Arthur Rimbaud: quando la corrispondenza privata racconta l’agire umano ed i suoi demoni

Le allucinazioni sono innumerevoli. È proprio quello che ho sempre avuto: più nessuna fede nella storia, la dimenticanza dei princìpi. Non ne parlerò: poeti e visionari sarebbero gelosi. Sono cento volte il più ricco, siamo dunque avari come il mare.” – Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud in una foto di Étienne Carjat - dicembre 1871
Arthur Rimbaud in una foto di Étienne Carjat – dicembre 1871

Così il giovane Arthur (Charleville, 20 ottobre 1854 – Marsiglia, 10 novembre 1891) raccontava la sua Notte dell’inferno”, un mix di esaltazione e paura, un viaggio nella psiche nel quale si ha l’impressione di sapere quando è iniziato ma non si ha idea di quando debba terminare. La paura è data dal fuoco, come l’esaltazione stessa, la ragione cerca sodalizio con la realtà ma quest’ultima è frantumata dalla luce, dall’assordante ricerca dell’Anima che tende all’Uno.

E questo è il Rimbaud che ode e trascrive. Ma l’uomo, nel mondo fisico, deve destreggiarsi con le altre persone possedendo come mezzo le parole, così oggi come ieri sono le missive (le chat, i commenti, i tweet) a portare avanti i discorsi, le richieste, le volontà.

Si è scelta una selezione di lettere che vanno dal 1871 al 1873 inviate da Arthur al suo amico-mentore-amante Paul Verlaine (Metz, 30 marzo 1844 – Parigi, 8 gennaio 1896) nel quale si nota come il giovane stia cercando di porre rimedio a qualche scaramuccia ed evento nel quale si è comportato in modo violento con il poeta parigino.

Si ricorda al lettore che la giovane età di Arthur e la sua passione verso il limite di ogni accadimento ha sancito una relazione che potremo definire “pericolosa” per Verlaine, non solo per la solidità del suo precedente matrimonio con Mathilde Mautè ma per la resistenza del suo corpo e della sua mente.

Leggere un epistolario è talvolta entrare nella corrispondenza privata delle persone, un frugare nell’intimo scambio di emozioni tra due persone. Spesso capita di mettere alla luce qualcosa che non si sarebbe mai voluto leggere perché intacca la precedente immagine che si possiede di un poeta, di un uomo. Ma non si entra nel privato di un autore per cambiare prospettiva, tutt’al più per scoprire particolari letterari che sfuggono, dettagli sulla poetica che hanno preso vita in possibili riflessioni con amici cari ed amanti. Ed è con quest’ottica che bisogna avvicinarsi al riservato, se si vuol cercare il poeta.

Oltre alle lettere del giovane Arthur invitiamo alla lettura di una lettera che Verlaine inviò a Rimbaud mentre era in navigazione e di un’interessantissima lettera del 6 luglio 1873 della madre di Rimbaud a Verlaine.

 

Da Rimbaud a Verlaine

[Charleville, settembre 1871]

[…] Ho in testa il progetto di un grande poema, e a Charleville non posso lavorare. Venire a Parigi mi è impossibile, non ho un soldo. Mia madre è vedova ed estremamente pia. Mi dà solo dieci centesimi la domenica, per pagarmi la panca in chiesa. […]

 

Da Verlaine a Rimabud

[In mare 3 luglio 1873]

Paul Verlaine - Arthur Rimbaud
Paul Verlaine – Arthur Rimbaud

Amico mio,

Non so se sarai ancora a Londra quando questa ti arriverà. Tuttavia tengo a dirti che tu devi, in fondo, capire, finalmente, che dovevo assolutamente partire, che questa vita violenta e tutta di scene senza altro motivo che la tua fantasia non poteva più andare bene per me!

Solo che, poiché ti amavo immensamente (Honni soit qui mal y pense), tengo anche a confermarti che, se fra tre giorni da oggi, non sono r’ con mia moglie, in condizioni perfette, mi tiro un colpo. 3 giorni d’albergo, un rivolvita, sono cose che costano: di qui la mia «tirchieria» di poco fa. Dovresti perdonarmi. — Se, come è troppo probabile, devo fare quest’ultima coglioneria, la farò almeno da bravo coglione. — Il mio ultimo pensiero, amico mio, sarà per te, per te che mi chiamavi dal pier poco fa, e che io non ho voluto raggiungere perché era necessario che schiattassi, — FINALMENTE!

Vuoi che ti baci mentre crepo?

Il tuo povero

P. VERLAINE

Non ci rivedremo più in ogni caso. Se mia moglie viene, avrai il mio indirizzo, e spero che mi scriverai. Intanto, fra tre giorni, né di più né di meno, a Bruxelles, fermo posta, — a mio nome.

Rendi i suoi tre libri a Barrare.

 

Da Rimbaud a Verlaine    

[Londra, venerdì pomeriggio 4 luglio 1873]                                     

Ritorna, ritorna, amico mio, caro amico, unico amico, ritorna. Ti giuro che sarò buono. Se sono stato sgarbato con te, è stato uno scherzo in cui mi ero incaponito; me ne pento più di quanto se ne possa dire. Ritorna, tutto sarà dimenticato. Che disgrazia che tu abbia dato peso a quello scherzo. Sono due giorni che non smetto di piangere. Torna. Sii coraggioso, caro amico. Niente è perduto. Basta solo che tu rifaccia il viaggio. Noi torneremo a vivere qui coraggiosamente, pazientemente. Ah! te ne supplico. È per il tuo bene, del resto. Ritorna, troverai tutte le tue cose. Spero che tu adesso abbia capito che non c’era niente di vero nella nostra discussione. Che momento spaventoso! Ma tu, quando ti facevo segno di scendere dal battello, perché non sei venuto? Abbiamo vissuto due anni insieme per arrivare a questo punto qui? Cosa farai? Se non vuoi tornare qui, vuoi che vanga io dove stai tu?

Sì, ero io che avevo torto.

Oh! non mi dimenticherai, no?

No, non puoi dimenticarmi.

Io ti ho qui, sempre.

Di’, rispondi al tuo amico, non dobbiamo più vivere insieme?

Sii coraggioso. Rispondimi in fretta.

Non posso restare qui più a lungo.

Ascolta il tuo buon cuore, nient’altro.

Presto, dimmi se ti devo raggiungere.

Tuo per tutta la vita.

Rimbaud

Presto, rispondi: non posso restare qui oltre lunedì sera. Non ho ancora un penny; non posso imbucare questa lettera. Ho affidato a Vermersch i tuoi libri e i tuoi manoscritti. Se non devo più vederti mi arruolerò nella marina o nell’esercito. Oh ritorna, ad ogni ora mi rimetto a piangere. Dimmi di venire da te, verrò. Dimmelo, telegrafa. — Devo partire lunedì sera. Dove vai? Che cosa vuoi fare?

 

Da Rimbaud a Verlaine

[5 luglio 1873]

Caro amico, ho ricevuto la tua lettera datata “in mare”. Questa volta hai torto, e torto marcio. Prima di tutto non c’è nulla di positivo nella tua lettera: tua moglie non verrà, oppure verrà fra tre mesi, tre anni, che ne so? Quanto a schiattare, ti conosco. In attesa della tua donna e della morte andrai ovunque, ti agiterai, scoccerai la gente. Come mai tu, proprio tu, non hai ancora capito che le nostre collere erano false in ogni senso! Ma sei stato tu ad avere torto per ultimo, perché anche dopo che ti avevo richiamato hai insistito in quei tuoi falsi sentimenti. Tu credi che la tua vita sarà più piacevole con qualcun altro: riflettici – ah, no di certo! – Solo con me puoi essere libero, e, poiché ti giuro che in futuro sarò gentile e che deploro la mia parte di torto, e che insomma ho lo spirito giusto, e ti voglio bene, se proprio non vuoi tornare, e non vuoi che ti raggiunga, commetti un crimine, e te ne pentirai PER ANNI E ANNI, con la perdita della tua libertà, e i dispiaceri più atroci di tutti quelli che hai provato finora. E poi, ripensa a quello che eri prima di conoscermi. Quanto a me, da mia madre non ci torno. Andrò a Parigi, cercherò di partire entro lunedì sera. Mi avrai costretto a vendere i tuoi vestiti, non posso fare altrimenti. Non li ho ancora venduti: non verranno a prenderli prima di lunedì mattina. Se vuoi spedirmi le tue lettere a Parigi scrivi a L. Forain, 289, Rue St. Jacques, per A. Rimbaud. Avrà il mio indirizzo. Certo, se tua moglie tornerà non ti comprometterò con le mie lettere – non ti scriverò mai. L’unica mia parola è questa: torna, voglio stare con te, ti amo. Se l’ascolterai mostrerai di avere coraggio e di essere sincero. Altrimenti, ti compiango. Ma io ti amo, ti abbraccio, e ci rivedremo.

8 Great College ecc. fino a lunedì sera, o martedì a mezzogiorno, se mi chiamerai da te.

 

La Signora Rimbaud a Verlaine

[Roche, 6 luglio 1873]

Signore,

Paul Verlaine - Arthur Rimbaud
Paul Verlaine – Arthur Rimbaud

Nel momento in cui le scrivo, spero che la calma e la riflessione siano ritornati nel suo spirito. Uccidersi, infelice! Uccidersi quando si è oppressi dall’infelicità è una viltà, uccidersi quando si ha una santa e tenera madre che darebbe la vita per lei, che morirebbe della sua morte, e quando si è padre di un esserino che le tende le braccia oggi, che le sorriderà domani, e che un giorno avrà bisogno del suo appoggio, dei suoi consigli, uccidersi in simili condizioni è un’infamia: il mondo disprezza chi muore in questo modo, e Dio stesso non può perdonare un crimine cosi grande e lo respinge dal suo seno.

Signore, ignoro quali siano i suoi dispiaceri con Arthur, ma ho sempre previsto che la conclusione del vostro legame non avrebbe dovuto essere felice. Perché? mi chiederà. Perché quello che non è autorizzato, approvato da buoni e onesti genitori, non deve essere piacevole per i figli. Voi, giovani, ridete e prendete in giro tutto, ma non è meno vero che noi abbiamo l’esperienza dalla nostra parte, e ogni volta che voi non seguirete i nostri consigli sarete infelici. Vede che non la risparmio, non risparmio mai quelli che amo. Lei si lamenta della sua vita infelice, povero ragazzo! Sa forse quello che accadrà domani? Speri dunque! Come intende la felicità quaggiù? Lei è troppo ragionevole per far consistere la felicità nella realizzazione di un progetto, o nel soddisfacimento di un capriccio, di una fantasia: no, una persona che vedesse così tutte le sue speranze esaudite, tutti i suoi desideri soddisfatti, non sarebbe certamente felice; poiché, dal momento che il cuore non avrebbe più aspirazioni, non sarebbe più possibile nessuna emozione, e così nessuna felicità. Bisogna dunque che il cuore batta,e che batta al pensiero del bene; del bene che si fa, o che ci si propone di fare.

E anch’io sono stata molto infelice. Ho molto sofferto, molto pianto, e ho saputo far cambiare tutte le mie afflizioni a mio profitto. Dio mi ha dato un cuore forte, pieno di coraggio e di energià, ho lottato contro tutte le avversità; e poi ho riflettuto, ho guardato intorno a me, e mi sono convinta, ma proprio convinci, che ognuno di noi ha nel cuore una piaga più o meno profonda, la mia piaga mi pareva molto più profonda di quella degli altri; ed è del tutto naturale: sentivo il mio male, e non sentivo quello degli altri. È allora che mi sono detta (e vedo ogni giorno che ho ragione): la vera felicità consiste nel compimento di tutti i propri doveri, per quanto siano penosi!

Faccia come me, caro signore: sia forte e coraggioso contro tutte le afflizioni; cacci dal suo cuore tutti i cattivi pensieri, lotti, lotti senza tregua contro quella che si chiama ingiustizia della sorte; e vedrà che l’infelicità si stancherà di perseguitarla, lei ritornerà felice. Bisogna anche lavorare molto, dare uno scopo alla sua vita; lei avrà senza dubbio ancora molti brutti giorni; ma qualunque sia la cattiveria degli uomini, non disperi mai di Dio. Lui solo consola e guarisce, mi creda.

Sua madre mi farebbe molto piacere scrivendomi.

Le stringo la mano e non le dico addio, spero di rivederla un giorno.

Vedova Rimbaud

 

Da Rimbaud a Verlaine 

[Lunedì, mezzogiorno Londra, 7 luglio 1873]                                                                        

Amico mio caro, ho visto la lettera che hai scritto alla sig. Smith. [purtroppo ormai è tardi] Dunque, vuoi tornare a Londra! Non immagini come saresti ricevuto da tutti! E la faccia che mi farebbero Andrieu e gli altri se mi rivedessero con te. Tuttavia sarò intrepido. Dimmi sinceramente qual è la tua idea. Vuoi ritornare a Londra per me? E in che giorno? È stata la mia lettera a consigliartelo? Ma nella stanza non resta più niente. — Ho venduto tutto, tranne un cappotto. Ne ho ricavato due sterline e dieci. Ma la biancheria è rimasta in lavanderia, e ho tenuto per me un sacco di cose: cinque panciotti, tutte le camicie, e mutande, colletti, guanti; e tutte le scarpe. I tuoi libri e manoscritti sono tutti al sicuro. Di venduto, insomma, ci sono i tuoi pantaloni, neri e grigi, un cappotto e un panciotto, la borsa e la cappelliera. Ma perché non scrivi a me?   Sì, ragazzo mio, resterò qui ancora una settimana. E tu verrai, vero? dimmi la verità. Daresti prova di coraggio. Spero che sia vero. Non dubitare di me, avrò un buonissimo carattere. Tuo. Ti aspetto. Rimb.

 

Info

Sito Arthur Rimbaud – Corrispondenza

 

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