“Nietzsche e la biologia” di Barbara Stiegler: la prefazione di Rossella Fabbrichesi

Nietzsche e la biologia” è un testo di grande rilievo della filosofa francese Barbara Stiegler, figlia del filosofo Bernard Stiegler, direttrice scientifica all’Università Bordeaux-Montaigne, membro dell’Istituto universitario di Francia e studiosa del pensiero nietzschiano.

Nietzsche e la biologia
Nietzsche e la biologia

Nietzsche et la biologie” è stato pubblicato a Parigi nel 2001 da PUF (Presses universitaires de France) ed in Italia dalla casa editrice Negretto Editore nel 2010 con traduzione di Federico Leoni.

La presentazione italiana del libro è suddivisa in due parti: “Nietzsche e la biologia: i temi in gioco” curata da Rossella Fabbrichesi e “Nietzsche e la biologia: prospettive” curata da Federico Leoni.

Vi presentiamo un estratto della prima parte della presentazione invitandovi all’acquisto del volume per poter esplorare pienamente il rapporto del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche con la biologia.

Corpo, vita, potenza

Corpo, vita, potenza sono principi intrascendibili nella filosofia di Nietzsche, sorta di roccia dura contro cui la vanga del filosofo si piega, e non scava più. “Alla fine decide il valore per la vita”, leggiamo nella Volontà di potenza. Alla fine. Che non è diverso dal dire: al principio, e come principio di tutto. Infatti, più o meno negli stessi anni, l’autore affermava con decisione che la volontà di potenza, intesa come espressione caratteristica della vita, “è il fatto originario di tutta la storia”, ciò che concerne “l’essenza del vivente”. Essenza del vivente che, infine, si identifica in un tratto interamente biologico, o “fisiologico”, come preferiva dire l’autore: “corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro”, urla Zarathustra.

C’è dunque una metafisica dei principi anche nella filosofia di Nietzsche, il più antimetafisico di tutti i pensatori?

Nietzsche non mancava di esercitare il sospetto anche su se stesso e sulle proprie affermazioni più radicali: “c’è qualcosa di arbitrario nel fatto che costui si sia fermato proprio qui, abbia rivolto lo sguardo indietro e intorno a sé. Non abbia qui scavato più profondamente e abbia messo in disparte la vanga […] – annota alla fine di Al di là del bene e del male (§ 289) – Ogni filosofia nasconde anche una filosofia; ogni opinione è anche un nascondiglio, ogni parola anche una maschera”.

Di cosa sono maschere, allora, i tre concetti sopra ricordati, in cui la filosofia di Nietzsche si intreccia alla biologia? Si tratta di fatti?

Di interpretazioni? Di puri nomi, cioè nietzscheanamente, di metafore? E se non li consideriamo come metafore, quale è ogni supposta verità, non rischiamo di farli diventare degli idoli?

Fin dall’inizio Nietzsche ci pone dunque di fronte ad un difficile esercizio ermeneutico: c’è una prospettiva che sceglie il valore della vita come valore massimo tra tutti i parametri etici e gnoseologici, o è l’istinto vitale che orienta questa e altre interpretazioni? Qual è il punto di vista che decide e dice poi che è la vita a decidere? L’istinto alla conservazione e all’irraggiamento del nostro essere? La volontà di verità? O si tratta della stessa cosa? In definitiva, cos’è la vita?

Stiegler nel suo testo vede bene come questo sia l’interrogativo cruciale del percorso teoretico di Nietzsche, e come le risposte che egli via via individua (la volontà di potenza, il dionisiaco, ecc.). Nietzsche si interessa al vivente perché cerca, nell’ambito delle varie teorie di cui disponeva la sua epoca, la chiave di interpretazione in grado di permettergli di capire meglio lo sforzo della vita di espandere se stessa, e la specificità della nozione di “umano”. A ben vedere, nulla di diverso si proponeva, più o meno negli stessi anni, anche Charles Darwin.

Cos’è la vita?

Barbara Stiegler
Barbara Stiegler

Nei frammenti postumi, in parte compresi nella raccolta Volontà di potenza (§ 641), Nietzsche svolge un tentativo preciso di rispondere alla domanda: cos’è la vita? La sua formula è icastica: “chiamiamo vita una pluralità di forze legate da un comune processo di nutrizione”. Ma anche la conoscenza è una forma di nutrizione, e lo spirito è una specie di stomaco. Dunque qualifichiamo la vita come un’espressione di potenza mirante a 1) ordinare questa pluralità di forze secondo forme e ritmi.

L’uomo è una creatura plasmatrice di forme e ritmi”, è un produttore di ordine organizzato in figura. Di impressioni parlano solamente i superficiali, scrive Nietzsche: ogni vivente in realtà crea, inventa forme, trasforma e semplifica il caos, riducendolo a ritmo.

Allo stadio primitivo (pre-organico) pensare è imporre forme, come nei cristalli. Nel nostro pensiero l’essenziale è inserire ordinatamente nuovo materiale in schemi vecchi” (VP 499).

2) Ma se il processo organico presuppone continuamente l’interpretare come creazione di forme, questa interpretazione si oppone ad altre volontà di potenza formatrici, e la vita appare come opposizione e polemos con altre potenze

Infine, 3) la vita si chiarifica come un processo di valutazione (prospettica) delle forze in campo, in rapporto allo scopo dell’espellere o incorporare. Ogni frammento di vita tende a ‘far corpo’ con altri frammenti, guadagnandone in potenza, o a evacuare e scindersi da frammenti che ne limitano l’espansione. La vita risiede tutta in questo processo dinamico e tensivo tra parti in lotta.

Ogni organismo – anzi, ogni parte interna all’organismo, come voleva Roux – lotta per primeggiare, lavorando all’espansione della propria vita, cioè della propria potenza. La vita è essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto ciò che è più debole, leggiamo in Al di là del bene e del male (§ 259); imposizione di forme proprie, incorporazione (creazione di “corpi più grandi”, dirà in un frammento inedito), in definitiva, sfruttamento. Quest’ultimo non va inteso in un senso morale o immorale: “esso concerne l’essenza del vivente, in quanto fondamentale funzione organica, è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è, appunto, la volontà della vita” (ivi).

Questo punto, che ritroviamo reiterato mille volte negli scritti nietzscheani, segna anche la sua critica maggiore a Darwin (un Darwin, come Stiegler fa notare, mutuato da scritti critici secondari e mai dalle fonti originarie). Ciò che vive vuole essenzialmente espandersi, scrive Nietzsche, sfogare la propria forza vitale; la conservazione di sé, l’adattamento all’ambiente, è solo una conseguenza di tutto ciò. La vita è sperpero, sovrabbondanza, dispendio assoluto: essa è dunque capace di immolarsi per esprimere più potenza, di superare se stessa come vita, cioè di estinguersi.

La ‘lotta per l’esistenza’: ciò indica uno stato occasionale. La regola è piuttosto la lotta per la potenza, per un ‘più’, e ‘meglio’ e ‘più presto’ e ‘più spesso’”.

La potenza, potremmo dire, corre più della vita, sempre. Per questo, nella sua corsa, conduce la vita al suo dissolvimento: così vuole la legge della vita, che è la legge del necessario oltrepassamento di sé. In questo senso si è detto che la vita, identificandosi con la potenza, implica anche sempre quella forma di non conservazione di sé, che è il cedimento al diverso e la morte. Quando la cellula non può più assimilare materiale dall’esterno, quando è sovraccarica, si scinde e produce qualcosa di diverso da quel che era. Ma questa forma di rovina, di impotenza, non è che un modo della potenza di continuare la sua corsa. “Colui che muore – scrive Stiegler – è anche colui che dona la vita (e non soltanto la sua)”.

Potenza e impotenza, vita e oltrepassamento della vita, insieme, tracciano dunque il quadro di una natura ‘polemica’ ed eraclitea in cui ogni elemento si determina a partire dall’istinto dell’avvicinarsi e respingere, dell’assimilare e evacuare, cioè della capacità di tras-formazione. Non solo la crescita, ma ogni mutamento, differenziazione, generazione (che è una forma di cessione delle forze, scrive l’autore), perfino la disgregazione e il trapasso, sono segni di multiformità, cioè di potenza. Dunque, anche nel vivente, e non solo nella sua interpretazione, lo stimolo all’unità, alla conservazione della forma racconta di una propensione al declino.

Il cosmo nietzscheano

Rossella Fabbrichesi
Rossella Fabbrichesi

Negli appunti della Volontà di potenza Nietzsche disegna un cosmo governato dall’espansione di forze finite in un tempo potenzialmente infinito, cioè un cosmo imbrigliato da un ciclo periodico che nella filosofia dell’autore ha nome ‘eterno ritorno’. Non si dimentichi che questa teoria era ispirata in Nietzsche anche da principi scientifici, ad esempio, la legge di conservazione dell’energia (VP 1063).

In sintesi: il mondo è da considerare come un insieme di forze (non di sostanze o di atomi: come in Boscovich e Leibniz, la materia è pura forza), di centri di azione ognuno dei quali crea la propria visione del mondo, cioè la propria biosfera, in costante opposizione con gli altri (per ragioni di potenza, questa opposizione può diventare poi collabora zione, ma solo al fine di ampliare la propria sfera d’azione). Queste forze si rapportano ad altre che solo impropriamente possono dirsi esterne, essendo esse null’altro che estremi legati da una tensione dinamica e polemica. Ogni Kraftcentrum si struttura in un’aggregazione composta a partire da una polarità di dominio (Nietzsche parla di ‘aristocrazia’, nel corpo, nell’ambiente cellulare), che è mobile e plastica, e il cui centro costantemente si sposta, lasciando spazio ad un nuovo polo di organizzazione, costruito in modo diverso.

Non ci sono soggetti-atomo. La sfera di un soggetto cresce o diminuisce costantemente; il centro del sistema si sposta continuamente” (VP 488).

Si tratta di un mondo fatto di gerarchie, sempre però cangianti, di rapporti di puro dominio e di obbedienza (dunque non più rapporti tra soggetti e oggetti, tra un interno e un esterno, ma, come dice Deleuze, tra forze superiori e inferiori, tra forze attive e reattive).

L’organismo va inteso come lotta tra le parti, scriveva Roux. Nietzsche aggiunge: l’organismo va visto come ordine e organizzazione sempre instabile, discendente da queste lotte, come consolidamento di precise gerarchie in cui ciò che troviamo espressa è solo la momentanea prevalenza di un gruppo di combattenti.

I processi biologici e cosmologici si strutturano poi secondo la carica di due forze precise: una forza in eccesso, straripante e dissipativa e una forza organizzatrice che, pur avendo la stessa energia, lavora a selezionare, contenere, ordinare. Si può notare come Nietzsche sia al riguardo scolaro di Goethe che parlava della natura come dominata da una vis centrifuga, che tende al disordine e allo sperpero, e una vis centripeta, ordinata e formante (che nel sistema estetico nietzscheano diverranno dionisiaco e apollineo).

Ma ogni espansione produttiva, spinta al suo massimo, è destinata a perdere forza; ogni creazione alla fine si disfa. Anzi, in un aforisma significativo, Nietzsche scrive che la forza aggregativa a volte si volge contro se stessa, e quando non ha più nulla da organizzare “impiega la propria forza a disorganizzare” (VP 712). Ma è anche vero il contrario: il disordine caotico tende alla lunga a organizzarsi intorno a dei centri d’aggregazione, pur instabili. Si tratta dunque, a ben vedere, non di due forze distinte, ma di un’unica forza, che determina la polarità fondatrice, la dualità antitetica che spiega gran parte dei fenomeni naturali nel loro ciclo periodico di produzione.

Ordine non si contrappone allora a disordine, ma ambedue sono differenti manifestazioni del procedere della vita e della sua complessità che prevede l’arbitrario e il necessitato, la libertà e la misura, lo stabile e l’instabile, in un ritmo costante di sistole e diastole che Goethe denominava “legge del bilancio”, capace di dominare l’“accalcarsi eccessivo” delle pretese organiche. Si distrugge così la visione essenzialista e si propone una considerazione polare e antagonista della realtà: la natura è vista come assolutamente acentrica e, insieme, centrata, puntuata in Machtkonstellationen di complessità crescente, che si addensano e si sciolgono a seconda delle attività svolte. Tutto ciò procede secondo la più assoluta casualità.

Chaos sive natura: ma, si noti bene, un caos, come dice l’autore, che non è quello che precedette la creazione del mondo, ma quello che la seguì (VP 883).

Un caos dove non si contrappone più uomo a natura, perché lo stesso uomo è un coacervo ‘naturale’ come quello appena descritto: un campo di combattimento, un polemos privo di senso e orientamento, ma carico di organizzazione.

 

Bibliografia

“Nietzsche e la biologia” di Barbara Stiegler, Negretto Editore, 2010

 

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