“Notte dell’inferno” di Arthur Rimbaud, tratto da “Una stagione in inferno”

Le allucinazioni sono innumerevoli. È proprio quello che ho sempre avuto: più nessuna fede nella storia, la dimenticanza dei princìpi. Non ne parlerò: poeti e visionari sarebbero gelosi. Sono cento volte il più ricco, siamo dunque avari come il mare.” – Arthur Rimbaud

Poesie - Arthur Rimbaud
Poesie – Arthur Rimbaud

Le identità convenzionali si scompongono. “Je est un autre”.

Arthur Rimbaud (Charleville, 20 ottobre 1854 – Marsiglia, 10 novembre 1891) scopre come liberarsi dal presente divenuto intollerabile, ne infrange ogni convenzione venuto a capo del grande inganno dell’uomo. La sovversione diventa sistematica, la domanda costante, la ricerca diventa acqua ed Arthur mostra di aver una gran sete.

Così la via breve lo trasporta all’inferno, quella notte all’inferno in cui ingoia la sorsata di veleno, in cui vede la luce e cade nella furia delle voci della mente. La frenesia è totale, le parole sgorgano dal fuoco e la mano del giovane viaggiatore è celere nel trascriverle.

La richiesta di pietà, la paura di non poter più uscire dal fuoco, l’urlo della ragione che cerca l’uniforme solidità, l’urlo dell’Anima che cerca l’Uno.

Una stagione in inferno (Une saison en enfer) è stato pubblicato nell’ottobre del 1873 a Bruxelles, l’opera ha letteralmente creato il mito Rimbaud. Aveva 19 anni e di rientro nella fattoria della madre a Roche, dopo una litigata con il suo amante, il poeta Paul Verlaine, il giovane inizia a scrivere il suo poema in prosa, la sua stagione in inferno, “l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte”.

Di seguito è riportato il testo di “Notte dell’inferno”, si invita il lettore coscienzioso alla successiva lettura di tutto il poema in prosa “Una stagione in inferno”.

 

“Notte dell’inferno”

Ho ingoiato una formidabile sorsata di veleno. – tre volte benedetto il consiglio che mi è giunto! – Le viscere mi bruciano. La violenza del veleno mi torce le membra, mi rende deforme, mi rovescia a terra. Muoio di sete, soffoco, non posso gridare. È l’inferno, la pena eterna! Guardate come il fuoco si rialza! Brucio come si deve. Va’, demonio!

Avevo intravisto la conversione al bene e alla felicità, la salvezza. Come posso descrivere questa visione, l’aria dell’inferno non tollera inni! Erano miriadi di creature deliziose, un soave concerto spirituale, la forza e la pace, le nobili ambizioni, che so?

Le nobili ambizioni!

Ed è ancora la vita! – Se la dannazione è eterna! Un uomo che vuole mutilarsi è dannato sul serio, non è vero? Mi credo in inferno, dunque ci sono! È l’adempimento del catechismo. Io sono schiavo del mio battesimo. Genitori, avete fatto la mia rovina, e voi la vostra. Povero innocente! L’inferno non può colpire i pagani. – E ancora la vita! Poi, le delizie della dannazione saranno più profonde. Un delitto, presto, che io cada nel nulla, secondo la legge degli uomini.

Taci, ma taci dunque!… Qui, la vergogna, il rimprovero: Satana che dice che il fuoco è ignobile, che la mia rabbia è spaventosamente stupida. – Basta!… con gli errori che mi suggeriscono: magie, profumi falsi, musiche puerili. – E dire che io ho in mano la verità, che vedo la giustizia: ho un giudizio sano e sicuro, sono pronto per la perfezione… Orgoglio. – La pelle della testa mi si secca.

Arthur Rimbaud in una foto di Étienne Carjat - dicembre 1871
Arthur Rimbaud in una foto di Étienne Carjat – dicembre 1871

Pietà! Signore ho paura. Ho sete, tante sete! Ah! l’infanzia, l’erba, la pioggia, il lago sui sassi, il chiaro di luna quando al campanile scoccavano le dodici… il diavolo sta sul campanile, a quest’ora. Maria! Vergine Santa!… – Orrore della mia stupidità.

Laggiù, non vi sono forse delle anime oneste, che mi vogliono bene?… Venite… Ho un guanciale sulla bocca, non mi sentono, sono fantasmi. E poi, nessuno pensa mai agli altri. Non avvicinatevi. Puzzo di bruciato, è sicuro.

Le allucinazioni sono innumerevoli. È proprio quello che ho sempre avuto: più nessuna fede nella storia, la dimenticanza dei princìpi. Non ne parlerò: poeti e visionari sarebbero gelosi. Sono cento volte il più ricco, siamo dunque avari come il mare.

Questa poi! l’orologio della vita si è fermato poco fa. Non sono più al mondo. – La teologia è seria, l’inferno è certamente in basso – e il cielo in alto. – Estasi, incubo, sonno in un nido di fiamme.

Quante malizie nell’attenzione nella campagna… Satana, Ferdinando, corre insieme con le sementi selvatiche… Gesù cammina sui rovi porporini, senza piegarli… Gesù camminava sulle acque irritate. La lanterna ce la mostrò in piedi, bianco e con le trecce brune, sul fianco di un’onda smeraldo…

Ora svelerò tutti i misteri: misteri religiosi o naturali, morte, nascita, avvenire, passato, cosmogonia, nulla. Sono maestro di fantasmagorie.

Ascoltate!…

Ho tutti i talenti! – Non c’è nessuno qui e qualcuno c’è: non vorrei sperperare il mio tesoro. – Volete canti negri, danze di urì? Volete che io scompaia, che mi tuffi alla ricerca dell’anello? Lo volete? Farò dell’oro, dei farmaci.

Abbiate dunque fiducia in me, la fede conforta, guida, risana. Voi tutti, venite, – anche i fanciulli, – che io vi consoli, che si effonda per voi il suo cuore, – quel cuore meraviglioso! Poveri uomini, lavoratori! Io non chiedo preghiere; solo con la vostra fiducia sarò felice.

– Pensiamo a me. Tutto ciò non mi fa rimpiangere molto il mondo. Sono fortunato se non soffro di più. La mia vita non fu che dolci pazzie, è increscioso.

Bah! facciamo tutte le smorfie immaginabili.

Decisamente, siamo fuori dal mondo. Più nessun suono. Il tatto mi è scomparso. Ah! mio castello, mia Sassonia, mio bosco di salici. Le sere, i mattini, le notti, i giorni… Come sono stanco!

Dovrei avere il mio inferno per l’ira, il mio inferno per l’orgoglio, – e l’inferno della carezza; un concerto d’inferni.

Muoio di stanchezza. È la tomba, me ne vado ai vermi, orrore dell’orrore! Satana, buffone, tu vuoi dissolvermi, con le tue malìe. Lo esigo. Lo esigo! un colpo di forca, una goccia di fuoco.

Ah! risalire alla vita! Dare un’occhiata alle nostre deformità. E quel veleno, quel bacio mille volte maledetto! La mia debolezza, la crudeltà del mondo! Mio Dio, pietà, nascondimi, mi comporto troppo male!

Sono nascosto e non lo sono.

C’è il fuoco qui che si ravviva con il suo dannato.

 

 

Bibliografia

Poesie, Arthur Rimbaud, Edizione speciale per il Corriere della Sera, Traduzioni di Ivos Margoni e Cesare Colletta, Prefazione di Mario Luzi, 2004

 

One thought on ““Notte dell’inferno” di Arthur Rimbaud, tratto da “Una stagione in inferno”

  1. Chi conosce Rimbaud, non dimentica mai che una piccola parte di Arthur è sempre dentro di noi

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