“Lo sgoverno d’Italia” di Luigi Iroso: schegge di storia recuperata dal 1865 al 1870

Il pregevolissimo libro “Lo sgoverno d’Italia” di Luigi Iroso mi ha preso molto, non solo per l’argomento, ma per la qualità della scrittura.

Lo sgoverno d’Italia
Lo sgoverno d’Italia

Il mio giudizio prescinde da apprezzamenti estetici e si rivolge soprattutto alla capacità dimostrata dall’autore di saper dare una quasi tangibile idea al lettore su quello che erano le condizioni culturali, sociali e politiche dell’Italia tra il 1865 e il 1870, che recarono, in quegli anni tremendi, innumerevoli scempi, in Italia in generale e nel Regno delle due Sicilie in particolare.

Il verbo usato da Iroso è sempre l’indicativo presente e il fatto conduce a due inevitabili risultati: cattura l’attenzione del lettore, che sente che i fatti narrati sono presenti al giorno d’oggi nelle loro conseguenze; e lo conduce alla considerazione che, mutatis mutandis, la realtà descritta è gemella della presente.

La forma usata è a volte, tanto per citare una sua espressione di pagina 10, quella della girandola retorica, che sa diventare dialettica: non si vuole semplicemente stupire il lettore, bensì, catturando la sua attenzione, radicare in modo duraturo i significati. In altre parole, lo stile non è ampolloso, ma contiene tutti i liquidi che servono per oliare bene le argomentazioni.

Fin qui ho detto dello stile, che a una prima lettura può parere ostico, ma a cui presto ci si abitua e che infine si apprezza come modo utile a fissare nella mente le notizie riportate.

Parlando dei fatti esposti, due sono le considerazioni: tutto questo malaffare, quest’imperizia, questa disonestà collettiva, originate principalmente dalle colpe gravi dell’amministrazione invasiva e sabauda della cosa pubblica, spiegano al di là di ogni dubbio del perché il nostro paese, che ha il quinto posto al mondo nella positività commerciale, risulti oggi così indebitato.

La seconda è che, per trarci fuori dai guai finanziari, occorre preoccuparsi di mutare l’analisi e le condizioni di controllo delle risorse umane ed economiche. Compito assai arduo, se si osserva qual è attualmente (ma da sempre) la situazione politica e amministrativa nazionale.

Di un fatto raccontato, cioè della raccolta di bimbi dai sei ai dieci anni destinati all’accattonaggio in America, n’ebbi notizia qualche anno fa, durante una conferenza svolta presso l’Università di Parma.

Non solo nel Meridione, quindi, ma soprattutto, ai genitori erano sottratti i figli minori per pochi spiccioli, con la promessa, ovviamente ipocrita, di una maggiore fortuna a cui essi erano destinati al di là dell’Oceano. Questo è forse il racconto più straziante riportato nel libro.

Io sono reggiano e, nella mia famiglia, succedette un fatto di minor gravità, ma somigliante. I miei nonni paterni, assolutamente indigenti, nei primi anni ’20 consegnarono la tredicenne figlia Zaira a un latifondista che l’occupò come bracciante agricolo, in un sito agricolo distante qualche decina di chilometri: una cosa simile mi fa oggi rabbrividire.

La miseria che vediamo quotidianamente nelle cronache di sbarchi di povera gente dal Sud del mondo dovrebbe farci tornare alla mente che in condizioni simile vissero i nostri non troppo antichi avi. E anch’essi, quando poterono scapparono in massa dall’italico inferno, a volte per non più ritornare.

Luigi Iroso - Lo sgoverno d'Italia
Luigi Iroso – Lo sgoverno d’Italia

A mo’ di concia voglio allegare un discorso fattomi da un parente cilentano di mia moglie, molti anni fa, che io volli fissare in un brevissimo testo:

(Si parla qui di Giuseppe, “zi’ Giuseppe ‘o pazzo”, il quale era ritenuto dai parenti tutti come lo strambo poeta di famiglia).

Era il 1861 circa, poco dopo l’impresa dei Mille. Mia nonna materna si ricordava di tutta la storia che era capitata a zi’ Giuseppe Baldi, che era impazzito in galera. Mio bisnonno, commerciante di legname, e suo fratello Giuseppe, di professione ristoratore, tipi abbastanza agiati e spensierati, decisero di mettersi con alcuni ufficiali borbonici, che si erano dati alla macchia poco dopo l’occupazione sabauda.

Si erano rifugiati sulle colline sopra Vallo della Lucania e di certo non era facile scovarli, se si fossero spostati continuamente, ma la loro piccola Resistenza durò appena due o tre mesi e finì, e c’era da aspettarselo, per dei motivi poco eroici: la fame, la stanchezza, l’impossibilità di muoversi senza mezzi o cavalli, essendo quei poveri disgraziati, sempre vissuti nelle mollezze familiari, sempre oberati da sacchi e vettovaglie, di cui non sapevano privarsi.

Non furono catturati, ma si consegnarono spontaneamente alle autorità, stremati e ridotti di numero dopo varie defezioni. Il loro spirito era a terra e il loro ideale svanito. Sapevano di non avere più alcuna possibilità di successo, e neppure di sopravvivenza, non essendo tipi capaci di improvvisarsi briganti, ma rampolli di buona famiglia che poco avevano rischiato o sofferto in vita loro.

Si presentarono perciò ai nuovi padroni venuti dal Nord e chiesero d’essere perdonati, avendo poco o nulla commesso. Vennero catturati come dei delinquenti e trattati duramente, e alla fine gettati nelle celle più buie del Castello di Camerota. Dopo un processo sommario, furono preparati alla fucilazione. Venne chiamato con urgenza un prete che dovette, volente o nolente, dir messa solenne in fretta e furia, per santificare in un qualche modo l’avvenimento.

Nel mezzo della funzione però, come nei migliori romanzi di cappa e spada, ecco che arriva un messaggero reale che reca con sé il telegramma con la sospensione della pena. I ribelli vennero poi imbarcati per Pianosa, una sperduta isoletta sulla costa livornese, dove era stato appena costruito una colonia penale. Mio bisnonno, dopo alcuni anni di galera, poté tornare dalla moglie che ormai l’aveva già dato per perso. Suo fratello Giuseppe, invece, già era semi impazzito dalla paura il giorno della mancata esecuzione…

In carcere zi’ Giuseppe si scopre poeta e menestrello. Fra le canzoni che compone ce n’è una indirizzata al giudice che deve firmare la sentenza definitiva:

Notaio che redigi l’atto con la penna

perché mi dai di morte la condanna?”

Nonna se la ricordava bene, ma io poco la rammento. Quando si svolge il processo definitivo, l’avvocato che lo difende ha il suo bel daffare a convincere l’uditorio dell’innocenza di zi’ Giuseppe, che mantiene l’espressione truce del sovversivo e, al contempo, quella ispirata del martire. Il legale tenta di commuovere la giuria giocando la carta legittima della poca salute mentale dell’accusato. Pronuncia quindi la frase che conclude degnamente la sua appassionata arringa: “Ma non vedete che costui è un povero pazzo?”

Allora zi’ Giuseppe, fin ad allora tranquillamente appoggiato alla sbarra dei rei, si alza di scatto e lo apostrofa con inaudita violenza: Pazzo o’ c…!

Ho unito, come spesso mi capita, una lettura a un fatto ascoltato o vissuto. Questa è la magia di questo oggetto così sapiente e così ricco di cellulosa: ci fa confondere il nostro vissuto con quella narrata da un nostro consimile.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Lo sgoverno d’Italia di Luigi Iroso – D’Amico editore (2018)

 

One thought on ““Lo sgoverno d’Italia” di Luigi Iroso: schegge di storia recuperata dal 1865 al 1870

  1. Complimenti Stefano, un articolo molto gradevole, sia per i temi trattati che per l’aneddoto di famiglia.

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