“I pilastri della terra” di Ken Follett: finché c’è devastazione umana, c’è redenzione

I pilastri della terra” (Mondadori). Ecco un libro, mi dicevo solo pochi istanti fa, di cui non scriverò mai nulla, perché tutto ha già scritto il vecchio Ken. E nulla vi è da aggiungere. Infatti…

I pilastri della terra
I pilastri della terra

Il libro è denso di ogni cosa. È un corpo così compatto che ogni particella, per giungere a destinazione, deve affrontare mille e un avvenimento, non potendo però evitare di andare a infrangersi contro una propaggine, non casualmente adibita al compito di bloccare il suo tragitto.

Ho amato o, meglio, ho subito una forte infatuazione per la tecnica di Ken, che è ricca, senza essere sovraccarica, è fine, ma non scevra di parolacce, che è portatrice di idealità, ma non è priva di particolari scabrosi, che è ben indirizzata dal punto di vista etico, ma è al contempo contaminata da una miriade di animaletti infettivi e assai perniciosi.

Il corpo del libro è siffatto: v’è una miriade di personaggi, alcuni buoni, altri meno, altri nobili, altri ignobili, altri ancora onesti che di più non si può, altri senza infamia e senza lode. Sono innumerevoli astri che girano affamati di vita all’interno di un circuito complesso, che in fisica si definisce campo gravitazionale. Ognuno ha il proprio percorso da seguire, si ignora quanto ineluttabile, né si è certi che qualche nume lo possa sapere con certezza. Questo solo si può affermare: che va fino a che possiede una briciola di energia.

Si tratta di energia cinetica, che viene, quando meno te l’aspetti, inglobata da un altro corpo, che l’acquisisce come propria. Del corpo che la deteneva nulla ormai è rimasto per attestarne l’esistenza. Egli non esiste più. È stato fatto fuori dalla vita. È solo in essa che si trova la ragione della propria morte. Quest’ultima assolve a un sacro compito: trasformare e riciclare energia. La guerra non è la sola igiene del mondo: qui è rappresentata come l’unica logica sensata. Finché c’è devastazione umana, c’è speranza di redenzione.

Il romanzo abbonda di tutto. La sua forma è estremamente variegata, i suoi gradi di libertà innumerevoli. Come non si può costruire una cattedrale senza una cava di pietra, similmente non si può tessere l’orrido ordito della storia senza i cadaveri di mille eroi e di centomila pusillanimi. Il padre di Aliena e quello di Jack devono sparire perché il loro simulacro d’uomo non serve più. Altri simulacri sono apparsi all’ombra degli eventi, dei villaggi e delle foreste. Il maestro muratore Tom cessa ogni sua funzione allorché non serve più ma, anzi, danneggia, con la sua inutilità, il prosieguo degli eventi. Suo figlio Alfred può sostituirlo degnamente (ma qui nulla è veramente degno di esistere o non lo è). Anch’egli, però, prima o poi…

I protagonisti della storia, buoni o cattivi, belli od orrendi, santi o delinquenti, sono come quelle stelle doppie che, intorno al medesimo centro di gravità, distorcono l’atmosfera della propria antagonista, rubandole o conferendole del materiale: l’iniquo William e l’ambizioso Richard, un Priore come pochi, di nome Philip e un Vescovo, perfidissimo, di nome Waleran, il re Stefano e l’imperatrice Matilde (che si sottraggono l’un l’altra tanta materia, fra cui, a seconda dell’evento, l’efferato William e il subdolo Waleran).

A volte le stelle sono multiple: Jack, Alfred, Richard e William, ognuno di loro, positivo oppure no, è affamato delle risorse altrui. In alcuni casi una Stella nuova, Ellen ad esempio, divora quasi inconsapevolmente l’anima di Agnes, che libera, morendo, una particella il cui nome è Jonathan, il quale, nascendo, stronca, inavvertitamente, la vita materna, e viene poi abbandonato da chi non può più trarre né donare energia, ridotto ad un precoce annichilimento, finché non troverà il priore Philip e Johnny Otto Pence, forse il più inutile fra tutti i frati (per il resto del mondo, ma non per il pargolo, per cui egli è il dato energetico essenziale che gli permette di crescere di massa).

A volte, per cambiare il mondo, basta solo una deviazione infinitesimale di un fotone, oppure un piccolo e doppio e spaventevole stupro, oppure un incendio doloso combinato da un ragazzino, oppure un massacro di cavatori, o un ben più terribile incendio del mercato della lana a Kingsbridge, o un accidentale diluvio che distrugge il villaggio di Monksfield).

Per il crollo del tetto della cattedrale, c’è chi incolpa la malvagità umana, o la sua stupidità, o l’ambizione sfrenata di un ecclesiastico, o l’ideale di un uomo giusto, o l’orrore dell’umana condizione: “Nessuno sapeva perché era crollata la chiesa… Alcuni dicevano che Alfred non sapeva fare il mastro costruttore. Altri rimproverano a Philip l’eccessiva fretta di far completare la volta per Pentecoste. Alcuni muratori sostenevano che…”.

In realtà è sempre colpa sua, del suddetto fotone, la particella che crea la diversità, senza il quale un pugno dato allo stomaco uscirebbe dalla schiena. Ed è sempre l’ultimo bicchiere che dà la balla. Ed è l’ultima macchina che arranca, spensierata, che fa crollare un ponte. A volte può bastare appena una derelitta bici. E poi bum! Bum! E ancora, per l’ennesima volta, Bum!

Ma forse è tutta colpa dell’entropia universale, tremenda alleata del fotone, nemica giurata della gravità, a dettare la sua legge assassina. Per quanto due particelle (Philip e il fratello Francis, o Jack e Aliena, o ancora Jack e Alfred, o anche, in fondo, tutti gli altri) siano correlate, prima o poi, una di esse abbandona il campo, lasciando la sua consorella vedova e moritura.

L’entropia diversifica e riduce al minimo.

L’attrazione cosmica annichila.

La scelta di noi omarini è ridotta a questo.

E noi folli crediamo che la Storia ci proteggerà di fronte all’infinito Nulla.

Ken Follett
Ken Follett

Cerco ormai soltanto la consapevolezza dell’imminente annullamento delle nostre miserande ambizioni. Cosa resterà della cattedrale di Palermo, di quella di Monreale e di quella di Cefalù, quando accadrà quel nulla che mai avverrà? Esso sarà e basta. E noi non più.

Follett è lo Zola dei tempi nostri, e il suo immenso libro va letto e basta. Ma si sappia che, alla fine di esso, sebbene tanti fenomeni spaziotemporali siano occorsi, nulla è definitivo. Pronto, per chi lo vuole, c’è il secondo campo gravitazionale che ingloba il primo e, per chi non demorde, ce n’è un terzo che presto incombe.

Ma attenti: il quattro è già in agguato.

Il tomo di mille e più pagine mi ha preso davvero tanto, ma m’ha divorato tanta di quell’energia che per un anno o due sarò costretto alla ricarica. Ma terrò sempre a mente che la Storia è un crogiolo fetente, dove tutto si mischia. I greci furono barbari e i barbari furono greci. I nefiti furono lamaniti e viceversa, almeno nella devozione all’Elohim. E i guelfi bianchi furono quasi ghibellini.

Il dubbio che amerei trasmettere all’amico Ken è il seguente. Chi sovrasta tutto quest’amorale bailamme? Dio che gioca a dadi col cosmo e che forse bara, o l’incertezza della materia che fece tanto discutere menti eccelse? Io non lo so, ma dicono che, nell’aere ci siano (senz’esistere compiutamente) quasi infinite o forse solo innumerevoli particelle così dette virtuali che creano ogni forma di realtà. Ragion per cui non v’è differenza alcuna fra scrittore, lettore, libro, trama, personaggi maggiori e minori (vecchio sogno di Borges), perché ognuno di quest’imperfetti agenti di tali particelle è il figlio, nonché l’ignaro genitore.

Io non credo, ma spero, cioè tendo verso l’osservazione, augurandomi di essere parte dell’osservazione. D’altronde la meccanica quantistica lo dice, per quanto un po’ incertamente: osservando un ente lo si muta, nel creare l’ennesimo entanglement.

Carissimo Ken, ho amato il gioco intricato che hai costruito, ma molto di più la ricchezza dei particolari, e non intendo quelli, assai istruttivi, delle singolari condizioni di vita del XII secolo, ma quelli che scaturiscono dalla tua capacità piscologica, per cui sai interpretare, come solo un visionario è in grado di fare, l’anima di ciascuna maschera, di ciascuna persona.

Un esempio per tutti:Per un momento Philip dimenticò la tensione e represse un sorriso nostalgico”. Per quell’attimo io fui dentro Philip e fui a lui correlato, come ad un gemello da sempre conosciuto.

Ma tu non mi convinci, mio caro. Tu racconti storie (questo non lo puoi certo negare). Tu credi che tutto il male non solo non viene per nuocere, ma è necessario per edificare, perché, come tu ben racconti, quel cattivone di William, la più orrenda delle tue creature, per cui ti sei maggiormente adoprato a descrivere profonde bassezze e somme atrocità, rivedendo la sua prediletta vittima, la nobilissima Aliena, pensa che: “Aveva rovinato il padre, l’aveva violentata, le aveva tolto il castello, le aveva bruciata la lana e aveva costretto suo fratello all’esilio; ma ogni volta che l’aveva schiacciata, Aliena era risalita…”.

Questa è la mai accertata Provvidenza che, secondo un tuo illustre e italico predecessore, che la cita 22 volte nel suo romanzo storico più famoso, guida gli umili verso la loro ‘meritata’ felicità. Tu non la nomini mai, ‘sta ambigua strega, ma essa è la vera protagonista di quest’opera, dove tutto può accadere, anche che un vecchio peccatore si redima all’ultima sua occasione per farlo, salvando così la vita al suo peggior nemico. È il trionfo non tanto del buon sentimento, ma dell’agone escatologico.

Alla fine i buoni (anche se non tutti) si salveranno, ma fino a quando?

Il tuo è un idealismo che non si può non amare, anche follemente. Ma che non regge alla prova dei fatti. Jack voleva edificare una cattedrale che sarebbe durata fino alla fine dei tempi. Bel sogno, davvero, ma irrealizzabile.

È una dura legge di quest’economico cosmo: perché qualcosa sorga (mai dal nulla), qualcos’altro, senz’alcuna distinzione fra bello, brutto, buono, cattivo, santo e schifoso, deve inevitabilmente cessare, restituendo così, alla nuova vita, tutta intera, la propria caduca sostanza!

 

Written by Stefano Pioli

 

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