Donne contro il Femminicidio #59: le parole che cambiano il mondo con Silvana Campese

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile.

Found Drowned - di George Frederic Watts - (ca. 1848-50) - Femminicidio
Found Drowned – di George Frederic Watts – (ca. 1848-50) – Femminicidio

Ho scelto di contattare, per una serie di interviste, varie Donne che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Nelle loro parole, in risposta a mie specifiche domande o nella libertà di definire alcuni lemmi, tutte si sono espresse in una pluralità di voci e sfumature d’opinione, senza mai tradire l’obiettivo primo, ossia una lotta coesa contro la degenerazione della cultura patriarcale che può sfociare nel femminicidio.

Insieme si cambia il mondo. Insieme donne e uomini. Insieme, partendo anche da assunti diversi, ma che condividono il medesimo fine, nell’accoglienza di ogni forma di alterità.

Abbiamo incontrato, per Donne contro il Femminicidio, Silvana Campese/ Medea, artista, scrittrice e autrice del libro La nemesi di Medea – Una storia femminista lunga mezzo secolo, edito da L’Inedito nel 2019, nel quale si traccia la storia del gruppo storico femminista napoletano, le “Nemesiache”, di cui lei stessa fa parte e la cui leader fu Lina Mangiacapre/ Nemesi, che lo fondò nel 1970.

 

E.F.:  Nel corso delle interviste per la nostra rubrica, abbiamo notato che, pur giungendo tutti alle medesime conclusioni circa l’esigenza di un’educazione sentimentale, gli interpellati partono da diverse opinioni circa il movimento femminista. Lei che definizione e contestualizzazione ne offre?

Silvana Campese: Il femminismo ha una storia molto lunga, che parte da molto lontano e quindi non credo di poter dare una definizione che ne comprenda tutti i passaggi e l’evoluzione dalle origini ad oggi. Per quanto invece riguarda il Movimento Femminista, dovremmo partire dalla seconda metà del secolo scorso ed anche in fase avanzata, sebbene ci fosse una differenza nei tempi di formazione tra Continenti e nazioni…

Di certo, comunque, si può persino affermare che paradossalmente nacque dopo il Movimento per i diritti degli uomini (MRM) i cui precursori risalgono al 1856! È possibile ricostruire il percorso anti-femminista del movimento in genere che, in particolare negli anni ‘80 e ‘90, aveva tra le sue file attivisti per i diritti degli uomini molto determinati nell’opporsi ai cambiamenti sociali richiesti dalle femministe e che difendevano l’ordine tradizionale della famiglia, della scuola e del lavoro.

Costoro un po’ ovunque, ma particolarmente in USA, ricevevano ampio sostegno da organizzazioni conservatrici e le loro argomentazioni erano propagandate dai media di tendenza neoconservatrice. Per di più tra le sue caratteristiche ci fu non ultima la partecipazione “appassionata” di diverse donne che abbastanza recentemente sono emerse come principali voci della MRM, tra cui Karen Straughan, Helen Smith e Erin Pizzey.

Viceversa, un vero e proprio Movimento Femminista, ripeto, si incominciò a formare verso i primi anni ’70 del secolo scorso. Le militanti fecero all’inizio soprattutto autocoscienza, poi si dedicarono anche ad azioni spettacolari ed infine uscirono allo scoperto verso la metà degli anni ‘70 iniziando molto intensamente le lotte per il cambiamento sul piano legislativo e socio-culturale (tra i gruppi: “Politica e Psicoanalisi”, “Tribunale internazionale”, “Violenza”, “Fronte lesbico”, “Lega dei diritti delle donne” e molti altri).

Silvana Campese
Silvana Campese

In Italia le prime analisi di tipo neo-femminista vengono dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo) nel 1966, ma dovettero passare dieci anni prima che nascesse un vero Movimento e soprattutto i gruppi separatisti (neo-femminismo radicale anni ’70).

Infatti, proprio nel ‘70, nasceva uno dei gruppi più separatisti “Rivolta femminile”, sia a Roma che a Milano (Elvira Banotti, con il libro Sfida femminile, Carla Accardi, che fu allontanata dalla scuola dove insegnava per aver iniziato una educazione sessuale attraverso il dialogo, poi pubblicato in Superiore ed Inferiore) da cui derivarono molti altri collettivi, tra i quali il più attivo era quello romano. Si aggiunsero poi “Anabasi” (Donne è bello) a Milano, “Le Nemesiache” a Napoli, altri collettivi anche in Sardegna ed in Sicilia.

Gli anni settanta furono eroici, intensissimi. Le femministe partirono dal loro disagio profondo in famiglia, nella società, nella precedente militanza politica in gruppi misti dai quali appunto molte si erano separate per entrare in collettivi di sole donne e femministe separatiste. Proseguirono nella presa di coscienza della loro diversità e identità e cioè dalla considerazione che il femminile non è questione solo di ormoni e di attributi sessuali. Esistono anche altre differenze sia fisiche che fisiologiche, per esempio il cervello, sia, soprattutto un retaggio psico-culturale di antichissima memoria, una memoria così atavica ed ancestrale da essere impressa nel corpo, nel DNA, che imponeva alla donna scelte più o meno consapevoli di auto – repressione, di auto – castrazione di fronte alla violenza del ricatto peraltro ancora attuale: per essere alla pari con gli uomini nei ruoli di carattere professionale e di potere economico e politico, bisogna adattarsi alle regole del sociale che egli ha costruito e continua a costruire per sé, maschio adulto efficiente e produttivo. Questo mi preoccupava sin dai primi anni della giovinezza e mi spaventava già allora perché il femminile originario, autentico e profondo, quello che in molte credevano essere entrato dal portone, se mai ciò è accaduto, è sempre, sempre, sempre a rischio di uscire mortificato ed avvilito dalla finestra e purtroppo da un po’ di anni, anche a causa del blackout di memoria storica ed altri fattori di carattere socio-politico ed economico, la situazione si è vieppiù aggravata e non solo rischiamo di perderlo per sempre ma stiamo tornando indietro anche nel campo dei diritti e delle libertà conquistate con tanta fatica e per molte femministe a carissimo prezzo.

A questo punto davvero non so quale dei due ricatti è il peggiore: quello della società patriarcale e sessista o quello della società occidentale attuale?

Quanto alla richiesta di contestualizzazione il discorso è troppo ampio per poterlo affrontare sinteticamente. Comunque ci provo, fermo restando che ciò che segue può essere anche eliminato all’interno della risposta alla prima domanda oppure ulteriormente ridotto: il Femminismo inteso come rivolta contro soprusi patriarcali e sessisti da parte di donne singole o di piccoli gruppi di donne, ha una lunghissima storia poiché le sue origini sono da ricercare addirittura nel Mito, tanto importante per Nemesi/ Lina Mangiacapre e per le Nemesiache, e nella leggenda, proprio attraverso l’approfondimento delle figure femminili che in entrambi i casi rappresentano la ribellione delle donne alla protervia ed alla violenza degli uomini. Penso a Lilith, penso a Nemesi, Dafne, la stessa Medea ma potremmo continuare con un elenco lunghissimo, passando poi dal Mito e dalla leggenda alla Storia (almeno quella parte della storia delle donne che è arrivata a noi attraverso la narrazione e la storiografia sempre maschile e quindi tenendo conto delle interpretazioni, alterazioni, eliminazioni ecc. ecc.) e dunque arriveremmo fino al Seicento, Settecento, Ottocento… e non è il caso. Però possiamo datare quanto meno gli inizi del femminismo emancipazionista ovvero di carattere rivendicativo di diritti negati e quindi per la lotta alla conquista della parità: il lontano 1622, quando M.lle de Gournay, francese, scrisse il primo trattato femminista, “L’uguaglianza tra uomini e donne”. Il ‘700 vide accese dispute sull’argomento educazione e lavoro delle donne ma particolarmente importante fu Olimpia de Gouges, che presentò nel ’91 all’Assemblea rivoluzionaria la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” e finì due anni dopo, prevedibilmente, sulla ghigliottina, essendosi per di più opposta alla politica di terrore di Robespierre.

Il primo movimento organizzato che chiese il voto fu americano, ma occorsero due secoli perché ciò avvenisse. Arriviamo all’Ottocento. In Europa la battaglia per il voto fu durissima e violenta. Un capitolo a parte meritano le femministe inglesi, che dovettero lottare contro accesissimi antifemministi, i quali ebbero anche un illustre portavoce nello scrittore James Mill perché egli sosteneva nei suoi scritti che gli interessi della maggior parte delle donne coincidevano con quelli dei loro padri, fratelli, mariti e che pertanto non era necessario che esse avessero dei rappresentanti diretti in Parlamento. C’era poi chi sosteneva che la donna che non fosse stata disposta a votare per lo stesso partito del marito avrebbe commesso un adulterio elettorale…  Arrivo direttamente alla conquista del voto in Francia il voto nel 1945 costellato di intense diatribe culturali e politiche in cui prevalevano il sarcasmo e la misoginia. In Italia, poi, il movimento femminista nacque molto più tardi rispetto agli altri paesi per motivi non tanto politici quanto, più propriamente, “geografici” e “storici”. Comunque, raggiunta l’unificazione, nel Parlamento si incominciò a parlare in qualche modo di suffragio femminile, sia pure in forme e con limitazioni notevoli. Le italiane incominciarono ad organizzarsi sul lavoro, mentre anche molte borghesi incominciavano ad aggregarsi ed a prendere coscienza della questione femminile. La nostra Costituzione, approvata nel dicembre del 1947, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, tra i suoi principi fondamentali sancisce la pari dignità sociale di tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso (art.3). Ma l’uguaglianza dei cittadini, e soprattutto quella di uomini e donne, è rimasta a lungo formale, nonché impedita anche giuridicamente da norme civili e penali in contrasto stridente con questo ed altri principi costituzionali ed i settori in cui erano più eclatanti le discriminazioni restavano la famiglia ed il lavoro. Sono occorsi molti anni per arrivare ad una parità di diritti, almeno sul piano normativo.

Simone de Beauvoir
Simone de Beauvoir

Il nuovo femminismo, quello che esplose in America negli anni sessanta e si diffuse rapidamente in Europa ed in tutto il mondo occidentale, ebbe tra le altre sue rappresentanti, Betty Friedan (La mistica della femminilità), che fondò l’Organizzazione nazionale delle donne nel 1963 cui seguì il “Movimento di liberazione donna” nel ’67, molto più rivoluzionario e ispiratore di quella “rivoluzione culturale”, ossia della volontà di trasformare la società maschile e patriarcale ma che abbracciò fondamentalmente tre diverse tendenze: marxista, psicanalitica e quella che fu la più diffusa e che partiva dalle analisi di Margaret Mead, Simone de Beauvoir e Betty Friedan, senza trascurare Reich e Marcuse. Il nuovo femminismo arrivò in Francia sull’onda del ’68 e nacque nelle aule universitarie.

 

E.F.: Quali sono le caratteristiche del femminismo contemporaneo?

Silvana Campese: Non esiste attualmente un solo femminismo e forse non è mai esistito perché l’ampiezza e le variabili che riguardavano e riguardano il fenomeno sia in senso spazio/temporale che socio/ economico e politico/ culturale, oltre che religioso, sono moltissime. Di certo, comunque, oggi esistono molte realtà di gruppi o movimenti che si considerano appartenenti al femminismo, ma le differenze con il femminismo degli anni ‘70 (il neo – femminismo) sono talmente evidenti e profonde, almeno nella maggior parte dei casi, che molte femministe storiche hanno preso posizione in senso molto critico rispetto a queste realtà. Si aggregano infatti con grande impeto e molte energie, essendo giovani o comunque più giovani delle femministe storiche, ma su obiettivi specifici e senza ovviamente avere mai fatto il percorso in autocoscienza né aver approfondito, almeno la gran parte di loro, tutto il bagaglio culturale del femminismo, la immane produzione letteraria, i saggi, la filosofia, la storia del Movimento dagli anni ’70 in poi ed almeno fino agli anni ’90. Diventa dunque molto difficile la comunicazione tra generazioni così distanti la cui diversità viene ovviamente amplificata proprio da una dose eccessiva di reciproca insofferenza ed intolleranza che a volte fa perdere di vista l’importanza della unione e della sorellanza tra donne indispensabili per una lotta così impegnativa e difficile. E le giovani dimostrano spesso arroganza e supponenza ma le “anziane” a loro volta non sempre ne sono esenti… Questo è un problema. Ma è il morbo dei tempi che viviamo ed evidentemente nessuna/ o o ben poche/ i ne sono esenti o riescono almeno a tenerlo sotto controllo, per così dire…

 

E.F.: Quali sono i punti di affinità con il femminismo arabo, promosso da molti e negato da alcuni?

Silvana Campese: Io ne vedo pochi, anche se molto importanti perché essenziali e centrali alla lotta delle donne e quindi la liberazione dall’oppressione patriarcale e sessista ed il riconoscimento dei diritti più elementari come quello allo studio, alla scelta di autonomia attraverso l’esercizio delle professioni. Almeno per le donne arabe e musulmane che lottano, se, dove e quando riescono a farlo senza essere lapidate o comunque condannate in carcere con tutte le conseguenze del caso. Comunque la realtà delle donne arabe non è la stessa ovunque e moltissimo dipende dalla situazione politica. Bisognerebbe fare dei distinguo.

Ci sono differenze notevoli già tra Algeria, Egitto, Tunisia, Palestina, Giordania e rispetto ad un Sudan, ad una Somalia… Colgo l’occasione per ricordare che dal 2 al 4 giugno del 2015 ci fu la Conferenza a Beyrouth in Libano “Où sont les femmes dans un monde arabe en plein bouleversement?Essendo state invitate a partecipare, noi Nemesiache preparammo un nostro corposo contributo da inserire negli atti del convegno. La prima parte del Contributo dell’Associazione “Le Tre Ghinee-Nemesiache” di Napoli per la Conferenza a Beyrouth iniziava con una premessa in cui si metteva in evidenza quanto le problematiche legate alla posizione della donna nelle complesse e varie società arabo- islamiche non siano del tutto dovute all’Islam, anche se molti esponenti e/ o esperti della cultura islamica sono di opposto avviso. Si sa quanto siano contraddittorie le interpretazioni del Corano, per esempio e comunque in alcuni luoghi il potere politico e quello teocratico coincidono e la applicazione delle sure è integrale, atavica e “fanatica” in non pochi casi.

Però nella nostra relazione si metteva anche in grande evidenza che la dittatura teocratica, che anche la Chiesa Cattolica ha esercitato nei secoli scorsi e con ferocia, trovava (e trova ancora oggi) spazio soprattutto a causa del fallimento della politica e delle sue intollerabili conseguenze: l’ingiustizia planetaria, la miseria, l’ignoranza, la mancanza di speranza. Nella seconda parte – Testimonianza Nemesiaca – dopo brevi informazioni sulle attività e i contenuti dai primi anni della fondazione del gruppo in poi, venivano presentati stralci da alcuni tra i più significativi documenti dell’archivio dell’Associazione, a testimoniare appunto la posizione politica che da sempre l’ha caratterizzata rispetto alla tematica della guerra e della pace, approfondendo le proprie analisi nel senso di una cultura della pace che è, come unica possibilità, cultura dell’amore e contrapponendo quindi in tal senso la civiltà dell’amore alla civiltà della guerra. In una terza parte – Il contributo nemesiaco – si intese proporre un excursus sulla figura della donna combattente in armi, a partire dal Mito delle Amazzoni, proseguendo poi con le guerriere della storia fino ad arrivare alle donne partigiane e alle donne soldato dei tempi moderni, senza tralasciare le guerriere delle Ypj.

Oggi il pensiero non può non andare alle combattenti curde. Ci sono infatti guerre che non si possono non combattere, come diceva Lina Mangiacapre…

 

E.F: Cosa ci insegna la storia del femminismo?

La Nemesi di Medea
La Nemesi di Medea

Silvana Campese: Per chi avesse l’umiltà e la intelligenza di approfondirla (poche, anzi pochissime tra le giovani e meno ancora tra i giovani) mi verrebbe da dire che la storia del femminismo insegna moltissimo, certamente molto di più della Storia così come interpretata, ricostruita, architettata dagli uomini. La Storia, come è evidente da sempre, agli stessi uomini ma anche alle donne non insegna granché, visto il ripetersi ottuso dei fenomeni peggiori come per esempio le guerre… In particolare la cultura dell’amore e della pace (che auspica ed alimenta quindi una possibile civiltà d’amore e di pace…) è pregna dei valori insiti nella relazione affettiva e nel rapporto di cura, quindi nella protezione del vivente e del suo habitat! Il che non significa che il maschile non abbia in sé a sua volta componenti e dimensioni bellissime e complementari rispetto al femminile. Maschile e femminile sono in tutti gli esseri umani. Il neo-femminismo ha però lavorato moltissimo per la emersione, anzi per la riemersione dei valori profondi del femminile originario, che l’emancipazione tende piuttosto a mettere in secondo piano, facendo del maschile più aggressivo, competitivo e “vincente” il modello cui conformarsi.

Il travestimento delle Nemesiache in una provocatoria azione politica al Castel dell’Ovo, durante un marzo donna del Comune di Napoli, in pieno convegno istituzionale sull’informazione (1982) non era solo una scelta provocatoria nei riguardi di un sistema giornalistico ad impronta maschile, quando non maschilista, con relativa conseguente difficoltà di ottenere finanziamenti e contributi fuori dalle regole di quel sistema nonché difficoltà di inserimento e di carriera per donne che non fossero solo emancipate ma che volessero esprimere il segno forte di una cultura al femminile non di civettuola maniera o di contenuti emancipatori. Figuriamoci poi se dichiaratamente femministi! Quel trasgressivo abbigliamento, tutte vestite e truccate da maschi, fu voluto soprattutto per affermare una originale e innovativa analisi di Lina Mangiacapre, che chiamò ‘transfemminismo’. Il termine quindi, successivamente mutuato da altri, fu in realtà coniato da lei per la prima volta ed andava ben oltre il difendere l’eguaglianza di genere nella società, oltre la considerazione che i ruoli di genere siano una costruzione utilizzata come strumento di oppressione. Non si trattava solo di un invito a combattere l’assegnazione del genere arbitrariamente dato alla nascita come un sistema di potere che controlla e limita i corpi, per adattarli all’ordine sociale stabilito e mirare ad ampliare e trasformare i codici che regolano le costruzioni sociali. In realtà, anche in questo ambito il pensiero di Lina Mangiacapre fu molto originale, speciale ed unico! Come dimostra la sua intensa produzione, in particolare quella filosofica, soprattutto con il suo libro “Faust-Fausta” da cui trasse la sceneggiatura per la realizzazione del film omonimo, con la sua regia. “La libertà, la sfida non più solo come nel Faust di Goethe rivolta contro Dio e alleanza con Satana per la conoscenza. Ma nella grande riaffermazione di un nuovo umanesimo, Faust/ Fausta oggi riguarda entrambe le identità sessuate nella loro rivolta contro il limite di una fisicità irrigidita. Entrambi i sessi si ribellano portando alla mutazione di sé il proprio desiderio. Non si tratta più solo dell’uomo e della donna moderna ma della nascita di un essere in mutazione, la cui identità sessuata sarà in continua metamorfosi nel senso della passione e del desiderio.” (L.M.)

 

E.F.: Chi sono le eredi di Medea nel corso del Novecento?

Silvana Campese: La domanda non mi è molto chiara, essendo io stessa Medea delle Nemesiache. Comunque se si intendono le eredi di Medea figura mitologica, penso alle neo- femministe radicali e separatiste, soprattutto le più ribelli alla gestione politica del patriarcato da sempre al potere anche quando si camuffava proponendosi come alternativo alle destre conservatrici dello status quo. Potrei fare molti nomi e non solo delle Nemesiache, ma mi limito a Nemesi, Niobe, ed al mio, Silvana/ Medea che da tempo e oggi più che mai con “La Nemesi di Medea” ha veramente fatto sua la figura mitologica “nella riscrittura radicale, alla Lina Mangiacapre, alla Christa Wolf, e non solo. Quella in cui Medea rappresenta la forza intellettuale che spinse le donne a riscrivere la storia del mondo e preparare il futuro per i figli.

 

Written by Emma Fenu

 

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Rubrica Donne contro il Femminicidio

Rubrica Uomini contro il Femminicidio

 

 

One thought on “Donne contro il Femminicidio #59: le parole che cambiano il mondo con Silvana Campese

  1. Uomini vergogna

    uomini pieni d’oro
    gonfi come otri
    di un’ego smisurato
    detentori di poteri efferati
    che ancora usano le donne
    senza capirle e amarle
    siete la preistoria….

    uomini a volte solo di nome
    belve feroci di fatto
    senza alcun brandello di senno
    che osano violare e battere
    uccidere la loro stessa origine
    mi fate male…

    maschio stupido e arrogante
    pregno di tracotante supremazia
    indegno di sentimenti d’amore
    che pretende di vincere e piegare
    l’anima di una creatura più fragile
    mi fai ribrezzo…

    individuo del mio stesso sesso
    con la virilità al posto del cervello
    la smania di dominio innata
    gratificata dalla cultura del potere
    incapace di sensibilità e confronto
    mi fai vergognare…

    per quanto tempo ancora
    uomini semplici come me
    dovranno vergognarsi
    e sentirsi indegni per colpa
    dei maschi che calpestano
    l’altra metà del cielo?

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