“Thanks for the Dance”, album postumo di Leonard Cohen: la voce come ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti

Thanks for the Dance è un album postumo.

Thanks for the Dance -Leonard Cohen
Thanks for the Dance -Leonard Cohen

Questa è un’informazione tanto imprescindibile quanto banale, nel senso che l’avrete già trovata su qualsiasi rivista o blog si occupi di novità musicali.

Non si tratta nemmeno del primo lavoro postumo di Leonard. Ricorderete forse come la poesia Kanye West Is Not Picasso, che anticipava la pubblicazione della raccolta poetica The Flame, sia diventata virale a distanza di ben due anni dalla morte dell’artista canadese.

(E pensare che “poesia” e “virale” non credevo potessero far parte della stessa frase.)

Thanks for the Dance, oltre ad essere postumo, è un album collettivo. Certo, tutti gli album sono frutto di un lavoro collettivo. Sono tante le figure artistiche e professionali dietro ad ogni pubblicazione, piccola o grande che sia.

Alcuni album, tuttavia, sono più collettivi di altri, nel senso che, oltre a coinvolgere diverse professionalità e diversi spiriti, riescono anche a trasmettere un’idea di comunità. 

Thanks for the Dance è una sorta di dialogo tra il mondo dei vivi e quello dei morti. È una conversazione interna, appunto, alla comunità composta da chi si riconosce in quel caleidoscopio di idee e suggestioni, spesso afferenti al buddhismo zen ma trascendenti ogni religione e credo, di cui Leonard Cohen si è occupato come cantautore, come poeta e come uomo.

Thanks for the Dance non è la raccolta di qualche canzone scartata dalle pubblicazioni ufficiali. Non è, insomma, la trovata commerciale di una casa discografica per continuare a fare soldi sul nome di un morto.

È il risultato del lavoro di Adam Cohen, che ha così mantenuto la promessa fatta al padre di tornare a rimaneggiare e completare, un giorno, delle tracce vocali registrate prima della dipartita. È una conversazione tra un genitore che non c’è più e un figlio che può, nonostante la morte, tornare ad ascoltarne la voce.

A volte dimentichiamo il potere immenso della voce, il tratto distintivo per eccellenza di ogni essere umano.

Quando ho perso un amico, deceduto prematuramente ormai un paio di anni fa, mi sono ripromessa di tornare a pensare, ogni tanto, al timbro, al tono, all’accento che caratterizzava il suo modo di parlare. Ogni volta in cui quell’amico mi torna alla mente cerco subito di ricordarne la voce. La voce è un ponte potente tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Il rapporto che i buddhisti zen (il credo religioso di Leonard) hanno con la morte è molto complesso. Mentre il buddhismo classico abbraccia il concetto della metempsicosi (Samsara), nel buddhismo zen esistono diverse scuole di pensiero, tra cui l’idea della non-esistenza del sé.

Ora, se il sé non esiste, noi non possiamo né vivere né morire, né tanto meno rinascere. Se il sé non esiste, però, non possiamo nemmeno identificarci come fantasmi affamati, cioè attaccarci a pensieri e bisogni dell’ego, come la smania di avere fama e successo.

Leonard Cohen - Thanks for the Dance -
Leonard Cohen – Thanks for the Dance

Leonard Cohen ha avuto parecchia fama e parecchio successo, ma attraverso le sue opere possiamo ancora oggi percepire lo sforzo per cercare di sganciarsi dal proprio ego.

Nello zen, dopotutto, l’arte è spesso espressione della contraddizione tra istinti umani e desiderio di arrivare all’illuminazione. L’arte stessa è un esercizio per imparare a lasciar andare, vivere il momento presente e abbandonare l’idea di “essere autori” di qualcosa.

Thanks for the Dance è, proprio in questo senso, un album collettivo. Adam Cohen è stato il regista di questo dialogo tra il padre e alcuni musicisti fidati, come Daniel Rice, Beck, Leslie Feist, Jennifer Warnes, Javier Mas e tanti altri, ma nessuno è autore.

Tutti concorrono alla creazione di un’idea musicale che si adatti alle parole cantate da un defunto. Non esiste più il passato, non esiste ancora il futuro: il discorso musicale ultra-terreno si articola in un unico momento presente, che si estende, in egual misura, alle vite di chi l’ha creato e di chi lo ascolta.

Il video di Happens to the Heart, la prima traccia dell’album, racchiude la chiave di lettura di quest’opera postuma attraverso una semplice narrazione ideata dal regista Daniel Askill.

Un ragazzo con abiti eleganti e un cappello nero a tesa larga, come quello che portava spesso Leonard, cammina in una foresta fitta e nebbiosa. Inizia a svestirsi, a lasciar andare, e a questo punto percepiamo che si tratta di una ragazza. Non che il sesso conti, nell’assenza del sé.

Togliendosi un capo dopo l’altro, mostrando qualche lacrima, cadendo anche nello sconforto, prosegue il proprio cammino, fino al punto in cui un monaco l’accoglie e l’aiuta a giungere a destinazione: un luogo tranquillo in cui meditare.

Thanks for the Dance è un album postumo, collettivo, zen. È un dialogo tra vivi e morti e un dialogo interiore per qualsiasi vivo voglia, in qualche modo, trascendere.

 

L’album sarà disponibile il 22 novembre ma abbiamo deciso di darvi proprio oggi la notizia – dopo il nostro prolungato ascolto dell’album in anteprima – per ricordare il 7 novembre 2016, giorno, mese ed anno in cui Leonard si è scisso dalla materia.

 

Written by Nicole Stella

 

 

 

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