“I Racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer: entanglement con il Decameron di Boccaccio

(Una nuova e potentissima idrovora made in London)

 

I Racconti di Canterbury
I Racconti di Canterbury

Il “Racconto dello studente” del Frammento IV de “I Racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer è preso, pari pari, dall’ultima novella del Decameron. Ma, in effetti non è così. Chaucer gonfia retoricamente il fatto, diluendone la drammaticità.

È Boccaccio uno scrittore più grande di Chaucer? La domanda sorge spontanea, anche perché il Decameron lo si divora avidamente e, mentre lo si ingerisce, procura dolori e fitte. Come già dissi in altra occasione, il capolavoro di Giovanni è uno dei libri più angoscianti che abbia mai avuto la ventura di leggere. Lo stesso non mi è capitato con l’opera maggiore di Geoffrey.

Nel suo racconto del Frammento V, l’Allodiere premette e ribadisce ripetutamente di non essere all’altezza retorica dei suoi compagni, mentendo clamorosamente, perché poi utilizza tutte le regole scolastiche che affermava d’ignorare, perché non è lui il dotto narratore: è Geoffrey. L’ombra dell’autore serpeggia visibilmente in tutti i personaggi, sia i maggiori che i minori, perché è lui, Geoffrey, il deus ex machina retorica che, pur imitando ora l’uno ed ora l’altro, si appropria delle loro voci.

La cosa vale, evidentemente, anche per Giovanni. È sempre lui che parla, ma egli possiede il dono dell’ammucciamento, cioè sa celare la sua presenza, per ingombrante che sia, come il suo emulo inglese non sa e forse non intende affatto fare. Emulo? Chissà. Geoffrey cita con ammirazione Petrarca, ma mai indica nel grande Certaldese la fonte della sua ricerca letteraria.

In altre e più chiare parole: Boccaccio narra, Chaucer elabora una nuova scrittura da una lingua ritenuta ‘volgare’, sapendo che da essa dovrà nascere una futura grande letteratura. Giovanni (ma anche Geoffrey) onora Dante, come Francesco Petrarca non poté mai, non si sa perché. Ma Geoffrey non sembra neppure conoscere Giovanni nemmeno di nome. Egli mente sapendo di mentire? Non si sa, ma la sua bugia o, meglio, la sua mancata verità ha forse origine nello scopo che egli persegue. A un padre della lingua, serve necessariamente un nonno e qualche zio, ma nella Rùbrica non è tenuto a indicare il patronimico. Non me la sento di condannare la presunta ipocrisia di Geoffrey, sia perché non ci sono prove a riguardo, sia perché essa mi pare connessa al suo fine ultimo: essere il primo a scrivere in inglese con tanta grandezza.

Quando deve celare un trucco, un prestigiatore deve creare il diversivo. Nel caso di Geoffrey essa si chiama “retorica”. Un esempio di essa è “Il racconto del Marinaio” del frammento VII. È qui quasi insopportabile. Ne riporto soltanto l’incipit:

Viveva una volta a Saint-Denis un mercante ch’era ricco e che perciò la gente riteneva saggio. Costui aveva una moglie di eccezionale bellezza, la quale amava dar feste e stare in compagnia, il che costa assai più caro di quanti sorrisi e riverenze si possano fare ai banchetti e ai balli: i saluti e i complimenti passano come un’ombra sul muro, ma guai a chi deve pagare tutto! Povero marito, è lui che deve pagare, che deve vestirci e farci andare in ghingheri. Grandeggiando proprio per suo decoro, mentre noi, tutte eleganti, balliamo allegramente.”

La prima parte del discorso sarebbe potuta essere stata scritta da Giovanni. La seconda è tipica di Geoffrey. Giovanni ogni tanto utilizza la retorica, ma è un’eccezione che talvolta gli capita. Per Geoffrey essa diventa regola necessaria: è la calcina che tiene insieme le pietre che rendono solide le pareti della sua opera. Infatti, egli realizza con i suoi “Racconti” un edificio di rara maestosità, pur non raggiungendo l’altezza dei masti più alti del perfetto maniero concepito e costruito pazientemente da Giovanni. Geoffrey è un citazionista. Ogni autore citato ha la funzione dell’acciaio che dà solidità al cemento armato. L’unico maestro negletto è proprio Giovanni. Geoffrey cita un paio di volte Petrarca, chiamandolo appunto “il mio maestro”, anche se, nella successiva storia di Zenobia, il riferimento d’obbligo non può non essere il sommo certaldese, come pure l’idea stessa di raccolta di aneddoti tragici di incliti personaggi storici e mitologici.

Ciò non significa che Geoffrey sia meno geniale di Giovanni. Il genio non si misura con alcuna metratura. Entrambi sono diversissimi fra loro (nonché nei confronti dei predecessori). Vuol forse dire che gli scopi dei due mastri costruttori erano diversi.

Giovanni sempre era alla ricerca di quella perfezione stilistica che rappresentava una giusta aspirazione in questo mondo così dolorosamente imperfetto. A Geoffrey importava costruire una novella abitazione in cui i suoi successori avrebbero potuto dimorare. Entrambi erano interessati al bello stile, ma nel caso dell’inglese esso era propedeutico alla formazione di una nuova lingua letteraria, che Giovanni già si era ritrovato tra le mani, grazie all’amico Francesco e al “grande poeta italiano, chiamato Dante, che sa dire tutto punto per punto, senza mai fallire una parola.”

Le diverse esigenze hanno determinato risultati eterogenei.

Decameron - Giovanni Boccaccio
Decameron – Giovanni Boccaccio

Boccaccio era lo scrittore “ammucciato”, Geoffrey diventa addirittura un proprio personaggio. L’io narrante, sempre nel frammento VII, si dice impreparato a narrare una storia, avendo in serbo per i compagni solo un paio di ‘lasse’, quelle composizioni in decasillabi tipiche del suo tempo, così variamente e gaiamente rimate, tanto da rendere fuori posto il suo intervento, per cui l’oste, volgarissima figura, lo interrompe a metà della seconda lassa dicendogli chiaramente: “E finiscila, basta, cospetto di Dio!… M’hai talmente stufato con le tue stupidaggini, che, Dio mi benedica l’anima, mi fanno male le orecchie a forza di sentire i tuoi brodolosi discorsi. Al diavolo la tua cantilena! Questa è proprio una rima da cani!

Alle proteste del personaggio-autore, il cuoco continua la sua opera di distruzione:Perdio… se proprio lo vuoi sapere, la tua lercia cantilena non vale uno stronzo! Tu non fai che perder tempo… In poche parole, signor mio, la devi smettere di far rime!…

Al che il pazientissimo personaggio-autore obbedisce e inizia a raccontare un prolississimo racconto raccontato!, il quale, fino a quel punto raggiunge un immane vertice di retoricità. Come si vede, Geoffrey usa anche termini sconci (che dovranno, al pari degli altri, essere impiantati nella tradizione letteraria!), come Giovanni non avrebbe mai osato fare.

Qui, Prudenza, la saggissima e pletoricissima moglie di Melibeo, cita, nel suo interminabile discorso, nell’ordine: Tobia, San Giacomo, Gesù Sirak (presunto autore dell’“Ecclesiastico”), Seneca, Salomone, Tullio (Cicerone), ancora Salomone, due volte, anzi, tre, Tullio ancora, Salomone, Tullio, autori tanto citati che è come assistere a uno sfinente scambio da fondocampo fra due assi del tennis, in cui si inserisce, a sorpresa, Catone, poi Esopo, e ritorna poi Seneca, ancora Salomone, Pietro Alfonso (che era costui?, mah… pare un dotto ebreo), Tullio, Salomone, Cassiodoro, il poco noto senatore, re Davide, ancora Tullio, poi è di nuovo il turno di Catone, di Pietro Alfonso e, infine, l’immarcescibile Seneca.

Il discorso è farcito anche di vari: “Sta infatti scritto...”, “E sta scritto che…”, “Sta scritto infatti…”, “Dice infatti il proverbio…” e, poco dopo, fioriscono sempre nuove citazioni e citazioni e citazioni, dei soliti noti, fra cui primeggia, obviously, la stella di Salomone, ma anche quella di San Pietro, di San Paolo, San Giacomo, San Gerolamo, Sant’Agostino, San Gregorio (Armeno, immagino), Papa Innocenzo (III) e pur anche quella, un po’ timida e fugace, di Gesù Cristo Redentore…

Poche pagine prima la coltissima Prudenza mi aveva inondato di varie similitudini fra il caso in questione (una spinosissima questione di vendetta) e quanto capitò a Giacobbe, che seguendo il consiglio di Rebecca riuscì a…, ma anche a Nabal che dovette la sua vita all’intervento provvidenziale della moglie Abigail… nonché al Re Assuero che si giovò della saggezza e lungimiranza di Ester… e tutto questo perché la donna, come prefigurò ab origine il buon Dio, sarebbe servita all’uomo per l’eternità…

Il racconto si era però aperto in maniera drammatica. Tre antichi nemici, entrando dalla finestra, penetrano nella casa di un proprietario terriero, ne colpiscono la moglie e ne feriscono gravemente la figlia “in ben cinque punti – vale a dire: ai piedi, alle mani, alle orecchie, al naso e alla bocca”, lasciandola per morta, dopo averle offeso i cinque sensi. Ma la giovinetta sopravvive e, mentre viene curata, cessa la storia e ha luogo, dapprima, l’adunanza dei saggi e poscia il dialogo fra il collerico marito e l’acculturatissima mogliettina, la quale di libri ne ha letti, studiati e appuntati davvero tanti…

Il racconto svanisce nel nulla. Dopo una sesquipedalissima peregrinazione fra mille autori citati, la moglie convince il marito a perdonare i felloni, i quali, in extremis, diventano come agnellini, assai grati di non essere sacrificati in nome della Nemesi.

Questo racconto racchiude in sé più inverosimiglianza che in tutto il “Decameron. In certi passi fa apparire leggibile, anzi, quasi gradevole, e forse anche succinto, il famoso ed interminabile monologo di Molly Bloom. Ma, nel caso di Prudenza, il flusso di coscienza occorre soprattutto al lettore.

Portrait of Geoffrey Chaucer (16th century)
Portrait of Geoffrey Chaucer (16th century)

La caduta libera narrativa continua subito dopo, nella novella del monaco, che tale non è, bensì una serie poco emozionante di rii destini di diverse personalità, tutte accomunate da una naturale fortuna poi arsa dall’umana disgrazia. Il primo sventurato è, arditamente, Lucifero, seguito da Adamo, Sansone, Ercole, Nabucodonosor, Baldassare e da altri undici personalità, selezionate apparentemente a caso, fra cui il Conte Ugolino e, per ultimo, il Re Creso. Anche qui lo scopo evidente non è narrare, ma porre le basi di una scrittura.

L’ultimo racconto del Frammento VII è molto gradevole, anche se ancora infarcito di citazioni. Geoffrey parla per bocca del Cappellano della Monaca, e questi per bocca del gallo Cantachiaro (la cui “cresta era più rossa del corallo fino e merlata come la muraglia di un castello” e il cui “becco era nero e luccicava come il giavazzo; le zampe e gli speroni erano aguzzi, le unghie più bianche del fiore di giglio, e le sue penne parevano d’oro brunito”). Poi, Geoffrey-Cappellano della Monaca-Cantachiaro cita Tullio e quant’altri per dire che, insomma, ai sogni premonitori occorre crederci, altrimenti si rischia di fare una brutta fine. Questo ritorno alla narrativa fa molto bene sia allo scrittore che al lettore, ma mostra una volta di più l’alto grado di eterogeneità e di allegra confusione dell’opera.

La prima novella del Frammento VIII narra le gesta di quell’irrecuperabile splendore divino, che aleggia e si pone in antitesi all’oculatissima Prudenza, cioè l’iper-devota Santa Cecilia, la quale provoca in tutti i modi il burocrate Amachio, il quale, poveretto, non può fare a meno di farla trucidarla dai suoi scagnozzi. La storia è bella perché è corta. Almeno per quanto mi riguarda, il lettore qui limita al minimo il cordoglio per questa nefasta e santa fattucchiera, la quale era senz’altro ispirata dallo Spirito Divino! In ogni caso, Geoffrey improvvisamente recupera l’attenzione di chi legge. L’assurda storia è (abbastanza) degna di Giovanni.

Ma si prosegue ora nella lettura.

Con qualche raccontino… bene!

Ma è solo una pia illusione. Mo’ s’appressa a prendere la parola il Parroco, tra l’altro richiesto vivamente dall’Oste, che forse non sapeva a cosa sarebbe andato incontro. Si tratta dell’ultimo, venerabile e, per tanti versi, esecrabile nonché super-logorroico Frammento, il X, per tutto il quale l’ecclesiastico non narra, ma istruisce l’assemblea di fedeli del significato della contrizione, della confessione e della successiva penitenza. Il frammento non è affatto angosciante, ma semplicemente odioso. Tra l’altro, anche l’odio, figlio dell’ira, è presente fra i peccati più, appunto, odiosi. Ma il peccatore non va detestato: dev’essere soltanto aborrito, deplorato, biasimato, riprovato, disprezzato e, finalmente, condannato.

Decine di capitoletti a parte sono dedicati ai sette peccati capitali, con tutte le loro nefande discendenze.

E qui fantastico un po’ su quegli eterni monelli boccacceschi di Bruno e Buffalmacco che, nel leggere il frammento, non potrebbero che fare marameo al dottissimo sacerdote, cercando al contempo di intortarlo in qualche maniera. E ci sarebbero senz’altro riusciti.

L’opera di Chaucer finisce con un penoso mea culpa, in cui, secondo la tradizione, l’autore chiede perdono per le proprie eventuali cadute e pervertimenti involontari.

Amen!  

Confronto per l’ultima volta l’opera di Giovannino e di Geoffrey.

La prima è angosciante, la seconda no, ma a volte, spesso, sa essere noiosa e quasi illeggibile.

Nella novella della prima, una selva di personaggi ne combinano tante ma tante. Negli scritti del secondo si narra poco e si dice tanto ma tanto.

Nel “Decameron” ci sono sette donne e tre uomini, della cui vita si sa poco. I vari ‘dicitori’ dei “Racconti” sono identificati, in genere, col loro mestiere: Cavaliere, Mugnaio, Fattore, Cuoco, Commissario di Giustizia, Frate, Cursore, Studente, Mercante, Scudiere, Allodiere, Medico, Indulgenziere, Marinaio, Madre Priora, Monaco, Cappellano della Monaca, Garzone del Canonico, Economo, Parroco. Si tratta di un ‘bestiario’ di varia umanità e condizione sociale.

Giovanni cita di rado gli autori sommi che l’hanno preceduto. Geoffrey ogni tanto non cita qualcuno (e questi sono i suoi passi più belli).

Nel caso di Giovanni, di sovente i personaggi disonesti sbeffeggiano i tonti e se la godono fin ben oltre la fine. Nel caso di Geoffrey non è mai così. La volpe, che attira con l’astuzia e sta per sgozzare il gallo, rimane alla fine a bocca asciutta.

Il “Decameron” è un libro perfetto, composto da una cornice che inquadra cento racconti finemente cesellati da dieci narratori in dieci giornate, rintanati ermeticamente all’interno di una villa accogliente e salvifica e da cui usciranno solo allorché potranno.

Geoffrey Chaucer
Geoffrey Chaucer

I Racconti di Canterbury” è un ammasso di testi squisitamente imperfetto, concepito e composto in tempi diversi, in alcuni casi (come nel suddetto Frammento X) vari anni prima della sua composizione finale, più volte rimaneggiata, ampliata e raccorciata.

Tutto nacque quando forse Geoffrey ancora non sapeva che sarebbe diventato il padre della lingua letteraria inglese, ma di sicuro lo auspicava di già. E i suoi personaggi-narratori vagano nella campagna inglese, in pellegrinaggio devozionale, ma per nulla indifferenti al mondo esterno.

Il “Decameron” è un libro di deliziose e terribili novelle. “I Racconti” è un libro-buco nero in cui è entrato di tutto.

In Inghilterra le classi colte parlavano il Francese. Ai tempi di Giovanni, e per lunghi secoli, vigeva il latino.

Giovanni vuole fondare un nuovo genere: il romanzo. Geoffrey ha un’altra cogenza: utilizzare una lingua che fosse comprensibile al popolo.

Giovanni accuratamente sceglie e distingue. Per Geoffrey ogni cosa è degna di essere scritta.

E l’idraulico Chaucer è stato capace di costruire una potente idrovora capace di attirare e dividere le acque bianche dalle nere. E in questo è sia antico che moderno. Anche oggi la scrittura appare come un ammasso difforme, per cui pochi autori cercano una purezza che forse non è mai esistita se non nei loro intenti. Esempi di tale disorganicità ce ne sono tanti, ma il più grande fra tutti rimane forse… Mi vergogno di dirlo… Per cui lo proclamo. È il mio infinito maestro Borges!

E a noi lettori, ormai, non resta poi che innaffiare il nostro proprio e grazioso orticello!

 

Written by Stefano Pioli

 

 

Bibliografia

I racconti di Canterbury, di Geoffrey Chaucer, Mondadori

 

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