“Ninfa dormiente” di Ilaria Tuti: ogni fine coverà, materna, il suo principio

“Ninfa dormiente” di Ilaria Tuti: ogni fine coverà, materna, il suo principio

Giu 27, 2019

Nella sovra copertina del libro leggo che Ilaria Tuti è appassionata di pittura e che ha svolto in passato l’attività di illustratrice per conto di una piccola casa editrice. La cosa mi reca un indizio sul titolo che presto si rivela per quel che sembra: il titolo di un quadro.

Ninfa dormiente

Ninfa dormiente

Le prime pagine sono una festa di colori, immagini, suoni e profumi. Quando esisteranno i ‘libri sensici’ il fatto sarà ancor più evidente. Potenzialmente, l’opera è sensica, non sensuale, ma intendo: piena d’informazioni che riguardano tutti i cinque sensi. Nelle prime pagine, specie alla 13, dove i petali “crocchiavano carnosi sotto le suole”, i sensi predominanti sono l’udito e l’odorato, ad esempio per “l’odore di gigli”, che assomiglia a quello dell’incenso.

Parto da un concetto imparato tanti anni fa leggendo Agatha Christie, ma ancora di più il terrifico Cornell Woolrich: l’assassino non è quasi mai il maggiordomo, bensì, inevitabilmente, l’autore. Guardo il viso sereno e pulito di Ilaria, che pare ammiccare dalla fascetta del volume. Il suo, in fondo, è solo un sorriso di sfida. Ovviamente accettata. Ma a chi ponesse dubbi sulla mia asserzione, chiederei chi abbia deciso l’omicidio e le sue modalità, Cornell o il protagonista de “Appuntamenti al buio”?

Il buio e la morte sono altri elementi che sorreggono come ineffabili pilastri il libro di Ilaria. Così viene definito il presunto assassino, l’unico indiziato: “Una tomba che respira”. Un giaciglio mortuario può essere anche illuminato con lampade votive, ma la sua destinazione è il nulla continuo e oscuro.

L’assassino, per compiere un delitto perfetto, non dovrebbe affatto vivere. La sua esistenza risulta inevitabilmente costellata da infiniti micro-indizi. Occorre innanzi tutto porgli domande, a prescindere delle risposte, spesso fallaci, perché quel che conta è mantenere il contatto con la sua persona. Alla fine, qualcosa, miracolosamente, trapelerà. Ilaria, non so quanto consapevolmente, sta seminando tracce evidenti della sua colpa fatale.

Esiste una teoria per cui tutto il cosmo sia nato grazie ad una grande esplosione che, secondo quanto appare, sta distribuendo, in sempre nuovi e solo ‘ad hoc’ esistenti spazi, la materia e l’energia. C’è chi suppone che, prima o poi, l’energia cesserà, come capita alla monetina lanciata per aria, che è destinata quasi subito a cadere in terra. Altri, invece invocano il secondo principio della termodinamica, per cui il disordine cosmico, l’entropia, impedirà tale eterno ritorno. Il mondo sarà allora ridotto ad un incommensurabile quasi nulla in cui l’esistente cesserà di muoversi in un gelido zero assoluto di calore, energia e materia stessa. Ma, nel frattempo, gli ofidi partoriscono sui rami per paura degli istinti omicidi dei neonati (pagina 29). Ed intanto, in ‘sto attuale globo terracqueo, tutto è ancora sufficientemente caldo, specie i liquidi, quale ad esempio il sangue (pagina 37).

Povera Teresa, quando a pagina 61, entri nell’Istituto di medicina legale, senti il freddo di quel giardino e, insieme, la compagna a cui ti stai a poco a poco affezionando, la Morte, mentre scendi in “quell’ipogeo fatto di loculi metallici’. Ma occorre compiere quel percorso ad ogni costo, perché “Persino i morti hanno molto da dire” (pagina 75). Non solo loro. Quel che c’è di buono in quegli oscuri discorsi è che non possono che puntare all’essenziale.

Per fortuna che c’è la luce… (la radiazione più dorata: pagina 77)… Sì, è il fotone che, comparendo e scomparendo, fa saltellare l’elettrone da un livello orbitale all’altro e che causa la biodiversità. Senza i suoi zompetti, non esisterebbe nulla, nemmeno tu, Ilaria, né io, né Teresa, né altri. È l’interazione elettromagnetica che permette la ‘visione’ delle illusioni, la ‘maya’ direbbe qualcuno, laggiù, in Oriente. Senza di essa non esisterebbero gli omicidi e nemmeno la boxe: un pugno dato ad un avversario lo penetrerebbe senza nemmeno lambirlo (e la vita andrebbe un po’ meglio all’incauto Massimo), tanto è predominante il nulla atomico. Solito paragone: se il nucleo fosse un pallone a centrocampo, gli elettroni ruoterebbero sugli spalti, e da lì conferiscono ‘il’ senso alla partita. Viva la luce! Ma, attenzione: essa può, anzi, deve, prima o poi uccidere. Intanto, grazie a ‘sti messaggeri luciferini: “i fiori voletti, anche se solo in boccio, spandevano già nell’aria il caratteristico profumo pepato” (pagina 77). A pagina 85, leggo: “… centinaia di foto appese alle pareti…”.

The end of time - Julian Barbour

The end of time – Julian Barbour

Il fisico Julian Barbour, in “The end of time” annunciò ad un mondo assai indifferente che “Il tempo non esiste”. Ogni così detto attimo dell’universo non è altro che un unico elemento spazio-temporale che si può rappresentare come una cartolina appesa a un filo di bucato, insieme ad infinite altre. È grazie allo scorrere di queste immagini che si può assistere al film del fluire del tempo che, ci assicura Julian, è illusorio. Ma che il tempo sia soltanto una rappresentazione lo spiega Ilaria (tramite il pensiero di Teresa) quando, a pagina 50, si dice che la memoria non è altro che una ricostruzione immaginaria dei fatti reali, modificata rispetto al reale o al così detto tale. A volte, per tentare una reificazione mentale, in assenza del dato oggettivo, ci si può rivolgere a chi sa estrarre, come fa il cane storto Smoky, grazie al suo olfatto, qualche particella in sé insufficiente a ricreare il discorso originario, ma idoneo a provocare le reazioni sinaptiche con cui quel piccolo grande genio (in questo caso femmina) può tentare di svelare il mistero di una morte che data circa settant’anni fa. Non casualmente, gli uomini nascono grazie alla placenta delle loro mamme, che “contiene l’ottanta per cento degli odori umani.” (pagina 102).

Tempus valet, volat, velat” (pagina 158): e tutto ciò senza nemmeno essere.

Teresa e Blanca raggiungono il paesino dove accadde quel che non si sa ancora se successe davvero. Accanto ai violini, sono appese tantissime “foto appese in file ordinate sotto gli strumenti” (pagina 163). Si tratta di “suonatori non più viventi…” che “…hanno lasciato in eredità l’arte di suonare la zitira e la bunkula”. Nella Val Resia i fotoni hanno creato un piccolo e misterioso paradiso di diversità. “Come se la conoscesse da sempre, Mat prese Blanca e fece strada…” (pagina 165).

Il Babaz rappresenta il vecchio anno, il buio freddo e sterile dell’inverno. Il passato, con i suoi dolori e i suoi peccati. Ne raccolgo le spoglie quando sono ancora calde.” (pagina 166)

E il Babaz brucerà (pagina 165). Ma, attenzione, prima o poi il Buio prende i viventi (pagina 183). “Il peso lieve di ciò che era contenuto nella gerla era un monito silenzioso e feroce a non dimenticare…” che, però: “doveva riposare nella sua tomba. Per sempre nella valle.” (pagina 186).

Ma ogni fatto reca con sé una radiazione di fondo che è tanto ineluttabile quanto imprescindibile, se si cerca di ricostruire tale fatto: come una palla di metallo lanciata di scalino in scalino giù nella tromba delle scale. “Piano dopo piano, decade dopo decade, il frastuono restava assordante”. (pagina 193). La donna mi commuove sempre, quando non m’inquieta. Tutte le donne…Ogni donna ha i suoi nastri, i suoi colori. Ci decora la gerla con cui raccoglie fiori e piante. Anche questo è un modo per nutrire le proprie radici e allo stesso tempo esprimere l’individualità.” (pagina 195).

Le donne, loro sì, hanno sempre conservato un po’ della nostra storia. Lo fanno come con un fuoco sacro…” (pagina 196). “La nostra ninna nanna è anche un canto funebre”, “Perché per noi la fine è solo un altro inizio. Addormentiamo i nostri morti, li culliamo nel momento del trapasso. La morte è solo un passaggio.” Krisnja dice: “Veglio sulla verità. La ristabilisco.” “Le emozioni pesano”, pensa Teresa. “Gravano su cuore e corpo…” (pagina 203). “Teresa assorbiva gli umori del mondo, le luci e le ombre e le faceva sue. Tanto era il buio entrato in lei, ma in qualche modo, in gran parte, era riuscito a trasformarlo in fuoco, in passione ardente per la vita.” (pagina 204).

A pagina 229, Teresa rivela un segreto terribile della sua vita, una ferita di cui rimane una brutta cicatrice. A pagina 231, Ilaria si pone dei terribili interrogativi, a cui io stesso, pur essendo un uomo, non so rispondere. Una femminista forse sì. Lo sguardo dolce di Ilaria mi pare alieno da simili preconcetti. Ma non si mai.

Non voglio essere il solito maschilista, ma vi consiglio vivamente di diffidare dello sguardo dolce di una donna! Specie se si tratta della vostra! Ma si può essere più biecamente sciovinista?! Sì. Allorché si uccide una donna per soddisfare il proprio orrido ego.

A pagina 269, mentre volto pagina, sento di aver capito chi sia l’assassino. Parto da un concetto molto semplice: il lettore (ma anche l’autore…) vuol vedere in faccia chi ha commesso un assassino. Perché solo in tal modo può identificarsi con lui… E l’assassino dev’essere vivo e cosciente al momento del suo delitto.

I due protagonisti del libro sono: A) un commissario donna che si agita come non mai; B) un uomo fortemente indiziato e quasi completamente immobile, assolutamente silente, che compie, almeno fino a questo momento, provocato da A), un unico gesto, tendendo fortemente e inaspettatamente una mano.

Omissis… Omissis… Omissis…!

Ilaria Tuti - Photo by Beatrice Mancini

Ilaria Tuti – Photo by Beatrice Mancini

A pagina 321 ho quasi la certezza dei miei sospetti. Si badi che non sono giunto a tanto perché la somma di indizi hanno condotto a una prova, ma perché sto seguendo la psicologia di Ilaria (la mandante dell’omicidio), la cui scrittura è basata su una necessità psicologica che la rendono gemoniacamente anglosassone, una specie di friula Rowling, insomma.

Teresa afferma che un delitto non è tale se l’assassino è al contempo innocente e costretto dalle circostanze. “Eri solo un bambino, Massimo. Non hai colpa.” Massimo è l’ispettore-quasi-figlio di Teresa. La storia in queste pagine rimembrata (320 e seguenti) non ha nulla a che fare con quella principale. Nulla… o quasi.

A pagina 327, penso che, se i due omicidi analoghi sono frutto della medesima pazzia omicida, il colpevole non può che essere lui. “… L’amore era la colpa. L’amore aveva ucciso…Ma ho ancora un dubbio. Molto forte. Del secondo omicidio sono incerto, perché l’assassino non può essere la vittima. Ma del primo, no, sono proprio in alto mare. Due, però, sono, al momento, gli unici candidati.

Secondo la teoria di Hugh Heverett III (non chiedermi dei primi due), poiché, del tragitto finale di una particella, sono possibili soltanto indicazioni matematiche di probabilità (inerenti la sua funzione d’onda), e poiché da qualche parte alla fine va, in genere dov’è stato previsto il suo arrivo, ma talvolta no, anzi, a volte termina il suo tragitto dove non si pensava proprio: che ne è di tutte le altre eventualità? In natura nulla si getta, poiché essa è sparagnina. Per cui l’unica spiegazione possibile è che esistono tanti mondi quante possibilità. Autrice, sei la creatrice di ‘questo’ mondo. In un altro, l’assassino è…

A pagina 93 poni un interrogativo. Se vuoi sapere chi di due persone è sincera e chi no, quale domanda devi porre? La tua risposta è precisa ed indicata nella pagina seguente. La mia è invece incerta. Sai cosa le domanderei? ‘Cercherai di rispondermi con sincerità?’ A chi risponderà: ‘Ovviamente sì’, io faticherei a dar fiducia. A chi dirà: ‘Cercherò, ma non so se ci riuscirò’, potrei affidare il mio destino. Questo vale ogni volta che leggo un’opera altrui, e anche quando tento di scriverne una io, piccola o grande che sia. ‘Sarò orientato al vero o alla finzione?’ Non esiste alcuna certezza nella realtà della Storia, figuriamoci nella ricostruzione di ciò che ancora non è stato scritto!

Lo scienziato Frank. J. Tipler, in “La fisica dell’immortalità” concepisce lo stato quantico come la singola informazione di sé. Il mondo è l’insieme delle informazioni che si manterranno per l’eternità, per sempre riproducibili. Anche il tuo, cara. E il miracolo avverrà sempre, allorché una particella (quale sei tu, quale sono io) leggerà il tuo esattissimo e tanto umano cosmo.

Ho notato che la maggior parte dei tuoi personaggi sono affetti da menomazioni. Principalmente Teresa, il tuo commissario, schietta ma brutale a volte, diabetica e tendente alla futura demenza. Emmanuel e Constantin sono affetti da nanismo. Blanca è ipovedente. Smoky ha un rachide storto. Massimo è traumatizzato fin dall’infanzia. Il Questore è oppresso da megalomania invadente e possessiva. Il povero Andrian è immobilizzato dalla Verità fatale. Massimo soffre ancora di un forte trauma infantile. Sembra che tu scorga nell’handicap un valore aggiunto, un errore di sistema, ma al contempo una risorsa che ti permette di andare oltre. Il discorso vale un po’ come per il paradosso, che in fondo null’altro è che un’asta che, quando non ti blocca, ti permette di scavalcare l’opinione comune.

Il tuo romanzo, Ilaria, è perfetto come tanti altri che ho letto, in quanto rispetta il primo principio della termodinamica, che dice che in un sistema chiuso, la quantità di energia rimane costante. Essa si conserva, ma per farlo non può rimanere immobile, ma deve continuamente mutare forma e tipo di azione. Inoltre, come affermò Einstein, E = mc al quadrato, cioè l’energia che appartiene a un pulviscolo di materia può tornare ad essere energia enorme, in grado di distruggere, ma anche di ricostruire. Anche questa trasformazione ha a che fare con quei fotoncini di cui si diceva poco fa: ‘c’ è il valore della loro velocità nel vuoto.

Il fatto che l’epilogo si differenzi alquanto dalle mie previsioni non mi sorprende. L’importante è saperle fare, le previsioni, non tanto azzeccarle.

Omissis… Omissis… Omissis…!

A volte colgo nell’omissione un valore infinito ed inevitabile. È nel Nulla che il Tutto troverà il suo Eterno ed Utopico Luogo. E, finché sarà possibile, ogni Fine coverà per sempre, Materna, il suo Principio.

Ma non solo Ninfa dormiente” (Edizioni Longanesi, 2019) è perfetta: è soprattutto emozionante e terribilmente istruttiva.

E di tutto questo, Ilaria mia, ti ringrazio.

 

Written by Stefano Pioli

 

 

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