“Mississippi Burning. Le radici dell’odio” film di Alan Parker: l’omertà dei bianchi e la rassegnazione delle vittime

“Ora io dico a quella gente, guardate la faccia di questo giovane e vedrete la faccia di un nero. Ma se guardate il sangue che viene versato è rosso, è come il nostro! È proprio come il vostro…”

Mississippi Burning
Mississippi Burning

I soprusi, immotivati, dei bianchi sui neri sono ben esplicitati nel film Mississippi Burning. Le radicidell’odio realizzato nell’anno 1988 dal regista Alan Parker, dove vengono rielaborati fatti realmente accaduti.

Alan Parker, regista da sempre impegnato a trattare temi scottanti, ha diretto il film in modo ineccepibile. Offrendo allo spettatore, attraverso la performance degli interpreti, una visione ampia ed oggettiva sui motivi reconditi che spingono all’odio.

Siamo negli anni ’60, nel 1964 per amore del dettaglio, in un piccolo centro della contea di Nashuba, appartenente allo stato del Mississippi, dove le condizioni della gente di colore sono pressoché indecorose per la comunità nera. E, ancora oggi, trascorsi oltre cinquant’anni dall’accaduto, la situazione non è migliorata di molto.

“Ma cos’ha in corpo questa gente?”

Ma, per apprezzare al meglio la pellicola, dai toni così prossimi alla situazione reale in cui, ancor’oggi, vivono gli abitanti di alcuni stati del sud degli Stati Uniti, è opportuno tratteggiare in breve la trama. Che è piuttosto lineare, senza eclatanti colpi di scena, ma capace di raccontare una problematica antica: la mancanza di diritti dei neri, costretti a subire ogni sorta di prepotenza da parte dei bianchi.

“Quaggiù abbiamo due diversi modi per far rispettare la legge, uno per i bianchi, uno per la gente di colore…”

Sono due gli agenti dell’FBI che raggiungono la contea di Nashuba, al fine di indagare sulla scomparsa misteriosa di tre attivisti del movimento dei diritti civili, due bianchi e uno nero.

Si presume che dietro la sparizione si nasconda la loro esecuzione, ma dimostrare i fatti non è così semplice, poiché i loro corpi, almeno in un primo momento, non vengono trovati.

Ovviamente, lo sceriffo e il suo vice non gradiscono la presenza dell’FBI su quello che considerano il loro territorio, e cercano in tutti i modi di ostacolare gli agenti che hanno il compito di far chiarezza sul fatto delittuoso.

L’agente Rupert Anderson (Gene Hackman), già ex sceriffo del Mississippi, conosce bene il contesto sociale e ambientale di cui si parla, e la sua prima caratteristica è di essere un tipo dai modi sbrigativi, che vorrebbe risolvere il caso a modo suo. Ovvero, in modo altrettanto sbrigativo.

L’altro, Alan Ward (Willem Dafoe), proveniente dall’università di Harvard, è rispettoso delle leggi e ligio fino all’esagerazione, circa il metodo per condurre l’indagine.

Mississippi Burning
Mississippi Burning

Quindi, è fra svariate vicende che coinvolgono i due agenti, a volte in conflitto fra loro per il comportamento con cui procedere, al fine di smascherare i responsabili della scomparsa dei tre, che si snoda uno sviluppo filmico coinvolgente, il quale partecipa lo spettatore a eventi anche raccapriccianti, lasciandolo incredulo di fronte a un odio immotivato e ad una crudeltà fine a se stessa.

Nonostante la presenza degli incaricati dell’FBI, nel piccolo centro le azioni criminose non si fermano, sempre a discapito della gente di colore, le cui case spesso vengono incendiate e distrutte. L’FBI, impotente, è costretta ad assistere alle malefatte degli appartenenti al Ku Klux Klan, che nascosti e incappucciati affrontano le vittime provocando in loro anche danni fisici permanenti.

Struttura razzista e violenta, si considera che il Ku Klux Klan abbia avuto un grande numero di aderenti dalla sua fondazione. La sua denominazione, che ha origini lontane, è stata utilizzata da varie organizzazioni segrete, presenti in America a partire dall’Ottocento, con finalità politiche e terroristiche. I suoi aderenti sostengono il principio della superiorità della razza bianca, avvicinandosi così a ‘ideali’ nazionalisti e discriminatori di estrema destra, quali il razzismo, l’antisemitismo e l’omofobia. Il Ku Klux Klan è una realtà che continua a perpetrare atti di violenza alimentati dal fanatismo dei suoi membri, e le cui manifestazioni sono agevolate, in molti casi, dall’omertà dei bianchi e dalla rassegnazione delle vittime, terrorizzate e incapaci di ribellarsi a un odio di così ampia portata.

“La camicia a maniche corte non è consentita…” “Tanto non frega a nessuno, qui al massimo indossano cappucci bianchi…”

Nonostante la situazione difficile in cui vengono a trovarsi, i due agenti sono ben determinati a chiarire il mistero che sta dietro alla fine degli scomparsi, e agiscono con ogni mezzo per identificare coloro che fanno parte della diabolica setta, vicesceriffo compreso.

A dare un supporto importante alla ricerca arriva una moltitudine di uomini dell’esercito, pronti a scandagliare i corsi d’acqua di quella zona paludosa, dove potrebbero giacere i corpi dei tre sfortunati spariti nel nulla.

Ciò, ovviamente, crea conflitti e malumori con la comunità del posto, che mal tollera la presenza della ‘legalità’ in quella cittadina, considerata di proprietà, e di cui si sente in diritto di amministrarla a modo proprio. Anche mettendo in atto gesti violenti sui neri, considerati meno degli animali.

Infine, è con mezzi poco ortodossi ma persuasivi, che Anderson, il più pragmatico dei due agenti, viene a conoscere la verità e il luogo dove giacciono i tre.

Il film si conclude in maniera soddisfacente perché i ‘buoni’ hanno la meglio sui ‘cattivi’.

E, nello spettatore, che ha assistito a una drammatica storia del sud, si confermano le verità raccontate spesso dai giornali, ovvero la prepotenza dei bianchi sui neri è condizione reale, soprattutto prima che il reverendo Luther King desse inizio alle sue battaglie dei diritti civili a favore della gente di colore.

“Ti piace il baseball Anderson? Sì, tanto… sapete, è la sola occasione in cui un negro può agitare un bastone verso il bianco senza rischiare la pelle…”

Mississippi Burning. Le radici dell’odio è una pellicola che denuncia l’emarginazione sociale e politica messa in atto dai bianchi sui neri, questi ultimi, infatti, non avevano alcun diritto di voto.

Mississippi Burning
Mississippi Burning

Quindi, sul film nulla da eccepire, se non che è pellicola di formazione, sia per i contenuti sia per l’interpretazione di Gene Hackman, che ha ottenuto l’Oscar per la sua interpretazione.

Da aggiungere, che il regista fa un tratteggio accurato e quanto mai realistico del fatto avvenuto nel 1964, come degli interpreti che nella narrazione filmica ricoprono fedelmente il ruolo dei reali protagonisti del drammatico evento. Soprattutto quello dei due agenti, dei quali vengono delineate le peculiarità comportamentali opposte, ma che hanno, entrambi, un alto senso della giustizia. E, con ogni mezzo, cercano di far emergere una verità nascosta in un contesto ambientale difficile e pieno di ostacoli. Verità taciuta da parte di coloro che avrebbero dovuto, invece, farla affiorare. Sceriffo e vicesceriffo in primis.

Infine, alcune considerazioni di natura politica e sociale che emergono dalla narrazione filmica di Mississippi Burning. Le radici dell’odio: si evince una realtà che ancora oggi appartiene ad alcuni stati del sud degli Stati Uniti, ovvero l’intolleranza e il razzismo, tuttora sono uno dei mali del Paese, difficili da sradicare.

Per dovere di cronaca, è giusto sottolineare, data la veridicità dei fatti raccontati in Mississippi Burning. Le radici dell’odio, della condanna subita dai responsabili della sparizione dei tre attivisti dal movimento dei diritti civili. L’unico condannato fu Edgar Ray Killen, leader dichiarato del Ku Klux Klan. Avrebbe dovuto scontare una pena di sessant’anni, previsti dalla condanna emessa nel 2005, ma nel 2018 è morto in carcere all’età di 92 anni. Altre 8 persone vennero condannate, ma a pene detentive molto leggere, e soltanto per ‘violazione dei diritti civili’, e non per il grave crimine a cui avevano partecipato.

Da aggiungere, infine, che il presidente Barack Obama ha attribuito la massima onorificenza civile americana alle tre vittime: James Chaney, Andrew Goodman e Michael Schwerner. Nella motivazione, che ha spinto il presidente a dare l’alto riconoscimento ai tre, si legge che i loro sforzi hanno contribuito a spronare il miglioramento in tema di diritti civili.

“In quale stato devi mettere indietro l’orologio di un secolo? Il Mississippi…”

 

Written by Carolina Colombi

 

 

 

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