Le métier de la critique: la filmografia di Woody Allen incontra la filosofia di Borges e Leopardi

Caro Woody, a Pisciotta, pochi chilometri a sud di quell’Elea che partorì il primo cabarettista della storia (quel Parmenide che, mentre imitava i suoi successori filosofi, diceva:L’essere è e il non essere non è.”) e il primo prestigiatore, Zenone, che tirava una freccia che non arrivava mai al bersaglio, continuando per eoni il suo tragicomico percorso, io (59) e mia figlia Anna (14) stiamo vedendo la tua intera filmografia.

To Rome with Love
To Rome with Love

Ho visto, insieme a mia figlia, “To Rome with Love” di Woody Allen, film di pochi anni fa, ambientato nella Città Eterna. A suo tempo si parlò di un’occasione persa da parte del regista newyorkese, di un suo mezzo passo falso, di una delusione, e si faceva eccezione per la buona prova di Benigni. Il film è a episodi simultanei ma separati.

La consueta baraonda alleniana, che comprende varie coppie che si uniscono, si separano e poi si riuniscono, è qui vissuta su quattro registri narrativi indipendenti. Mi sono chiesto perché Allen abbia scelto questa formula, mi pare per la prima volta, per un film interamente girato in Italia.

Anni fa una canzone di Scialpi mi aveva colpito per il suo ritornello:Siamo isole nell’Oceano della solitudine“. In Italia questa definizione vale più che altrove. Siamo anche, e di questo Allen, un miope che ci vede benissimo, se ne è sicuramente accorto, tragicomicamente contraddittori. Noi siamo grandi cantanti sotto la doccia, mediocri in uno studio di registrazione. Siamo candidi e fedeli, ma anche sempre all’erta per un possibile tradimento. Siamo sconosciuti e insieme celeberrimi. Siamo innamorati e al contempo stanchi del rapporto.

Nella consueta ragnatela di rapporti tipica dei film di Woody, ad esempio in “Una commedia sexy di una notte di mezza estate”, tutte queste contraddizioni, pur tipiche della poetica del regista, che non a caso abita anche nella fiabesca Venezia, sarebbero state troppo anche per lui. Ha perciò preso una coppia, una famiglia e un caso alla volta. L’ha fatto esplodere. L’ha infine ricomposto con affetto… Con tanta maestria che, alla fine, pochi italioti sono stati in grado di riconoscersi.

E passiamo a… “Midnight in Paris”:

Midnight in Paris
Midnight in Paris

Un film che emoziona, perché tocca l’argomento che più tocca l’autore e colui che lo segue, non a caso, da anni. Nessuno segue Allen per caso da anni. Se lo fa, significa che qualcosa c’è che l’accomuna al regista newyorchese. Prendiamo qualsiasi film di questo autore. Di per sé, senza eccezioni, si tratta di commediole. Nulla di fenomenale, di imprescindibile. Fenomenale e imprescindibile è l’opera di Woody, non un suo singolo film.

Il Tempo…

Da una parte aleggia il timore della morte, che diventa paura o fobia in taluni casi. E il conseguente desiderio di immortalità. Poi avviene la scoperta del passato (in un caso, ne “Il dormiglione”, del futuro). Questo “ingannare” il tempo è il gioco preferito di Woody, ed è il tema dominante del film ambientato a Parigi. In tale viaggio crono-illogico, il regista è fedelmente accompagnato dal consueto ammiratore, che è sempre pronto a sorprendersi quando ritrova i suoi miti letterari ed artistici, Luis, Pablo, Salvador, Ernst, Francis Scott con la sua irreale Zelda, ed ancora Man Ray, Gertrude Stein, Degas, Toulouse Lautrec e tanti altri.

La domanda che mi ha fatto Anna, alla fine del film è:Tu in quale tempo vorresti vivere?”. La prima risposta che mi viene è: “Quello in cui sono più felice”. La seconda è invece quella che sento come vera, adesso (e magari ne potremmo riparlare fra un’ora o due): “Quello in cui vivono i miei cari”.

Il protagonista che, vent’anni fa sarebbe stato impersonato da Woody, non a caso ha scritto un libro su un negozio che tratta di oggetti che hanno cessato di vivere, oggetti perduti e riproposti in vendita al primo capace di illudersi che si possa tornare indietro nel tempo. È inutile che nasconda la verità. Lo ammetto, con mia figlia amo passare le domeniche mattina nei vari mercatini di oggettistica antica.

Quale morale traggo da tutto ciò?

Caro Woody, lo dici anche tu. Mentre si scrive, si fa l’amore (“petit mort”, dicono i cugini d’oltralpe) si gioca col tempo, quest’ultimo cessa di esistere per quel poco che riusciamo ad ingannarlo.

Pensiamo ora, stoicamente, al prima e al dopo. Pensiamo ai passati proverbi, di quando mia madre, cattolica, diceva ridendo: “Che ciaveda ciapen i free, se an gh’è mia al paradis!”, che fregata hanno i frati, se non c’è il Paradiso!” e poi, soggiungeva, a mo’ di chiosa, a chi le consigliava di lavorare un po’ meno, essendo ormai nella terza età: “E m’arpuns po’ in dla casa! (S di six): mi riposo poi nella cassa!

Caro Woody, se vuoi ti cedo i diritti su quella biografia di mia mamma che prima o poi scriverò.

Basta che funzioni
Basta che funzioni

Pochi minuti fa, mia figlia Anna ed io, abbiamo finito di vedere “Basta che funzioni”, bel filmettino sullo stringhista che insegna a una quasi minorenne come vivere ed anche il secondo principio della termodinamica. Ti prego, fratello, non usare più la metafora del bicchiere rotto che non si ricompone. Molto più icastica quello della cacca che una volta emessa non potrebbe reinserirsi facilmente negli intestini. Scusami, Woody, a volte faccio confusione fra la scatologia e l’escatologia.

Poco fa abbiamo visto “Vicky Cristina Barcelona”. Hai scelto la più spagnola delle città europee per far vivere il dramma di chi considera l’amore una passione totalizzante, per cui se manca quel 10% che di solito accontenta noi poveri misteriani, chiedo scusa, terrestri, tutto esplode.

I due spagnoli, il torero-pittore, torero solo negli occhi che non sanno guardare di sghembo una donna, ma dritti, sempre dritti!, e la sua ex moglie, dalla terribile voce urlante, hanno bisogno della terza (in)comoda per potersi amare con dolcezza. Il vuoto di una pur piccola porzione della passione, cioè un pezzettino di morte, significa la morte, il suicidio, l’omicidio della passione stessa, di un amore così catastrofico per cui, credo, l’unica cura proponibile consisterebbe nella lobotomia bilaterale.

È un tentativo, da parte del più americano dei registi europei, di razionalizzare l’illogicità dei sentimenti. Le due donne americane, ognuna a modo suo, riescono ad uscire dal tunnel della passione, per rientrare nei ranghi, cioè in quel 10% in cui si può esistere. La più imprevedibile delle due qualcosa ha imparato: ciò che non vuole e per il resto si vedrà. La più equilibrata, ormai, sa quello che dovrà evitare: le altrui percentuali, in ricerca della propria. Dove non si conoscono le buche. In altre parole, il minigolf a Manhattan.

Hannah e le sue sorelle
Hannah e le sue sorelle

Ancora poco fa ho rivisto, sempre con Anna, dopo tanti anni “Hannah e le sue sorelle”, il meno lineare dei tuoi film. Ma alla fine tutto ritorna, la somma dell’energia sentimentale si conserva, primo principio della termodinamica, differenziandosi e creando un paio di amanti in più, per la solita entropia. L’energia emessa da Annah è davvero molto grande, disturba perché pare eterna, ma non lo è affatto. Tutto il film gira sui due principi fisici. Lei è anche l’autore che meglio interpreta il III principio della termodinamica: il mondo può disperdersi dappertutto, ma non può mai raggiungere lo zero movimento, lo zero grado assoluto.

Sto scrivendo, vecchio mio, un libro molto particolare. Titolo: “New race”, che non mi piace, odiando io l’uso di lingue non italiane in un libro italiano, ma che rende il doppio senso che voglio dare all’opera.

A new (crazy) race seeking for a new (crazy) race”. Entro al casello autostradale di Reggiolo e, appena entrato, perdo i punti di riferimento. È sparito il Po e tutta la segnaletica, non ci sono caselli di uscita. La strada si fa divorare con allegria e io dimentico tutto, a parte le mie letture, e discorro di tutto, anche di Leopardi, Borges e Woody Allen.

Alcuni esempi.

Spesso Woody, nei suoi film, affronta dei viaggi, recandosi in luoghi fantastici, che ridestano in me l’innato istinto di conoscere luoghi sconosciuti e gente nuova. Quest’istinto vive, bipolarmente, con l’altrettanto coriacea natura di casalingo, che ama passare le sue giornate vedendo film, ma soprattutto leggendo libri e fumetti. Ecco, per darti un’idea, tra ieri ed oggi, tra un supercenone e un pranzo luculliano, ho assaggiato, prima di mettermi in viaggio, tre nuovi libri. Si tratta di “Borges, tutte le opere, volume II”, “Oceano” di Vittorio G. Rossi e “Grammatica del dialetto reggiano” dell’amico Denis Ferretti.

Jorge Francisco Isidoro Luis Borges è il più “essenziale” scrittore del XX secolo, e se fossi confinato in un’isola deserta con il diritto ad un’opera sceglierei, con la sagace arguzia di Bertoldo, i due tomi che raccolgono il novanta per cento della sua produzione. Borges visse per la lettura e la scrittura, ignorando molti aspetti della vita come la intende l’uomo comune, prediligendone altri che lo stesso giudicherebbe oziosi e maniacali. E il suo otium io vado cercando, che coincide con la sua e mia mania di considerare il libro come la reificazione dell’anima universale, il libro che contiene tutti i suoi fratelli cartacei. Feci mio, prima di conoscerlo, un suo pensiero, raccolto in un’intervista qualche anno fa, che un libro è cosa diversa rispetto al suo contenuto riversato in giornali o riviste. La reificazione è totale o assoluta, oppure non conta nulla.

Vittorio Giovanni Rossi nel 1965
Vittorio Giovanni Rossi nel 1965

Vittorio è lo zio che non ho avuto. Lessi, meno che quindicenne, il suo “Tropici” e ne rimasi affascinato, pur faticando a leggerlo, ché mi sembrava un po’ difficile. E poi altri sedici, che divorai. Vittorio era bassino e puntuto, ironico e simpatico, vivace e scanzonato. Anch’io come lui penso che valga la pena stare alzato fino a mezzanotte, passata la quale si perde solo tempo, per cui meglio è andare a curca, ad arpunser. Chissà, forse il discorso lo fece valere anche per l’età che scampò. Vittorio ci lasciò poco prima di diventare un ottantenne come tanti altri. Su questo aspetto, concordo solo se il limite dell’età si allunga di almeno quarantacinque anni…

Ogni scrittura è una memoria del sé che viveva in noi, ma che ancora non era stata partorito e che quindi non esisteva. E questo vale per ogni forma d’arte. Borges identificava la stessa scrittura con quel che si era dimenticato fin dalla nascita. Sei più libero tu che vivi la tua vita con fierezza e dignità, o chi va a lavorare tutti i giorni e non crede in quello che fa (ad esempio io, anche se è difficile da spiegare)? Vedi che io ho passato alcuni anni della mia vita a leggere (troppo), quasi uscendo dalla comunità sociale. Poi mi sono liberato un po’ da solo e un po’ con l’aiuto di una persona. Ho deciso io. Nel tuo caso chi deciderà?…

… Mi pare sia stato Borges a dire che scrivere (e leggere aggiungo io) è dimenticare. Così il seme morendo fa nascere la spiga di grano.

La libertà è spesso solitudine.

I legami sono spesso catene.

La soluzione: avere la libertà di scegliere i propri legami.

Se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso vorrà guardare in te”. Friedrich Nietzsche. Ergo noi siamo l’abisso. Amore e morte si fondano su attimi; il sogno dell’uomo è di renderli eterni!

Di cosa ho paura? Di non riuscire a comprendere la mia paura. Ma la paura più terribile che ognuno combatta le paure altrui, affidandosi dalla propria. Quando vado al Comando dei Carabinieri, sono sempre tentato dal parlare con questo carabiniere di bronzo. Perennemente lì a presidiare la porta. In questi anni, in fondo, ho avuto più interlocutori immaginari che reali…Forse la giovinezza è solo questo perenne amare i sensi e non pentirsi”. Sandro Penna.

Borges sognava un mondo percorso da tracce di libri, sentieri che si biforcano e si intrecciano, come infinite sinapsi. Pensa se si potessero unire in un’immensa parola incrociata tutte le parole di tutti i libri. Questo è il sogno di cui si nutre un uomo come te, per cui non sarai mai libero, perché essa ti stringe intorno a sé, come una morsa di carta, e per cui non sarai mai recluso dal mondo.

Frank Jennings Tipler
Frank Jennings Tipler

Un tale, pazzo, geniale e simpaticissimo, il fisico F. J. Tipler scrisseLa fisica dell’immortalità”. Secondo la sua mente devastata era possibile ricondurre qualsiasi informazione a ciascuno degli stati quantici. In tale modo il cosmo poteva, riconoscendo in toto se stesso, ricostruirsi e poi distruggersi in maniera perenne. L’uomo è invece piccolissimo, pensa al minuscolo rabbino capo d’Italia e del Mondo…

A me ha nutrito Leopardi, Montale, Dostoevskij, Kafka, Tolstoj, Rimbaud, Borges, Woody Allen e allora? Non si tratta soltanto di gusti, ma di necessità intellettuali. A me interessa un fatto che di più filosofico non ce n’è: la verità…

C’è chi sogna di andare ad abitare alle Canarie, io vorrei abitare a Recanati. Quando entrai nella terza stanza, quella delle opere letterarie mi venne il magone. Povero Giacomo, ci perdesti gli occhi e la schiena, sopra quei diecimila libri! Procomberò sol io, dicesti! E così fu. E macinasti il tutto e poi riversasti in questa putredine di mondo nelle “Operette” e i Canti.

Oddio!

Mi sono scordato che dovevo leggere, rimanda oggi, rimanda domani, l’opera che più lo rappresenta! E mo’ che faccio? Ritorno indietro? Sì. Quei due tometti mi aspettano sul lato sinistro del mobile indiano!

Scusate, cari, ma devo invertire la marcia, sì, lo so, non è mica tanto salutare, ma lo devo a lui. Al Sommo fra gli sfortunati-perditori-di-ragione-di-chi-sta-troppo-‘n-coppa-ai-libri, come anche fu Jorge, come anche fui io, nel mio più ristretto piccolo. Lo so che sarei contromano. Ma una mano lava l’altra. E tutte e due si… Eh, Humbert?

No! Non ho più riferimenti!

Allora vuol dire che lo scriverò io, lo riscriverò io prima di morire, facendomi aiutare da voi due fedeli angeli custodi, Giacomo e Jorge.

Angeli custodi statemi vicino.

Datemi la mano, che sono piccino.

Se voi mi guidate col vostro sorriso,

Fors’andremo insieme in paradiso…

Woody Allen
Woody Allen

(Woody, attento, ho letto da qualche parte che tu abbia finora accuratamente evitato di sorbirti “Lo Zibaldone di Pensieri”! Warning! Danger!)

Borges dice che il lettore, ogni lettore aggiunge sé al libro, proclama l’uguaglianza, la somiglianza, l’identità di scrittore e lettore. Se poi intendi che lo scrittore non cerca necessariamente consensi e amicizie finte, questo è un altro discorso. Sono d’accordo con te. Ma non dire più che cancelleresti una parola. Una parola è stata pronunciata, scritta, letta, ed è sempre collegata a un respiro. Cancellare una parola che ha avuto un senso è sempre far violenza ad almeno un uomo, una donna, un bambino. È a volte come profanare una tomba…

… Mi piaci Leo, quando dici che gli uomini grandi quando parlano di sé diventano maggiori, e quelli piccoli diventano qualche cosa, essendo essi, in tal situazione, per forza di cose, in assenza di affettazione e di sofisticheria. Ma tu lo sai di certo che ci sono due diversi tipi di io, uno che emerge dal profondo e inonda il mondo ed è di quello che tu ti occupi, e poi c’è quello negletto e disperato che annaspa nella vita, sempre osservato e vigilato ed anche compromesso dal vizio del prossimo, diciamo un io industriale, dove ogni operaio, in catena ciclica, infinita, dà il suo umile contributo, costruendo quell’anima gemente, quella bestia che soffre, come lo chiama il sopracciò, destinato a sociale e imperitura sofferenza. E questo vale per l’umilissima figura di un Da Vinci, per l’altrettanto umile figura di un Dante, ed anche dell’umilissima serva che acconcia giornalmente la tua stanza, zoppa e disgraziata.

Questo secondo e male augurato io prescinde dalla statura del personaggio, e fa compiere a questi le peggiori sciagure suicide che si possano immaginare. E l’io per non essere sopraffatto deve inondare, senza dominare, immergere la realtà in sé, senza essere lambito dalle altrui correnti. Deve capire ed essere capito in piena e reciproca libertà. Ego ergo sum super e sub infinitum. Il cogito lasciamolo a quel Renato di cui hai sicuramente sentito parlare…

Ognuno segue la sua geodetica, che è la risultante delle geodetiche altrui e della tua volontà di seguire la tua geodetica.

Io di questo ho bisogno, della mia voce geodetica.

Jorge Luis Borges
Jorge Luis Borges

Leo, quanto più del tempo si tiene conto, più pare che basti, più se ne getta, più pare che n’avanzi. È quel che pare che vada discusso. Jorge dice che Macedonio accarezza l’idea, e mai la realizzava, di sdraiarsi sulla nuda terra a mezzogiorno, chiudendo gli occhi e pensando a dimenticare le distrazioni, potendo in tal modo, mai avvenuto, di risolvere in un satori l’enigma del cosmo.

In modo analogo, mio padre quando vedeva la prima rondine in cielo, faceva una capriola, vivendo con quell’atto il cambiamento imminente della stagione, del tempo che cambiava. Il tempo meteorologico, quello fisico, quello psicologico, è sempre il tempo. Ce n’è più che della vita, di tempo, perché ce lo coltiviamo mentre essa sparisce. Alla fine, ce n’è troppo e non riusciamo più a consumarlo. Ti dirigi in un luogo, con calma, poiché hai tempo ancora, e lo raggiungi. Compi quello che è il tuo compito e torni al luogo di partenza. Il ritorno ti risulterà assai più lungo, specie se hai fretta, e se hai scordato quell’invenzione essenziale per esistere, lo smartphone. Uno dei motivi per cui sono qua.

Sono tutte finzioni.

Illusioni.

Ognuno segue la sua geodetica, che è la risultante delle geodetiche altrui e della tua volontà di seguire la tua geodetica.

Io di questo ho bisogno, della mia voce geodetica…

Leo, “perché il sacrificio precisamente per altrui non è possibile all’uomo…” No. Non accetto. Il mio pensiero a quel povero Chrétien che si è immolato su quel monte sperduto, attestato anche solo come allegoria, come favola edificante. Chi ha avuto quel pensiero mi emoziona. Ti potrei citare Kolbe e D’Acquisto, ma ti dovrei spiegare cos’è successo alla Germania il secolo scorso, ed è troppo penoso. Non è sacrificio rinunciare alla carne di quaresima, è rito. Un’immagine razionale del sacrificio è quella del judo. Rinunciare al proprio equilibrio per farlo perdere al proprio avversario. Pronti a rialzarsi appena lo si è proiettato altrove. È un sacrificio di sé e per sé. Quel che pare difficile è avere la certezza che anche chi si sacrifica per gli altri, non lo faccia in realtà per sé. Tu giungi a conclusione. Io no, mai.

Giacomo Leopardi - Painting by A. Ferrazzi - 1820
Giacomo Leopardi – Painting by A. Ferrazzi – 1820

… Leo, più lingue si sanno, dici, più possibilità ci sono di cogliere il reale. “New race”, per esempio. È questo che mi spinge a raccogliere parole, giochi di parole, motti e proverbi dei dialetti italiani, alcuni dei quali così magnifici, come il celebre “chi rice a verità vol’esse accisu”, o quello che non si può dire di noi due, oppure lo si può dire più che di chiunque altro: “ogni cuioun a ghà la so passioun”, solo che tu ed io ne abbiamo così tante che o siamo mille volte coglioni o savi per l’eternità.

Il problema però lo indichi alla fine: “Colla parola (l’idea) prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta.” Ed è quello che i simbolisti cercavano di esprimere qualsiasi immagine, qualsiasi idea, adoperando qualsiasi parola. Ma il fine era, ed è, anche per me, l’inesprimibile. Occorre forse quella dose di silenzio che, vedrai, prima o poi riusciremo ad ottenere da quell’improvvida e claudicante bestia che è la Natura…

… Leo, il mondo è illusione, nulla è realtà, ma il bimbo vede il tutto nel nulla e l’adulto il nulla del tutto. Perché ogni tanto fingi, o scegli sinceramente?, di essere adulto? Che tutto il cosmo sia un’illusione spazio-temporale, ci sta arrivando piano piano la scienza, ma che chi ci sta arrivando lo sia è ancora una scarsa probabilità. E se non fosse così, chi sarebbe colui che ti sta pensando come realtà?…

… Con Anna mi stavo vedendo due film di Woody al giorno, era il nostro modo di essere innamorati, mano nella mano e Woody che ci scrutava dallo schermo. Era una blanda medicina che serviva ad allievare il male di vivere che fece stramazzare quel ronzino e incartocciare quella verzura. Il problema dei tuoi film è che non sono la vita. Infatti, se ne possono vedere anche dieci in un giorno. Ma la vita è una sola…

E questo sarebbe l’epilogo:

Mia madre aveva ormai l’Alzheimer all’ultimo grado.

Sedevo nella poltrona accanto alla sua.

La sentivo all’improvviso ridere.

Ahhhhhhhhhhahhhhhahhhhahhhh!

Mi giravo.

Era serissima.

Continuavo la lettura.

All’improvviso un Ahhhhhhhhhhahhhhhahhhhahhhh!

Mi rigiravo.

Lei sempre più seria.

Qualcosa aveva destato la sua ilarità.

Papà, ma che opinione hai di Leopardi?

Il Sopracciò direbbe che è una bestia che soffre.

Le bestie che soffrono credono che scegliere nuovi mali facciano scordare quelli vecchi.

Le bestie che soffrono a volte si innervosiscono, scusa Leo, ma il momento merita.

Il momento è tragico.

È così ridicolmente simile a quelli che verranno in seguito.

La vita senza morale non può esistere.

D’accordo, Leo, si diventa come quel tale, quell’ipocondriaco di David Wayne, egoista da meritare l’ergastolo. Twilight divenne il mio telefilm preferito, lo scoprii grazie a mia figlia.

Dove sei Annina mia?

E tu, Michelangelo, mio paladino barbuto?

Sapete chi mi piacerebbe incontrare, nell’ora che volge al desio?

Woody.

Anna mi disse che Woody non dovrebbe mai morire perché nessuno, meglio di lui, celebra la morte.

Su di me non si è mai pronunciata.

Giacomo Leopardi - Jorge Luis Borges - Woody Allen
Giacomo Leopardi – Jorge Luis Borges – Woody Allen

Se Dio è morto, gli direi, e se lei, Woody, non si sente molto bene, io, da parte mia, non posso che ringraziarla d’essersi tanto adoprato per la mia… la mia… ohi ohi…

Quanti film ha diretto!

E ne farà sicuramente un altro il prossimo anno.

Sarebbe una ragione bastante per restare.

Secondo me lo fa per procrastinare la dipartita.

Un po’ come me, quando ho accatastato migliaia di libri, sapendo che solo una volta letti avrebbe avuto senso andarsene.

Chissà!

Quanti libri lascerò inevasi!

Quanti strani esseri incontrerò!

Fra poco accadrà.

Coraggio.

Fra poco.

E non mai ora.

Attendere sarà sempre possibile.

Che, se ci pensi, è una frase saggissima

Ma sarà la mia prima e ultima scelta.

Bein!

Adesa m’arpuns un po’.

Ecco la barriera Milano-Salerno o altra consimile, una vale l’altra e tutte ne valgono una sola,

Buuuum! Sprang! Zdongggggg!

Colpita!

Ahhhhhhhhhhahhhhhahhhhahhhh!…

 

Alla prossima!

 

 

Written by Stefano Pioli

 

 

2 thoughts on “Le métier de la critique: la filmografia di Woody Allen incontra la filosofia di Borges e Leopardi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: