La storia dell’acqua alta a Venezia e la gestione idraulica della laguna ai tempi della Serenissima Repubblica

“VENETORUM URBS DIVINA DISPONENTE PROVIDENTIA IN AQUIS FUNDATA, AQUARUM AMBITU CIRCUMSEPTA, AQUIS PRO MURO MUNITUR: QUISQUIS IGITUR QUOQUOMODO DETRIMENTU PUBLICIS AQUIS INFERRE AUSUS FUERIT, ET HOSTIS PATRIAE IUDICETUR: NEC MINORE PAENA QUA QUI SANCTOS MUROS PATIAE VIOLASSET: HUIUS EDICTI IUS RATUM PERPETUUM ESTO[1]” – Editto di Egnazio, iscrizione cinquecentesca su lastra di marmo, Venezia, Museo Correr

Laguna di Venezia
Laguna di Venezia

Quello che risuona dall’iscrizione su lastra di marmo che era collocata nel Palazzo dei Dieci Savi a Rialto, dove aveva sede il Magistrato alle Acque è un monito potente se guardiamo i gravi danni subiti dalla Città di Venezia nel corso delle ultime maree, e le polemiche che ne son scaturite: eppure questa solenne prescrizione, che assegna a sé stessa il nome di editto, non è un documento ufficiale della Repubblica di Venezia, ma l’opera di un umanista, Giovanni Battista Cipelli detto Egnazio (1478-1556).

Un editto che ben preannuncia quanto affermato dal Presidente della Fondazione di Venezia nel 2017 in occasione della presentazione del Museo M9 di Mestre: “Nello studio del nostro passato si possono ritrovare spunti per un futuro in cui il nutrimento del pianeta, tra aumento della popolazione e cambiamenti climatici sarà una questione sempre più ineludibile.” – Giuliano Segre

Voglio umilmente raccogliere la sfida del Presidente Segre, e mi domando: Cosa sta succedendo? Siamo così alienati da stupirci del maltempo e dell’alta marea? Non siamo più capaci di far fronte ad essa?

Siamo solo in cerca del mirabile da mostrare in campagna politica o per ottenere like e commenti sui social? Stiamo cercando un capro espiatorio per i danni subiti? No. O per lo meno non solo.

E non stupisce che l’editto sopra citato sia opera di un umanista. Nel fiorente ‘500 veneziano, lo studio delle leggi veniva comparato con le altre dottrine: dallo studio della storia, arte, architettura e ingegneria, ai classici, allo studio scientifico in senso stretto, che spaziava dalle scienze naturali all’astrologia, in un compendio enciclopedico che tanto ricorda le “scienze della terra” che abbiamo studiato al liceo.

I cambiamenti climatici e le variazioni di marea sono sempre esistiti, ma oggi possiamo assistere a una modificazione globale senza precedenti, dove le cause naturali giocano un ruolo secondario e in cui l’essere umano, attraverso il progresso tecnologico, l’eccessiva e incontrollata costruzione, rischia seriamente di provocare enormi catastrofi.

Eccessiva costruzione, deforestazione, imbrigliamento dei fiumi, surriscaldamento globale, stanno accelerando questi processi, e i periodi di instabilità metereologica stanno imperando sul Mediterraneo. Ma la catastrofe più grande non sta solo nell’arrivo di ondate di eventi distruttivi e che genera evidenti danni materiali, quanto nella incapacità oggi giorno di aver memoria culturale degli avvenimenti passati e trarne esperienza, e della coscienza della ciclicità di certi fenomeni quali la marea.

“Sete, oto e nove l’acqua no se move, vinti, vintun e ventidò, l’acqua no va né su né zo[2]” – proverbio veneziano

Questo proverbio che i barcari veneziani ripetono ai foresti (agli stranieri) come un mantra (riguardo alle ore di una giornata), proviene da una più ampia descrizione delle maree sizigiali descritte da Ermolao Paoletti nel 1842 nel volume “Il Fiore di Venezia, ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi veneziani” stampato in isola di Venezia da Tommaso Fontana. Il volume appartiene al fondo della Biblioteca Regia Monacensis di Monaco di Baviera.

Il Fiore di Venezia - Ermolao Paoletti
Il Fiore di Venezia – Ermolao Paoletti

“E gli è però nei novilunii e nei plenilunii quando le acque crescono di più e più ingolfate restano nella laguna. Nondimeno passati quattro giorni dopo il novilunio, le acque rallentano il corso, e fino ai 10 giorni del periodo lunare divengono come morte, oppure, secondo il nostro linguaggio, fanno “ponto”. Nel decimo giorno cessa il rallentamento e più le acque crescono fino ai 19, in cui avviene il plenilunio, dopo quale tornano a farsi morte ovvero a far ponto fino ai 25, ed indi fino all’altro novilunio tornano ad essere crescenti. Oltre di che la massima marea suol accadere nei solstizii e nell’equinozio di primavera, montando allora da uno fino a 6 piedi sopra l’ordinario livello, e ancora in occasione di gagliarda burrasca (…)” Ermolao Paoletti

Premesse queste brevi nozioni del Paoletti, scendiamo un poco più nello specifico. Il Mare Adriatico è interessato fin dall’antichità da fenomeni di marea molto più intensi che nel resto del Mediterraneo, e la marea che si verifica è di due tipi.

La marea astronomica: è causata dal moto degli astri, in maggior proporzione dalla forza gravitazionale della Luna e in proporzione minore da quella del Sole e via via da tutti gli altri corpi celesti, e dalla geometria del bacino idrico. Il contributo di questi fattori è soggetto a pochissime incertezze ed è regolato da leggi di meccanica fisica, quindi può essere calcolato con elevata precisione con anni di anticipo.

La marea da cause metereologiche: il contributo meteorologico al fenomeno della marea dipende da fattori variabili, quali direzione e intensità dei venti, campi barici, precipitazioni etc., tutti legati da relazioni complesse e regolati da leggi fisiche di tipo statistico-probabilistico, prevedibili solo a pochi giorni di distanza e con un’approssimazione crescente con l’anticipo della previsione.

Per citare due tipici “contributi meteorologici” nel campo delle maree, possiamo prendere in esame il caso del “marrobbio” a Mazara del Vallo, un meteo-tsunami che si verifica per veloci ed improvvise variazioni della pressione atmosferica provocando la variazione del livello del mare.

Questo fenomeno può assumere notevoli proporzioni (sono stati registrati movimenti di 150 centimetri) soprattutto in primavera ed in autunno, mentre è raro in estate. In Italia è riscontrabile lungo le coste della Sicilia Occidentale e Meridionale sino a Malta.

Un analogo fenomeno è presente in Adriatico ed è denominato “sessa” (lat. aquam sessam).  La sessa è un movimento periodico originato da un’onda stazionaria in una massa d’acqua chiusa o parzialmente chiusa in conseguenza di improvvisi abbassamenti della pressione atmosferica. Le onde di sessa ed i fenomeni ad esse correlati sono stati osservati su laghi, bacini, riserve, piscine, baie, porti e mari. Il requisito fondamentale per la formazione di una sessa è che il corpo idrico sia almeno parzialmente delimitato, consentendo così la formazione dell’onda stazionaria, e l’Adriatico è uno scenario ideale perché ciò si verifichi.

L’oscillazione fondamentale della sessa nel Mare Adriatico ha un periodo caratteristico di 21-22 ore circa; ve ne sono poi di secondarie, la più importante delle quali ha un periodo di circa 11 ore. Nei giorni successivi a una mareggiata, anche quando la pressione atmosferica è in aumento e in assenza di vento, grazie allo sfasamento di quasi 3 ore tra la periodicità astronomica della marea (oltre 24 ore) e la sessa (circa 21-22 ore), spesso l’oscillazione può trovarsi in fase con il massimo di marea astronomica e produrre acqua alta, in alcuni casi con massimi del livello superiori a quello verificatosi durante la mareggiata. Il fenomeno delle sesse è particolarmente importante nell’analisi del fenomeno dell’acqua alta nell’Adriatico settentrionale. In casi particolari di ampie escursioni di marea (sizigie), onde di sessa e venti di scirocco, nel Nord Adriatico si possono determinare notevoli innalzamenti del livello del mare sotto costa. La concomitanza di una marea astronomica sizigiale, un repentino cambio di pressione atmosferica su Grado (da 1010 a 992 millibar il 12 novembre 2019) ed i fortissimi venti sciroccali sono state le cause del disastro che ha colpito Venezia il 13 novembre 2019.

Santa Maria Gloriosa dei Frari - chiostro
Santa Maria Gloriosa dei Frari – chiostro

Ma è un caso isolato? Caliamoci virtualmente nel meraviglioso chiostro cinquecentesco di Santa Maria Gloriosa dei Frari, sede dell’Archivio di Stato di Venezia, e immergiamoci tra i documenti.

La prima testimonianza la troviamo nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono, Liber III. A Pagina 23 sono testimoniati estesi allagamenti nella laguna di Venezia e nelle terre circostanti, a causa della “Rotta della Cucca” (oggi Veronella) del 17 ottobre del 589 d.C., quando la contemporanea esondazione di tutti i fiumi compresi tra il Tagliamento e il Po trasformò l’assetto idrogeologico lagunare poi accertato dagli studi dei paleoalvei dell’Adige, del Sile e della Piave.

“Eo tempore fuit aquae diluvium […] quale post Noe tempore creditur non fuisse. Factae sunt lavinae possessionum seu villarum, hominumque pariter et animantium magnus interitus. Destructa sunt itinera, dissipatae viae, tantumtuncque Atesis fluvius excrevit, ut circa basilicam Beati Zenonis martyris, quae extra Veronensis urbis muros sita est, usque ad superiores fenestras aqua pertingeret […] Urbis quoque eiusdem Veronensis muri ex parte aliqua eadem sunt inundatione subruti.[3] Paolo Diacono

Per quanto riguarda la città di Venezia, nel 1976 Antonio Giordani Soika (il primo direttore del Servizio Alte Maree a Venezia) ne ha trattato abbondantemente nell’articolo “Venezia e il problema delle acque alte”, che è reperibile nel bollettino del Museo di Storia Naturale di Venezia, Vol. XXVII: la prima descrizione certa è relativa al 782 d.C., seguita dagli episodi dell’840, 885 e del 1102.

Nel 1106 il villaggio di Metamauco fu completamente distrutto e l’isola scomparve sotto l’acqua, accompagnata da una violenta mareggiata.

E la storia non termina qui. Nel 1240 continua il Giordani: “l’acqua invase le strade più che ad altezza d’uomo”. Altri episodi sono narrati nel 1268, nel 1280 e nel 1282.

In una cronaca del 20 dicembre 1283, Venezia risulta “salva per miracolo”.

Il Giordani prosegue nel suo articolo con l’elencazione dei fenomeni del 18 gennaio 1286, e con l’elencazione degli anni 1297 e 1314; e ancora il 15 febbraio 1340 ed il 25 febbraio 1341 per saltare al 18 gennaio 1386; un altro salto temporale ci porta al 31 maggio e al 10 agosto 1410; a questi si aggiungono gli eventi del 1419, del 1423, dell’11 maggio 1428, del 2 marzo 1429 e del 10 ottobre 1430.

Il 10 novembre 1442 “l’acqua crebbe 4 passi sopra l’ordinarietà” cita ancora il Giordani. Ancora acque alte nel 1444 e 1445; il 26 novembre 1502; il 17 agosto 1503; il 29 maggio 1511; il 14 novembre 1514; il 16 novembre 1517; 19 novembre 1518; 16 ottobre 1521.

Il 26 e 27 gennaio 1522 una cronaca narra di “acqua altissima si può andare a san Marco solo per il Canal Grande”; e ancora troviamo citati il 7 e il 18 ottobre 1523; il 16, 18 e 19 novembre 1525; il 6 giugno 1527; il 29 ottobre 1531; il 3 ottobre e il 20 dicembre 1535.

Nel 1543, il Lido di Caroman è collassato, e la laguna è stata invasa dalle acque marine; un altro evento simile è riportato il 21 novembre 1550, e il 12 ottobre 1559 “il Lido di Chiozza si rupe in cinque luoghi”.

Il 1600 fu un anno caratterizzato da una frequenza particolarmente elevata di eventi, con allagamenti l’8, il 18 e il 19 dicembre, quest’ultimo probabilmente di portata notevole, in quanto oltre ad un’acqua altissima a Venezia, vi fu una mareggiata di particolare intensità che “rotti eziando in più luoghi i lidi, entrò nelle ville di Lido Maggiore, Tre Porti, Malamocco, Chiozza, eccetera”

Venezia nei Secoli di Eugenio Miozzi
Venezia nei Secoli di Eugenio Miozzi

Un altro evento di notevole portata è narrato nel libro “Venezia nei Secoli”, di Eugenio Miozzi, e si verificò il 5 novembre 1686: di questo evento, diverse cronache del tempo riportano in comune un dato accurato e misurabile: “l’acqua arrivò al livello del pavimento esterno della Loggia [del Sansovino]”, che, analizzato tenendo conto della ricostruzione della Loggia in seguito al crollo del campanile di San Marco nel 1902 e la valutazione dell’abbassamento del fondale lagunare di cui parleremo in seguito, porta a stimare un livello equivalente a +254 cm sul livello medio marino attuale.

Seguono le citazioni delle date del 21 dicembre 1727, del 31 dicembre 1728, del 7 ottobre 1729; ancora il 5 e il 28 novembre 1742; il 31 ottobre 1746; il 4 novembre 1748; il 31 ottobre 1749; il 9 ottobre 1750; il 24 dicembre 1792; il 25 dicembre 1794 e il 5 dicembre 1839. Infine, vi sono gli eventi del 1848 (+140 cm) e del 15 gennaio 1867 (+ 153 cm).

A partire dal 1867, esattamente un anno dopo la soppressione del Magistrato alle Acque da parte del neocostituito governo italiano, fu avviata l’osservazione sistematica delle acque alte secondo metodi scientifici. La schedatura dei dati ebbe inizio nel 1872, a seguito dell’installazione del primo mareografo per il controllo delle maree a Venezia. L’istituzione incaricata di tali osservazioni era l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.

Dal 1923 al 31 dicembre 2000 a Venezia sono state dieci acque alte eccezionali: il 16 aprile 1936 (+147 cm), il 12 novembre 1951 (+151 cm), 15 ottobre 1960 (+145 cm), 4 novembre 1966, il 3 novembre 1968 (+144 cm), il 17 febbraio 1979 (+140 cm), il 22 dicembre 1979 (+166 cm), il primo febbraio 1986 (+158 cm), l’8 dicembre 1992 (+142 cm) ed il 6 novembre 2000 (+144 cm).

Nei giorni precedenti al 12 novembre l’Adriatico venne interessato da una sequenza di veloci perturbazioni atlantiche che normalmente non creano particolari effetti sull’Adriatico. Tuttavia tra il 10 e il 12 novembre 1951 si è formata una depressione sul Mar Ligure di 984 millibar che si è colmata molto lentamente. Da questa condizione si sono originati forti venti meridionali sull’Adriatico, dovuti al gradiente di pressione elevato sull’Europa orientale, in cui la pressione era tra i 1008 e i 1012 mb. Fortunatamente il picco del contributo meteorologico (109 cm) avvenne alle ore 3:00, con largo anticipo sul massimo astronomico (che era circa 70 cm), se così non fosse stato si sarebbe potuto registrare un valore di marea più elevato di circa trenta centimetri. Il livello di 110 cm venne superato per 9 ore. Le condizioni meteorologiche di quei giorni hanno provocato oltre l’acqua alta a Venezia anche la piena del fiume Po che ha causato la disastrosa alluvione del Polesine il 14 novembre 1951.

Mentre il 4 novembre 1966 si verificarono contemporaneamente una serie di eventi anomali costituiti da alta marea, fiumi gonfi per le abbondanti piogge e un forte vento di scirocco che causarono l’innalzarsi dell’acqua dei canali di Venezia fino ad un’altezza senza precedenti di ben 194 cm sul medio mare. I veneziani ricordano l’evento con l’appellativo “acqua granda”.

Anche ai tempi la colpa degli eventi fu attribuita a una errata gestione del complesso sistema lagunare. Sono gli anni del boom economico e industriale di Porto Marghera:

“Le arginature in disordine; le chiese, i palazzi, le case che marcivano; in disfacimento l’immenso patrimonio artistico; l’equilibrio idraulico della laguna, che i veneziani avevano tutelato per secoli con leggi severissime, come il bene più prezioso, infranto ormai dagli scavi e dagli interramenti imposti, indiscriminatamente, dallo sviluppo industriale” – Sandro Meccoli

Dal 1º gennaio 2001 ad oggi, quindi in meno di 20 anni, a Venezia si sono verificate svariate acque alte eccezionali a partire dal 16 novembre 2002 (+147 cm), il primo dicembre 2008 (+156 cm), il 23 dicembre 2009 (+144 cm) il 25 dicembre 2009 (+145 cm), il 24 dicembre 2010 (+144 cm), il primo e l’11 novembre 2012 (+143 cm), l’11 febbraio 2013 (+143 cm), il 29 ottobre 2018 (+156 cm).

Venezia - 15 novembre 2019
Venezia – 15 novembre 2019

Infine, le ultime del 12, 13 e 15 novembre 2019 con picco massimo a +187 cm.

Dai dati riportati si nota che alcuni di questi eventi che coprono un arco di circa 1500 anni, non furono meno catastrofici di quello del 4 novembre 1966 o dei fatti di questi giorni scorsi. Va tenuto infatti presente che le cronache passate ricordano quasi sempre solo gli eventi più imponenti ponendo l’enfasi più sull’impressione destata o su dettagli sensazionali sulle distruzioni subite, che non sull’altezza effettiva della marea, mentre i fenomeni minori, calcolabili su una media alta marea al di sotto dei +120 cm, probabilmente non furono considerati degni di menzione. Ciò che salta all’occhio è che tuttavia nel lungo elenco dei fenomeni descritti si notano dei periodi ciclici in cui il fenomeno è assente o quasi ed altri in cui è piuttosto frequente, il che farebbe supporre una correlazione tra le variazioni di temperatura globali ed il numero di eventi (in particolare si nota che la frequenza massima si è sempre avuta all’inizio delle fasi glaciali).

È comunque difficile confrontare fenomeni così remoti con quelli attuali non solo perché nelle cronache non si hanno osservazioni sistematiche certe, ma soprattutto a causa dei radicali mutamenti intervenuti nella Laguna di Venezia quali la deviazione dei fiumi da parte della Repubblica Serenissima, le sistemazioni delle bocche di porto, la realizzazione di isole artificiali, e ultimo in ordine cronologico la costruzione di Porto Marghera e del MO.S.E. (Modulo Sperimentale Elettromeccanico) che hanno notevolmente alterato l’assetto idrodinamico della laguna stessa.

A questi si devono aggiungere e tenere in considerazione anche la subsidenza e l’eustatismo, sia naturale che artificiale, dovuto alle trivellazioni petrolifere in Adriatico, in cui sono attivi impianti per l’estrazione di gas, con 39 concessioni attive da cui si produce il 70% del metano estratto dal mare italiano. Un’area già oggi sottoposta a forti rischi ambientali, a partire dalla subsidenza, ossia il fenomeno di abbassamento del terreno e conseguente erosione della costa. Le maggiori criticità si registrano in alcune aree della costa emiliano-romagnola, dove questa raggiunge un abbassamento fino a 20 mm/anno, su una media di 5 mm/anno circa. Proprio per questi effetti nell’area dell’Alto Adriatico con l’articolo 8 del Dl 112/2008 si ha “Il divieto di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi nelle acque del golfo di Venezia, di cui all’articolo 4 della legge 9 gennaio 1991, n. 9, come modificata dall’articolo 26 della legge 31 luglio 2002, n. 179, si applica fino a quando il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente, del territorio e del mare, non abbia definitivamente accertato la non sussistenza di rischi apprezzabili di subsidenza sulle coste (…)”.

Numeri destinati ad aumentare, considerando la nuova corsa all’oro nero partita nel 2014 lungo le coste Croate. La prima città a rischio sarebbe proprio Venezia.

Ma ancora una volta è il passato a raccontarci di più: dall’età napoleonica la città corre un altro grave rischio: l’erosione delle fondamenta, con il conseguente sprofondamento della città. Facciamo un piccolo passo indietro e rivolgiamo l’attenzione sull’archeologia del paesaggio lagunare, che ci presenta una città che è sorta su una laguna naturale viva, ossia un bacino idrico che ha uno scambio d’acqua diretto col mare, e un apporto idrico e detritico dai fiumi.

La naturale evoluzione dell’ambiente lagunare prevede il suo interramento a causa dell’apporto di sedimenti dagli affluenti, apporto non compensato dall’effetto erosivo delle correnti di marea. Questo interrimento ha sempre costituito un problema per la Repubblica Serenissima, in quanto poteva incidere in modo negativo sulla sicurezza e sulla prosperità della flotta di Venezia.

Repubblica Serenissima
Repubblica Serenissima

Gli architetti della Serenissima, ben consci degli effetti erosivi della marea, pensarono di sfruttarli per escavare naturalmente la laguna. A partire dal secolo XII furono avviati i primi interventi di rettifica sui corsi d’acqua, che vennero arginati nell’entroterra per limitare trasporto di sedimenti in laguna. L’operazione non ebbe il risultato sperato, e la laguna continuava a interrarsi, sino a compromettere la navigabilità delle bocche di porto e dei canali interni che conducevano in città. Perciò si decise di affrontare il problema in maniera drastica deviando totalmente i fiumi che sfociavano in laguna operato a iniziare dal 1327 e proseguito fino al 1896: furono deviati fuori dalle acque lagunari il Brenta, il Bacchiglione, il Sile, il Piave.

Il primo fiume ad essere deviato fu il Brenta. Il 16 febbraio 1330 con un decreto del Consiglio dei Pregadi e l’avvio della costruzione delle opere idrauliche necessarie a preservare la città dalla mala visinìa[4] del Brenta il cui corso fu spostato dalla foce di Fusina fino al mare nel 1548. L’interrimento della Laguna subì un rallentamento, ma allo stesso tempo aumentarono l’erosione e l’arretramento delle barene, di cui si parla fin dal 1600.

Tra il 1488 e 1507 la Repubblica effettuò un’ulteriore modifica al corso del Brenta: il fiume venne sbarrato con chiuse artificiali nei pressi di Dolo e deviato in un nuovo canale, detto Brentone, sino a Codevigo, a sud della laguna. Negli stessi anni venne deviato anche il corso del Marzenego, che intercettato immediatamente a valle di Mestre dal canale Fossanuova, venne portato a confluire nella foce del Dese, all’estremità settentrionale della laguna, poco distante dall’attuale pista dell’Aeroporto Internazionale di Tessera. Nel 1532, nella foce del Dese-Marzenego venne portato a confluire anche lo Zero, che in precedenza era un affluente del Sile.

La già citata grande alluvione del 1533, obbligò la Serenissima ad un nuovo piano di difesa della gronda lagunare, quando il Piave esondò dal suo argine destro, irrompendo nel letto del Sile e provocando vasti interramenti nel canale Silone, ex foce del fiume Sile, nei pressi delle isole di Torcello, Burano e Mazzorbo. La Repubblica fece costruire nel 1543 l’argine San Marco, realizzato in posizione distaccata rispetto al letto del Piave, con il preciso scopo di proteggere la laguna dalle inondazioni.

Tra il 1565 e il 1579 venne realizzata nella odierna località di Fossalta la Tajada de Re per deviare a nord il corso del Piave, che fu deviato dalla originale foce del Cavallino sino a Cortellazzo, poi a S. Margherita (Caorle), ma nel 1683 il fiume esondò e tornò ad occupare l’alveo che porta a Cortellazzo, in cui scorre tuttora.

Il Sile, essendo un fiume di risorgiva, ha sempre presentato pochi problemi di trasporto di sedimenti, e venne deviato nel 1680 nel vecchio alveo del Piave principalmente per problemi sanitari.

Tuttavia, gli esperti idraulici del Magistrato alle Acque avevano previsto una serie di conche e di sfioratoi nei corsi d’acqua deviati, che alla bisogna consentivano di riportare totalmente o parzialmente i corsi d’acqua nei vecchi alvei e ripristinare un relativo equilibrio tra l’apporto di detriti e l’erosione provocata dalla corrente di marea.

Dopo oltre 1000 anni d’indipendenza in cui la città divenne una tra le città più raffinate d’Europa, con una forte influenza sull’arte, sull’architettura e sulla letteratura del tempo, il 12 maggio 1797 il doge Ludovico Manin e il Maggior Consiglio vennero costretti da Napoleone ad abdicare, per proclamare il “Governo Provvisorio della Municipalità di Venezia”. Durante il primo decennio dalla perdita della sovranità della Repubblica di Venezia, vennero compiuti molti interventi sulla città come l’interramento del rio di Sant’Anna che divenne via Garibaldi, le demolizioni per costituire i giardini di Castello, la distruzione dei granai di Terranova per costruire i Giardini Reali nelle Procuratie Nuove. Con il Trattato di Campoformio tra francesi e austriaci, il 17 ottobre 1797 la “Municipalità di Venezia” cessò di esistere e furono ceduti all’Austria il Veneto, l’Istria, la Dalmazia e le Bocche di Cattaro (Odierno Montenegro), che andarono a formare la “Provincia veneta” dell’Impero austriaco. Tornata ai francesi colla pace di Presburgo del 26 dicembre 1805, fu poi di nuovo austriaca sino all’Unità d’Italia. Gli austriaci, dopo la caduta della Serenissima, decisero di deviare nuovamente il Brenta in laguna, ma negli anni successivi l’incremento del processo di interramento portò nel 1896 alla decisione definitiva di deviare il fiume a mare, nell’alveo del Bacchiglione.

MO.S.E - Venezia
MO.S.E – Venezia

Dalla seconda metà del XIX sec. la Laguna veneta risente, sul versante costiero, di uno squilibrio fra i processi di sedimentazione e quelli erosivi, con una prevalenza di questi ultimi dovuta al minore apporto solido dei fiumi, a causa del totale abbandono delle chiuse di regimentazione e deviazione dei fiumi, e della più totale perdita della memoria storica ed ingegneristica delle stesse chiuse, della perdita di coscienza dell’appartenenza sociale dei veneziani, che chiamiamo identità collettiva, e che si basa sulla partecipazione a un sapere e a una memoria comuni, trasmessa in virtù del fatto di parlare una lingua comune o più generalmente, attraverso l’impiego di un sistema simbolico comune. Infatti non si tratta qui solo di parole, frasi e testi, ma antropologicamente parlando, anche di riti, musiche, edilizia, costruzioni, del mangiare e del bere, di monumenti, immagini, paesaggi e… della delicata ingegneria idraulica che ha tenuto in piedi la città. L’importanza della memoria assume così un ruolo determinante, attivo, dinamico, e non solo documentale: la distruzione della cultura passa dalla distruzione della memoria e la distruzione della memoria si attua attraverso l’annichilimento dei testi che la compongono e l’isolamento dei soggetti capaci di pensare ‒ e organizzare ‒ la trasmissione del sapere.

Un’evoluzione che non è un semplice «progresso tecnico-scientifico», ma “ecologia” della società umana. Cultura, spiega Lotman, è “quell’atmosfera che l’umanità crea attorno a sé per continuare a esistere, ovvero per sopravvivere. In questo senso, la cultura è una nozione spirituale” e, al tempo stesso, una tensione etica ‒ fra sé e il mondo ‒ ineludibile per l’intellettuale. La cultura sopravvive solo grazie a una mite intransigenza, eppure oggi sentiamo sempre più spesso dire “per colpa del maltempo” oppure “la natura si ribella” “la natura sistema tutto da sé” “Perché il MO.S.E. non è attivo?”, ma la capacità di non darsi alibi, incolpando gli eventi atmosferici, unendo vita e pensiero, dovrebbe essere la caratteristica di ogni individuo pensante.

Parlare non costa nulla, e oggi ognuno può farlo, i social sono pieni di chi sente la necessità di scrivere qualsiasi cosa passi per la mente, ma son sempre cose ragionate?

Fondere vita e pensiero è difficile perché la realtà, che oggi si mescola tra reale e virtuale, fra slogan e propaganda, invita spesso a sacrificare le proprie idee e al non pensiero.

L’intelligenza, d’altronde, è prima di tutto una qualità dell’uomo che ha ricevuto un’educazione intellettuale. La principale di queste qualità? Temere la menzogna.

E il MO.S.E.?

“Ho detto io: la diga resta giù. Sarebbe stato come guidare una Ferrari senza freni. Se mi avessero imposto di alzare le paratoie sarei scappato. Il sistema non è pronto[5]Ing. Alberto Scotti

“Prima lo faremo e meglio sarà per le generazioni venture a cui lasceremo in eredità un mondo inesorabilmente compromesso e modificato a livello ambientale e climatico.”

È uno dei tanti motti che da 20 anni sento ripetere. Stiamo raccogliendo i frutti di un secolo di sconsideratezza.

“La scienza […] è fatta di errori, ma di errori che è bene commettere perché a poco a poco conducono alla Verità.” —  Jules Verne

 

Written by Claudio Fadda

 

Note

[1]La città di Venezia, per volere della Divina Provvidenza è fondata sulle acque e circondata dalle acque, è protetta dalle acque in luogo di mura: e pertanto chiunque in qualsiasi modo oserà arrecar danno alle acque pubbliche venga condannato come nemico della patria e punito non meno gravemente di chi violasse le sante mura della patria. Il disposto di questo editto sia immutabile e perpetuo.

[2]Sette, otto, e nove, l’acqua non si muove, venti, ventuno e ventidue, l’acqua non sale e non scende”.

[3]In quel tempo ci fu un diluvio d’acqua […] che si ritiene non ci fosse stato dal tempo di Noè. Furono ridotti in rovina campagne e borghi, ci furono grosse perdite di vite umane e animali. Furono spazzati via i sentieri e distrutte le strade; il livello dell’Adige salì fino a raggiungere le finestre superiori della basilica di San Zeno martire, che si trova fuori le mura della città di Verona […] Anche una parte delle mura della stessa città di Verona fu distrutta dall’inondazione.”

[4] La cattiva vicinanza.

[5] Fonte citazione

 

Seconda parte del video:

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