“Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen: l’inevitabile ipostasi del matrimonio

Ogni possibile indagine sull’interessante serie di fenomeni narrati in “Orgoglio e pregiudizio” da Jane Austen deve per forza nascere dalla prima considerazione che dà la stura a tutte le altre e che ha tutta l’aria di essere fondante della vita sociale di tutte le epoche: “È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo largamente provvisto di beni di fortuna debba sentire il bisogno di ammogliarsi”. (primo capoverso del romanzo)

Orgoglio e pregiudizio
Orgoglio e pregiudizio

Da qui comincia l’avventura tanto ben descritta dall’eterna nubile Jane Austen. Quando ho in mente la biografia dell’autrice, stroncata prematuramente dalla malattia, provo la stessa pena di quando penso a Masaccio, Raffaello, Rimbaud, Schubert e Puskin, e tanti altri. Tutti sono morti così giovani che non ci rimane altro da dire che in quel breve loro tratto di vita hanno prodotto solo capolavori.

Quando una madre è troppo perfetta, l’unica via di fuga è un po’ di cinismo e ogni tanto, solo quando serve, azzeccarsi alle pieghe della sua gonna. È questa una considerazione che mi viene leggendo le prime duecento pagine di “Orgoglio e pregiudizio” della Austen, che fu madre amorosa quanto spregiudicata di tanti personaggi, senza però mai partorire naturalmente e convolare a nozze con chicchessia.

Do ragione a Virginia, quando afferma che lei è stata la perfetta scrittrice, e non solo in ambito femminile. Teniamo a mente che ha scritto il suo capolavoro quando aveva ventuno anni, l’età di una se stessa, nota nel romanzo col nome di Elizabetta, la quale, però, ci ha provato a sposarsi, e, chissà?!, forse c’è anche riuscita.

Sempre Virginia disse che i suoi personaggi nascono avvolti nel colpo di frusta di una frase che, all’atto di circoscriverli, ritaglia per sempre la loro sagoma.

Questo mi propongo: cercare quegli atti, almeno i principali.

Innanzitutto, cito quanto una celebre scrittrice (ma tale solo ai suoi tempi) disse di Jane: “la più carina, la più sciocca e la più affettata farfalla in cerca di marito che io abbia mai conosciuto”. Il fato ha portato questo paradosso: è solo grazie a quel geniale lepidottero che oggi ricordiamo l’altrimenti negletta Mary Russell Mitford.

Il dramma della famiglia Bennet, composta dai due genitori e dalle cinque figlie, è l’assenza di un figlio maschio, fatto che comporta l’inevitabile trasmissione dei loro beni a un pur lontano parente maschio, contestualmente alla morte del legittimo proprietario, il simpatico e ironico Mr. Bennet (“un così buffo miscuglio di vivacità, di sarcasmo, di riservato e di capriccioso”, mai compreso del tutto dalla moglie dopo “ventitre anni di pratica”, Capitolo I), padre delle cinque figlie, capace di dire:

Ti sta davanti, Elisabetta, una brutta alternativa. Da oggi in poi diventi un’estranea per uno dei tuoi genitori; se non sposi il signor Collins, tua madre non ti vuol più vedere, e se lo sposi, sono io che non ti vorrò vedere più.” (Capitolo XX)

Il signor Collins intende a tutti i costi notificare (tanto da farlo apparire quasi un atto notarile) una dichiarazione a Elisabetta (nella mia edizione il traduttore, morto l’anno in cui nacqui, usa tradurre in italiano i nomi dei protagonisti, ciò che mi permette di differenziare fra Jane autrice e Giovanna, personaggio), al che Elisabetta così reagisce:

Non vada via, mamma. La prego di non andar via. Il signor Collins mi scuserà. Non può avermi da dire nulla che non può essere sentito da tutti. Me ne vado io.”

La mamma, che non vede l’ora di maritare le figlie, non avendo un rampollo maschio, le risponde: “Non dire sciocchezze, Bettina. Voglio che tu rimanga.”

Collins enumera (dopo averli quasi protocollati ad uno a uno), anzi, direi quasi verbalizza i motivi della sua richiesta in moglie:

“… primo, che ritengo sia giusto che un pastore di anime in agiate condizioni.”

“… secondo, che questo aumenterà di gran lunga la mia felicità…”

“… terzo, anche se avrei dovuto metterlo per primo, perché questo è il consiglio e raccomandazione particolare della nobilissima signora che mi onoro di…”

Bettina rigetta con finezza risoluta la formale richiesta e il pastore di anime s’accasa, con nonchalance, con Carlotta Lucas, una sua cara amica. (Capitolo XIX)

Due brevi tratti descrivono bene l’adorabile Mr. Bennet.

Elisabetta deve partire per un breve soggiorno fuori di casa:L’unico dispiacere, per Elisabetta, era di lasciare suo padre…”. Egli “era commosso a tal punto che le chiese di scrivergli e le promise quasi quasi di risponderle”.

Mr. Bennet cerca di consolare l’inconsolabile mogliettina (capitolo XXIII), del fatto che alla sua morte Carlotta sarà padrona di casa: “Non abbandonarti, mia cara, a questi tristi pensieri. Cerchiamo di avere speranze migliori. Lasciami illudere che io possa sopravviverti.” L’idea non era punto consolante per la signora Bennet (donna di intelligenza modesta, di scarsa istruzione e di carattere incerto”, capitolo I) che, nel capitolo XXV così si lamenta: “Lui le fece la domanda si matrimonio in questa stanza e lei l’ha rifiutato. La conclusione di tutto è che Donna Lucas avrà una figlia maritata prima delle mie e che i beni di Longbourn saranno sempre più suddivisi. I Lucas sono dei grandi intriganti…

Orgoglioso e tiratissimo è il match che viene giocato fra Elisabetta e Darcy (“Era giudicato l’uomo più orgoglioso e antipatico del mondo”), con unico spettatore il cugino, il più che irrisorio colonnello Fitzwilliam: “A quella festa non avevo l’onore di conoscere nessuna dama all’infuori di quella della mia comitiva.”

È giusto, nessuno si è mai potuto far presentare in una festa da ballo. Ebbene, colonnello Fitzwilliam, che cosa vuole che suoni dopo? Le mie dita aspettano i suoi ordini.

E poi:

Non ho certo il talento che hanno talunidice Darcydi far conversazione con la gente che non hanno mai vista. Non riesco a mettermi al loro unisono e non so fingere di interessarmi alle loro faccende, come fanno tanti.”

Le mie ditadice Elisabetta, rivolgendosi ancora al colonnello Fitzwilliam,non corrono sulla tastiera con la maestria che hanno molte.” La ragione è semplice: “… ho sempre immaginato che era per colpa mia, perché non mi sono data a pena di studiare. Non è che creda le mie dita incapaci di un’esecuzione migliore.”

Elisabetta è tanto attratta quanto respinta da Darcy, per una malignità colta per caso. Darcy, appena l’ebbe intravista, disse una volta di lei e lei purtroppo, o per fortuna, sentì: “È passabile, ma non così bella per sedurre me, né per il momento mi sento disposto a prendere in considerazione delle signorine lasciate in disparte dagli altri cavalieri.” Chissà, se tale gaffe non fosse capitata, forse non sarebbe stato concepito il capolavoro perfetto. (Capitolo III)

Un bel giorno, anche l’ostentato orgoglio di Darcy crolla all’improvviso. Elisabetta è scossa dall’improvviso squillo del campanello. È Darcy che, agitato come mai, principia col dirle: “Ho lottato invano. Non ci riesco. Non posso impedire il mio sentimento. Deve permettermi di dirle con quanta passione la ammiro e la amo.” (Capitolo XXXIV)

Ogni incontro fra queste due particelle produce molta energia, ma dura sempre poco, essendo troppo intenso, anche quando avviene per via epistolare. Prima o poi, e il lettore comprende che, per (in)determinate ragioni, esso sfocerà nell’esistenza di una nuova particella più modesta (meno orgogliosa), ma assai più duratura: l’inevitabile ipostasi del matrimonio.

Il padre sa conoscere ciascuna delle cinque figlie assai più della moglie: “Che ne dici tu, Maria, tu che sei lo sappiamo una signorina saputa, che legge dei grossi volumi e ne fa dei sunti?”, Capitolo I)

L’orgogliodisse Mariache si piccava di sentenziosità credo che sia un difetto molto comune.” Ed anche:Vanità e orgoglio son cose molto diverse, benché le due parole vengano spesso confuse”. (Capitolo V)

Maria, la media, e Lidia, la più piccola, sono all’antitesi. Maria dice: “Lungi da me, sorella cara, il dispregiare simili sollazzi. Sono sicuramente conformi alla generalità delle menti femminili. Ma confesso che non mi alletterebbero affatto. Preferisco di gran lunga un libro.”

Jane dice che Lidia: “… di queste parole non afferrò una sillaba. Essa non riusciva a dar retta a nessuno per più di mezzo minuto e a Maria nemmeno per quel mezzo…”.

Della quarta sorella, la più che insipida Caterina, che è la minore per importanza, che dire? Jane mostra chiaramente che ella è succube di Lidia, di cui, al massimo, completa i discorsi: “Con queste storielle delle loro riunioni e delle loro burle, Lidia cercò con dei rinforzi dei cenni e delle aggiunte di Caterina, di divertire le sue compagne per tutto il tragitto…

Quando Lidia e Caterina salite in carrozza con tutti le loro spesucce, parlarono, Elisabetta “ascoltò meno che poté”. Il fatto in genere è reciproco.

Le prime due figlie sono giudiziose, avendo preso da un padre scherzoso, ma saggio. La terza figlia dal padre ha ricevuto l’amore irreprensibile e spartano per la cultura e forse nulla più.

Le due sorelle minori hanno preso dalla madre la frivolezza e la sciocchineria.

Sono a Meryton per la seconda settimana, l’ultima in cui resta nei loro pressi il reggimento, così provvido di occasioni, di baldi giovanotti. Le due maggiori continuano a vivere e a mangiare serenamente. Le due minori stigmatizzano tanta insensibilità.

Jane Austen
Jane Austen

Cielo! Che ne sarà di noi? Che cosa faremo?” Andavano esclamando dal fondo amaro della loro pena. “Come fai ancora a sorridere, Bettina?” – Jane non specifica chi delle due minori dicesse questo, tanto è ininfluente. Probabilmente la massima parte del discorso era di Lidia, la minima, le rifiniture insomma, erano di Caterina. I loro affanni erano pienamente condivisi dalla loro “affezionatissima madre…” ella rammenta: “… piansi due giorni di seguito, quando partì il reggimento del colonnello Millar. Mi pareva che mi si spezzasse il cuore.” (Capitolo XLI)

La “Povera Bettinella” tenterà poi di ammonire il padre sulla necessità di impedire una così rapida entropia da parte delle due sorelle, pronte a smorzarsi nel primo matrimonio utile, soprattutto dell’appena sedicenne Lidia, in procinto di partire. Ma lui la prende, al solito con inerte filosofia, fatalisticamente. “Speriamo, dunque, che la sua dimora là le dia una lezione di modestia.” (Capitolo XL)

La frattura tra le sorelle è esemplare e rappresenta uno degli ingredienti maggiori del romanzo.

Le cinque sorelle sono fra loro, non solo moralmente, ma anche fisicamente, separate. Le maggiori sono come due protoni con carica positiva che si stringono l’un con l’altro, alternando i loro quarks alla bisogna.

Maria, a modo suo un’idealista, può essere rappresentata da un più che innocente, anche se un po’ petulante neutrone, indifferente alle sorti del mondo, in grado di filosofare, senza necessariamente realizzare una sua propria vita personale.

Le due infanti, invece, si comportano come due elettroni dalla carica negativa che si allontanano su livelli sempre diversi, donando, dalla loro orbita vanesia, al mondo o accalappiandolo, un fotone, a seconda del caso.

Nella saga scritta da una grande scrittrice inglese dei nostri giorni, Joanne Rowling, son narrate le vicende di un potente ed oscuro mago, il celebre Voldemort, che per assicurarsi la sopravvivenza divide la sua anima in sette horcrux, celandoli accuratamente in luoghi e in esseri diversi. Tale è la norma del buon scrittore, che dev’essere abile nel dissimularsi, per non divergere su di sé l’attenzione del lettore.

Esiste un esperimento famoso nell’ambito della meccanica quantistica, detto della doppia fenditura, che permette di dimostrare, tra l’altro, il dualismo onda-particella. Un fotone per volta viene emesso attraverso una barriera opaca, dotata di due fessure, in direzione di una lastra fotografica, la quale non verrà impressionata in una maniera continua, poiché i singoli punti luminosi si diradano o si ammassano in una maniera apparentemente caotica e casuale, evidenziando frange d’interferenza tipiche di un comportamento ondulatorio. In altre parole, la particella va dove la porta il suo cuore, non sempre dove dovrebbe. La meccanica quantistica può solo individuare una probabilità di traiettoria, mai una certezza. Ogni scrittore, buono o cattivo, si comporta così. Spesso giunge dove non lo si aspetta, mentre lui stesso a volte ignora il luogo dove prima o poi apparirà.

Mischiando giocosamente le due similitudini, io credo di aver capito che parte dell’anima di Jane sia stata condotta principalmente in direzione di Elisabetta e di Giovanna. In maniera più rada anche verso le altre tre sorelle, compresa la sciocca Irene: non era anche lei “la più carina, la più sciocca e la più affettata farfalla in cerca di marito”?

Nella vita familiare dei Bennet succede una mezza tragedia, che va sulla bocca di tutti. Il padre è pronto a partire per risolvere una situazione quasi disperata, la madre è annichilita, le sorelle maggiori sono costernate, Maria filosofeggia amaramente, alla quarta sorella viene minacciata una vita da reclusa, mentre la colpevole se la ride allegramente in una lettera demenziale.

Ma tutto si risolve per il meglio, si fa per dire. Pes ‘na freva e po’ morir, peggio una febbre e poi morire. La coppia novella torna a casa. La birichina è al solito “incorreggibile, imperturbabile, sfacciata, rumorosa e temeraria”. Il marito pelandrone “sempre così seducente”, nonostante lo scandalo procurato. La mamma è commossa. Il papà è risentito. “Elisabetta ne fu disgustata e persino Giovanna ne ebbe un’impressione sgradevole.” Entrambe le sorelle maggiori “si coprirono di rossore, ma le guance dei due che erano la causa della loro vergogna non mutarono di colore.”

Prendo il tuo posto a tavola, sai Giovanna: tu devi metterti un po’più giù perché io sono maritata.” Così dice l’ultima, che è diventata prima, ma solo per paradossale modo di dire. (Capitolo XLI).

Al momento del commiato, la madre è quasi in lacrime, la figlia minore no:

“‘Oh Lidia! mia cara, quando ci rivedremo?’ – esclamò.”

“‘Oh Dio, non lo so! Forse non prima di due o tre anni!’”

“‘Scrivimi spesso, cara!’”

“‘Più spesso che potrò; ma sai bene che quando si ha marito non resta molto tempo per la corrispondenza. Le mie sorelle potranno scrivermi loro. Non hanno altro da fare.’”

Gli addii del signor Wicham furono molto più affettuosi di quelli di sua moglie: si profuse in sorrisi, di occhiate graziose e disse un monte di cose carine.”

“‘È il più bel tipo che abbia mai veduto’ disse il signor Bennet appena furono partiti ‘Sorride, vezzeggia, fa la ruota con tutti. Sono veramente orgoglioso di lui…’”

Risultato della favola? Tre su cinque si sposano, due felici e una mica tanto. Per le rimanenti due non se ne parla affatto.

Il padre quasi chiude il concerto con una delle sue tante battute (la cui sferzante ironia si può cogliere soltanto leggendo l’opera intera): “‘Wickham resta forse il mio prediletto, ma credo che vorrò bene a tuo marito quanto a quello di Giovanna.’” (Capitolo LIX)

Ma il fenomeno più grande è dato per sempre dalla meravigliosa lettura di tutti questi fatterelli, testé accennati, il cui insieme dà l’effetto d’una sonata lunghissima, e terribilmente bella.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, Oscar Mondadori

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: