“Le due città” di Charles Dickens: l’essere straniero in una terra in cui hanno liceità di esistenza solo i cittadini residenti

“Le due città” di Charles Dickens: l’essere straniero in una terra in cui hanno liceità di esistenza solo i cittadini residenti

Lug 5, 2019

Cosa mi rimane della lettura di Le due città(“A tale of two cities”) di Charles Dickens?

 

Le due città di Charles Dickens

Le due città di Charles Dickens

Nella ponderosa fattispecie, il lettore deve barcamenarsi tra tantissime cose, ridondanze infinite, dialoghi interminabili e descrizioni quasi infinitesimali, etc etc… ma qui ed ora mi resta sul gozzo il fatto che qualche tempo fa un men che trentenne, mosso da impeto libertario e progressista, auspicava la celebrazione del 28 aprile, in ricordo dell’esecuzione di un celebre dittatore italiano e della sua gentile compagna, nonché di vari solidali, fucilati nel comasco e, in un secondo tempo, appesi per i piedi a Milano in Piazzale Loreto.

Dickens, nel suo complesso romanzo, descrive con terribile minuzia il grado di abuso giuridico e l’insindacabilità delle decisioni prese dai rappresentanti del popolo di Sant’Antonio, che catturato il povero Carlo Evrémonde detto Darnay, ne decreta la reclusione perché, direbbe Pirandello, “così è se ‘ci’ pare”.

Si badi bene che l’unica colpa attribuita a quel disgraziato è l’essere straniero in una terra in cui hanno liceità di esistenza soltanto i così detti “cittadini” francesi.

Tagliategli la testa!”, gridò l’udienzaÈ un nemico della Repubblica!

In tempo di guerra, sovente il Terrore s’insinua nelle menti e nei cuori degli umani, con le conseguenze che si possono soltanto immaginare, almeno da parte di chi, come il sottoscritto, non ha vissuto sul campo nessun tipo di guerra.

Le prime generazioni del XX secolo hanno patito in prima persona esperienze similari, talvolta per anni e, nel ricordo, per sempre. In casi come questi, la prima ad andare a ramengo è, normalmente, l’humanitas individuale e quella collettiva.

Un giorno del ‘46 mio papà Rolando se la vide brutta mentre stava rincasando.

  • Questo è uno di loro!
  • Cosa volete da me? Cosa vi ho fatto?
  • Cosa ci hai fatto?
  • Lo conosco!
  • Sì, anch’io!
  • È un coglione che va sempre a messa!
  • E chi se ne frega se va a messa?
  • Non è dei nostri!
  • Ce n’è dei nostri che sono di chiesa!
  • Questo qui sta coi padroni!
  • Senti un po’, giovanotto, da che parte stai?
  • Dalla parte della mia famiglia!
  • Non sarai mica un lamanita?
  • No!
  • Ammazziamolo!
  • Taci, Mignola! Non sarai mica un nefita!
  • Sono uno che fa i suoi!
  • Ti dico che dobbiamo ammazzarlo!
  • Lo conosco, si chiama Rolando, ed è un impiegato delle Reggiane, ed è un buon uomo!
  • È un chiesaiolo di merda!
  • Cosa facciamo, lo molliamo, ‘sto pivello?
  • Sì, dai, cosa c’entra lui col nefitismo?!?

Il capo spara per aria ridendo.

Vedo Rolando che, quasi correndo, s’eclissa dietro a un voltone della strada.

  • Io l’avrei fatto fuori!
  • Lo so io perché!
  • E perché, sentiamo!
  • Perché ti dà sempre la paga a giocare alle bocce!
  • Ma prendila in culo, scemo!

Gli altri ridono. Anch’io lo faccio, settanta e più anni dopo.

Charles Dickens portrait c1860

Charles Dickens portrait c1860

I lamaniti erano il popolo che, secondo il profeta Mormon, insieme ai nefiti, attraversarono l’oceano, in cerca di un residuo di umana speranza. Ovvio che nefiti e lamaniti mai andarono d’accordo fra loro.

Cambiamo millennio e parliamo ora di fascisti e d’antifascisti.

Stiamo oggi vivendo in un bel paese, ove i fascisti sono tutti morti, mentre i cripto-fascisti sono equamente divisi fra governo e opposizione: questo, secondo il mio personalissimo cartellino, la mia privatissima doxa. Si tenga però presente che ‘cripto-fascista’ è un termine che tutto vuol dire e nulla significa.

Nell’episodio narrato è prevalso il buonsenso del capo, cosa che raramente accade sia in tali oscuri tempi, sia in quelli solo apparentemente più illuminati, per via di una luce fioca e spesso ingannevole.

Nulla mi pare più passibile di fallacia della giustizia umana.

Solo un eventuale Dio potrebbe ambire all’assoluta equanimità ma, anche in tal caso, essa risulterebbe non opponibile e ogni ipotetico ricorso amministrativo e giuridico sarebbe giudicato non ricevibile.

Di Dio, diceva Popper, non si può discutere scientificamente, e al massimo si può azzardarne uno studio teologico e metafisico, e men che meno giurisprudenziale.

L’eventuale Dio e la sua altrettanto eventuale giustizia non sono né falsificabili, né attestabili. Di quella più mediocremente umana, invece, risultano accettabili tutti i discorsi volti alla conoscenza, purché basati sul rispetto dell’idea altrui. Ed è solamente nel dialogo civile che si può auspicare qualsiasi ricerca di chiarezza.

Vorrei terminare la presente concione con la frase di Pier Paolo, che io amo definire ‘immortale’:

L’unica anarchia possibile è quella del potere”.

 

Written by Stefano Pioli

 

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