Pubblicato il

Intervista di Katia Debora Melis all’artista Maria Jole Serreli: l’arte racconta storie tracciando percorsi sottili

Oggi approfondiamo la conoscenza di un’artista poliedrica, Maria Jole Serreli, nata a Roma nel 1975 da genitori sardi, ma che fin dall’infanzia vive e opera in Sardegna, a Marrubiu.

Maria Jole Serreli

Da un ventennio plasma la materia con grande sensibilità e sperimentalismo, passando dalla pittura alla ceramica, alla scultura, a complesse opere polimateriche, installazioni e suggestive performances creative.

Inizialmente autodidatta, ha approfondito i propri percorsi artistici seguendo corsi e frequentando stages, laboratori e residenze di notevole spessore.

Ha esposto in numerosissime mostre sia collettive che personali in tutta l’Isola, in moltissime regioni italiane, nonché in varie località estere, come a Londra, presso “The Furniture Cave”, prestigioso spazio antiquario in King’s Road. Ha ottenuto e continua a riscuotere lusinghieri giudizi critici e riconoscimenti in importanti concorsi artistici.

 

K.D.M.: Maria Jole Serreli, in sintesi direi “Anima e Materia”: che rapporto intercorre tra questi due mondi che, spesso, vengono considerati così diversi e lontani da divenire paradigmi della più netta opposizione?

Maria Jole Serreli: Per me la materia è essenziale per raccontare anima e sentimento.

 

K.D.M.: Hai iniziato molto giovane a creare, produrre qualcosa di personale traendolo dal “grezzo” della materia: quali sono stati i tuoi primi maestri e quali le tue prime sensazioni, anche a livello fisico, nel contatto coi materiali che mutavano forma?

Maria Jole Serreli: Sono cresciuta con l’arte isolana, in particolare studiando le opere di Francesco Ciusa, Costantino Nivola, Maria Lai e Pinuccio Sciola. Però, grazie anche alla loro arte mi sono avvicinata a Giò Pomodoro, Manzù, Giacometti, Carla Accardi, Pollock, EgonSchiele, Modigliani, Picasso, Piero Manzoni, Gianni Colombo. Nel 2010 ho partecipato a una Residenza artistica a San Sperate, presso la Scuola d’arte contemporanea di Pinuccio Sciola, e da quel momento considero il padre delle Pietre sonore il mio Maestro. Il contatto con la materia, fin da subito, più che fisicamente, mi ha giovato a livello mentale e spirituale.

 

K.D.M.: Per continuare e andare avanti nonostante le difficoltà che, immagino, da esordiente anche tu avrai dovuto affrontare, ci vuole più coraggio o incoscienza, quella buona, che è in fondo testardaggine o, meglio, determinazione?

Maria Jole Serreli

Maria Jole Serreli: Sicuramente l’incoscienza, perché vent’anni fa non conoscevo in maniera approfondita questo mondo e non mi chiedevo a che cosa stessi andando incontro. Non è mai stato facile, da autodidatta, raggiungere alcuni obiettivi ed entrare in determinati circuiti artistici  ed espositivi. Non avendo fatto specifici studi non ho avuto la possibilità di avere certi contatti professionali, non ho avuto professori che mi hanno aiutata a entrare nel sistema, ho dovuto, invece, fare un’altra strada, imparare e cercare il mio percorso frequentando corsi e residenze per capire come dovessi propormi in maniera autonoma. Sicuramente la determinazione mi ha guidata. Ora il problema è individuare le professionalità in grado di valorizzare il mio lavoro per poter entrare nel mercato dell’arte (anche se per me, ora, non è fondamentale).

 

K.D.M.: La tua opera ormai vasta, annovera una grande quantità di produzioni che vanno dalla scultura alla ceramica, alle installazioni, alla realizzazione di performance artistiche di notevolissimo livello, dal forte impatto visivo ed emotivo (ho ancora davanti agli occhi la tua installazione in omaggio allo scrittore Faustino Onnis, realizzata quest’anno a Selargius). A quale delle tue opere sei più affezionata e perché?

Maria Jole Serreli: Io non creo per dimostrare capacità tecniche, creare per me è un’esigenza. Così da sempre mi sento legata a qualsiasi cosa che creo. Ci sono, invece, delle opere che mi hanno dato particolare soddisfazione, perché legate a determinati contesti e situazioni; da questo punto di vista, l’Omaggio a Faustino è senza dubbio la creazione più importante che ho realizzato, proprio perché sono stata onorata dell’invito della Fondazione stessa di creare un’opera che raccontasse il poeta e che ora si trova in esposizione permanente presso la biblioteca di Selargius. Un’altra mia opera di uguale importanza si trova nel museo del minatore di Buggerru (CI); in quell’occasione mi è stato dato modo di raccontare la vita delle quattro cernitrici decedute in miniera e diventate il simbolo della comunità iglesiente.

 

K.D.M.: Da sensibile e attenta artista, ma anche un po’ artigiana e poeta, quale tu sei, scegli con molta cura i materiali delle tue creazioni. Spesso si tratta di oggetti d’uso, con un vissuto a volte lontano nel tempo. A molti di questi sei legata affettivamente. Qual è, dunque quel filo, che spesso rendi evidente e fortemente protagonista nelle tue opere, che lega materia, oggetto, storie, passato e  presente?

Maria Jole Serreli: Il filo, che per me rappresenta l’affetto, o gli affetti, o meglio spiegato con la parola pathos, è protagonista nel movimento che si rivela naturale; nell’esecuzione cerco l’armonia ritmica e melodica, è l’opera a dirmi basta. A questo punto la materia utilizzata è diventata la metafora di un ricordo, spesso un vissuto non mio ma una confidenza, un affetto tramandato, così nel mio lavoro ricordo persone che hanno segnato la mia infanzia. Legare la tela o piccoli oggetti mi permette di essere immediata: rappresento legami alle cose, ricordi! C’è chi scrive per non dimenticare, io lego oggetti per ricordare!

 

K.D.M.: Com’è nato e si è sviluppato il tuo progetto Animas?

Maria Jole Serreli

Maria Jole Serreli: Mi sono venute a mancare delle persone care, e Animas è nato per l’esigenza di continuare a sentirle vicine. Si è sviluppato, poi, in ricerca, e da questa sono scaturite quattro diverse produzioni:  la prima, Animas, è stata esposta nel 2014 a Carloforte (CI), ispirata alle reti dei pescatori; con un’opera di quella serie, Il ventre di Eva, ho vinto a Roma il III Premio al concorso “Premio Adrenalina 2014 – Il mio Paradiso”, e l’opera è stata esposta al Museo MACRO Testaccio; poi Animas – Custodi di trame, nata in Calabria e sviluppata in Sardegna, dove è stata esposta a Cagliari, allo Spazio (In)visibile di Thomas Lerner, a cura di Efisio Carbone. Grazie a questa mostra, in cui racconto l’allevamento del baco da seta e la produzione della seta in Calabria, sono stata invitata dalla curatrice Lara Caccia a partecipare al Premo Limen, dove ho vinto il secondo premio con un’installazione di m 2,80×2, ora in esposizione permanente presso il complesso del Valentianum, la sede della Camera di Comercio di Vibo Valentia. È stata poi la volta di Animas – Memory, l’omaggio al mio maestro, Pinuccio Sciola, che ho esposto alla Galleria Lo Studiolo Home Gallery di Francesca Procopio in Calabria, a cura di Lara Caccia; l’ultima è Animas – Le stanze del tempo, in concorso su Streamers, progetto del Premio Celeste; quest’ultima sarà sicuramente la fine dello sviluppo del progetto Animas.

 

K.D.M.: Hai conosciuto e frequentato grandi artisti sardi di rinomata fama; essi hanno riconosciuto in te una vena artistica d’eccezione e incoraggiata a procedere nel tuo percorso. Tra questi, in particolare il Maestro Pinuccio Sciola, da poco scomparso. Qual è il più grande insegnamento artistico che hai tratto dalla sua conoscenza e amicizia.

Maria Jole Serreli: In questi vent’anni di attività artistica ho conosciuto grandi maestri e bravi artisti. Sicuramente Sciola mi ha lasciato un insegnamento di grande importanza: lui diceva che l’artista non ha bisogno di chiedere il permesso a nessuno per creare e condividere il proprio fare. Bisogna solo trovare il coraggio di farlo senza sentirsi scoraggiati.

 

K.D.M.: Instancabile nella ricerca e nella progettualità. Hai recentemente cambiato la sede del tuo studio personale, creando nuovi ambienti con diversa spazialità creativa ed espositiva: quanto peso ha lo spazio fisico nella tua arte? Cosa hai cercato maggiormente in questa nuova location?

Maria Jole Serreli: Sì, da Terralba riprendo il mio vecchio studio a Marrubiu; ma ora gli spazi sono più ampi, un’intera abitazione che diventerà anche residenza artistica; il mio obiettivo è quello di rendere fruibile ad amici artisti questo mio spazio e continuare i miei studi e la sperimentazione con chi avrà il piacere di creare con me e per la comunità del luogo; sopratutto con i giovani artisti autodidatti come me che avranno piacere di fare questa esperienza. L’arte non è fine a se stessa, è condivisione. Per questo ritengo d’aver avuto un bravo maestro, lui mi ha spronato a portare avanti questa iniziativa.

 

K.D.M.: Credi alla collaborazione tra artisti, sia in fase creativa che di promozione, sia in ambito più ampio e generale che nella realtà sarda in particolare? Che esperienze hai avuto al riguardo?

Maria Jole Serreli

Maria Jole Serreli: Assolutamente sì. Posso farti nomi e cognomi. Tra gli artisti con i quali tutto questo è stato possibile, ho lavorato a diversi progetti itineranti con il fotografo Fabio Costantino Macis e il poeta Riccardo Mereu; per la performance, invece, con l’attrice Noemi Medas. Ora sto lavorando a un progetto che unisce marmo e filo con l’amico scultore Beppe Borella che risiede a Bergamo. Potrei citarti tanti altri nomi di importanti collaboratori e artisti che sicuramente hanno contribuito  alla mia formazione artistica, perché con loro ho fatto scuola: Renate Verbrugge, DamjanKomel, Elena Faleschini, ecc. ecc., o la forte amicizia di scambio artistico nata con artisti calabresi, uno tra tutti Giuseppe Negro. Ma anche con Maria Diana, Ilaria Margutti, con la quale, di recente, ho condiviso una mostra bi-personale a Milano, dal titolo Tessere trame, presso la Galleria Zoia di Erika Lacava. Tutti questi legami sono contraddistinti dalla grande umanità e umiltà di quelle persone.

 

K.D.M.: Quali sono i tuoi progetti artistici nell’immediato? Puoi indicarci i prossimi appuntamenti espositivi?

Maria Jole Serreli: Ora sto creando una produzione che porterò per la prima volta in una fiera. Tra pochi giorni esporrò in un importante evento d’arte contemporanea a Cortona (AR): si intitola “Art Adoption New Generation”, una mostra collettiva che si svilupperà nei locali commerciali della famosa “rugapiana” della cittadina toscana dal 17 dicembre al 10 gennaio, a cura di Massimo Magurano. Sono particolarmente attenta a questo evento perché mi è stato dato modo di esporre con grandi artisti. Questa esperienza sarà per me occasione di studio. Per quanto riguarda la Sardegna, sono felice di anticiparti che il 22 dicembre, a Cagliari, presso il Teatro delle Saline, in occasione del concerto dei grandi jazzisti Filomena Campus, Antonello Salis e Gavino Murgia, mi esibirò in una o più performance improvvisate durante la lettura di importanti testi da parte di Giacomo Casti. L’evento si intitola “Fili di Pace”. Il ricavato della vendita dei biglietti sarà interamente devoluto ai progetti di Emergency. Chi è interessato a vivere l’evento con noi può seguire la pagina di Emergency Cagliari su Facebook, dove troverà tutte le notizie relative all’acquisto dei biglietti.

 

K.D.M.: Grazie Jole!

 

Written by Katia Debora Melis

 

Pubblicato il

Romaeuropa Digitalife 2016: cultura, scienza e tecnologia al Macro Testaccio, sino al 27 novembre 2016, a Roma

Arte, colori, suoni. E ancora, cultura, scienza, tecnologia. Questo (e molto altro) al Romaeuropa Digitalife 2016 presso il Macro Testaccio a Roma.

Romaeuropa Digitalife 2016

La sezione Digitalife, Immersive Exhibit curata, per questa settima edizione, da Richard Castelli, è immagini, pathos e novità.  Non si resta certo delusi, a leggere i nomi importanti del panorama culturale mondiale che garantiscono il loro genio ed il loro estro, a La Pelanda.

Alcuni nomi presenti dal 7 Ottobre e fino al 27 Novembre presso La Pelanda-Macro Testaccio Shiro Takatani (dal 27 Settembre con la sua esposizione chiamata “3D Water Matrix | ST\LL”), Christian Partos (con la sua mostra “3D Water Matrix | The Sorcerer’s Apprentice” dal 7 Ottobre al 27 Novembre), Kurt Hentschläger (che espone la sua arte in una installazione chiamata “Zee”, dal 7 Ottobre al 27 Novembre), None (che mostra il suo “Deep dream act”, in contemporanea con Hentschläger e Partos) ed il Laboratorio Percro (Laboratorio davvero fascinoso ed intricante della Scuola Superiore Sant’Anna, in scena dal 7 Ottobre al 27 Novembre).

Un’esperienza unica, rara, quella di poter ammirare opere, sculture, foto, estratti e preziosi lavori degli artisti in cartello che garantiscono il ritorno a Roma di un primato per qualità, innovazione, provocazione e speranza nelle arti visive. Di poter tornare ad essere, finalmente, per l’arte tutta, per la scienza e per le tecnologie, l’occhio del ciclone.

3D Water Matrix ST LL Shiro Takatani 2016

La punta di diamante, il luogo per antonomasia dove poter rivelare al mondo i propri gusti, i propri interessi, il proprio io da parte di artisti silenziosi ma con la voglia di gridare. L’intero salone è frenetico, sussulta, vibra come non mai: è costituito da spazi espositivi pieni di colori, di vita, di voglia di dire, di dare. Di regalar pensieri e di far conoscere ciò che si sa. Quello che, Oltralpe, Oltre Oceano, oltre i nostri orizzonti, tutti sussurrano. Mormorano. Discutono. Parlano.

Il Macro per l’occasione indossa abiti eleganti, ma non troppo stretti ed ingessati: si tramuta in una tela su cui pittori impazziti, pieni di voglia di contaminare, schizzare, contagiare con la loro creatività e le loro pennellate estrose, dipingono e catturano pezzi di istantanee nazionali, locali e mondiali. Tutte assieme, sopra ad un unico, robusto e solido quadro.

Tanto da dire, tanto da dare. Tanto di cui parlare. Tanto da comunicare, si diceva… E Takatani lo fa con performance ed installazioni forte di un cammino che lo vede sulla scena artistica e sperimentale sin dal 1984. Trent’anni di provocazioni, graffi, urla, musica elettronica, tecnologie digitali, sino ad arrivare ad oggi dove la macchina da lui ideata scolpisce sculture d’acqua in tempo reale, davanti ad i nostri occhi.

Un elemento naturale che si incanala, che vive, che si trasfigura e tramuta la sua essenza grazie ad un mezzo meccanico, costruito da sapienti mani per metà artigiane e per metà (con capacità) elettroniche. Mani capaci. Mani che stupiscono nell’intenzione e nella riuscita di un’opera imponente non per la stazza ma per la dimensione dell’anima. La potenza della visione che dona è davvero significativa. Austera, quasi.

The Sorcerer’s Apprentice - Christian Partos

Partos invece, artista svedese, classe 1958, realizza, per mezzo di 900 valvole elettroniche controllate da un computer, una “fontana” hi-tech che regala forme, effetti, visioni ipnotiche e figure fiabesche, ispirandosi al famoso fiume di Eraclito.

Hentschläger invece, che è conosciuto per le sue installazioni non proprio convenzionali, ci stupisce, ci provoca anche in questa occasione, mettendo in atto quasi un vero e proprio agguato allo spettatore/visitatore tramite “Zee”, una mostra costituita da luci stroboscopiche, una fitta coltre di nebbia e, come a non voler farci mancare nulla, impulsi visivi. Installazione, va detto, che non è adatta a tutti, e che è comunque posta a divieto per gli under 18 – così come l’installazione di Partos.

Dunque possiamo aspettarci altro se non estro, eleganza, graffio (ir)regolare?

Chiudono None, con un’opera figlia di Google, (essa nasce infatti da un algoritmo scoperto involontariamente dal motore di ricerca di Mountain Wiev. Algoritmo matematico che procede per associazioni visive catturando immagini e video dal database ‘Google’, una rete neurale che interpreta la realtà attraverso un immaginario condiviso in costante evoluzione), e Percro, il laboratorio Sant’Anna, che ci regala due spazi espositivi attrezzati con stazioni di proiezione di filmati i cui contenuti rappresentano lo sviluppo di alcuni risultati della ricerca nel campo della Robotica e degli Ambienti Virtuali elaborati proprio dall’ “officina” scientific-creativa Percro, nel corso degli ultimi anni.

Mille e uno, insomma, sono i motivi per andare a vedere questa “Romaeuropa Digitalife 2016 e nessuno per non farlo. Si respira arte al Macro. E suoni, e meraviglie, ed incanto. E futuro. Mai come sin d’ora.

Dal 27 Settembre al 27 Novembre 2016 al Macro – La Pelanda in Roma.

 

Written by Stefano Labbia

 

Info

Sito Romaeuropa

 

Pubblicato il

“Fluxi” di Miranda Greggio e Paolo Sartori, dal 9 luglio al 28 agosto 2016 in mostra all’Oratorio di San Rocco a Padova

“Gli artisti traggono ispirazione dalla particolare ricchezza dell’elemento acqua, indagandola ed interpretandola con particolari installazioni in fusione tra loro, ma anche valutando la dinamica e l’energia che questo elemento apporta ad ogni forma di vita.” – L’Assessore alla Cultura Matteo Cavan

Fluxi di Miranda Greggio e Paolo Sartori

La feconda collaborazione fra due artisti originari del Polesine, quali Miranda Greggio e Paolo Sartori, già concretizzatasi in passato in diverse esposizioni a Rovigo, è all’origine della mostra allestita nell’Oratorio di San Rocco a Padova.

Fluxi”, questo il titolo, è iniziata il 9 luglio e si concluderà il 28 agosto 2016.

Rimane tutto il tempo quindi ai padovani e ai turisti di recarsi a visitarla, visto che si trova in uno dei complessi religiosi più intimi e suggestivi della città.

L’Oratorio di San Rocco è infatti un luogo ammirato per i suoi affreschi sulla storia dell’omonimo santo, e le varie esposizioni, allestite al suo interno, altro non rappresentano che un valore aggiunto.

Ad ispirare “Fluxi” è stata l’acqua, elemento fondamentale per la vita, di cui il Polesine è ricco. I due artisti elaborano, ciascuno a proprio modo, una riflessione sulla forma in divenire, dove non è preziosa la materia in sé, quanto per quello che essa riesce a trasmettere.

Fluxi di Miranda Greggio e Paolo Sartori

Una bellezza costituita da superfici irregolari ed imperfette, che offre un vasto campo alla sperimentazione. Una continua ricerca sia nella tecnica che sulla forma, passando da piccole creazioni, quali i gioielli, a dimensioni più ampie.

Sculture ed installazioni sono il terreno su cui si muove Miranda Greggio; mentre Paolo Sartori predilige trame tessute ed incise.

L’acqua, elemento positivo perché dà la vita, porta anche ad un processo d’interiorità, come flusso che sveglia la coscienza.

In mostra ci sono sette opere della Greggio, in grande formato, più altre sette che sono le medesime, realizzate in piccolo formato come collane, e sette tappeti di Paolo Sartori.

Cito testualmente dalla locandina:Tra le opere ci saranno il Reli-Aquarium, un pigmento rosso che intende celebrare il viaggio verso i luoghi fisici e mentali dove terra e acqua si incontrano nella loro naturale sacralità; la Viriditas, un’essenza di colore verde, simbolo della vita e della natura; il Nidus Aquae, che rappresenta il liquido dal quale siamo nati; il Fluxi, scultura dotata di un’installazione luminosa che rappresenta l’insieme delle energie”.

Fluxi di Miranda Greggio e Paolo Sartori

Nel suggestivo oratorio, i tappeti sembrano una continuazione dell’ambiente, ma poi, a ben guardare, appaiono in tutta la loro originalità. In pochi infatti sono gli artisti a concentrare la loro attenzione su questo elemento decorativo, che diventa opera d’arte ed è vietato calpestare.

Installazioni che comprendono tappeti non sono poi così usuali, eccetto l’opera di Christo sul Lago d’Iseo. Nell’Oratorio di Padova l’elemento profano irrompe in tutta la sua essenza. Ma è una presenza elegante e raffinata, che va di pari passo con un ambiente raccolto e che trasuda storia.

La mostra è ad ingresso libero, con orario 9.30 – 12.30, 15.30 – 19.00. Chiuso i lunedì, non festivi.

 

Written by Cristina Biolcati

 

Pubblicato il

“Levità” di Leda Guerra: i tessuti diventano sculture, sino al 22 maggio 2016 in Galleria Cavour a Padova

È stata inaugurata l’8 aprile e si concluderà il 22 maggio 2016 “Levità”, la mostra dell’artista padovana Leda Guerra. Mai titolo è stato più appropriato, dato che le sculture sembrano “fluttuare” nell’inconsistenza dei loro materiali, quali il tulle o la garza – tutti leggerissimi –, da cui prendono “vita” figure sempre sorprendenti.

Levità di Leda Guerra

Negli spazi della Galleria Cavour e organizzata dall’Assessorato alla Cultura di Padova, la mostra raccoglie l’intero percorso creativo dell’artista, nota per i suoi quadri-sculture ispirati all’antichità classica a al classicismo rinascimentale, aventi la particolarità di essere costituiti da materiali estremamente delicati e vaporosi. Così come commenta l’Assessore alla Cultura Matteo Cavatton:

Questa raffinata manualità con effetti plastico-pittorici, crea un ponte virtuale tra i capolavori del passato e la particolare rilettura in chiave contemporanea degli stessi”.

Leda Guerra, nata a Padova nel 1946, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti a Venezia. Per molti anni si è dedicata all’insegnamento e ha lavorato nel campo della grafica pubblicitaria e del design.

Levità di Leda Guerra

Oltre alla ricerca in campo pittorico, dal 1991 ha iniziato la sperimentazione di nuove tecniche esecutive, di carattere plastico. Ha partecipato a numerose mostre importanti, questa scultrice della “tenuità” e della “sottigliezza”. Ecco quindi che, fra pizzi e drappeggi, l’occhio attento del visitatore può scorgere una personale interpretazione del Partenone o di figure classiche, quali ad esempio la Nike o le famose Cariatidi.

Numerosi sono i richiami alla scultura di Michelangelo e alla pittura di Andrea Mantegna e Sandro Botticelli. Penetrando le “pieghe” della figura umana, Leda Guerra studia e riprende tratti anatomici o fisiognomici.

Le sue immagini tridimensionali lasciano trasparire una sagace originalità. Le opere esposte sono circa una cinquantina. Dai disegni del periodo accademico fino alle elaborazioni del tessuto, attraverso il quale Leda Guerra ha creato morbidi bassorilievi di leggerezza davvero raffinata.

Levità di Leda Guerra

L’artista stessa ha dichiarato:…da sempre il mio lavoro si basa sulla citazione d’opere classiche, non in forma nostalgica, ma per indagare, con occhio contemporaneo, le forme e il vigore e partecipare al segreto della loro forza vitale.”

Un’esperienza suggestiva, quindi, quella che si prospetta al visitatore. Appena entrati, la sensazione è quella di essere in un atelier di alta moda e di altri tempi. Oppure, nel backstage di un sofisticato servizio fotografico.

I colori – in prevalenza bianco, nero, viola –, così come la versatilità dei tessuti, spingono ad osservare meglio: a scavare in profondità.

E allora, si apre un mondo. Dove fondamentale diventa l’angolazione, e la distanza che si mette fra sé e l’opera.

Fra tutti, mi è rimasto impresso un grande drappeggio ancorato al soffitto.

Levità di Leda Guerra

Pareva un lenzuolo, bianco. In basso, erano state poste due sedie a sdraio, in modo che l’osservatore potesse accomodarsi e gustare l’installazione da sotto in su. In un momento, si è materializzata “La creazione di Adamo”: il particolare del Giudizio Universale di Michelangelo. Erano lì, proprio le due figure sdraiate.

Due dita indici che, posti l’uno verso l’altro, quasi si toccavano. Ebbene, nell’incredulità degli astanti, la visione è divenuta realtà. Ricordo che Padova vi sta aspettando e vedrete che saprà stupirvi.

 

Written and Photo by Cristina Biolcati

 

Pubblicato il

X^ edizione del “Signal”: le ultime quattro giornate del Festival di musica elettronica, Cagliari

La decima edizione del Festival di musica elettronica e sperimentale Signal salperà oggi alle 20:30 con la quart’ultima giornata del suo ricco programma, presso Il Lazzaretto (via dei Navigatori) a Cagliari.

Signal 2015

Dalla sua inaugurazione, giovedì 29 ottobre, con il laboratorio “Dub is a Must” a cura di Arrogalla si ha avuto la possibilità di assistere ad una kermesse di notevole valore artistico e concettuale.

Il filo conduttore questa importante decima edizione è il silenzio. “Listen to the Silence” recita, infatti il sottotitolo del Festival ideato e organizzato dall’associazione cagliaritana TiConZero con la direzione artistica di Alessandro Olla.

Il Silenzio, mezzo espressivo potentissimo che stimola l’ascolto e l’immersione profonda nel suono, è dunque il tema scelto per celebrare il traguardo delle dieci edizioni del Festival: l’evento, nato nel 2007 per  esplorare e raccontare le sonorità elettroniche, d’avanguardia e sperimentali, si è confermato negli anni tra gli appuntamenti più attesi per l’arte contemporanea in Sardegna: ha coinvolto fino a oggi oltre 250 artisti internazionali con progetti inediti e innovativi, residenze artistiche, laboratori, installazioni, percorsi audiovisivi originali.

Barbara Held, Arturo Moya Villen, Domenico Sciajno, Pietro Riparbelli, Giovanni Lami, Svart1, Marc Vilanova, BJ Nielsen, Franco Casu, Lucilla Trapazzo, Alessandra Giuralongo, Deborah Walker, Stefano Casta trio, DJ Jonah sono alcuni dei nomi degli artisti che l’attento pubblico ha potuto valutare. E come ogni anno, l’attenzione verso  il Signal è tanta!

Signal 2015

Dalle 20:30 di stasera sino a sabato 7 novembre si continuerà ad assistere ad una sperimentazione pura musicale e social formativa.

Protagonisti della serata odierna: Franco Casu e la sua performance teatrale, l’audio performance di Gianpaolo Antongirolami e la performance Esercizi di Vertigine con le Associazioni TiConZero, Spaziomusica e Spaziodanza.

L’appuntamento sarà così rinnovato per giovedì 5 con il laboratorio di fabbricazione sonora a cura di Marcello Cualbu e Massimo Congiu.

Ed ora: “Listen to the Silence”. 

Di seguito il programma nel dettaglio delle prossime giornate. La chiusura del Festival così come la sua apertura è stata riservata ad Arrogalla.

 

PROGRAMMA

mercoledì 4 novembre

20:30 T.S.P – Installazione e performance teatrale con Franco Casu

21:00 Audio Performance – Gianpaolo Antongirolami (Festival Spaziomusica)

22:00 Performance Esercizi di Vertigine, con Alessandro Olla (TiConZero), Fabrizio Casti (Spaziomusica), Francesca Massa e Donatella Cabras (Spaziodanza)

giovedì 5 novembre

Signal 2015

Laboratorio Ideazione e fabbricazione sonora a cura di Marcello Cualbu e Massimo Congiu

20:00 Film 4’33″ – Un progetto di Roberto Pellegrini (Un progetto di Roberto Pellegrini, con la partecipazione del Modular Quartet (Roberto Pellegrini, Francesco Ciminiello, Roberto Migoni, Marco Caredda) a cura di Matteo Gatti e Giulia Palomba con la collaborazione di Sandro Mungianu e Marcellino Garau)

21:00 Performance Mi inside walks -Mathieu Prual

22:00 AV Performance- Antongirolami/Casti/Zanata

22:00 Performance Anatomia del silenzio inesistente – Noisedelik

venerdì 6 novembre

Laboratorio Ideazione e fabbricazione sonora a cura di Marcello Cualbu e Massimo Congiu

20:30 T.S.P – Installazione e performance teatrale con Lucilla Trapazzo

21:00 Concerto – Enrico Malatesta

22:00 Presentazione album Solstøv – PJUSK

sabato 7 novembre

Signal 2015

Laboratorio Ideazione e fabbricazione sonora  a cura di Marcello Cualbu e Massimo Congiu

18:00 Laboratorio di Filosofia P4C  a cura di Fabio Mulas

20:30  T.S.P – Installazione e performance teatrale con Franco Casu

21:00 Performance Chrysalide – Eryck Abecassis

23:00 Performance Nada – Juan Manuel Castrillo

23:00 Dj set Arrogalla

 

In ultima istanza vi ricordiamo che ci saremo anche noi di Oubliette Magazine in veste di Media Partner del Signal 2015.

 

Photo by Davide Mazzei

 

Info

Programma Completo Signal

Sito Signal

Evento Facebook Signal

 

Pubblicato il

X^ edizione del Signal: l’anteprima del festival di musica d’avanguardia e linguaggi contemporanei

“Trovo assurdo quando mi dicono che la musica elettronica non ha un’anima e si lamentano dei computer. Puntano il dito scandalizzati contro i computer dicendo “non c’è anima lì dentro.” Non si possono rimproverare i computer per questa cosa: se non c’è anima è perché nessuno ce l’ha messa, non è colpa dello strumento.” – Björk – The south bank show, 1997

Signal

Ieri, martedì 20 ottobre alle ore 19:00, Cagliari, e più precisamente in Piazza San Domenico (Bar Florio), è stata invasa da un’interessantissima anteprima della X^ edizione  del Festival Signal, ideato e organizzato dall’associazione cagliaritana TiConZero, vede la direzione artistica di Alessandro Olla, ed il contributo degli Assessorati alla Cultura del Comune di Cagliari e della Regione Sardegna.

Gli ospiti dell’anteprima sono stati i musicisti cagliaritani Scam e Svart1. Quest’ultimo ha presentato il progetto audiovisivo ‘SdM 008<>18 dedicato alle saline di Molentargius davanti ad un pubblico attento ed appagato (in mostra sino al 1 novembre)

Il progetto SdiM 008<>015 (Stagno di Molentargius – Cagliari, Sardegna 2008-2015) nasce nel tentativo di valorizzare il senso dell’ascolto visivo e del silenzio, far riscoprire le prospettive poetiche/evocative delle immagini ma al tempo stesso evidenziare le relazioni esistenti tra i vari silenzi che si prospettano all’interno delle quattro stagioni. Partendo da questo sfondo “Decadente” l’obiettivo della mostra fotografica è quello di riappropriarsi della cultura del silenzio, del rispetto dei luoghi, della ricerca e della meditazione interiore, del piacere di re-imparare a riascoltare i suoni, la natura ma soprattutto di promuovere una “nuova militanza del silenzio” contro l’inutile rumore cittadino ma anche sperimentare un “linguaggio del silenzio”, delle pause, come strumento di dialogo, di reale integrazione e come percorso di relazione.

Svart1_SdM

Punto qualificante del progetto SdiM 008<>015 vuole quindi essere un omaggio concreto ad un luogo della memoria collettiva di tanti abitanti della zona ma in generale della città di Cagliari. Ormai inserito in un contesto urbano e borghese in cui i divieti e i percorsi prefissati annullano la sua reale scoperta, lo stagno di Molentargius, oltre alle sue peculiarità naturalistiche, presenta anche una suggestiva visione di archeologia industriale costituita dagli impianti dismessi delle saline.

Il Signal, nato nel 2007 a Cagliari, è un festival dedicato alla musica elettronica d’avanguardia, alla sperimentazione artistica ed ai linguaggi contemporanei.

Dal 2007 al 2015 ha confermato perfettamente le aspettative del pubblico per quanto riguarda gli appuntamenti più attesi per l’arte contemporanea in Sardegna: ha coinvolto fino a oggi oltre 250 artisti internazionali con progetti inediti e innovativi, residenze artistiche, laboratori, installazioni, percorsi audiovisivi originali. È inserito all’interno della rete 10 Nodi – I Festival d’Autunno a Cagliari e nella programmazione di Cagliari Capitale Europea della Cultura 2015.

Il Festival sarà ospitato dal 29 ottobre al 7 novembre presso Il Lazzaretto (via dei Navigatori) a Cagliari e coinvolgerà artisti del panorama nazionale ed internazionale che si muovono attraverso molteplici linguaggi artistici multimediali e trasversali tra loro. Il filo conduttore della decima edizione sarà “Listen to the Silence” (“Ascolta il Silenzio”). Il Silenzio, così, verrà considerato come un mezzo espressivo potentissimo che stimola l’ascolto e l’immersione profonda nel suono. Anche quest’anno il Signal dedicherà ampio spazio alla contaminazione tra musica analogica, elettronica ed elettroacustica, sperimentazione, improvvisazione, fields recordings.

Eryck Abecassis

In scena artisti  di livello internazionale come il compositore svedese Bj Nilsen, la flautista catalana Barbara Held, l’eclettico artista spagnolo Arturo Moya Villen, il musicista Giovanni Lami specializzato in elettroacustica e sound ecology, il percussionista e ricercatore Enrico Malatesta.

In programma produzioni realizzate in sinergia con altre realtà culturali come SpazioMusica, SpazioDanza, Carovana SMI, dj set, proiezione di video e documentari, seminari, laboratori di musica dub e live electronic, filosofia e ascolto, ricerca vocale, biosonologia, ideazione e fabbricazione sonora.

Accanto a performance e concerti gli spazi del Lazzaretto potremo trovare anche le installazioni di Signal Art tra suono ed immagini di Lucilla Trapazzo, Barbara Held, Vincenzo Grosso, Arturo Moya Villen, Alessandro Olla e Marco Peri.

Spazio anche per “I diritti taciuti”, una riflessione sui diritti umani grazie alla presenza di alcune associazioni tra cui Arc Cagliari ed Emergency.

Vi lasciamo ora al programma del Festival, altre informazioni saranno pubblicate prossimamente. E vi ricordiamo che ci saremo anche noi di Oubliette Magazine in veste di Media Partner del Signal 2015.

PROGRAMMA

giovedì 29 ottobre

16:00 – 20:00 Laboratorio DUB IS A MUST a cura di Arrogalla

18:00 Laboratorio di Filosofia P4C a cura di Daniela Zoccheddu

20:00 Inaugurazione installazioni SIGNAL ART

21:00 Performance Starting from zero – Barbara Held

22:00 Performance Dar la voz negada – Arturo Moya Villen

venerdì 30 ottobre

Barbara Held

11:00 Biosonologia Incontro con Domenico Sciajno

16:00- 20:00 Laboratorio Suonare voce_corpo a cura di Monica Serra, Paolo Sanna, Francesca Romana Motzo

20:30 T.S.P – Installazione e performance teatrale con Lucilla Trapazzo

21:00 Performance Vacuum – Pietro Riparbelli

22:00 Performance Solo – Giovanni Lami (Festival Spaziomusica)

23:00 Performance SdiM008 – Svart1

sabato 31 ottobre

09:00- 13:00 Laboratorio di Biosonologia a cura di Domenico Sciajno

16:00 – 20:00 Laboratorio Suonare voce_corpo a cura di Monica Serra, Paolo Sanna e Francesca Romana Motzo

20:30 T.S.P – Installazione e performance teatrale con Franco Casu

21:00 Performance MUT -Marc Vilanova

21:45 Performance VERTEX – Domenico Sciajno

22:30 Performance Electric country – BJ Nilsen

domenica 1 novembre

Bj Nilsen

16:00 – 20:00 Laboratorio Suonare voce_corpo a cura di Monica Serra, Paolo Sanna e Francesca Romana Motzo

20:30 T.S.P – Installazione e performance teatrale con Lucilla Trapazzo

21:00 Performance Be Silent – Alessandra Giuralongo+Deborah Walker

22:00 Performance Nuances – Stefano Casta Trio

23:00 DJ set – DJ JONAH

martedì 3 novembre

20:00 – 24:00 SIGNAL Fringe in collaborazione con la classe di Musica Elettronica del Conservatorio G. P. da Palestrina di Cagliari. Signal Fringe è uno spazio del Festival riservato alle installazioni e performance degli studenti del Conservatorio di Cagliari, ed è continuazione ideale del Festival Polline che si svolge in città da qualche anno nel mese di Giugno.

mercoledì 4 novembre

20:30 T.S.P – Installazione e performance teatrale con Franco Casu

21:00 Audio Performance – Gianpaolo Antongirolami (Festival Spaziomusica)

22:00 Performance Esercizi di Vertigine, con Alessandro Olla (TiConZero), Fabrizio Casti (Spaziomusica), Francesca Massa e Donatella Cabras (Spaziodanza)

giovedì 5 novembre

Giovanni Lami

Laboratorio Ideazione e fabbricazione sonora a cura di Marcello Cualbu e Massimo Congiu

20:00 Film 4’33″ – Un progetto di Roberto Pellegrini (Un progetto di Roberto Pellegrini, con la partecipazione del Modular Quartet (Roberto Pellegrini, Francesco Ciminiello, Roberto Migoni, Marco Caredda) a cura di Matteo Gatti e Giulia Palomba con la collaborazione di Sandro Mungianu e Marcellino Garau)

21:00 Performance Mi inside walks -Mathieu Prual

22:00 AV Performance- Antongirolami/Casti/Zanata

22:00 Performance Anatomia del silenzio inesistente – Noisedelik

venerdì 6 novembre

Laboratorio Ideazione e fabbricazione sonora a cura di Marcello Cualbu e Massimo Congiu

20:30 T.S.P – Installazione e performance teatrale con Lucilla Trapazzo

21:00 Concerto – Enrico Malatesta

22:00 Presentazione album Solstøv – PJUSK

sabato 7 novembre

Laboratorio Ideazione e fabbricazione sonora  a cura di Marcello Cualbu e Massimo Congiu

18:00 Laboratorio di Filosofia P4C  a cura di Fabio Mulas

20:30 20:30 T.S.P – Installazione e performance teatrale con Franco Casu

21:00 Performance Chrysalide – Eryck Abecassis

23:00 Performance Nada – Juan Manuel Castrillo

23:00 Dj set Arrogalla

 

 

Info

Sito Signal

Evento Facebook Signal

Sito Svart

 

Pubblicato il

“La Grande Madre”: una mostra tutta al femminile a Palazzo Reale fino al 15 novembre, Milano

Più di cento artisti raccontano la donna in epoche diverse e analizzano i cambiamenti che ne hanno modificato la fisionomia. Passando dalle versioni rassicuranti che le dipingevano come regine del focolare domestico a quelle più sfacciate e irriverenti degli anni del femminismo e della rivoluzione sessuale.

La Grande Madre

Un secolo di storia attraversato per mettere in luce le peculiarità che hanno segnato i momenti salienti del percorso femminile. I cambiamenti, le evoluzioni i grandi passi avanti compiuti dalle donne nella società e le conquiste che il tempo ha reso loro. Quella in corso a Palazzo Reale di Milano è più di una mostra, qualcosa che va oltre le didascaliche ricostruzioni storiche. La Grande Madre è un vero e proprio viaggio da intraprendere con la consapevolezza lucida degli avvenimenti che ci hanno preceduto e grazie ai quali occupiamo un posto  nella società attuale.

Prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi e Palazzo Reale, all’interno del calendario di eventi Expo in città 2015, l’esposizione è visitabile fino al 15 novembre e ospita le opere di ben 127 artisti che risaltano, ciascuno nei periodi esplorati, la grandezza del ruolo della donna: madre, moglie, lavoratrice e non solo.

Dai profondi cambiamenti culturali e sociali in atto dalle Avanguardie di inizi ‘900 si prosegue nel corso del tempo arrivando agli anni del Fascismo, quando il regime imponeva  una figura femminile totalmente e unicamente assorbita dal ruolo di madre nell’ambito di un contesto familiare numeroso e rassicurante.

La Grande Madre

Passa qualche decennio, però, e la storia evolve a favore di un modello comportamentale che lotta ferocemente per affermare la propria indipendenza, consapevolezza e libertà delle personali scelte in ambito religioso, sessuale, familiare. La donna come unico artefice del proprio spazio nel mondo grazie a una serie di conquiste ottenute nel tempo che hanno visto succedersi la rivoluzione sessuale, le lotte delle femministe dell’epoca per affermare il diritto all’aborto e alla scelta personale delle questioni più delicate che le vedono protagoniste.

Da Freud a Yoko Ono passando per capolavori del cinema italiano come Mamma Roma di Pasolini e La Ciociara di De Sica, senza dimenticare le pagine drammatiche delle madri argentine di Plaza de Mayo, la donna rivive nell’arco di un secolo fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui la tecnologia e le conoscenze acquisite in campo medico-scientifico offrono nuovi paradigmi di riproduzione uniti al primordiale istinto materno.

La Grande Madre“, curata da Massimiliano Gioni, è una mostra promossa da Comune di Milano | Cultura, ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi insieme a Palazzo Reale per Expo in Città2015.

BNL Gruppo BNP Paribas è main sponsor dell’esposizione”.

 

Written by Irma Silletti

 

 

 

Info

Sito Fondazione Nicola Trussardi

 

Pubblicato il

Le sculture giganti di Rabarama: una metamorfosi formale per aspirare alla libertà assoluta

Rabarama, ovvero Paola Epifani, nasce nel 1969 a Roma. Il padre pittore e la madre ceramista, non poteva di certo esimersi dall’ereditare la passione per l’arte.

A Padova, dove vive e lavora dal 1990, ha iniziato a collaborare con le gallerie Vecchiato e ora espone in tutto il mondo: dall’America alla Cina, al Nord Europa.

Organizza periodicamente esposizioni di opere inedite con performance multimediali, set di bodypainting e musica d’avanguardia.

Scultrice ma anche pittrice, Rabarama ha iniziato ad essere conosciuta a partire dal 2000, quando le sue opere sono state esposte presso i più prestigiosi musei italiani e stranieri, in particolare negli Stati Uniti e a Parigi.

Una sua scultura monumentale è stata acquistata dal municipio della città di Shanghai, divenendo la prima opera italiana acquistata dal governo cinese.

Le sue gigantesche sculture forgiate in metallo, generalmente in bronzo e alluminio, così come in marmo, sono installazioni che si collocano a terra, principalmente in luoghi pubblici. Rappresentano corpi umani caratterizzati da “tatuaggi” simili alle tessere di un puzzle.

È un’opera di ricerca che, nel corso egli anni, ha portato ad un’evoluzione. Il punto di partenza è una particolare visione del mondo, basata sulla negazione del libero arbitrio, la predestinazione degli eventi e la riduzione dell’uomo a semplice computer biologico.

L’individuo è unicamente “predestinato” dalla genetica e dalla società per cui le funzioni vitali condizionano inesorabilmente ogni atto dell’esistenza.

In sostanza, l’unità psicosomatica è ridotta a pure reazioni fisico-chimiche. L’essere è immerso in una dimensione intima rappresentata dal confine corporeo della pelle.

Quest’ultima, diventa “prigione dell’anima”e spazio per la ricerca esistenziale, in quello che risulta un viaggio sospeso tra realtà e conoscenza.

L’espressività dei soggetti è quasi del tutto assente, ciascuno “imprigionato” nel proprio status quo, avente per comune denominatore una programmazione standardizzata della specie.

L’universo viene quindi concepito come un gioco di incastri, metafora di un puzzle in cui ogni singola parte trova il suo inserimento in un determinato punto spazio-temporale.

Paradossalmente, questa visione pessimistica sfocia nella disperata ricerca del soprannaturale, da riscoprire attraverso il flusso dell’energia creatrice, intesa quale possibile fuga dalla realtà e probabile rifugio.

Lettere dell’alfabeto, geroglifici, puzzle, nidi d’ape, oppure stelle rappresentano le infinite combinazioni e varietà possibili insite nell’umanità.

Le figure che dapprima non esprimevano alcuna ispirazione, subiscono una metamorfosi, “lacerando” la pelle quale involucro che le avvolgeva, nell’incessante tentativo di liberarsi, attraverso quella che si rivela una lotta inutile.

Nella fase successiva della sua esplorazione, Rabarama ha realizzato uomini-albero ricoperti di corteccia e intessuti di fili d’erba, che riconducono al legame simbiotico della stirpe umana con la propria primordiale origine.

In sostanza, l’artista sperimenta un modo originale per descrivere la figura umana, collegandosi a questioni che da sempre agitano il pensiero sulla natura e il destino dell’essere umano.

La metamorfosi incarna l’ideale svolgimento di un’intera esistenza, per cui dalla condizione iniziale di soggetto vincolato, si arriva ad una condizione esistenziale di completa rigenerazione attraverso la libertà.

Rabarama è un’artista che dialoga in maniera diretta con lo spettatore, offrendo a chiunque la possibilità di confrontarsi con tematiche importanti, mediante il linguaggio del corpo.

Stiamo vivendo un momento di passaggioha affermatoe l’idea di rivolgere lo sguardo verso noi stessi, ricercando il perché della nostra esistenza, potrebbe essere importante per un cambiamento positivo”.

 

Written and photo by Cristina Biolcati

 

Pubblicato il

“American Pop Art Icons”: le opere di Steve Kaufman dal 27 settembre 2014 alla Galleria Farini di Bologna

“Signor Kaufman, cos’è per lei la cosa più importante?”

“Restituire. Tutto qui. Ricordare ciò che ero, e restituire un po’ della fortuna che ho avuto’. ‘Ho avuto una vita intensa e bellissima, non pensate a me con tristezza.” – Steve Alan Kaufman, 1960-2010

A seguito del grande successo che ha caratterizzato il Vernissage della Mostra Collettiva “Arte a Palazzo” del 13 settembre scorso, in occasione del quale, come ha affermato il noto critico d’arte Giorgio Grasso: “Non ho mai visto una Mostra prima d’ora dove si facesse fatica ad entrare per la folta fila che ostruiva l’ingresso.” Ora  la Galleria Farini di Bologna presenta “American Pop Art Inc – Opere di Steve Kaufman” il prossimo 27 settembre 2014 alle ore 18.30 nella sede di via Farini 26/d.

Già il Vernissage del 13 settembre della Mostra “Arte a Palazzo” nella prestigiosa location storica di Palazzo Fantuzzi in via San Vitale aveva anticipato l’arte pop di Steve Kaufman esponendo nella sala centrale una sua opera realizzata in omaggio a Van Gogh. L’opera di Kaufman rappresentava un Van Gogh inedito, caratterizzato da una vistosa capigliatura rossa posta a forma di cresta, la cui interpretazione poteva oscillare nel tempo, fra il passato e il futuro. Scalpore e magnetismo hanno contraddistinto la presenza di tale opera, collocata fra le altre degli oltre 85 artisti presenti alla Mostra e provenienti da ogni angolo del mondo.

Galleria Farini presenta in tale circostanza l’esposizione permanente dell’artista Steve Kaufman e rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle ore 15 alle ore 19. Sarà comunque possibile visitare la Mostra sia di mattina e sia dopo le ore 19 esclusivamente su appuntamento, mentre il lunedì sarà una giornata di chiusura.

Attraverso l’esposizione permanente delle opere di Steve Kaufman, l’American Pop Art Inc. intende avvicinare il pubblico italiano ed europeo all’arte e al mondo della Pop Art Americana,  guardando “al di là di Andy Warhol” per conoscere molto da vicino le opere di un artista affermato quale è stato Kaufman che proprio di Warhol era stato allievo e assistente.

La mostra che comprenderà 15 opere del noto artista americano, prosegue in tal modo nel cammino ideale di avvicinamento del grande pubblico alla Pop Art iniziato con gli eventi legati alle opere di altri grandi esponenti del movimento e rinnovatosi con le mostre dedicate a Steve Kaufman a Trieste a palazzo Costanzi, al Museo Enzo Ferrari di Modena, e a seguito dell’acquisizione da parte del  Mozart Museo di Salisburgo del dipinto Mozart Stato II, per la sua collezione permanente.

La Pop Art che attualmente sta risvegliando una nuova  curiosità e attenzione sul piano globale, fu l’arte della “cultura popolare”, accessibile a tutti. Fu il movimento d’arte figurativa che meglio rappresentò il senso d’ottimismo portato dal benessere seguito al boom economico del Dopoguerra, degli anni Cinquanta e Sessanta. Coincise con la globalizzazione della musica (con il nascere dei miti della “Pop Music”) e della cultura giovane, con grandi miti impersonati dai Beatles e da Elvis Presley. La Pop Art era trasgressiva, irriverente, sfacciata, divertente, ostile alle altre forme d’arte, nemica degli artisti ‘non-Pop’. Ricomprese in sé numerosi stili di pittura e scultura provenienti da molte nazioni, ciò che però gli esponenti del movimento “Pop” ebbero tutti in comune fra di loro, fu l’estremo interesse per i Mass Media, per la produzione di massa (di testo, di fotografie, di opere realizzate attraverso la serigrafia, di musica ed altro ancora. ) ed infine per la cultura stessa di massa.

Sarà di certo un altro grande successo ed un avvenimento davvero imperdibile presso la Galleria Farini il prossimo 27 settembre 2014 alle ore 18.30 nella sede di via Farini 26/d con il Vernissage “Pop Art Steve Kaufman”, ubicato nella stessa sede dove si è svolto il Vernissage della Mostra del 5 luglio 2014 intitolata “ Nuovi linguaggi nell’Arte contemporanea”.

 

Galleria Farini, in via Farini 26/d – Bologna

Titolare: Grazia Galdenzi

Art Director: Roberto Dudine

 

Written by Rosetta Savelli

 

Info

galleriafarini@libero.it

Facebook Steve Kaufman

 

Pubblicato il

“I Rotod, flusso metamorfico. Atto I”: i componenti elettronici di Rosa Todde, sino al 21 settembre, Tortolì

“Siamo sul pianeta Terra. È successo qualcosa che l’ha sconvolto, resettato. L’uomo non esiste più, la vita ora è altro. Neanche i boschi e le foreste esistono più. Solo montagne, oceani e mari, fiumi, pietre e sabbia. Strade qua e là, villaggi fantasma e vecchie metropoli addormentate”.

Estratto da un suggestivo manoscritto di carattere mitopoietico firmato dall’artista, questo brano funge da prologo drammatico fondamentale alla comprensione dell’universo finzionale creato da Rosa Todde  in mostra con “I Rotod, flusso metamorfico. Atto I” sino al 21 settembre 2014 nel Corso Umberto 45 a Tortolì in Sardegna.

La fine del mondo per come lo conosciamo, per Rosa Todde è il principio. Il pianeta è stato improvvisamente investito da una non meglio precisata catastrofe, da intendere etimologicamente più come un radicale rivolgimento, che come lo scatenamento di eventi disastrosi, secondo quanto l’accezione comune del termine richiama alla mente.

Rosa Todde racconta l’aftermath di una catastrofe immateriale, non scaturita da uno straordinario evento di origine naturale, né causata da alcuna guerra chimica o nucleare, com’è nella tradizione dell’immaginario fantascientifico contemporaneo.

Lo scenario post-catastrofico che l’artista delinea, infatti, trova nello sconvolgente e improvviso dissolvimento della biosfera il proprio tratto cruciale, così che la specie umana, che naturaliter vi appartiene, d’un tratto svanisce.

Rosa Todde ci invita a sospendere la nostra incredulità e a compiere così un esercizio di immaginazione basato su un als ob kantiano, un “come se” si prendesse atto del mondo al suo stato attuale, ma prescindendo dalla vita biologica e dalla presenza umana.

Dell’uomo rimangono soltanto le nude tracce dell’infaticabile opera impressa per secoli sulla pelle del globo, ma ciò che resta delle città, adesso tristemente deserte, non sono che rovine.

Tuttavia queste, a loro volta, non si fanno scenografia distopica, secondo i consueti canoni iconografici del genere fantascientifico: senza l’uomo non si danno utopia o distopia alcune, venendo a mancare al mondo una coscienza morale che lo abiti e che vi infonda spirito.

Ma qualcosa, sulla superficie di questa Terra ormai ridotta allo stato minerale, eppur si muove. Uno slancio vitale, un élan vital di bergsoniana memoria, sembra scuotere l’inerzia macchinica di ciò che resta del panorama mediale costituito dagli oggetti di specie elettronica creati dall’uomo. Diodi, resistenze, resistori, trimmer, relé, ciascuno dei componenti-hardware di quel tipo di tecnologia appaiono come ri-animati da un potente e vivifico elettroshock.

Come a ribadire quella solidarietà tra biosfera ed elettrosfera effettivamente teorizzata da antropologi e fisiologi, Rosa Todde ipotizza una nuova forma di vita. Superando sia i rigidi parametri funzionali entro i quali erano costretti, che i limiti fisici imposti dai loro involucri (che si dischiudono come scrigni), quei componenti acquistano libertà.

Anzitutto di movimento: ora vorticano, come sciami, ora librano. Secondo leggi e traiettorie a noi incomprensibili, essi talora si respingono, talaltra si attraggono, dando origine a nuove concrezioni, a nuovi esseri chiamati Rotod.

Il nuovo mondo è quindi riletto da Rosa Todde sub specie atomica epicurea: esso si disfa e si ricrea incessantemente a partire da un numero elevatissimo ma finito di elementi irriducibili, i componenti elettronici. Ne deriva, pertanto, che questi neo-atomi condividano uno stesso codice, in virtù del quale sono in grado di comunicare, ricordare, desiderare. Da questo codice dipende la morfogenesi dei Rotod.

L’irresistibile forza attrattiva che si esercita tra un componente e l’altro si diceva determinata dalla condivisione di un ricordo comune o, in gergo platonico, di un’anamnesi, che può risalire tanto alla fase anteriore che a quella posteriore alla catastrofe.

Sospinti da pura volontà formale, i componenti si congiungono secondo le regole di una misteriosa ars combinatoria. Stabiliscono legami di tipo intermolecolare e, una volta raggiunto un equilibrio elettrostatico e sapienziale, approdano finalmente alla calma dell’essere: essi esistono assumendo precise configurazioni che corrispondono ai contenuti delle anamnesi di volta in volta condivise.

Custodi della memoria del mondo, i Rotod sono quelle configurazioni e, nondimeno, costituiscono le propaggini materiali di quell’afflato energetico, di quell’élan vital che dopo la catastrofe ha attraversato la Terra fino a trovare negli oggetti di specie elettronica la propria cassa di risonanza, dei corpi pronti ad accoglierlo in dinamica sinergia.

Rosa Todde sembra alludere a una sorta di tecno-animismo, a una visione del mondo che prende le mosse a partire da un’articolata riflessione sulla nostra attuale condizione di vita che ci vede tutti interconnessi e interdipendenti, come mai prima d’ora è successo nella parabola tecnologico-evolutiva umana.

Secondo il celebre massmediologo Marshall McLuhan la tecnologia a base elettromagnetica, che trasferisce informazioni a una velocità pari a quella della luce, in tempo reale, ha trasformato il pianeta in un villaggio globale che noi abitiamo come nomadi ritribalizzati e inseriti non più in uno spazio visivo che implica distanza, ma in un campo unificato che implica avvicinamento, uno spazio di “eventi simultanei e consapevolezza complessiva”.

Le nuove tecnologie, abbattendo le distanze, ci avvicinano, ci spingono ad aggregarci, a far gruppo, comunità. Rosa Todde non dimentica le responsabilità di ordine morale che da questa condizione di simultanea interdipendenza derivano.

Nei Rotod volontà e rappresentazione, categorie schopenhaueriane, coincidono. Mossi da un irresistibile istinto creativo-mimetico, essi desiderano ricavare un senso dal mondo, rappresentandolo. Isolando soggetti dal continuum indistinto del mondo, i Rotod esprimono in tal modo il proprio desiderio innato di conoscerlo, comprenderlo e abitarlo. Essi ne sono lo spirito. Il loro è un atto di gratuita generosità verso se stessi e verso il passato, il presente e il futuro.

Ciascun’opera di Rosa Todde è da intendersi come il tentativo di fotografare, mantenere, documentare uno tra gli innumerevoli stadi trasformativi che hanno per protagonisti i Rotod. Una volta raggiunta la calma dell’essere, quell’equilibro elettrostatico-sapienziale di cui sopra, accade che l’élan vital energetico “surriscalda” ogni Rotod al punto che i legami tra i componenti costituenti si spezzano, così da dare inizio a un nuovo ciclo trasformativo.

I singoli componenti ingaggeranno ancora una volta quella danza aerea finché la condivisione di un’ulteriore memoria formale non determinerà un nuovo incontro, un nuovo desiderio plastico.

I Rotod, flusso metamorfico di anamnesi figurative, diventano pertanto il simbolo di una modalità di esistenza: fare gruppo a partire dalla partecipazione di memorie condivise, dalla necessità solidale di conoscere e capire il mondo, senza cristallizzarlo in una forma perenne e, in quanto tale, refrattaria al divenire, alla differenza possibile.

Rosa Todde nasce a Ozieri nel 1981. Cresce  a Tortolì-Arbatax in Sardegna finché decide di trasferirsi a Milano per intraprendere studi di architettura e, successivamente, sociologia. Attraverso i primi affermerà di aver sviluppato una forte attitudine alla strutturazione, mentre, grazie ai secondi, matura un’acuta consapevolezza della relazione dinamica tra i fatti umani. Rosa decide quindi di operare una fertile sintesi di un così ricco ed eterogeneo background culturale iscrivendosi al corso di scultura all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. L’incontro tra Rosa Todde e i componenti elettronici risale ai primi anni di vita dell’artista, trattandosi invero della fatale manifestazione di un’irresistibile, straordinaria curiosità infantile che già custodisce in nuce ciò che è di là da venire. Affascinata da alcuni luoghi dell’albergo di famiglia, come il centralino e l’officina, la piccola Rosa avvicina così oggetti carichi di mistero: vecchi telefoni, radio, macchine da scrivere, televisori, tutti esemplari di quel mediascape pre-digitale che ai suoi occhi diventano veri e propri scrigni che custodiscono un tesoro. “Non smonto per scoprire funzioni, ma per svelare la bellezza delle cose vecchie”, afferma l’artista.

 

Info

http://rotod.it/

todde.rosa@email.it