“Nelle stanze della soffitta” di Tahereh Alavi: trovare il giusto equilibrio fra le proprie radici e il nuovo modello sociale di riferimento

“Nelle stanze della soffitta” di Tahereh Alavi: trovare il giusto equilibrio fra le proprie radici e il nuovo modello sociale di riferimento

Set 2, 2019

“In quel periodo mi sentivo profondamente nazionalista e tendevo a giudicare ogni persona attraverso la sua nazionalità. Finché un giorno conobbi una ballerina. Era nata in Giappone da genitori coreani, ma era cresciuta negli Stati Uniti e disponeva anche di un passaporto canadese. Mi raccontò di essere andata in Arabia Saudita solo per imparare la danza del ventre e di esservi rimasta per dodici anni. Ora si trovava a Parigi e, avendo sposato un francese, si considerava, anche solo per metà, una cittadina di questo paese. Finalmente un giorno, di fronte alla mia insistenza sul chiarire la vicenda della sua nazionalità in modo che io potessi regolare la mia posizione nei suoi confronti, fece spallucce e mi disse serenamente: Io sono io, tutto qui.”

Nelle stanze della soffitta

Nelle stanze della soffitta

Chi pronuncia queste parole è la protagonista del romanzo “Nelle stanze della soffitta” dell’iraniana Tahareh Alavi, pubblicato in Italia da Francesco Brioschi Editore per la collana Gli Altri.

Non sapremo mai il nome della voce narrante, quasi che conoscere la sua identità sia un elemento superfluo nel contesto della narrazione. Ciò che sappiamo è che la protagonista è una giovane donna iraniana, arrivata a Parigi per studiare medicina, esaudendo il desiderio di suo padre. Uno studio che però non verrà mai preso sul serio in quanto soppiantato dall’amore per la letteratura, materia che diventerà il suo reale oggetto di approfondimento.

Le vicende narrate si svolgono prevalentemente all’interno di un condominio, situato in un non meglio identificato quartiere parigino, che rappresenta un microcosmo multietnico, dove si intrecciamo le vite di un afghano, di una giovane indiana, di una rumorosissima e numerosa famiglia africana, di un americano reduce dalla guerra in Vietnam.

Una umanità varia che si interfaccia con la nostra protagonista, che nel suo slancio di generosità è sempre pronta a dare una mano, anche solo prestare ascolto, a chi ne ha bisogno. È tuttavia un atteggiamento contrastante quello che l’iraniana ha nei confronti dei suoi coinquilini di cui spesso si trova a criticare usi, abitudini, comportamenti e persino i silenzi.

La ragazza per mantenersi all’università e pagare l’affitto accetta un lavoro che inizialmente le procura imbarazzo e ribrezzo: quello di lavamorti presso un obitorio musulmano.

Ero disoccupata da tre anni. Avevo fatto lavori stagionali. Ogni anno, per Pasqua, andavo al sud, al mare, per fare la tata. Durante le vacanze invernali invece andavo al nord, in montagna, per fare la baby sitter a un altro bambino. All’obitorio il mio compito era soprattutto quello di assistere la lavamorti. Quell’impiego, per quanto spiacevole e disgustoso, aveva un pregio: non era stagionale. La gente non moriva solo in un particolare periodo dell’anno, per fortuna veniva a mancare in maniera abbastanza costante, il che, fino a quando non avesse riguardato me personalmente, mi conveniva”.

Un lavoro che non incontra i favori dei suoi familiari, per i quali dare del lavamorti a qualcuno equivale a un pesante insulto. Eppure, dopo l’inziale e naturale difficoltà, quel mestiere diventa per la protagonista un elemento identitario, un suo modo di porsi nel mondo, qualcosa che le appartiene in esclusiva, sebbene si vergogni di parlare con gli altri del suo lavoro.

Perché “Essere qualcosa è davvero faticoso” ammette la protagonista, in cerca di un suo personale posto nel mondo. Questa sua ricerca identitaria si compirà proprio nell’incontro con gli altri, siano essi i suoi variegati coinquilini, sia il datore di lavoro. Un percorso che risulta condizionato inevitabilmente dalle differenze culturali. Emblematico al riguardo il passaggio in cui la ragazza cerca di spiegare al padrone di casa che afghani e iraniani non sono la stessa cosa, pur avendo una religione in comune e una lingua non molto dissimile.

Tahereh Alavi

Tahereh Alavi

Le parole sono identiche, la grammatica è identica. Ciò vuol dire che avete la stessa lingua, la stessa religione. Anche le vostre tradizioni sono identiche, quindi in realtà siete connazionale. Potreste essere tutti e due afghani o tutti e due iraniani. Non fa differenza” e ancora “Mi chiedevano: L’Iran è lo stesso dell’Iraq? E vai a spiegarglielo! Per alcuni eravamo afghani e per altri arabi. E anche noi stessi eravamo troppo confusi e presi da mille problemi per poter pensare alle nostre radici e alla nostra provenienza”.

Tutto ciò non la aiuta di certo a ricomporre il puzzle della sua identità nel contesto multiculturale della metropoli francese. Tuttavia sarà proprio quel multiculturalismo il terreno fertile che le permetterà di essere sé stessa e di trovare la sua strada.

L’autrice, Tahereh Alavi, è una esperta di letteratura per l’infanzia, e con questa opera si cimenta in un romanzo di formazione dove si intrecciano elementi soggettivi legati alla ricerca identitaria della protagonista con elementi generali legati invece alla condizione tipica dell’emigrante, dello straniero che vive in un paese diverso dal proprio dove deve trovare il giusto equilibrio fra le sue radici e il nuovo modello sociale di riferimento.

 

Written by Beatrice Tauro

 

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