“La stagione delle prugne” di Patrice Nganang: in guerra le vittime si calcolano a centinaia, a migliaia, a milioni

“La stagione delle prugne” di Patrice Nganang: in guerra le vittime si calcolano a centinaia, a migliaia, a milioni

Ago 26, 2019

La Storia è una puttana, e ognuno se la scopa a modo suo” è la frase che muta irrimediabilmente la reazione che ho avuto fino a quel punto (inizio del terzultimo capitolo) della lettura del libro.

 

La stagione delle prugne di Patrice Nganang

La stagione delle prugne di Patrice Nganang

Patrice Nganang è uno scrittore sui generis, oltre che un giornalista e un coraggioso critico del regime del suo paese. Persona degnissima e quasi temeraria. Certamente. Ma la sua scrittura non mi stava appassionando molto. Fino a quell’affermazione, però… dopo di cui, sono tornato indietro con una lapis smozzicata in mano e ho cominciato a segnare alcuni passi, soprattutto quelli confidenziali.

Per farti capire cosa intenda, caro (ipotetico) lettore, ora lo imito un po’. Devi sapere che, nell’ultima riga del decimo capitolo e all’inizio di quello successivo (1941), il nostro prode scrittore scrive: “No, la Storia va avanti”, e poi, nella pagina seguente: “La storia va avanti, sì, per le sue vie”.

Quello che mal sopportavo del suo stile ora lo sto tentando di scimmiottare: “Conclusione: Delarue era pacifista.” (cap.5:1942). La frase è chiaramente rivolta a me e a chiunque stia leggendo il libro. “Ebbene sì. Le donne di Ngo Bikai avevano preso in mano la gestione del matrimonio.” (inizio del cap.7). “A proposito di Francesi e delle loro faccende…” (inizio cap.9:1942) e qui Patrice comincia una delle sue solfe. “A centinaia, a migliaia – che dico, migliaia?, quarantamila?” (seconda pagina del cap.13:1941); “Non insisto sulla cerimonia in chiesa…” (cap.6:1942), “Caro lettore, avrai ormai capito che l’inchiostro Bic che serve a scrivere le leggende si esaurisce sempre troppo presto, quando la storia è appena cominciata” (cap.17:1941). “È vero, lo ammetto…”, inizio cap.4:1942.

Due sue citazioni:Se vi interessano, vi rimando a Le general Leclerc vu par ses compagnons de combat, Parigi, Edizioni Alsatia, 1948, pagine 34, 47, 61.” (fine cap.9:1941); “‘Dal momento che l’inverno dei Vosgi comportava rischi per lo stato di salute dei neri’ − scrive nelle Memoires de guerre, volume 3 pagina 33 ‘inviammo a sud i 20.000 soldati originari…’” Qui (cap.3:1942), Patrice cita il non eccessivamente amato De Gaulle e il suo scagnozzo in Africa, Monsieur Leclerc. E così faccio io con lui, tanto che, alla fine, la mia reazione me la scriverà quasi interamente lui.

All’inizio del cap.19:1942, l’autore descrive in modo icastico un atto sessuale, ma poi aggiunge: “Ma per quelli che in un romanzo non vogliono leggere particolari del genere, ci limiteremo a dire che…”: il plurale maiestatico, dai, non stona mai in questi casi… Nella pagina successiva, scrive: “Con calma, caro lettore, capisco che…”.

E poi ne era passata di acqua sotto i ponti! L’unica vera maestra è la Storia”. (fine del cap.20:1942). “Si vede che sono arrabbiato?”, aggiunge due pagine dopo… e, di lì a poco: “Che avreste fatto voi al posto suo?Al lettore viene chiesto qui d’inserirsi quasi fisicamente nella storia.

Boccaccio non l’avrebbe mai fatto. Ma dal Trecento ad oggi tanta Storia ha avuto modo di scorrere in quell’orrido letto fluviale e tant’acqua n’è tracimata… La Storia è una serie malefica di esondazioni (questa frasetta è mia)…

Alla fine del capitolo e per tutto il successivo, Patrice offre a me (anche a te, se lo vuoi leggere; ma, ti prego, non prenotarlo via internet, per rispetto a Patrice, va’ a comprarlo nella prima libreria scalcagnata, di quelle con gli scaffali di truciolato!), ci offre, ti dicevo, tre ipotesi sulla morte del caro (tale per me che lo conosco fin dalle primissime pagine e che l’ho visto combattere prima sul ring e poi col fucile e l’ascia in mano) taglialegna Hebga.

Lo scrittore, fino a quel punto, era sempre presente sulla scena (occorsa circa trent’anni prima della sua nascita). Ora lui, si dimentica (o finge?), per ‘sto capitoletto, della sua prodigiosa onniscienza e lascia che il lettore scelga l’epilogo preferito, tra i tanti passati immaginari, oppure che accetti tutte e tre le fattispecie, col beneficio d’inventario.

Patrice ci lascia liberi sulla questione. E non è poco! Questo, né Hugo, né il suo irriducibile antagonista, Tolstoj, l’avrebbero mai concesso… Ogni tanto mi immagino che i due big citati, riuniti finalmente nell’al di là, discutano per l’eternità, magari di fronte a una bottiglia di cognac, no, stavolta l’ha spuntata il vecchio Lev, davanti a un barilotto di ottima vodka, vegliardi litigiosissimi, com’è loro costumanza, sull’eterno quesito: “Napoleone: grand’uomo o miserabile?

Beh, torniamo a Patrice, che afferma: “e su questo siamo d’accordo” e, come chiusa del medesimo capitolo: “Per quanto mi riguarda, in qualità di narratore, non mi sono lasciato fregare dalle sottigliezze di Fouret. Nonostante che raccontasse dal punto di vista del sopravvissuto. Spero che lo stesso, caro lettore, valga per te. Ma adesso cambiamo argomento.”

Nel ventitreesimo capitolo (1942), Patrice tenta di risolvere matematicamente il problema della Storia, utilizzando un insieme di variabili aleatorie. Ma fallisce nel tentativo (com’aveva lui stesso previsto) e termina col dire: “Va bene, ma cambiamo argomento.” Del resto l’aveva ammesso poco sopra. “… la visione della Seconda guerra mondiale e della liberazione della Francia dipende in primo luogo dalla nazionalità del superstite. Ora si dà il caso che io sono camerunese”.

L’inizio del capitolo successivo è per me la parte più significativa del libro. Per dissentire o approvare, caro lettore, non hai che d’accattarlo. Ne vale la pena, credimi. Tra l’altro io sono italiano e non provo un’eccessiva simpatia per i cuginastri d’Oltralpe (intesi come politici, mentre amo profondamente i suoi autori) e ho sempre provato un’insana repulsione per la figura di De Gaulle, protagonista subdolo quanto indesiderato del tuo tragico romanzo. La sua grandeur fu fondata su una sconfitta senza condizioni. Egli fu il più tenace fra i perdenti della Storia, regalando in tal modo geniale la vittoria ad un paese ch’era stato ridicolmente umiliato dai nazisti.

Dimenticavo: oh, non è che noi italiani siamo granché migliori!

Una frase stupenda:Sapete, il deserto funziona un po’ come la memoria: le storie non esistono se nessuno le racconta. Puoi fare quello che ti pare, ma se non si parla di te non sei nessuno.” E, ancora più efficacemente, quasi subito dopo: “Non chiedete alle dune di raccontare le battaglie che hanno visto combattere; non chiedete al sole…”. E, poco oltre, c’è la frase con cui inizio la mia nuova reazione. Quella scritta qui, perché quando si legge là, su un divano spelacchiato, si reagisce a caldo. Ma se poi non lo si scrive, quel calore svanisce.

Patrice Nganang

Patrice Nganang

Mi fa sorridere, caro Patrice (ma come me lo spieghi il tuo francesissimo nome di battesimo?), a proposito, mi presento, mi chiamo Stefano, piacere!, tu, Patrice, mi fai veramente spanciare dal ridere quando scrivi che qualsiasi taxista di Yaoundé dirà “che la guerra dei francesi in Africa è tutt’altro che finita”. Gli stessi tassisti poi: “Ti chiariscono come mai i giacimenti minerari dell’Africa francofona siano in mano agli ex coloni, mentre i paesi africani di lingua francese restano i più poveri del continente.” “Ma su una cosa concorderà qualunque camerunese: De Gaulle non sarebbe stato nessuno senza il Camerun. E soprattutto, sì, soprattutto: ‘La Francia non sarebbe niente senza l’Africa.’”; e “qualunque tassinaro intellettuale può confermare”. “La Storia la scrivono i vincitori. Ed è un peccato che i libri, quando scelgono la foto dei vincitori della Seconda guerra mondiale, non tengano conto dell’opinione dei tassinari.”

Intanto la Storia va avanti…(inizio del penultimo capitolo).

Per me la storia di ognuno di noi è una ruota sgangherata che gira, a cui siamo stretti con dei legacci immondi, mani e piedi, e da cui non ci si può liberare. A volte si rotola da soli, in coppia, o in cinque o in sei. A volte in molti di più. E queste trappole, che volteggiano secondo logiche astruse, vanno a sbattere l’una contro l’altra, come succede con gli autoscontro del lunapark. Poi, in caso di guerra, la Storia si fa enormemente più rutilante. Nel romanzo, quattro teneri ragazzetti diventano fucilieri per caso, piroettano nella stessa gabbia e poi fanno la fine delle prugne, uno appresso all’altro. In guerra le vittime si calcolano a centinaia, a migliaia, a milioni. In ogni caso, prima o poi, in guerra e in pace, accade lo scontro fatale, per cui è buona filosofia rimandare il più possibile l’evento.

Quasi agghiacciante è il dialogo fra Pouka, il poeta che sognava il cenacolo letterario, e Um Nyobè, scrivano come lui, un burocrate integrato insomma, nell’ultimo capitolo, che afferma: “In un mondo senza vittime non c’è paradiso” e “un mondo senza paradiso è il terrore, mon cher ami”. “Ma forse il colonizzato non vive nel sistema coloniale che lo opprime? Come tutte le vittime, volente o nolente, si trasforma in parassita”.

Orbene, caro lettore di nome Patrice, o di nome Riccardo, sappi che il secondo fra voi due mi disse di aver letto il romanzo del primo con un affetto e trasporto (non ricordo le esatte parole) che non provava da tempo e che, poiché lo stava per terminare, già ne sentiva la mancanza. Riccardo è una persona che stimo e che, per buona parte del libro, non ho maledetto, ma solo perché è quasi un fratello per me, ma, invero, dentro di me, mi e gli dicevo: “Disgraziato, stavolta mi hai davvero fregato!

Mi ero informato sull’opera e avevo letto che in uno sperduto villaggio del Camerun, un certo Pouka aveva organizzato un cenacolo letterario fuori dal tempo e dallo spazio (leggi: fuori dalla Storia), in cui si discettava sui grandi autori francesi che io tanto amo, soprattutto dei simbolisti, di cui l’insuperabile Arthur (ex commerciante d’armi e forse anche di schiavi) è il mio Nume tutelare (da quarant’anni come minimo)! Per cui me lo son fatto acquistare da una congiunta.

Invece, il tuo spiacevolissimo libro non solo sprofondava nella Storia, ma mi sbatté al fronte, all’improvviso, insieme a quattro tapini, agnelli destinati al sacrificio, fra cui un ex pugile armato di ascia, diventati (al pari di me, poco spontaneamente) fucilieri di quel De Gaulle, gran figlio di De Gaulle, che tanti inganni disperse nel globo terracqueo… Maledetto!

De Gaulle è il cancro, un cancro nella storia del paese, e i fucilieri sono pedine, semplici metastasi. Non te lo dimenticare mai. Per de Gaulle, un fuciliere non può essere un criminale, perché è innanzitutto un resistente. Ma se ad esempio tu, Um Nyobè, facessi resistenza contro di lui – magari in clandestinità, proprio come fa lui adesso –, tu non saresti mica un resistente. Saresti un criminale.” (cap.1:1942)

Sic transit gloria Africae.

Alla fine, ti ho perdonato, Riccardo mio, perché il libro mi ha dato questo breve e forse inutile scritto. L’importante, per me, è che sia stato scritto…

Merci, Patrice!

Thank you, dear author!

Vielen Dank mein Freund!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

La stagione delle prugne” di Patrice Nganang, 66than2nd, 2018.

 

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