezza e tutto ciò che in quell’immagine può essere riconosciuto come reale, per trovare non più il ritratto di un frutto, di un tavolo o di un contadino, quanto invece la novità che meraviglia, la magia della ricreazione in cui l’immagine perde se stessa per esistere ancora e per sempre, da lì in avanti, come qualcosa di nuovo, in cui lo spazio smette di essere come da sempre lo percepiamo e, con lo spazio, smette di essere anche il tempo.

Il Tempo. Come narratore, il Tempo è un argomento che mi ossessiona.Il tempo è un cerchio piatto,” scrisse Nietzsche in Zarathustra, nel quale siamo intrappolati in una lotta feroce che, costantemente, ci pone contro l’Entropia. In questa guerra, il Tempo non è nostro alleato ma nostro nemico e solo ad alcuni è concesso di fare miracoli, togliere interi pezzi di mondo all’impietoso progredire del Tempo e così salvare le storie che in quei pezzi di mondo sono contenute.

Solo ad alcuni è concesso il potere di fare prodigi, di salvare certi oggetti o luoghi o persone e, trasformandoli, di toglierli dalle fauci dell’Entropia che ogni cosa mastica e digerisce, risucchiandola nei buchi neri che ovunque si aprono nell’Universo. Costoro sono gli artisti, quei ladri di vita, quei maghi e quelle streghe nati col dono della sensibilità e della vista, capaci di guardare dietro il velo che copre tutte le cose per strapparlo e catturare l’essenza delle cose stesse e, per amore delle cose stesse, trasferirla in pagine scritte, in musica o in un quadro.

Gli artisti dotati della capacità di meravigliare vengono riconosciuti immediatamente, quando ci si trova dinanzi ai loro quadri, perché la sensazione che se ne ha è di una splendida inquietudine.

Ho provato questo, guardando “La città sotterranea” di Rusudan Khizanishvili. Ho sentito la pesantezza delle pennellate di colore a olio, rimanendo catturato nella viscosità di un’immagine ammaliante. E ho sentito di essere finalmente a casa. L’inquietudine dei quadri di questa artista, divenuta in poco tempo una delle più esposte al mondo, sono la cronaca di un’anima in subbuglio e io, che sento lo splendido profumo di spiriti così complessi, non ho voluto trattenermi dal contattarla, un paio di anni fa.

Rusudan Khizanishvili

Abbiamo parlato tanto, io e Rusa. Abbiamo parlato di Dio e del Tempo, di ciò che si nasconde nelle profondità degli spazi siderali che ci sono vietati, come pure dei segreti della materia e di ciò che la materia nasconde, tra un atomo e un altro.

Allora spiateci, mentre continuiamo a parlare. Ascoltateci mentre facciamo delle parole uno strumento per intrappolare i demoni. Perché le parole sono catene per comandare a quelle bestie che grattano dentro l’artista. E i quadri, questi quadri, i quadri di Rusa, sono la gabbia dalla quale le bestie non possono ormai più uscire: le bestie sono in trappola, ora, e appendere questi quadri su un muro è come appendere la testa di mostri meravigliosi quasi fossero dei trofei.

Eppure, sebbene inchiodati sopra un muro bianco, questi trofei non hanno perso la forza che era propria dei mostri che erano, prima che l’artista li intrappolasse.

Cara Rusa, eccoci qua, finalmente. Era da molto tempo che desideravo poter parlare con te in modo che anche gli altri possano leggerci, quindi direi di cominciare.

 

A.C.: Chi è Rusudan Khizanishvili? Si tratta di una domanda classica, per un’intervista, ma mi piacerebbe iniziare lontano dall’artista e sentire la storia che porti con te: voglio la storia di una donna che, in Georgia, ha usato il proprio dono per creare quadri incredibili che sono poi stati venduti in tutto il mondo. Come hai fatto? Se vuoi… raccontami del successo e poi torna indietro, al punto di partenza. O, se preferisci, rigira la domanda e comincia dall’inizio perché, nella nostra chiacchierata, non abbiamo limiti di tempo… possiamo fare quello che vogliamo.

Rusudan Khizanishvili: Un saluto a te e a tutti quelli che ci leggono, Alessandro, e grazie per le tue parole! Il mio nome da sposata è Rusudan Khizanishvili, ma da nubile il mio cognome era Gobejishvili. Sono nata nella Repubblica della Federazione Russa, nel 1979, ma la mia famiglia è Georgiana e, nel 1992, mia madre le ha provate tutte per tornare a casa, in Georgia; finalmente, abbiamo lasciato il nostro paese in Russia quando avevo quasi tredici anni. Non saprei dire come il posto in cui sono nata ancora riesca a influenzarmi, ero troppo giovane quando me ne andai. Comunque, a tanti anni da allora, mi sono convinta che la mia infanzia abbia avuto la parte più importante nella creazione della mia pittura e, allo stesso tempo, un ruolo fondamentale l’ha occupato Tbilisi, la capitale della Georgia, in cui vivo dal 1991: questa città, così strana, è bellissima, perché qui si sono incontrate le culture d’Oriente e d’Occidente e l’architettura che ne è venuta riesce sempre a darmi parecchia energia, nutrendo la mia immaginazione. Mi sono sposata che ero ancora studentessa, poi ho avuto due figlie. Mio marito non è un artista ma mi ha sempre supportato, facendomi crescere nel mio lavoro. Mi ha appoggiato nella scelta, finito il liceo artistico, di proseguire gli studi all’Accademia di Tbilisi e, come mia madre e alcuni amici, mi ha dato molto sostegno.

 

A.C.: C’è una frase che, per me, è stata di grande aiuto nel mio lavoro di romanziere, ma credo pure che sia facile estenderne l’utilità a qualsiasi altra forma d’arte: “Se non hai avuto una vita di merda, allora non hai niente da raccontare”. Penso che la sostanza di un artista venga da altri posti, al di fuori dell’artista stesso, ma devo credere pure che ogni cosa che proviene da quei luoghi, e che l’artista riesce a cogliere, possa essere filtrata dall’esperienza personale di chi ha la sensibilità per farlo. Maggiori sono le esperienze e maggiore sarà la sostanza ma, lo sappiamo, nulla stimola il processo creativo come un cattivo pensiero. La percezione che ho avuto, davanti ai tuoi quadri, è stata di guardare un’anima densa e complicata… penso sia davvero così, che non si tratti della mia immaginazione. Cosa puoi dirmi a riguardo?

Rusudan Khizanishvili

Rusudan Khizanishvili: Non ho avuto un’infanzia semplice: mia madre era unico genitore di tre figli, mio padre è morto quando avevo solo un anno e, in questo difficile periodo della mia vita, ho trovato il modo di scappare dalla tristezza leggendo. Ho letto parecchio e creato un mondo immaginario, in cui potevo essere libera dalla realtà e vivere una vita felice. È in questo mondo che è nata la mia arte: vivendoci dentro, ho trovato la forza di crescere come artista. Credo di essere un po’ diversa rispetto a molti altri pittori, perché racconto le mie storie di vita al pubblico e credo che ciascuno abbia storie diverse da raccontare: del resto, l’arte è così soggettiva, non è vero?

 

A.C.: Cara Rusa, cosa c’è nella tana del Bianconiglio? Ho pensato a questo, guardando i tuoi lavori. Nel Paese delle Meraviglie delle nostre anime c’è il passato o il futuro, e come il nostro passato e il nostro futuro possono cambiare la percezione del lavoro di un artista? Qual è il segreto dell’inquietudine che catturi nei tuoi quadri?

Rusudan Khizanishvili: Il mio processo creativo è alimentato dal subconscio e, a volte, non riesco a comprendere subito le connessioni tra quello che sto dipingendo. A eccezione dell’idea principale, che all’inizio è sempre chiarissima, soltanto dopo aver finito il quadro riesco improvvisamente a vedere il mio mondo parallelo e, proprio come Alice, è quello il momento in cui posso aprire la porta della tana del Bianconiglio. Come artista guidata da una totale libertà mentale, dopo aver finito un quadro provo a rimettere insieme i miei due mondi, quello reale e quello che, invece, ho creato con la mia arte. Io credo, o voglio credere, che questo sia possibile, come un bimbo crederebbe a Babbo Natale. Ascoltami, Alessandro, voglio raccontarti un ricordo: uno dei miei racconti preferiti, quand’ero bambina, era L’uomo illustrato, di Ray Bradbury. Non era importante la storia in sé, quanto l’idea fantastica di quei tatuaggi, sul corpo di un uomo, che vivevano la propria vita in modi imprevedibili: esprimo i miei sentimenti con la mia arte allo stesso modo e do completa libertà al mio subconscio, così che mi guidi insieme al pennello sulla tela, poi i miei quadri saranno liberi di fare quello che preferiscono, senza più bisogno di me. 

 

A.C.: Il cerchio, il cubo, la piramide e la freccia… questi sono solo alcuni dei simboli che è possibile ritrovare nella tua pittura. Non i soli, perché ci sono anche la mosca, la maschera antigas, il tavolo, la casa e i sussurri. La geometria delle forme e l’interpretazione alchemica della realtà si mescolano con la tua grande sensibilità e, in ognuno dei tuoi quadri, l’osservatore viene investito da molti degli archetipi dell’inconscio collettivo. Qual è il posto segreto che tieni nascosto e in cui gli archetipi affondano le loro radici? E in che modo riesci a portar fuori i simboli che nascono dentro di te?

Rusudan Khizanishvili: Come di solito succede, in ogni periodo del mio lavoro artistico uso certi simboli e certi colori, a cui do una valenza ben precisa perché credo nell’importanza del simbolismo nascosto nella mia arte. Negli ultimi quattro anni, la mia pittura è cambiata e sono cambiati anche i simboli: nel mio processo creativo, è come se aprissi una porta sopra un mondo magico per vedere cosa c’è dall’altra parte, così divento l’uomo nel mezzo, tra quel mondo e il pubblico, ed è mio il compito di mostrare le emozioni umane. I simboli rappresentano il messaggio che provo a raccontare a chi mi segue: nel processo di creazione, il cerchio, il cubo, la piramide e tutti gli altri simboli sono il linguaggio principale, l’unica forma di comunicazione tra me e questo splendido, inimmaginabile mondo di arte senza fine. Provo a mostrarlo al mio pubblico, comunicando con loro come si farebbe tramite i Tarocchi: ognuno può vedere le carte in modo diverso, così ognuno può leggere e sentire la mia arte a modo proprio; la mia speranza è di riuscire sempre, attraverso il mio lavoro, a toccare le persone profondamente, il mio obiettivo è di usare l’arte come una medicina e i miei quadri come la prescrizione di tutto ciò di cui ognuno ha bisogno per sentirsi più inspirato e capace di ascoltare i propri sentimenti.

 

A.C.: Le bestie… tutte le bestie nel cuore, nel cervello e nelle viscere… come le hai intrappolate? Parliamo delle bestie, quindi, raccontami di loro, di tutte le bestie che urlano nella tua anima e rendono possibile il tuo incredibile dono.

Rusudan Khizanishvili

Rusudan Khizanishvili: Le bestie! Nella mia arte, le bestie non sono solo soggetti oscuri, sono pure dei guardiani: crescendo in un piccolo paese, dove ho vissuto lunghi periodi difficili, ho sempre pensato di poter vivere con i miei quadri, come un’artista; quindi credo che le mie bestie rappresentino sì quel mio periodo così buio ma, dopo una lunga notte piena di incubi, la mia vita è andata avanti e le bestie sono diventate, ora, titanici guardiani di quel mondo a cui a me soltanto è concesso di andare.

 

A.C.: Le bestie sono guardiani, adesso, ed erano incubi prima. Ma dove sono nati i tuoi mostri?

Rusudan Khizanishvili: Quando i miei fratelli avevano 11 e 13 anni, e io soltanto un anno, mio padre è stato assassinato da un rapinatore. Mia nonna paterna mi ha incolpato di questa tragica morte. Mi sgridava ogni giorno, dicendomi che la mia nascita era stata un brutto presagio. Era una povera donna, non capiva che mi stava ferendo: aveva perso il suo unico figlio e fu la sua più grande tragedia. A quel tempo, mia madre lavorava tutto il giorno… e dopo la scuola, io tornavo tra i libri, alla libreria di casa mia, sedendo lì fino a tarda sera. E scappavo dai mostri. Ma va bene: ci sono tante tragedie, nel mondo, la mia non è così importante. Sono felice che ci sia stata! Credo fermamente che dobbiamo sempre continuare a vivere la nostra vita facendo il meglio per viverla: dopo, quando ci si guarda alle spalle, le bestie terrificanti che ci inseguivano sono ora i guardiani che ci accompagnano.

 

A.C.: Quello che stai raccontando è molto importante invece, Rusa… perché ci permette di capire chi sei veramente. L’artista porta sulle proprie spalle il peso di una sensibilità spesso troppo pesante. Ogni sentimento si dilata, diventa totale, coinvolge completamente, e non sempre è possibile separare la vita reale dal processo creativo, che diventa parte della vita stessa. Spesso, il processo creativo può addirittura diventare vita vera e propria, come se tu dipingessi continuamente o continuamente stessi scrivendo una storia. E diventa difficile uscirne. A te è mai successo? E se sì, come? Dimmi, e dicci, perché sarebbe di grande aiuto sapere qual è la tua esperienza, almeno per me.

Rusudan Khizanishvili: Come artista e come donna, ma anche come essere umano, sono molto sensibile. Quindi, sì, ognuno dei miei sentimenti in qualche modo diventa parte del mio lavoro. Più io creo e più la mia guarigione va avanti e, al tempo stesso, più creativa divento. L’arte è la mia vita e sempre la vita è un’opera arte, questo è il solo modo in cui riesco a vedere il mio viaggio attraverso la vita di un artista. Non ho mai fatto un quadro perché diventasse di successo, ho sempre provato a raccontare la mia storia e non ho mai ascoltato davvero i miei critici, perché tutti noi abbiamo una visione diversa, pensieri diversi e sentimenti diversi. Io sto raccontando la mia storia. Senza competere con nessuno né per vincere una partita. Si tratta solo della mia immaginazione e della medicina per la mia anima.

 

A.C.: Si tratta solo della mia immaginazione e della medicina per la mia anima… credo tu non possa trovare frase più bella per concludere questa nostra chiacchierata. Io ti ringrazio infinitamente per la tua disponibilità… con le tue parole, hai fatto un grande dono a me e a chi ci legge.

Rusudan Khizanishvili: Grazie a te e a tutti voi!    

 

Written by Alessandro Cortese 

 

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“I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia”: fino al 14 gennaio 2017 al Palazzo Roverella, Rovigo

Un dettaglio di “Tre teste di donne bretoni” del pittore francese Emile Bernard, opera del 1888, è l’immagine che appare sul manifesto della suggestiva mostra allestita a Rovigo, al Palazzo Roverella.

 

I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia

I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia”, inaugurata il 17 settembre 2016, terminerà il 14 gennaio 2017, quando si spegneranno i riflettori sul fantastico “viaggio” dei moti dell’animo compiuto attraverso il colore.

Si tratta di un percorso che vede coinvolti diversi pittori di fama mondiale, articolato in cinque sezioni: La Bretagna di fine Ottocento; Alle origini del Sintetismo: Emile Bernard e Paul Gauguin; Profeti e pellegrini. La poetica dei Nabis; Burano-Bretagna e ritorno; L’estetica della semplicità tra seduzioni borghesi e intimità domestiche.

L’iniziativa è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione col Comune di Rovigo e L’Accademia dei Concordi. Giandomenico Romanelli ne è il curatore.

Il centinaio di opere – alcune popolari, altre meno conosciute – parlano al visitatore di anime in fuga ed in cerca della loro strada; appagate dall’approdo ad un intimo rifugio, seppur momentaneo, in riva al mare della Manica oppure, più alla nostra portata, nella laguna veneziana. Senza dubbio, la grande “star” dell’esposizione è Paul Gauguin, che a Pont-Aven, sulle coste della Bretagna, era giunto nel 1888.

Rotto il sodalizio con Van Gogh – l’olandese aveva scelto il sud della Francia e nelle lettere al fratello Theo lo dava per perso nei suoi viaggi in Martinica –, Gauguin aveva privilegiato questo piccolo lembo di terra, dove si era formata una comunità internazionale di giovani artisti.

Essi condividevano esperienze e soprattutto desideravano giungere ad un nuovo tipo di arte, il più possibile semplice.

Bretagna - acquerello su carta, Paul Gauguin, 1889

In loro si avvertiva un rifiuto della verosimiglianza e del naturalismo, espresso da colori piatti e forti, delimitati da linee scure. Anche le forme e i colori si semplificano, in quello che sembra un frammento di mondo colto nella sua immobilità e nel suo silenzio.

E a testimoniare questo, basta osservare “Bretagna”, l’acquerello su carta del 1889 di Gauguin, oppure “Paesaggio estivo con tre alberi” del 1905 dello svizzero Cuno Amiet. Si entra così nel vivo della rassegna, con quel gruppo di “profeti” – dall’antico ebraico chiamati “Nabis” –, che tramite l’esperienza parigina hanno dato vita all’arte moderna.

Sono artisti come Paul Sérusier, Emile Bernard, Paul-Elie Ranson, Maurice Denis e gli svizzeri Cuno Amiet e Félix Vallotton, che, liberi dall’imitazione della realtà, si chiudevano nel loro studio e cercavano di mettere sulla tela tutto ciò che ricordavano di quel che avevano osservato.

Scaturiva così una pittura sintetica, dai colori intensi e dal profili marcati; con pochi dettagli, perché la mente molto dimentica, caratterizzata da una semplificazione fino all’essenziale – da qui il nome di “Sintetisti”.

Nella mostra di Rovigo, Paul Gauguin si “scontra” con Gino Rossi: due artisti agli antipodi, eppure in grado di sintetizzare la pittura ad una purezza primigenia. Mentre il primo si lascia conquistare dai paradisi tahitiani, il secondo ci offre un’opera come “Barene a Burano”, in cui nel turbinio di blu cobalto e gialli aranciati si legge un inno alla gioia, che più tardi andrà scemando nei toni cupi della disperazione.

Donna che si pettina, Oscar Ghiglia, 1909

L’estetica della semplicità allarga i suoi orizzonti ed ingloba la nuova idealità borghese.

L’ultima parte dell’esposizione è dedicata a protagonisti italiani quali Felice Casorati, Oscar Ghiglia, Cagnaccio di San Pietro, Mario Cavaglieri. Artisti in grado di affacciarsi al palcoscenico dell’arte internazionale senza alcun complesso d’inferiorità.

La luce “gioca” sui corpi di figure, molto spesso donne, ritratte in ambienti domestici ristretti, intente in attività quotidiane. Si riflette su una camicia bianca, uno scialle giallo, un corpo nudo.

Col biglietto della mostra, che intero costa 11 euro, il visitatore può accedere anche all’attigua Pinacoteca, dove si trovano preziose opere di Tiziano Vecellio, Palma il Giovane, Dosso Dossi, Giambattista Piazzetta, Jacopo Tintoretto e Giambattista Tiepolo. Nonché due capolavori di Giovanni Bellini, quali la “Madonna con Bambino” e il “Cristo portacroce”.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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“L’impressionismo di Zandomeneghi”, in esposizione al Palazzo Zabarella, sino al 29 gennaio 2017, Padova

Sono passati cento anni dalla morte del pittore impressionista Federico Zandomeneghi (Venezia, 2 giugno 1841- Parigi, 31 dicembre 1917) e la Fondazione Bano lo celebra a Padova, a Palazzo Zabarella, con un’antologica in programma dal 1 ottobre 2016 al 29 gennaio 2017, “L’impressionismo di Zandomeneghi“.

L’impressionismo di Zandomeneghi

Figlio di scultori, Zandomeneghi ha preferito fin da piccolo la pittura alla rigidità del marmo del Canova, esempio tanto amato dal padre e dal nonno.

L’artista, che ha combattuto in prima linea a fianco di Garibaldi, ha conosciuto la Firenze dei Macchiaioli.

È stato considerato, nella seconda parte della sua vita, come uno dei maggiori interpreti della Parigi “fin de siècle”, città nella quale ha vissuto a lungo ed è morto. Come Degas e Renoir, egli ha dipinto il fascino della Belle Èpoque. Precursore della modernità, attraverso i suoi ritratti è divenuto il “cantore” dell’emancipazione femminile.

La mostra, curata da Francesca Dini e Ferdinando Mazzocca e promossa dalla già citata Fondazione Bano, in collaborazione col Museo Civico di Palazzo Te di Mantova, presenta 100 opere, fra dipinti a olio e pastelli, provenienti dai più importanti centri culturali – per citarne alcuni, la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti di Firenze, la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza, il Museo Civico di Palazzo Te di Mantova.

Inoltre, alcuni di questi quadri provengono da esclusive collezioni italiane, inglesi, francesi e svizzere. I dipinti, che si trovano nelle sale del suggestivo Palazzo Zabarella, mostrano l’eccezionale talento del pittore veneziano: un artista dalla tecnica raffinata e dallo stile davvero inconfondibile.

Place D'Anvers a Parigi - Federico Zandomeneghi - 1880

Parigi è la città che lo ha accolto nel 1874, e della quale Zandomeneghi ha saputo restituire l’atmosfera delle piazze, dei boulevard e della vita sociale che si svolgeva nei teatri e nei caffè. Un luogo che lo ha visto protagonista, con Giovanni Boldini e Giuseppe De Nittis, della triade degli Italiens de Paris.

Fra le opere, la “scintillante” “Place d’Anvers”, un olio su tela di grandi dimensioni del 1880, in cui l’artista ha riprodotto fedelmente quello che stava avvenendo nella celebre piazza parigina.

A vederlo dal vivo, questo dipinto lascia letteralmente senza fiato. I puntini di colore, che affollano a migliaia la tela, danno sapientemente forma a figure luminose, mano a mano che ci si allontana dal quadro.

È sorprendente quanti particolari siano celati in qualcosa che, a ben guardare, è solo “abbozzato”. D’altra parte, proprio a Zandomeneghi va il vanto di avere osato confrontarsi con gli impressionisti francesi, essendo stato il pittore della “modernità”.

Di questa esposizione mi rimarranno impressi i ritratti – anche un autoritratto –, colti in atteggiamenti pensosi, ma con occhi “furbi” e talvolta ammiccanti; le nature morte, fatte di mazzi di fiori, di violette e candide tovaglie; le donne, in cui l’artista ha creato un immaginario femminile ritratto in momenti intimi, di vita quotidiana.

Una donna emancipata, è quella di Zandomeneghi, intenta al rito della toilette o alla lettura di un libro. Una donna che va a teatro, partecipa a serate mondane.

Au Café (Coppia al caffè) - Federico Zandomeneghi - 1885

Una donna che indossa sempre qualcosa di bianco, sia una veste o un colletto, su cui si riflette e rifrange la luce. Oppure di rosso, per attirare su di sé l’attenzione.

Davvero un’esperienza unica, la visita a questa esposizione, che consiglio a tutti.

La mostra “L’impressionismo di Zandomeneghi” è aperta dal martedì alla domenica, dalle 9,30 alle 19,00. Chiuso il lunedì. Chiuso sabato 24 dicembre e domenica 25 dicembre.

Il biglietto costa 12 euro; 10 euro il ridotto.

L’ingresso è in via degli Zabarella n. 14, in una zona pedonale poco distante dalla Basilica del Santo.

Che altro dire? Padova, città d’arte e ambasciatrice di cultura, vi aspetta con le sue meraviglie. Mancare sarebbe un peccato.

 

Written by Cristina Biolcati

 

 

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“Van Gogh Alive – The Experience Roma”: una mostra? No, un’esperienza! – sino al 26 marzo 2017, Roma

Van Gogh Alive – The Experience Roma, ci informa delle sue intenzioni sin dal titolo. E non delude le aspettative, la mostra realizzata da Ceo Ninetynine e Rob Kirk per Grande Exhibitions ed ospitata presso il Palazzo degli Esami, Via Girolamo Induno 4, a Roma.

Van Gogh Alive _ The Experience Roma

Un’esperienza, un viaggio multimediale attraverso le opere significative del genio olandese, pregne di un classico estro e di una bellezza inenarrabile.

Una storia lunga 3000 immagini, la vita dell’artista narrata attraverso le sue opere riprodotte su installazioni, schermi, muri, proiettate sapientemente e con senno artistico.

C’è “La notte stellata” (1889), opera caratterizzata da una potenza cosmica feroce e sofferta. E poi vediamo le pennellate, il colore, quasi sino a toccarlo, a viverlo, del celebre dipinto “Campo di grano con volo di corvi” uscito dal pennello e dalla testa di Van Gogh nel 1890, poco prima del suo trapasso.

Tutte le opere principali, i lavori più sentiti, più veri dell’artista geniale, raccolti ed esposti a/in tutto il mondo con una mostra itinerante che raggiunge finalmente la Capitale d’Italia. In Van Gogh Alive – The Experience Roma, ogni dipinto, ogni curva, ogni colore presente penetra nell’anima, e trascina nel mondo dell’arte anche chi di solito è lontano.

Quaranta, intensi, minuti, nel mondo del celebre pittore olandese, vivendo un’esperienza emozionale attraverso un percorso che si snoda tra grandi spazi. Oltre quaranta proiettori HD che forniscono immagini dettagliate e particolari in primo piano delle opere di Van Gogh distribuite su oltre 2500 metri quadrati a fronte degli oltre 11 mila metri quadrati disponibili del Palazzo degli Esami.

Van Gogh Alive _ The Experience Roma

La musica. La musica, lenta, suadente, gioiosa, calma è altro elemento presente e portante della mostra: ci culla, ci scuote, ci colpisce. Ci invita ad amare. A guardare. A sentire. A vedere col cuore. In surround.

Brani di musica classica, quali, Le quattro stagioni (storm) di Vivaldi, si alternano a sonorità particolari come la Danse Macabre di Camille Saint-Saëns e Stasis di Paul Mottram e ci trasportano in un’esperienza sensoriale profonda, che permea ogni barriera, ogni muro, ogni stress ed ogni pensiero che svanisce non appena si varca la soglia dell’installazione/mostra multi sensoriale.

La RomaArt Gallery accoglie, amorevolmente e professionalmente, un’installazione interattiva dedicata al pittore nato in Olanda e conosciuto in tutto il mondo per i suoi capolavori.

Una mostra – pardon, esperienza! – da cogliere al volo, da apprezzare, da vivere. Amanti dell’arte?

Siete i benvenuti! Cultori del maestro olandese? Mettetevi in fila! Curiosi e (non) bramosi di cultura? Amerete l’arte ed apprezzerete Van Gogh. Da non perdere!

Dal 25 Ottobre 2016 al 26 Marzo 2017 presso Palazzo degli Esami, a Roma.

Van Gogh Alive _ The Experience Roma

Biglietti

Intero: € 15,00
Ridotto 6-12, studenti, over 65, disabili*: € 12,00
Bambini sotto i sei anni: gratuito (accompagnati da un familiare)
Ridotto gruppi: € 10,00 + prevendita € 1,00
Ridotto scuole: € 6,00 + prevendita € 1,00
Famiglia: 2 adulti e 2 bambini / 1 adulto e 3 bambini: € 44,00
Maxi famiglia: 2 adulti + 3 Bambini / 1 adulto e 4 bambini: € 50,00

Orari

Dal lunedì al giovedì la mostra multimediale sarà aperta ai visitatori dalle 10:00 alle 20:00. Mentre il venerdì ed il sabato l’orario sarà prolungato fino alle 23 e domenica invece dalle 10:00 alle 21:00.

 

Written by Stefano Labbia

 

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Sito Van Gogh Roma

 

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Frida Kahlo: l’infografica per i 62 anni dalla scomparsa e le citazioni più belle della magnetica pittrice messicana

A 62 anni dalla scomparsa, la figura e l’opera di Frida Kahlo (Coyoacán, 6 luglio 1907 – Coyoacán, 13 luglio 1954) restano centrali nel panorama artistico contemporaneo.

 

Frida Kahlo

Riscoperta soprattutto negli ultimi anni, la pittrice messicana rappresenta oggi un punto di riferimento per moltissimi artisti della nostra epoca, a testimonianza non solo del valore dell’arte di Frida Kahlo, ma anche e soprattutto della sua incredibile modernità.

Vogliamo presentarvi oggi la bella infografica realizzata da Stampaprint racconta in un formato sintetico e piacevole le vicissitudini dell’artista messicana e le caratteristiche delle sue opere, le une strettamente collegate alle altre.

L’immagine racchiude inoltre le opere principali e i molti omaggi tributati alla Kahlo, oltre a una serie di curiosità meno note. Un ottimo modo per avvicinarsi (o riavvicinarsi) a una delle figure di spicco dell’arte del Novecento.

Per avvicinarci alla profondità della pittrice messicana vi proponiamo alcune fra le sue più belle citazioni che parlano di un amore eterno ed immutabile verso la vita e verso l’arte.

“Vorrei darti tutto quello che non hai mai avuto, e neppure così sapresti quanto è meraviglioso amarti.”

“È lecito inventare verbi nuovi? Voglio regalartene uno: io ti cielo, così che le mie ali possano distendersi smisuratamente, per amarti senza confini.”

“Scegli una persona che ti guardi come se fosse una magia.”

“Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego Rivera.”

Without Hope, 1945 by Frida Kahlo

“La morte può essere crudele, ingiusta, traditrice…
Ma solo la vita riesce a essere oscena, indegna, umiliante.”

“Che farei io senza l’assurdo?”

“La rivoluzione è l’armonia della forma e del colore e tutto esiste, e si muove, sotto una sola legge: la vita.”

“Piedi, perché li voglio se ho ali per volare?”

“Da quando mi sono innamorata di te, ogni cosa si è trasformata ed è talmente piena di bellezza… L’amore è come un profumo, come una corrente, come la pioggia. Sai, cielo mio, tu sei come la pioggia ed io, come la terra, ti ricevo e accolgo.”

“Dipingo i fiori per non farli morire.”

“Le cicatrici sono aperture attraverso le quali un essere entra nella solitudine dell’altro.”

“L’amore? Non so. Se include tutto, anche le contraddizioni e i superamenti di sé stessi, le aberrazioni e l’indicibile, allora sì, vada per l’amore.
Altrimenti, no.”

Frida Kahlo

“Se tu sapessi com’è terribile raggiungere tutta la conoscenza all’improvviso…come se un lampo illuminasse la terra! Ora vivo in un pianeta di dolore trasparente come il ghiaccio. È come se avessi imparato tutto in una volta, in pochi secondi.“

“Hanno pensato che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà.”

“Non sono malata. Sono in rovina. Ma sono felice fintanto che posso dipingere.”

 

Info
Intervista di Irene Gianeselli alla scrittrice Sabina Colloredo: l’ultima biografia è dedicata a Frida Kahlo
“Viva la vida” di Pino Cacucci: un monologo sulla vita di Frida Kahlo
Intervista di Sarah Mataloni ad Enrica Rosso, interprete dello spettacolo “Frida K” di Valeria Moretti

 

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Intervista di Katia Debora Melis al Maestro Franco Cartia: un viaggio tra tele e realtà

La pittura per Franco Cartia, nativo di Scicli (Rg), ma stabilmente operante nel Lazio, dove tuttora vive, è la forma prediletta d’espressione artistica fin dalla fanciullezza.

Franco Cartia

Formatosi passando, dopo la Scuola d’Arte, attraverso molteplici esperienze, ha ormai da decenni una ben definita e personale visione pittorica che si estrinseca in uno stile ben riconoscibile e apprezzato da nomi di rilievo del panorama culturale e della critica d’arte, tra i quali, per esempio, Mino Maccari. Sue opere arricchiscono oggi collezioni sia pubbliche che private, mentre altre sono esposte in Gallerie nazionali.

Affascinata dalle sue opere, ho deciso di proporgli una breve chiacchierata e lui, con grande disponibilità, ha accettato di parlare un po’ con noi di Oubliette Magazine.

 

K.D.M.: Alle spalle la Sicilia, la maggior parte della vita a Roma. Quali “distanze” separano le due realtà nell’immaginario, anche artistico, e nel concreto vivere?

Franco Cartia: Non esistono “distanze”, il sangue siculo scorre in me da sempre dovunque io mi trovi e da sempre ha coniugato sensazioni e sentimenti, eventi e accadimenti, in modo semplice e spontaneo.

 

K.D.M.: Una lunga carriera lavorativa presso il CNR e, al contempo, la pittura: com’è nato Franco Cartia pittore?

Franco Cartia: Per un irrefrenabile impulso quando, a tredici anni di età, pretesi da mia madre un brandello di lenzuolo fissato su delle stecche di una cassetta della frutta. Poi le chiesi di comprarmi tre colori e un pennello.

 

K.D.M.: Ci può raccontare le linee fondamentali della sua formazione artistica?

Franco Cartia: Impossibile, tanto sono frastagliate, convulse, innumerevoli. So bene da dove provengo, ma i “topos” in cui mi sono soffermato non sono descrivibili: appartengono a remoti meandri della mente cui anche a me è difficile accedere.

 

K.D.M.: Quali sono stati i suoi maestri?

Franco Cartia _ opera

Franco Cartia: Sono virtualmente legato ad Afro, lo avrei voluto come maestro.

 

K.D.M.: Si può parlare di buoni e cattivi maestri nell’arte contemporanea, in quella che si muove tra rassegne, mostre e concorsi?

Franco Cartia: Sì, certamente. Anche se i buoni si contano sulle dita. L’arte contemporanea si muove troppo nel mondo degli affari e dei guadagni immeritati. L’opera d’arte è quasi sempre avulsa dal dio-denaro, mentre una crosta raggiunge quotazioni iperboliche.

 

K.D.M.: Qual è stato il ruolo di Sebastiano Carta nel suo percorso artistico e quali opere ne segnano maggiormente la distanza?

Franco Cartia: Sebastiano è stato un bohemien che nel 1970 viveva di grappa e caffèllatte che gli scolavano sulla barba mentre si accalorava parlando di comunismo vero. Come non essere colpito da quest’ultimo futurista? Mi ha liberato alcune ali del pensiero proprio mentre il CNR cercava di bagnarmele.

 

K.D.M.: Il colore, anche quando sfumato, e la natura regnano sovrani tra pennellate che creano uno straordinario effetto di piani sovrapposti in un gioco di sottili trasparenze. La figura non si è mai del tutto dissolta, Né figurativo in senso tradizionale né astratto: c’è un messaggio che viaggia dietro questa scelta?

Franco Cartia: Difficilmente uso colori pastosi anche se Vincent me li raccomanda ad ogni piè sospinto, preferisco campiture estese a volte frammentate qua e là da misteriose presenze. Il concetto è guidare, prendere per la mano per quanto possibile l’osservatore per non farlo naufragare in anfratti di difficile comprensione; no, l’astratto no, è frastornante e malefico, mentre qualche accenno di figurativo, di neo-figurativo, può far vibrare la composizione e farla “stare in piedi” tronfia e sicura di sé.

 

K.D.M.: Quanto ritiene calzante il concetto di nuova figurazione per la sua opera?

Franco Cartia _ opera

Franco Cartia: Perfettamente calzante, è la meta stessa del mio sforzo pittorico.

 

K.D.M.: Le sue opere riscuoto uguale ammirazione tra gli specialisti, dotati, quindi, di strumenti conoscitivi specifici, e tra coloro che si pongono semplicemente di fronte alle tele in pura osservazione, da fruitori meno tecnici. Qual è, secondo lei, il principale motivo di questo forte impatto estetico-emotivo della sua opera?

Franco Cartia: Riesco a trasfondere tutto me stesso in quello che i pennelli attuano quasi fossero telecomandati. E siccome sono, per natura, uno stupido sentimental-romantico, quasi sempre le corde del mio pianoforte-grafico suscitano accordi analoghi nell’osservatore.

 

K.D.M.: Di cosa ha bisogno maggiormente oggi il pubblico e di cosa, invece, l’artista, il pittore?

Franco Cartia: L’artista ha bisogno del pubblico, il pubblico dei jeans firmati.

 

K.D.M.: Quali sono state finora le più grandi soddisfazioni che l’arte le ha portato e quali invece, se ci sono state, le delusioni maggiori ?

Franco Cartia: Alcuni premi a livello nazionale mi hanno gratificato e dato la forza di andare avanti. In altri premi ho incontrato lestofanti e bluffatori ai quali non ho dato retta.

 

K.D.M.: Ha in programma altre mostre nell’immediato futuro?

Franco Cartia: Nel mio studio ci sono almeno due o tre personali “pronte”, sto vagliando una galleria che non sia una cattedrale nel deserto.

 

K.D.M.: Cosa pensa del movimento della poesipittura che ultimamente si sta affermando su tutto il territorio nazionale, oltre che in Germania, Polonia, Stati Uniti, Brasile, Argentina? Può avere un futuro?

Franco Cartia

Franco Cartia: Il movimento è ancora giovane, anche se ha già ben attecchito. Sono un convinto assertore dell’incontro interdisciplinare fra più arti, da anni penso ad una musicpittura, a una sorta di realizzazione contestuale dell’opera d’arte mentre fluisce un’improvvisazione musicale o anche un pezzo già noto. Alcuni esperimenti fatti sono molto incoraggianti…

 

K.D.M.: Quali strade vorrebbe ancora percorrere Franco Cartia pittore?

Franco Cartia: Tutte quelle che al mattino si affollano al cavalletto dinnanzi a una tela bianca.

 

Un vivo ringraziamento al Maestro per la disponibilità e un arrivederci alla prossima mostra personale che certamente Oubliette Magazine e i suoi amici seguiranno con vivo interesse!

 

Written by Katia Debora Melis

 

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Intervista di Irene Gianeselli al pittore Antonio Squicciarini: la libertà di essere artisti

 «Ci fu un tempo in cui avevo due teste, vi fu un tempo in cui questi volti erano bagnati dalla rugiada dell’amore e disciolti come profumo di rosa». – Marc Chagall

Antonio Squicciarini ed Ennio Morricone

Federico Fellini, Marc Chagall, Giò Pomodoro, Ennio Morricone, Dario Fo sono tra gli estimatori dell’arte di Antonio Squicciarini, il pittore innamorato dell’amore, scultore barese nato nel 1957 che a soli 19 anni partecipava a Zurigo alla collettiva “I maestri del colore”, sicuro punto di riferimento nel panorama artistico nazionale ed internazionale.

Numerose le sue esposizioni personali oltre alle collettive in tutta la regione Puglia in virtù della partecipazione al gruppo Gap: da Francoforte a Palma di Majorca, da Amsterdam a New York.

Giovanissimo si avvicina alla scultura e conosce Bruno Cassinari che per tre anni sarà il suo maestro. Si trasferisce a Milano dove si iscrive all’Accademia di Brera e frequenta gli studi di grandi artisti contemporanei come Ernesto Treccani e Domenico Purificato. Assieme ad altri giovani artisti proprio a Milano diviene il fondatore della corrente pittorica “Nuovo Realismo” e organizza mostre nei locali notturni, attività che gli meriterà la fascinosa definizione di “pittore della notte”.

Antonio Squicciarini mi ha incontrata nel suo studio di Bari mostrandomi i suoi più recenti cataloghi e le foto che lo ritraggono giovanissimo mentre si affaccia negli ambienti milanesi e propone le sue opere a grandi artisti entusiasti. Antonio Squicciarini ama definirsi un artista solitario, geloso della propria libertà intellettuale e racconta in esclusiva ai lettori di Oubliette Magazine il suo percorso artistico.

 

I.G.: Hai esordito come pittore a Bari, che rapporto hai avuto con la città?

Antonio Squicciarini - Incantesimo

Antonio Squicciarini: Avevo tredici anni e mio padre organizzò una mostra al Circolo della Vela e poi allo Sporting Club (i locali del Teatro Margherita). Da giovanissimo mi spostai a Milano, poi a Roma e a Parigi. Questo perché Bari in quegli anni non era interessata ai giovani artisti, li considerava provinciali. Cercai un gesto eclatante per attirare l’attenzione della città sulla condizione dei giovani artisti baresi che erano ignorati ed emarginati dagli “addetti ai lavori”, interessati invece solo ai grandi pittori del panorama italiano e straniero e nel 1984 bruciai cinquantasei mie tele sul muretto del Castello Svevo. La gente si ammassò per ascoltarmi mentre esponevo le mie ragioni e dovetti subire le conseguenze del mio “gesto di ribellione”. La stampa locale di allora nemmeno passò la notizia e nessun altro giovane artista si unì a me, evidentemente accettando la propria condizione di “artista per hobby”, ma diventai famoso fuori città: fui ospite di Maurizio Costanzo, ricevetti molte lettere di solidarietà. Mio padre non poteva aiutarmi, così decisi di sfruttare questo mio dono e cominciai a lavorare in giro per i quartieri di Milano per mantenermi agli studi all’Accademia di Brera, proponendomi come ritrattista nei locali e nei posti più “difficili” della città. Riuscii a guadagnare tanto da poter mandare del denaro anche alla mia famiglia. D’estate poi andavo a Rimini, lavoravo nei lidi fino a Riccione. Sotto l’ombrellone famiglie intere si sono fatte ritrarre da me. Sono andato via da Bari e ho lavorato per strada. Milano mi ha adottato e mi ha amato. Ad esempio ricordo che la Libreria Cortina comprava ed esponeva le mie tele. Bari è una città di cultura, ricca di giovani creativi che però è necessario incoraggiare, bisogna aiutarli a raggiungere la propria felicità, a far comprendere loro l’importanza del dialogo. A Bari ci sono grandi possibilità ma mancano politiche adeguate.

 

I.G.: Come hai scoperto la tua vocazione?

Antonio Squicciarini

Antonio Squicciarini: A cinque anni a scuola noi bimbi disegnammo San Francesco in occasione della celebrazione del 4 ottobre. Quando la maestra vide il mio disegno cominciò a prendermi a ceffoni, perché mi accusava di aver copiato l’immagine con la carta copiativa. Un mio compagno di classe prese le mie difese. “L’ho visto io disegnare, non ha copiato ” disse alla maestra. Allora la maestra mi chiese di rifare il disegno alla lavagna. Subito disegnai San Francesco che parlava agli uccelli e allora lei in lacrime chiamò la direttrice, scusandosi con me per non avermi subito capito. Cominciò così la mia avventura, con i vari concorsi regionali fino allo Zecchino d’oro con Mago Zurlì, dove vinsi un terzo premio a livello nazionale per la mia illustrazione.

 

I.G.: Come definiresti l’artista?

Antonio Squicciarini: L’artista è un uomo puro, la sua purezza sta nel fatto di essere un eterno bambino. Tutti sono artisti a patto che conservino il bambino che hanno dentro e diventino uomini e donne coltivando la propria creatività che non si cerca nei talent show. È necessario provare la sofferenza della costruzione della propria vita, fatta anche di lacrime e sangue. Non amo parlare di me, rilasciare interviste. Sono felice di parlare con te perché credo negli incontri che si fanno e il tuo entusiasmo mi ha convinto. Bisogna mettere amore in tutto quello che si fa, qualsiasi mestiere deve essere supportato dalla forza dell’amore per quello che si sta facendo, altrimenti tutto è perduto.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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Intervista di Mariagrazia Toscano a Marina Colucci: quando la creatività incontra la creattività!

“Quando riesco a catapultarmi in un mondo fiabesco, solo allora sono consapevole di aver realizzato la più originale opera della mia vita, da donare agli altri!” Marina Colucci.

 

Marina Colucci

L’artista nata a Taranto si specializza in restauro della pietra leccese a pieni voti presso l’Accademia di Lecce. Dopo un intenso periodo lavorativo come fotografa vissuto a Milano si stabilisce definitivamente a Lecce, illuminandola con le sue figure danzanti e coloratissime. Forme vive di quell’interiorità profonda che la rendono l’artista versatile e meritevole che conosciamo ed apprezziamo.

Il suo è un lungo percorso artistico costellato da mostre a carattere nazionale ed internazionale, di riconoscimenti ed attestati prestigiosi, lì dove la ricerca interiore del suo processo creativo rappresenta l’esplorazione di modalità ignote, ma suscettibili di realizzazioni, mentre la sua pittura estrosa e psico-onirica, nonché naturale ed ancestrale, è un profondo viaggio emozionale nel colore alla scoperta delle particolari risorse da ognuno di noi possedute.

Sì, proprio come un seme ed un concentrato di caratteristiche uniche e potenzialità pronte a sbocciare tramite la sperimentazione di nuovi linguaggi espressivi e l’utilizzo di tecniche atte a stimolare ed attivare il tutto affinché esso possa finalmente germogliare.

L’attività artisticacome afferma Marinalibera forze celate negli abissi dell’anima e del cuore, aiuta ad esprimersi liberamente mettendoci in movimento, trasformandoci, risvegliando i sensi e donandoci vitalità mista a fiducia nelle nostre capacità espressive!

Spirito nomade ed individualista, inventa e diversifica le possibilità espressive proprio della materia, adoperando i toni della sua personalità sensibile e riservata che trasferisce abilmente su tela, cogliendo con la propria memoria ed esperienza il presente per poi trasmetterlo agli altri con stile unico.

Marina Colucci

Quando dipingo mi confida la poliedrica artistami proietto in una dimensione onirica, in un mondo irreale, lontano da ogni principio e regola stereotipata, dove non vi sono proporzioni e l’equilibrio lo plasmo attraverso i colori che non sono casuali ma studiati in modo tale da creare con l’uso delle svariate tonalità pastello, quell’armonia che dona il giusto equilibrio in quel luogo dell’anima che alberga dentro di me ed in coloro che sono capaci di costruire una sorta di universo parallelo in cui non esistono brutture, sovrastrutture, limiti e confini… impossibile? No, assolutamente!”.

In un pomeriggio primaverile, sorseggiando al bar una bibita dissetante, ho incontrato la giovane artista creativa e creattiva che è stata ben lieta di rispondere ad alcune mie domande.

M.T.: Marina, com’è nata in lei la passione per l’arte?

Marina Colucci: Sin da piccola, sono proprio nata con i colori in mano!

 

M.T.: Mi parli del suo stile particolare di dipingere.

Marina Colucci: Dipingo quello che vorrei vedere, dunque mi allontano dalla realtà.

 

M.T.: Come nasce l’ispirazione?

Marina Colucci: Dalla trepidazione e dalla creatività, continuamente, da ogni piccolo gesto che mi aiuta a vivere nel bene e nel male, tutto con passione.

 

M.T.: C’è un’opera a cui è particolarmente affezionata?

Marina Colucci: Tutte, nessuna esclusa!

 

M.T.: Com’è il suo rapporto con i critici ed il pubblico ed il suo messaggio per loro, adoperando la sua arte?

Marina Colucci

Marina Colucci: I critici, ben vengano, ma… solo ed esclusivamente se dotati di una certa sensibilità.

 

M.T.: Quali sono i maestri del passato da lei preferiti?

Marina Colucci: Ot George Grosz, Marianne Von Werefkin, Egon Schiele e Marc Chagall.

 

M.T.: Progetti per il futuro?

Marina Colucci: Tanti, oserei dire ed il prossimo è già in cantiere…!

 

M.T.: Grazie di vero cuore per l’intervista concessami e buon lavoro!

Marina Colucci: Grazie a lei, è stato un vero e proprio piacere!

 

Written by Mariagrazia Toscano

 

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“Street art” di Duccio Dogheria: la storia di uno dei movimenti artistici più diffusi al mondo

“Cercando un punto d’inizio alla pratica espressiva del dipingere i muri, la mente corre alla notte dei tempi, quando la scrittura era ancora lontana dall’essere inventata e le immagini raffigurate non avevano qualità estetiche, quanto piuttosto logiche e propiziatorie.”

Street art

Duccio Dogheria, nato a Rovereto nel 1976, pubblica nell’ottobre 2015 con Giunti Editore il volume dal titolo “Street art”. Il sottotitolo “Storia e controstoria, tecniche e protagonisti” ne preannuncia il contenuto, stampigliato su una copertina a dir poco accattivante.

Recensire un libro che parla di street art – arte di strada o arte urbana –  non è mai facile. Questo tipo di espressione grafica è in continuo divenire, ma soprattutto è al limite fra la creatività e l’atto vandalico. Particolare non da poco.

Si tratta di un genere di arte figurativa che coinvolge tutti, poiché questo movimento artistico, di cui l’autore realizza una vera e propria “cronistoria”, è ormai diffuso ovunque. Basta guardarsi intorno, nelle nostre città, per vedere che è presente e ci circonda. Inoltre, in questi ultimi anni, esso è accettato, oserei dire “legalmente”, laddove ci sia bisogno di abbellire le zone più degradate. Per esperienza personale, potrei citare l’esempio di Padova, dove opera il grandissimo Kenny Random, che io adoro.

Scritte e disegni dalle tinte decise abbondano sulle facciate dei palazzi, realizzati da quei ragazzi che lavorano in sordina, uscendo la notte con bombolette e vernici, sfidando le intemperie e la legge, ma che oggi sono considerati a tutti gli effetti degli artisti.

Senza dubbio, partendo da quelle che sono le origini di questo tipo di raffigurazione artistica, la street art, come spiega l’autore, è considerata una forma espressiva di basso livello, a cui forse non viene data la considerazione che merita.

L’opera è corredata da suggestive immagini, quindi, ancora prima che da leggere, essa si rivela come una piccola meraviglia da sfogliare, per gli appassionati del genere, e da “divorare” con gli occhi.

Dal fascino ancestrale dei graffiti rupestri, considerati gli albori di questa modalità espressiva, si passa alle grottesche, sempre un particolare tipo di decorazione pittorica parietale. L’autore ripercorre la storia di quest’arte suggestiva – anche “appariscente”, se vogliamo –, che talvolta irrompe improvvisa e, coi suoi colori accesi, costituisce quasi il biglietto da visita delle nostre città.

Duccio Dogheria‏

Dai murales messicani, si giunge a quella che è la controcultura degli anni Sessanta e Settanta, fino a fare la conoscenza dei più grandi esponenti del cosiddetto “graffitismo”, in gergo “writers”, quali lo statunitense Keith Haring, l’inglese Banksy, l’italiano Blu che agisce sotto pseudonimo, lo street artist Ericailcane che ha realizzato installazioni in tutto il mondo, fino ad arrivare a JR, fotografo di strada e street artist attivista.

Questo libro, che descrive uno dei fenomeni più moderni del nostro tempo, scava nella storia, ma soprattutto in quelle che sono state le basi precedenti, merito delle quali il movimento si è costituito.

Street art” è forse un’opera da sfogliare più in prima persona, che non da raccontare, ed è per questo che vi consiglio la consultazione di questo libro, così suggestivo e perfettamente al passo coi tempi.

 

Written by Cristina Biolcati