Intervista di Alessia Mocci a Giovanna Masci: vi presentiamo il saggio “Male Habitus”

Un punto di forza del lavoro di un bravo terapeuta è quello di riportare la mente del malato alle ragioni della vita, indicarne i punti di positività, che anche nello stato di malattia non mancano, allontanare i pensieri negativi che facilmente attorniano la mente della persona malata e che, molte volte, finiscono per fare più male della malattia stessa.” – Giovanna Masci

Giovanna Masci
Giovanna Masci

Allontanare i pensieri negativi, pensare alle ragioni per le quali si è vivi.

Questo il consiglio di Giovanna Masci, laureata in Medicina e Chirurgia all’Università “La Sapienza” di Roma, che da diversi anni si occupa come specialista in Oncologia Medica si occupa della diagnosi e del trattamento di pazienti affetti da carcinoma mammario.

Male Habitus. La malattia, come la vita, non avviene senza una ragione” edito da Rupe Mutevole Edizioni è il suo primo libro ma in passato è stata autrice e coautrice di numerosi articoli scientifici pubblicati sulle maggiori riviste internazionali del settore.

Inoltrarsi nella malattia è sempre un percorso complesso ed è per questo che si è deciso di incontrare Giovanna Masci per conoscere più da vicino il saggio “Male Habitus”.

Aprire l’animo alla grazia e allo splendore del mondo, apprendere il gusto di assaporare ogni momento sono balsami dal potere ineguagliabile, sono medicine efficaci.”

 

A.M.: “Male Habitus” un titolo che non lascia dubbi: al suo interno troveremo l’abito come aspetto del corpo, espressione esterna di uno stato fisiologico o patologico. Habitus derivante da habere con il significato di stare, male habitus come “stare male, esser malato”. Come nasce la scelta del titolo “Male habitus” ed in che senso “La malattia, come la vita, non avviene senza una ragione”?

Giovanna Masci: Il titolo è arrivato avanti nella stesura del libro. Potrei dire che è arrivato come una illuminazione, anche se Habitus, è un termine frequente in medicina, utilizzato per indicare l’aspetto del corpo, come espressione esterna di uno stato fisiologico o patologico. Quindi, alla fin fine, il titolo è semplicemente venuto a galla, è emerso naturalmente da una terminologia nota e usuale.

Il sottotitolo, invece, è nato dall’esigenza di far comprendere al lettore, con un rigo, l’argomento trattato: la malattia, e il quesito celato dietro di essa. Male Habitus, infatti, essendo un termine latino, poteva non essere compreso facilmente. Con il sottotitolo, già da subito, il lettore riesce ad inquadrare sia l’argomento oggetto del libro e, in sintesi, anche come questa viene interpretata, ossia come parte integrante della vita.

Nel libro è detto: “In fondo la malattia è l’altra faccia della salute, bisognerebbe pensarla con la forza salda e fredda della logica, spogliandola dai significati ridondanti e metaforici con cui da sempre tendiamo a ricoprirla, ottenendo peraltro solo di ingigantire la sua reale consistenza. Semplicemente andrebbe considerata per quello che effettivamente è, ossia, uno stato di non salute, appartenente al ciclo naturale dell’esistenza, da contrastare e tentare di ripristinare alla sua funzione originaria con tutte le forze lecite, senza sovraccaricarla da timori irrisolvibili o da false assegnazioni di colpe e di responsabilità.”

 

A.M.: L’introduzione del libro è un vero e proprio saggio nel quale si presenta l’attività del terapeuta e della malattia esposta con la duplice funzione: “da un lato denuda e umilia, rendendo dipendenti e fragili, dall’altro affina la sensibilità dell’animo, nobilita la ricerca del cuore, orienta le aspettative, sfronda il superfluo, riporta alla radice essenziale e pura dell’esistenza.

Giovanna Masci: In effetti, la malattia possiede una componente ambivalente, sicuramente è un fattore negativo, ma non è privo di lati positivi. Essa, per citare una frase del libro: “andrebbe analizzata nei suoi meccanismi essenziali, senza tanti fronzoli, senza l’interferenza delle emozioni, e contrastata con ogni mezzo dettato dal buon senso e scientificamente provato. Se viene accettata, anche se non scompare, diviene meno aspra, si tramuta in una forma più dolce e il paziente trova strade nuove per riconciliarsi con la vita e ritrovare la serenità. Al contrario ignorare la sua esistenza è dannoso, fuorviante, porta su strade errate, fa disperdere energie vitali e tempo prezioso.”

Un punto di forza del lavoro di un bravo terapeuta è quello di riportare la mente del malato alle ragioni della vita, indicarne i punti di positività, che anche nello stato di malattia non mancano, allontanare i pensieri negativi che facilmente attorniano la mente della persona malata e che, molte volte, finiscono per fare più male della malattia stessa. Due, sono, essenzialmente, le strade che un terapeuta può suggerire: coltivare qualche sprazzo di sana follia, invitare a immergersi nella bellezza della natura.

La prima, la follia, “fa scoprire strati insospettabili della vita e dello spirito interiore, fa affondare la mano nella natura autentica e vitale dell’anima, spinge nel terreno del gioco e della fantasia, al di là della stanchezza, dei divieti e delle abitudini, oltre la paura di fallire o di perdersi. Un tocco di follia è un toccasana per superare le asperità della malattia o la morsa della sofferenza.”

L’altro punto di forza è coltivare la bellezza. Nel libro è scritto:” Aprire l’animo alla grazia e allo splendore del mondo, apprendere il gusto di assaporare ogni momento sono balsami dal potere ineguagliabile, sono medicine efficaci.” Perché, in fondo, “si vive e ci si emoziona anche da malati, a volte anche più intensamente di quando si era sani.”

 

A.M.: Perché curare i malesseri della psiche è molto complesso?

Male Habitus
Male Habitus

Giovanna Masci: Da sempre, curare la psiche è complesso, per una serie di ragioni: i malanni della psiche sono poco oggettivabili, non quantificabili, la psiche poggia il suo essere su principi irriducibili agli aridi schematismi della ragione, la profondità del vissuto è, per molti aspetti insondabile, in essa si intrecciano ragioni personali che fondano le radici nell’educazione ricevuta, a sua volta influenzata, da modelli sociali, economici, culturali e religiosi differenti. Noi siamo “noi” solamente con la nostra anima, la percezione reale di noi stessi per gli altri rimane, almeno in parte, segreta e non condivisibile.

Lo studio della psiche poggia le sue basi storiche già nell’antica Grecia, negli insegnamenti delle scuole filosofiche dell’età ellenistica, in particolare le stoiche e le epicuree che, fiorite in epoca di decadenza della politicità e dell’universalismo delle idee, ponevano l’accento sulla valorizzazione dell’individualità, sviluppando la ricerca delle passioni soggettive dell’animo umano, il loro controllo e quello degli istinti, insegnando la cura del sé attraverso l’esercizio della virtù. I sofisti indicavano la cura dell’anima come potenziamento del sé, Socrate suggeriva la pratica della virtù e dell’autocoscienza attraverso l’introspezione. Nel racconto di “Matilde”, attraverso le parole di padre Giuseppe, viene ribadito il valore del concetto socratico del “Conosci te stesso “.

Un altro passo descrive la complessità di comprendere sino in fondo la psiche poiché: “le sofferenze dell’anima sono fantasmi che abitano il sottosuolo della coscienza; anche quando sono percepiti come colossi sono invisibili, appartengono al mondo dell’imponderabile, sfuggono ad una analisi capillare, hanno una gradazione complessa e cause che possono essere molto remote, difficili da definire o poco rintracciabili. Per descrivere questa sorta di malesseri servono tante parole e metafore, esempi vari, richiami di ogni genere poiché mancano di una vera e propria terminologia; non si sa bene come parlarne, come farli intendere a chi ascolta, come descriverli. Le parole sono inadeguate a rappresentarli o non riescono a mettere interamente a fuoco l’oggetto del malessere. Sono disagi interiori, sensazioni di finta realtà, paure indefinite, allucinazioni, infermità della mente, malesseri di varia natura e intensità tanto che anche le medicine per curarle appaiono imprecise, scarseggiano, sono ingarbugliate o vanno per tentativi, ma quasi mai sono giudicate all’altezza di dominare questo genere di malanni.”

 

A.M.: Può accadere che il terapeuta resti imprigionato nelle vicende personali del paziente?

Giovanna Masci: Sì, può accadere. È inevitabile in una relazione tra individui. Nel libro è detto: “Ci sono storie di pazienti che un terapeuta si porterà sempre nel cuore. Alcune di queste storie curano a loro volta, sono un toccasana prodigioso, un balsamo per i terapeuti dall’animo inquieto, una vera e propria medicina.”

Tuttavia, viene anche ribadito: “Con il terapeuta è bene trattenersi in un terreno neutro, tenere le fila di un rapporto leale finalizzato principalmente alla buona riuscita della cura e al successo della medicina. Bisogna evitare l’eccesso di emozioni, poiché né il terapeuta né il paziente possono essere l’amico della porta accanto. Il terapeuta, a sua volta, non deve cedere alla debolezza della pietà e della compassione né risparmiare al suo assistito una giusta sofferenza, se questa è indispensabile al raggiungimento del successo terapeutico. Un terapeuta equilibrato possiede un carattere calmo e distante, mai troppo sensibile o eccessivamente influenzato dai sentimenti o incatenato al caos delle emozioni. Per entrambi, assistito e terapeuta, entrare troppo a contatto può dispiegare forze di attrazione e repulsione pericolose che allontanano dall’obiettivo della relazione, che è essenzialmente quella di curare, per il terapeuta, e di essere curato, per l’assistito. Tra i due è auspicabile una giusta misura di sentimenti.”

 

A.M.: La seconda parte di “Male Habitus” è una serie di nove racconti che possono esser visti come exempla rappresentativi della relazione che intercorre tra paziente e malattia. Per esempio, in “Raffaella” troviamo una donna di 61 anni con la diagnosi: “Epatocarcinoma avanzato in quadro di insufficienza epatica severa, ascite ed ittero”. Perché il terapeuta deve mantenere un contegno professionale e distaccato?

Giovanna Masci: Può accadere che il terapeuta diventi il ricettacolo di sentimenti di rancore e di rabbia da parte dell’assistito ma egli è tenuto a mantenere un comportamento dignitoso, distaccato e accogliente. Come viene asserito dal terapeuta nel racconto dedicato ad Elisabetta: “Da tempo avevo imparato a non farmi agganciare dalla rabbia altrui e… se vogliamo, neppure da quella che insorgeva dentro me stessa. Avevo imparato come si fa a stare seduti sulla riva del fiume ed osservare la piena senza farsi travolgere, pure gli schizzi d’acqua riuscivo ad evitare. Mi ci era voluto del tempo, tante letture, tanta riflessione, qualche errore, tanto lavoro su me stessa, ma alla fine avevo imparato. Ed era stata per me una vera rivoluzione…

 

A.M.: Che cos’è la sindrome del Burnout?

Giovanna Masci: Il termine burnout significa “bruciato”, “scoppiato”, “esaurito”. Si tratta dell’esito patologico di un processo stressogeno che interessa, in varia misura, diversi professionisti che sono impegnati quotidianamente e ripetutamente in attività di lavoro che implicano le relazioni interpersonali, in particolare con malati gravi, cronici e terminali. È una malattia dei tempi moderni che mostra il profondo cambiamento avvenuto nella società, nei rapporti interpersonali e nella vita lavorativa tra i lavoratori occidentali. È la malattia delle società evolute, a tecnologia avanzata. Si manifesta come una perdita di interesse vissuta dall’operatore verso le persone con le quali svolge la propria attività (pazienti, assistiti, utenti, etc), una sindrome di esaurimento emozionale, di spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali. Il soggetto colpito da burnout manifesta una serie di sintomi: stanchezza, esaurimento, apatia, nervosismo, irrequietezza, insonnia, insorgenza di patologie varie tra cui: ulcera, cefalea, disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali, eritemi. I medici sono una categoria a forte rischio per questa sindrome, tanto che sono nati dei centri di supporto psicologico a loro dedicati, in diversi ospedali.

 

A.M.: Qual è il pubblico di riferimento a cui è destinato “Male Habitus”? Professionisti del settore oppure può essere indirizzato anche a persone che stanno cercando di auto-curarsi?

Giovanna Masci
Giovanna Masci

Giovanna Masci: Il libro è dedicato a tutti. La lettura è agevole, il linguaggio non è mai tecnico, l’argomento della malattia oncologica viene affrontato non sul piano scientifico ma su quello filosofico-esistenziale. È essenzialmente un saggio sulla malattia, su come interpretarla, su come è meglio affrontarla, vorrebbe fornire dei suggerimenti utili in tal senso. I racconti sono degli exempla rappresentativi del rapporto dei pazienti con la malattia, che è strettamente personale e che riflettere lo spirito e la filosofia antecedenti la sua comparsa. Si reagisce in modo differente: rimozione, rabbia, costernazione, ma anche leggerezza e saggezza. Viene evidenziato, attraverso una fine descrizione psicologica dei casi clinici, come la malattia è in grado di modificare il vissuto, le emozioni e le azioni delle persone colpite, con quale processo riesca a riportare ad una vita diversa, più essenziale e consapevole. E, come, anche il terapeuta stesso, partecipi a questo processo.

 

A.M.: Ci sono state e/o ci saranno presentazioni del libro nelle maggiori città italiane?

Giovanna Masci: È stato presentato nella Fiera Internazionale del Libro di Francoforte (Frankfurter Buchmesse) lo scorso ottobre e, nello stesso mese, ha vinto un premio nel: Premio Letterario Nazionale e Internazionale “Vinceremo le Malattie Gravi” organizzato dall’Associazione Culturale Universum della verità e dignità. Sono in programma altre presentazioni in biblioteche a Milano nel 2020.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Giovanna Masci: “La cosa più importante in medicina? Non è tanto la malattia di cui il paziente è affetto, quanto la persona che soffre di quella malattia.” – Ippocrate

 

A.M.: Giovanna ringrazio per il tempo dedicato a questa intervista e saluto con le parole di Alejandro Jodorowsky: “La necessità di guarire nasce da una mancanza di coscienza. La malattia consiste nel fatto che abbiamo tagliato i collegamenti con il mondo. La malattia è mancanza di bellezza, e la bellezza è unione. La malattia è mancanza di coscienza, e la coscienza è unione con se stessi e con l’universo.”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Sito Rupe Mutevole

Acquista Male Habitus

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: