Intervista di Alessia Mocci alla Fondazione Darcy Ribeiro per l’uscita della nuova traduzione italiana di “Utopia Selvaggia”

Per Darcy, la sopravvivenza degli indios risiede nella loro apparente incapacità di essere decomposta ed annullata nella società nazionale. Qualunque siano le condizioni che affrontano, gli indios, anche se profondamente mescolati con neri e bianchi, rimangono indios e si dichiarano indios.” – Fondazione Darcy Ribeiro

Utopia selvaggia

Il primo maggio in tutte le librerie fisiche ed online è uscito il romanzo “Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba del famoso sociologo, antropologo, scrittore, educatore ed uomo politico brasiliano Darcy Ribeiro (Montes Claros – Minas Gerais 26-10-1922/ Brasilia 17-2-1997), pubblicato nella collana “Il Pasto Nudo, assaggi di antropologia” curata da Giancorrado Barozzi per la casa editrice mantovana Negretto Editore con la nuova traduzione ad opera di Katia Zornetta.

La scelta da parte della casa editrice Negretto Editore in dialogo e collaborazione con Fundar (Fundação Darcy Ribeiro) offre un contributo importante all’attuale dibattito sui temi di identità e diversità presenti non solo nel nostro paese ma anche in tutta Europa.

La cosiddetta “crisi migratoria”, che da una decina d’anni si è palesata sulle coste del Mar Mediterraneo e sui confini della Turchia, è una problematica che ancora non ha risposte convincenti e che pian piano si allontana, per la grande paura del disuguale sempre più presente nel popolo europeo, dal concetto di mutuo appoggio tra popolazioni e culture diverse.

Per addentrarci nell’argomento si è deciso di intervistare le tre donne di rilievo della Fondazione Darcy Ribeiro: Haydée Coelho, Lúcia Velloso e Elizabeth Brêa, ricercatrici e docenti universitarie, che operano in diverse aree della letteratura dell’educazione e dell’antropologia.

 

A.M.: Nel gennaio del 1996, un anno prima della morte, Darcy Ribeiro istituisce la Fondazione Darcy Ribeiro con sede a Copacabana con l’obiettivo di mantenere in vita il suo progetto di comprensione ed integrazione della variegata moltitudine brasiliana. Da quell’anno ad oggi cosa avete fatto per portare avanti il lavoro di Ribeiro?

Fondazione Darcy Ribeiro: A questa intervista hanno risposto tre consigliere della Fondazione Darcy Ribeiro, tre donne − Haydée Coelho, Lúcia Velloso e Elizabeth Brêa −, ricercatrici e docenti universitarie, che operano in diverse aree della letteratura dell’educazione e dell’antropologia. Due di noi, che attualmente partecipano al Comitato esecutivo della Fondazione, hanno lavorato con Darcy Ribeiro, negli anni ‘80 e ‘90, quando era vicegovernatore dello stato di Rio de Janeiro, sviluppando, tra le altre “costruzioni” [fazimentos], il più grande programma di educazione a tempo pieno che il Brasile abbia vissuto. La terza consigliera si avvicina alla Fondazione grazie alla sua brillante ricerca nel campo della letteratura, che accompagna il lavoro e la produzione di Darcy Ribeiro nel suo esilio, in diversi paesi dell’America Latina. Continuiamo, attraverso la Fondazione, a organizzare eventi e curare libri su Darcy Ribeiro ed i suoi ideali, per introdurre i giovani studenti universitari al pensiero di questo autore, attraverso il nostro lavoro nelle università e in altri uffici pubblici.

 

A.M.: Ribeiro racconta in “Utopia Selvaggia” la Guerra Guiana come una lotta del Brasile contro un nemico ignoto perché sia i guiani sia i venezuelani dell’Amazzonia hanno iniziato una resistenza pacifica. Che cosa vuole rappresentare Ribeiro con questa idea di collasso della guerra? Cos’è la guerra per Ribeiro?

Darcy Ribeiro con índios Kadiwéu, Mato Grosso do Sul, 1947 – Foto di Berta Ribeiro

Fondazione Darcy Ribeiro: Il riferimento alla guerra nel romanzo di Darcy Ribeiro è legato alle azioni “eseguite dall’esercito brasiliano a nord del Rio delle Amazzoni”. Il primo tenente Gasparino Carvalhal, agente civile della SNI (National Information Service, creato durante la dittatura militare nel 1964), prese parte alla guerra. Dal punto di vista storico, si può dedurre che si trattasse di una forma di vigilanza da parte del regime militare, durante la Guerra Fredda, per impedire l’espansione del comunismo (Stéphane Granger). Per quanto riguarda il nome dell’ufficiale, come osservato, si tratta chiaramente di una parodia di Gaspar de Carvajal, il prete domenicano spagnolo che prese parte alla spedizione di Gonçalo Pizarro alla foce del Rio delle Amazzoni. Sempre sulla falsariga della parodia, il personaggio di Orelhão è un riferimento al conquistador Francisco de Orellana, il cui viaggio esplorativo è anch’esso associato alla scoperta del Rio delle Amazzoni.

In A fundação do Brasil (un libro curato da Darcy Ribeiro e Carlos de Araujo Moreira Neto): “la spedizione di Orellana è sempre stata importante per il piano geopolitico di occupare la regione amazzonica e tutto il Sud America (…).”

D’altra parte, le attività militari permettevano anche l’incontro tra il cosiddetto popolo civilizzato e gli indigeni, rappresentati dalle Amazzoni e dagli indios Galibi, del popolo Calibã. Poiché il libro fa riferimento a diversi periodi (il passato, il recente presente dei brasiliani – degli anni ’60 e ’70) e si proietta verso il futuro, l’autore si avvale della dislocazione spaziale del personaggio, come membro dello staff militare, per menzionare il Brasile nel capitolo sulla conquista dell’America, che non è stato fatto solo dai portoghesi. Inoltre, il romanzo, in un modo dialogico, contiene una diversità testuale che colpisce profondamente i lettori. Qui si possono citare i testi relativi ai resoconti dei viaggiatori europei in Brasile; la tradizione letteraria europea che include, tra gli altri testi, La Tempesta, di William Shakespeare, attraverso le figure di Prospero e Caliban; le letture e le riletture del dramma dell’autore inglese, incluse versioni e interpretazioni che hanno prodotto importanti saggi di scrittori latinoamericani, come Ariel, di José Rodó e Calibán e altri, di Roberto Fernández Retamar.

La dimensione utopica del libro si impegna in un dialogo con la tradizione europea, attraverso la lettura di Sérgio Buarque de Holanda dell’Eldorado (Visão do Paraíso – Vista del Paradiso), attraverso l’antropofagia e l’utopia di Oswald, e si proietta sul presente/futuro politico che “è nelle mani sagge e computazionali di Prospero”. Data la complessa cornice (di riferimenti a più letture e testi), si può affermare che la guerra di Darcy Ribeiro è una guerra di scrittura che implica un impegno verso una visione multipla e polifonica del mondo che non annulla l’impegno etico dello scrittore contro lo status quo.

 

A.M.: Ribeiro cita ‒ talvolta rimescolando i nomi ‒ missionari e storici che si addentrarono nel Sud America (Gaspar de Carvajal, Francisco de Orellana, Cristóbal de Acuña e CharlesMarie de La Condamine, Manuel de Nóbrega, Pero de Magalhães Gândavo, Luís Vaz de Camões). In che modo uomini come quelli citati hanno modificato gli usi e costumi degli indigeni?

Fondazione Darcy Ribeiro: L’espansione iberica ha scatenato uno dei più grandi processi di civiltà nella storia moderna, distruggendo migliaia di popoli, lingue e culture. Evangelizzazione, schiavitù, sottomissione forzata, decimazione da malattie sono aspetti di questo processo che si è verificato nel continente americano, ma con conseguenze diverse tra l’America del Nord e l’America portoghese. In Brasile, fu attuato un dominio sulle popolazioni indigene che è avanzato dalla costa atlantica mentre la conquista del territorio diventava effettiva. Lo scontro tra civiltà europea e indios a causa delle malattie sconosciute, delle guerre di sterminio, della cattura degli indigeni e dell’evangelizzazione etnocida portò all’estinzione di circa 4 milioni di indios nei primi due secoli di conquista. Negli anni ’50 e ’60, gli indios stavano per scomparire, vittime di malattie, violenza o acculturazione, processi di assimilazione o integrazione nella società nazionale. In tale contesto, Darcy Ribeiro ha sviluppato una concezione che cerca di spiegare perché l’indiano non è scomparso, al contrario, è tornato a una crescita demografica. È il concetto di trasfigurazione etnica, in cui

un popolo già strutturato resiste tenacemente alla sua destrutturazione, ma lo fa appunto assumendo quei cambiamenti che ne consentono l’esistenza nel contesto in cui interagisce” − O povo brasileiro, 2013: 234

Per Darcy, la sopravvivenza degli indios risiede nella loro apparente incapacità di essere disfatta nella società nazionale. Qualunque siano le condizioni che affrontano, gli indios, anche se profondamente mescolati con neri e bianchi, rimangono indios e si dichiarano indios.

 

A.M.: “Utopia selvaggia” è una storia, è una favola ma in realtà è molto di più. Ribeiro interviene spesso come voce narrante per spiegare al lettore ciò che sta leggendo in quel momento e dunque ciò che accade al personaggio principale Pitum e ciò che pensa dell’incompreso passato del Brasile. Lo stile del libro si presta al teatro considerando la forza delle garbate intromissioni dell’autore. Si è mai portato in scena la fiaba o si è pensato di farne un film?

Lúcia Velloso – Haydée Coelho – Elizabeth Brêa

Fondazione Darcy Ribeiro: Il narratore ha diverse funzioni nel romanzo di Darcy Ribeiro: si rivolge al lettore; accompagna i personaggi e il loro movimento attraverso diversi spazi; diventa un saggista e fa da cronista dei vari periodi. Come tale, tra le altre risorse narrative, il narratore testimonia e registra attraverso la scrittura, in modo commovente, i dialoghi tra i personaggi civilizzati e i loro confronti, e le conversazioni tra Calibã − leader della tribù Galibi − e i rappresentanti degli uomini civilizzati. Il libro si chiude con un capitolo apoteotico intitolato “A caapinagem” [“celebrazione di Caapi”]. In esso, Darcy Ribeiro evoca Glauber Rocha: “Salve, salve Glauber. Benvenuto”. In un’intervista, lo scrittore aveva già annunciato che “A caapinagem” era un capitolo concepito con l’intento di farlo adattare al cinema dal famoso regista brasiliano. Nelle Confessioni postume, lo scrittore brasiliano manifesta anche questo desiderio. Per i cineasti, un’immagine dice tutto. Indubbiamente, da questa prospettiva, Utopia Selvagem apre la possibilità di avvicinare il testo di Darcy Ribeiro alla luce della cinematografia e delle arti visive.

La relazione tra cinema e antropologia, per quanto riguarda Darcy Ribeiro, è attestata dalle produzioni filmiche che derivano dalla spedizione etnologica di Ribeiro a Urubus-Kaapor. Nella prefazione a Diários Índios, afferma che Heinz Foerthmann, quando lo accompagnò in occasione del suo primo viaggio, produsse un film “su un giorno nella vita di un popolo nativo nella foresta pluviale”. Inoltre, nel 1975 il regista Gustavo Dahl ha prodotto il film “Uirá, um índio em busca de Deus”, basato sul saggio “Uirá vai ao encontro de Maíra: come esperienze di um índio que saiu à procura de Deus”, pubblicato originariamente nel periodico Anhembi (1957) e successivamente presentato nel libro Uirá sai à procura de Deus, sottotitolato Ensaios de Etnologia e Indigenismo.

 

A.M.: Ribeiro ragiona sul governo brasiliano per bocca di Pitum e racconta del progetto del maggiore Psiu sui media sul poter ristabilire in Brasile l’ordine in uno stato sempre più depravato dall’incesto, nazionalismo, xenofobia, pornografia. Quali sono state le lotte essenziali della sua vita come uomo politico?

Fondazione Darcy Ribeiro: Darcy Ribeiro, laureato in sociologia e antropologia, ha iniziato la sua vita professionale lavorando con il maresciallo Cândido Rondon, che ha definito il suo eroe. Rondon era un ingegnere militare e un “sertanista” brasiliano, famoso per il suo sostegno alle popolazioni indiane brasiliane. A quel tempo, Darcy Ribeiro fu assunto come naturalista, perché ancora non esisteva il ruolo di indigenista o etnologo nel Servizio di protezione degli indios. Gli anni in cui Darcy Ribeiro visse tra gli indios lasciò molti legami, tra i quali spicca la creazione, nel 1961, del Parco Indigeno Xingu, la prima e più grande riserva per i nativi del Brasile. La convivenza con gli indios e la sua militanza politica hanno segnato la sua formazione, osservabile nella sua vita professionale e pubblica, in particolare nell’educazione. Darcy Ribeiro fu educato per opera di Anísio Teixeira, che egli definì il suo filosofo dell’educazione. Le proposte di Anísio Teixeira per l’educazione sono state incorporate da Darcy Ribeiro e implementate in tutte le sue opere nel campo dell’istruzione. Anísio Teixeira ha presieduto l’Istituto nazionale di studi pedagogici (INEP) e ha consegnato a Darcy il coordinamento e l’attuazione dei centri regionali di ricerca educativa, collegati all’INEP. Insieme hanno creato l’Università di Brasilia, che ha trasformato la comprensione della vita universitaria in Brasile. Darcy Ribeiro fu il suo primo rettore, consegnando questa responsabilità ad Anísio Teixeira quando Darcy Ribeiro divenne Ministro della Pubblica Istruzione. Era a capo della Casa Civile, quando il colpo di stato militare prese il potere. In esilio, Darcy ha partecipato all’organizzazione di diverse università. Al suo ritorno, è stato eletto vicegovernatore, con Leonel Brizola, attuando il più grande programma di educazione integrale nel paese, così come molti altri “costruttori” [fazimentos], come soleva dire. Negli anni ’90 fu eletto senatore e fu responsabile dell’approvazione delle linee guida e delle basi della legislazione nazionale sull’istruzione (legge 9394/96), tra gli altri progetti di legge della sua paternità. È morto 40 giorni dopo l’approvazione della legge sull’istruzione. Darcy Ribeiro ci ha lasciato il suo impegno per il Brasile, la sua incessante immaginazione e l’entusiasmo per ogni nuova idea intellettuale o iniziativa sociale.

 

A.M.: Indio fu una parola generica che Colombo diede agli abitanti dell’America ma sappiamo che non è mai esistito un prototipo di indio bensì un crogiolo di civiltà, popoli e gruppi umani generato da millenni di processi migratori ed adattamenti. Il Sud-America è diventato un emblema di mescolanza tra le popolazioni autoctone, gli invasori europei e coloro che arrivarono come schiavi dall’Africa. Il cosiddetto meticcio è tipico del “Nuovo Mondo” e mostra la grandezza della possibile integrazione. Ma com’è realmente vissuta ‒ visto e considerato che lo stesso Ribeiro volle preservare le popolazioni indios rimaste per non far l’errore di Stati come il Perù ed il Messico che con la “scusante” di libertà e parità di diritti hanno derubato le popolazioni della propria terra per una bottiglia di rum ‒ oggi la combinazione tra indigeno, europeo ed africano?

Darcy Ribeiro e índios Urubu-Kapoor – Foto Instituto Darcy Ribeiro

Fondazione Darcy Ribeiro: In As Américas ea civilização, un libro che affronta le questioni cruciali della storia americana, come il senso della colonizzazione, la rottura dell’impero spagnolo in una diversità di nazioni e le cause di disuguaglianza negli indicatori di sviluppo, Darcy Ribeiro modella tre tipi di popoli in America: popoli trapiantati, popoli testimoni e nuovi popoli che derivano dall’unione di bianchi, neri e indios nell’impresa coloniale, una situazione prevalente in Brasile. Nel prologo alla pubblicazione di Carta, Darcy Ribeiro scrive:

Il popolo brasiliano fu costruito come una popolazione razziale mista, storicamente spezzato in due blocchi: le orde originate dai regni e dai loro figli creoli, poste in cima come una coorte dominante, gli indios scampati allo sterminio, delle foreste e dei negri portati dall’Africa, in opposizione a questi contingenti cresce l’altro blocco di persone neo-brasiliane, composto da una massa di meticci, mamelucos e mulatti, che si prendono cura della propria identità, costruendo nella propria innocenza il loro destino” Carta, n.9, 1993: 16

Secondo Darcy, noi, popolo brasiliano, siamo

tardo latini, da oltreoceano, “amorenados” [dalla pelle scura] dalla fusione di gente bianca e nera, deculturati dalle tradizioni del loro quartier generale ancestrale, ma che ne portano con se alcune porzioni sopravvissute [di queste tradizioni, n.d.r] che ci aiutano a contrastare così tanto con i lusitanos.” − O povo brasileiro, 2013: 117

Per Darcy Ribeiro, che fonde patrimonio genetico e culturale indiano, nero ed europeo, questa è l’avventura brasiliana.

 

A.M.: Qual è il punto di vista del neo eletto presidente Jair Messias Bolsonaro sulle popolazioni dell’Amazzonia?

Fondazione Darcy Ribeiro: Nonostante sia un militare e contando nel suo governo, su una forte partecipazione di membri delle forze militari, il presidente eletto rompe con il riconoscimento di una politica indigenista formulata dal maresciallo Cândido Mariano da Silva Rondon che, all’inizio del XX secolo, nel 1910, creò il Servizio di Protezione degli Indios [Serviço de Proteção aos Índios-SPI] e difese il riconoscimento dei popoli indigeni come nazioni autonome, con le quali era necessario stabilire relazioni di amicizia. Rondon ispirò Darcy Ribeiro che abbandonò la carriera accademica per diventare un etnologo presso la SPI, dove sviluppò importanti ricerche tra il Kadiwéu, Urubu-Kaapor, Guarani-Kaiwá, Kaingang e concepì il parco indigeno di Xingu. Contrariamente a questa visione umanista e al rispetto per il popolo indio, l’attuale presidente ha intrapreso iniziative deleterie per gli indios brasiliani. Ha diviso la National Indian Foundation [Fundação Nacional do Índio-FUNAI], un’organizzazione indigena che è succeduta allo SPI, tra due ministeri, delegando le azioni di identificazione e demarcazione dei territori indigeni al Ministero dell’Agricoltura, noto difensore degli interessi dei grandi proprietari terrieri, che, per la maggior parte, non riconoscono il diritto alle loro terre tradizionali per le popolazioni indigene, come stabilito dalla Costituzione brasiliana. Le recenti dichiarazioni del Presidente Jair Bolsonoro che considerano le terre indigene nelle aree di confine dell’Amazzonia un pericolo per la sovranità nazionale o che propongono la liberazione dell’attività mineraria in quei territori mettono a rischio il futuro delle popolazioni indigene e rivelano una chiara ignoranza della formazione storica del Brasile.

 

A.M.: Dagli anni ’70 ad oggi sono vari i libri di Darcy Ribeiro tradotti in italiano, come avete accolto il progetto di una nuova traduzione di Katia Zornetta della fiaba “Utopia selvaggia” per la Negretto Editore?

Silvano Negretto – Fondazione Darcy Ribeiro

Fondazione Darcy Ribeiro: È preziosa la scelta di pubblicare questo libro in questo momento storico del Brasile. Questo romanzo fu scritto nel 1982 e fondò la sua pertinenza in due argomentazioni: la profonda credenza di Darcy Ribeiro in cui l’utopia è una forza trainante dell’umanità che illumina la traiettoria dai sogni alla loro realizzazione; e il presente sconcertante di questo racconto che registra la “saudade” di perdita dell’innocenza, attraverso i collegamenti tra passato e presente, che proiettano un futuro di speranza, fondato sulla costruzione di una cultura fondata sull’incrocio di varietà. Darcy ci ricorda che anche in tempi di grandi avversità, come quello attuale, ci possono essere delle compatibilità, anche se può sembrare troppo utopico.

 

A.M.: Salutateci con una citazione…

Fondazione Darcy Ribeiro: Considerando che l’opera Utopia Selvagem: saudades da inocência perdida: uma fábula si riferisce a vari intervalli di tempo − il periodo storico della conquista dell’America da parte di spagnoli e portoghesi, così come i decenni del 1960 e il 1970 (gli anni sotto la dittatura in Brasile) e il periodo della guerra fredda, trovo la riflessione sulla cultura presente in Os brasileiros: 1. Teoria do Brasil di estrema importanza. In questo senso, richiamo l’attenzione sul passaggio:

In determinate condizioni catastrofiche − come sconfitte in guerre, ecatombe o conquiste − i mezzi attraverso i quali le culture si esprimono possono essere ridotti a livelli minimi. Tali vicissitudini a volte causano traumi così profondi a una cultura che la condannano alla scomparsa. Tuttavia, poiché ogni uomo è sempre essenzialmente un essere culturale, un detentore della tradizione che lo ha reso umano, la sua cultura sparirà solo se gli sarà impedito di trasmetterlo socialmente ai suoi discendenti. ” Darcy Ribeiro, 1985, p.128

 

A.M.: Vi ringrazio per questa bella chiacchierata e per l’importante lavoro che svolgete con la Fondazione Darcy Ribeiro. Saluto con le parole di Antonio Gramsci: “Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri.

 

Written by Alessia Mocci

Traduzione in lingua italiana di Claudio Fadda

 

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Versione originale in lingua inglese

Interview to Darcy Ribeiro Foundation

 

A.M.: In January 1996, one year before his death, Darcy Ribeiro established the Darcy Ribeiro Foundation based in Copacabana with the aim of keeping alive his project of understanding and integration of the diverse Brazilian multitude. From that year until today, what have you done to carry on Ribeiro’s work?

Lucia Velloso ed Elizabeth Brea

Darcy Ribeiro Foundation: This interview was answered by three counselors of the Darcy Ribeiro Foundation, three women – Haydée Coelho, Lúcia Velloso and Elizabeth Brêa −, researchers, university professors, acting in different areas of knowledge-literature, education and anthropology. Two of us, currently participating in the Executive Board of the Foundation, worked with Darcy Ribeiro, in the 80 and 90 decades, when he was vice governor of the state of Rio de Janeiro, developing, among other “makings” [fazimentos], the largest program of full-time education that Brazil has experienced. The third counselor got closer to the foundation through her brilliant research in the field of literature, accompanying the work and production of Darcy Ribeiro in his exile, in several countries of Latin America. We continue, through the foundation, organizing events and books about Darcy Ribeiro’s ideas, to introduce young college students in the thought of this author, through our work in universities and in other public offices.

 

A.M.: Ribeiro tells in “Utopia Selvagem, Saudades da inocência perdida. Uma fábula “the Guyan War as a Brazilian fight against an unknown enemy because both the Guianas and the Venezuelans of the Amazon began a peaceful resistance. What does Ribeiro mean with this idea of war collapse? What is the war for Ribeiro?

Darcy Ribeiro Foundation: The reference to war in Darcy Ribeiro’s fable is related to the actions “performed by the Brazilian Army north of the Amazon river”. First lieutenant Gasparino Carvalhal, civil agent of the SNI (National Information Service, created during the military dictatorship in 1964), took part in the war. From the historical viewpoint, one can infer that it was a matter of vigilance by the military regime, during the Cold War, to prevent the expansion of Communism (Stéphane Granger). Regarding the officer’s name, as noted, it is clearly a parody of Gaspar de Carvajal, the Spanish Dominican priest who took part in Gonçalo Pizarro’s expedition to the mouth of the Amazon river. Also along the lines of parody, the fable character Orelhão is a reference to the conquistador Francisco de Orellana, whose exploratory voyage is also associated with the discovery of the Amazon river.

In A fundação do Brasil (a book organized by Darcy Ribeiro and Carlos de Araujo Moreira Neto), “Orellana’s expedition was always important for the geopolitical plan to occupy the Amazon region and all of South America (…).” On the other hand, the military activities also afforded the encounter between the so-called civilized people and the natives, represented by the Amazons as well as by the Galibi Indians, of the Calibã people. Since the book makes reference to various periods of time (the past, the recent present of Brazilians – the 1960s and 1970s) and projects itself toward the future, the author takes advantage of the character’s spatial dislocation, as a member of the military staff, to mention Brazil in the chapter on the conquest of America, which was not only made by Portuguese. Moreover, the fable, in a dialogic manner, contains a textual diversity that deeply affects readers. Here one can mention the texts related to the accounts by European travelers in Brazil; the European literary tradition that includes, among other texts, The Tempest, by William Shakespeare, through the figures of Prospero and Caliban; the readings and re-readings of the English author’s play, including versions and interpretations that yielded important essays by Latin American writers, such as Ariel, by José Rodó, and Calibán y otros ensayos, by Roberto Fernández Retamar.

The utopian dimension of the book engages in a dialogue with the European tradition, through Sérgio Buarque de Holanda’s reading of the Eldorado (Visão do Paraíso – View of Paradise), through Oswaldian anthropofagy and utopia, and it projects itself onto the political present/future that “is in the wise, computational hands of Prospero”. Given the complex frame (of references to several readings and texts), one can affirm that Darcy Ribeiro’s war is a war of writing that involves a commitment to a multiple and polyphonic world view that does not cancel out the writer’s ethical commitment against the status quo.

 

A.M.: Ribeiro quotes ‒ sometimes scrambling names ‒ missionaries and historians who went deep into South America (Gaspar de Carvajal, Francisco de Orellana, Cristóbal de Acuña and Charles Marie de La Condamine, Manuel de Nóbrega, Pero de Magalhães Gândavo, Luís Vaz de Camões). How men like those mentioned have changed the habits and customs of the natives?

Haydée Coelho

Darcy Ribeiro Foundation: Iberian expansion unleashed one of the greatest civilizational processes in modern history, destroying thousands of peoples, languages and cultures. Evangelization, slavery, submission by force, decimation by diseases are aspects of this process that occurred in the American continent, but with different consequences between the Hispanic and Portuguese Americas. In Brazil, there was a domination over the indigenous people which has advanced from the Atlantic coast while the conquest of the territory became effective. The clash between European civilization and Indians due to the unknown illnesses, extermination wars, capture of the indigenous people and to the ethnocided evangelization resulted in the extinction of about 4 million Indians in the first two centuries of conquest. In the 1950s and 1960s, the Indians were about to disappear, victimized by diseases, violence or by acculturation, assimilation processes or integration into the national society. In such context, Darcy Ribeiro developed a conception which tries to explain why the Indian did not disappear, on the contrary, got back to a demographic growth. It is the concept of ethnic transfiguration, in which “an already configured people resist tenaciously its transfiguration, but it does so precisely by taking on those changes that enable its existence within the context in which it interacts” (O povo brasileiro, 2013: 234) To Darcy the Indians survival resides in their apparent inability to be undone in the national society. Whatever the conditions they face, the Indians, even when deeply mixed with blacks and whites, remain Indians, and declare themselves Indians.

 

A.M.: “Utopia Selvagem” is a story, it is a fable but in reality it is much more. Ribeiro often intervenes as a narrator to explain the reader what he is reading at that time and therefore what happens to the main character Pitum and what he thinks about the incomprehended past of Brazil. The style of the book lends itself to the theater considering the strength of the gentle interventions of the author. Has the fable ever been staged or was it thought of making a film of it?

Darcy Ribeiro Foundation: The narrator has several functions in Darcy Ribeiro’s fable: he addresses the reader; accompanies the characters and their movement through different spaces; becomes an essayist and acts as a chronicler of various periods. As such, among other narrative resources, the narrator witnesses and registers through writing, movingly, the dialogues among the civilized characters and their confrontations, and the conversations between Calibã – leader of the Galibi tribe – and the representatives of the civilized men. The book closes with an apotheotic chapter entitled “A caapinagem” [“Caapi celebration”]. In it, Darcy Ribeiro evokes Glauber Rocha: “Hail, hail Glauber. You are welcome”. In an interview, the writer had already announced that “A caapinagem” was a chapter conceived with the intention of having the renowned Brazilian moviemaker adapt it for the screen. In the posthumous Confissões, the Brazilian writer also manifests this desire. For movie makers, an image says it all. Undoubtedly, from this perspective, Utopia Selvagem opens up possibilities to approach Darcy Ribeiro’s text under the light of cinematography and visual arts.

The relation between cinema and anthropology, as far as Darcy Ribeiro is concerned, is attested by the filmic productions that result from Ribeiro’s ethnological expedition to the Urubus-Kaapor. In the preface to Diários Índios, he states that Heinz Foerthmann, when accompanying him on the occasion of his first trip, produced a film “about a day in the lives of a native people in the rainforest”. Besides that, in 1975 moviemaker Gustavo Dahl produced the film “Uirá, um índio em busca de Deus”, based on the essay “Uirá vai ao encontro de Maíra: as experiências de um índio que saiu à procura de Deus”, originally published in the periodical Anhembi (1957) and later featured in the book Uirá sai à procura de Deus, subtitled Ensaios de Etnologia e Indigenismo.

 

A.M.: Ribeiro reasons about the Brazilian government through the words of Pitum and tells about the project of the major Psiu about the media on how to restore the order in Brazil in a state increasingly depraved by incest, nationalism, xenophobia, pornography. What were the essential struggles of his life as a politician?

Darcy Ribeiro

Darcy Ribeiro Foundation: Darcy Ribeiro, graduated in sociology and anthropology, began his professional life working with Marshal Cândido Rondon, whom he referred to as his hero. Rondon, a military engineer and a Brazilian “sertanista”, was famous for his support for Brazilian indian populations. At the time, Darcy Ribeiro was hired as a naturalist, because it still did not exist the role of indigenist or ethnologist in the Indians Protection Service. The years in which Darcy Ribeiro lived among the Indians left many legates, among which stands out the creation, in 1961, of the Xingu Indigenous Park, the first and largest reserve for the natives in Brazil. The coexistence with the Indians and his political militancy marked his formation, visible in his professional and public life, particularly, in education. Darcy Ribeiro was brought to education by the hand of Anísio Teixeira, whom he called his philosopher of education. The proposals of Anísio Teixeira for education were incorporated by Darcy Ribeiro and implemented in all his works in education. Anísio Teixeira presided over the National Institute of Pedagogical Studies (INEP) and handed Darcy the coordination and implementation of the regional educational research centers, linked to INEP. Together they created the University of Brasilia, which transformed the understanding of university life in Brazil. Darcy Ribeiro was its first rector, delivering this responsibility to Anísio Teixeira when Darcy Ribeiro became Minister of Education. He was head of the Civil House, when the military coup took power. In exile, Darcy participated in the organization of several universities. On his return, he was elected vice-governor, with Leonel Brizola, implementing the largest integral education program in the country, as well as many other “makings” [fazimentos], as he used to say. In the 90’s, he was elected senator and was responsible for the approval of Guidelines and Bases of National Education Law (Law 9394/96), among other projects of law of his authorship. He died 40 days after the approval of the education law. Darcy Ribeiro left to us his commitment to Brazil, his incessant imagination and the enthusiasm on every new intellectual idea or social initiative.

 

A.M.: Indio was a generic word that Columbus gave to the inhabitants of America but we know that there has never existed a prototype of indios but a melting pot of civilizations, peoples and human groups generated by millennia of migratory processes and adaptations. South America has become an emblem of intermingling between indigenous peoples, European invaders and those who arrived as slaves from Africa. The so-called mestizo is typical of the “New World” and shows the magnitude of possible integration. Considering that Ribeiro wanted to preserve the Indian populations remained and not to make the mistake of countries such as Peru and Mexico that with the question of freedom and equal rights have robbed the populations of their land for a bottle of rum, how is the combination of indigenous, European and African really lived today? 

Darcy Ribeiro Foundation: In As Américas e a civilização, a book that addresses crucial issues in the American history, such as the sense of colonization, the breakdown of the Spanish empire into a diversity of nations, and the inequality causes in development indicators, Darcy Ribeiro shapes three types of peoples in America: transplanted peoples, witness peoples, and the new peoples that derive from the join of whites, blacks, and Indians in the colonial enterprise, a situation prevailing in Brazil. In the prologue to Carta’s publication, Darcy Ribeiro writes: “The Brazilian people was built as a racially mixed population, historically broken into two blocks: the hordes originating from reigns and their Creole children, placed on top as a dominating cohort; the remnant Indians of the extermination, into the forests, and the negroes brought from Africa. In opposition to these contingents grows the other block of neo-Brazilian people, composed by a mass of mestizos, mamelucos and mulatos, looking after their own identity, constructing in their innocence their destiny “(Carta, n.9, 1993: 16) According to Darcy, we, Brazilian people, are “late Latinos, from overseas, ‘amorenados’ [dark-skinned] by the white and black people fusion, deculturated from the traditions of their ancestral headquarters, but carrying survivors of them that help us to contrast so much with the lusitanos.” (O povo brasileiro, 2013: 117)

To Darcy Ribeiro, melting Indian, black and European genetic and cultural heritage, this is the Brazilian adventure.

 

A.M.: What is the point of view of the newly elected president Jair Messias Bolsonaro on the people of Amazonia?

Darcy Ribeiro Foundation: Despite being a military man and counting on his government with a strong participation of members of the military forces, the elected president breaks with the recognition of an indigenist policy formulated by Marshal Cândido Mariano da Silva Rondon who, at the beginning of the 20th century, in 1910, has created the Indians Protection Service [Serviço de Proteção aos Índios-SPI] and has defended the recognition of the indigenous peoples as autonomous nations, with whom it was necessary to establish friendship relations. Rondon inspired Darcy Ribeiro who gave up an academic career to become an ethnologist at the SPI, where he developed important researches among the Kadiwéu, Urubu-Kaapor, Guarani-Kaiwá, Kaingang and conceived the Xingu Indigenous Park. Contrary to this humanist vision and respect for the Indian people, the current president has been taking deleterious initiatives to the Brazilian Indians. He divided the National Indian Foundation [Fundação Nacional do Índio-FUNAI], an indigenous organization that succeeded the SPI, between two ministries, delegating the actions of identification and demarcation of indigenous territories to the Ministry of Agriculture, a notorious defender of the interests of the large land owners, who, for the most part, do not recognize the right to their traditional lands for the indigenous peoples, as established by the Brazilian Constitution. The recent President Jair Bolsonoro statements considering indigenous lands in Amazonia border areas a danger to national sovereignty or proposing the liberation of mining activity in those territories put the future of indigenous peoples at risk and expose a clear ignorance of Brazil’s historical formation.

 

A.M.: From the ’70s to today there are several books by Darcy Ribeiro translated into Italian, how did you welcome the project of a new translation by Katia Zornetta of the fairy tale “Utopia Selvagem” for Negretto Editore?

Giancorrado Barozzi – Utopia Selvaggia

Darcy Ribeiro Foundation: It is precious the choice to publish this book at this moment of Brazil. This fable was written in 1982 and founded its pertinence in two arguments: Darcy Ribeiro’s  deep belief in which Utopia is a driving force of mankind that illuminates the trajectory from dreams to their realization; and the disconcerting present of this fable that records the longing for lost innocence, through links between past and present, which project a future of hope, woven by the construction of a culture grounded in miscegenation Darcy reminds us that even in times of great adversity, like the present one, there may be compatibilities, although that it may seem too much utopic.

 

A.M.: Greet us with a quote…

Darcy Ribeiro Foundation: Considering that the work Utopia Selvagem: saudades da inocência perdida: uma fábula refers to various time frames – the historical period of the conquest of America by Spaniards and Portuguese, as well as the decades of 1960 and 1970 (the years under a dictatorship in Brazil) and the period of the Cold War, I find the reflection on culture present in Os brasileiros: 1. Teoria do Brasil to be of extreme importance. In this sense, I call attention to the passage: “Under certain catastrophic conditions – such as defeats in wars, hecatombs or conquests – the means through which cultures express themselves can be reduced to minimal levels. Such vicissitudes at times cause such deep traumas to a culture that doom it to disappearance. However, as each man is always essentially a cultural being, a holder of the tradition that made him human, his culture will only disappear if he is prevented from passing it on socially to his descendants.” (RIBEIRO,1985, p.128).

 

Versione in portoghese

Fundação Darcy Ribeiro (1): Esta entrevista foi respondida por três conselheiras da Fundação Darcy Ribeiro, três mulheres – Haydée Coelho, Lúcia Velloso e Elizabeth Brêa −, doutoras, professoras universitárias, com atuação em diferentes áreas de conhecimento – literatura, educação e antropologia. Duas de nós, participando atualmente do Conselho Executivo da Fundação, trabalhamos com Darcy Ribeiro, nas décadas de 80 e 90, quando ele foi vice-governador do estado do Rio de Janeiro, implantando, entre outros “fazimentos”, o maior programa de educação em tempo integral que o Brasil já vivenciou. A terceira conselheira se aproximou da Fundação através de sua brilhante pesquisa na área de literatura, acompanhando o trabalho e a produção de Darcy Ribeiro em seu exílio, em diversos países da América Latina. Continuamos, através da Fundação, organizando publicações e eventos que divulguem a obra de Darcy Ribeiro, além de introduzirmos, novas gerações, no pensamento deste autor, através de nosso trabalho em universidades e no Arquivo Nacional.

 

Fundação Darcy Ribeiro

Fundação Darcy Ribeiro (2): A referência à guerra na fábula de Darcy Ribeiro está relacionada às ações que “o Exército brasileiro trava ao norte do Amazonas”. Desta guerra participava o Primeiro-tenente Gasparino Carvalhal, agente Civil do SNI (Serviço Nacional de Informação, criado na ditadura militar brasileira em 1964). Como se observa, o nome do militar é uma paródia de Gaspar de Carvajal, padre dominicano espanhol que participou da expedição de Gonçalo Pizarro até à foz do rio Amazonas. Nessa mesma direção parodística, o mesmo personagem da fábula, é chamado de Orelhão, o que remete ao conquistador Francisco de Orellana cuja viagem exploratória também se associa à  descoberta do rio Amazonas. Em A fundação do Brasil (livro organizado por Darcy Ribeiro e Carlos de Araujo Moreira Neto), “a expedição de Orellana teve importância permanente nos planos geopolíticos de ocupação da região Amazônica  e de toda a América do Sul (…).” Sob o ponto de vista histórico, as ações de guerra na fábula se reportam às ações vigilantes do regime militar no que diz respeito às fronteiras do Norte do Brasil. Por outro lado, as atividades militares também proporcionam o encontro entre os ditos civilizados e os povos indígenas, representados pelas Amazonas e, ainda, pelos índios Galibis, do povo de Calibã.Como o livro traz tempos diversos (passado, presente recente vivido pelos brasileiros- anos 60 e 70-) e se lança para o futuro, o escritor aproveita o deslocamento espacial do personagem, pertencente ao quadro militar, para inserir o Brasil no capítulo da conquista da América não só portuguesa. Além disso, a fábula, de forma dialógica, traz uma diversidade textual que impressiona o leitor. Mencionem-se os textos relacionados às histórias de viajantes europeus ao Brasil; a tradição literária europeia que inclui, dentre outros textos, A tempestade, de Shakespeare por meio das figuras de Próspero e Calibã; as leituras e releituras da peça do autor inglês, incluindo as versões e interpretações que deram origem a importantes ensaios escritos por autores latino-americanos como José Rodó (Ariel,) e Calibán y otros ensayos, de Roberto Fernández Retamar.

A dimensão utópica do livro dialoga com a tradição europeia, com a leitura de Sérgio Buarque de Holanda sobre o Eldorado (Visão do Paraíso), com a antropofagia e utopia oswaldianas e se projeta, ainda, para o presente / futuro político que “está nas sábias mãos computacionais de Próspero”. Diante desse quadro complexo (de referências a várias leituras e textos), pode-se dizer que a guerra de Darcy Ribeiro é a da escritura que inclui, além do modo de escrever, o compromisso com uma visão de mundo múltipla e polifônica que não anula o compromisso ético do escritor contra o status quo.

 

Fundação Darcy Ribeiro (3): A expansão ibérica desencadeou um dos maiores processos civilizatórios da história moderna, destruindo milhares de povos, línguas e culturas. Evangelização, escravidão, submissão pela força, dizimação por doenças são aspectos desse processo ocorrido no continente americano, mas com consequências variadas entre a Américas hispânica e portuguesa. No Brasil sobre os povos indígenas recaiu uma dominação que ia avançando à medida que a conquista do território, iniciada pela orla atlântica, se efetivava. O enfrentamento com a civilização ocorreu pelas enfermidades desconhecidas, pelas guerras de extermínio e de captura de índios e índias, pela evangelização etnocida, resultando no aniquilamento de cerca de quatro milhões de índios nos dois primeiros séculos da conquista. Nas décadas de 1950-1960 considerava-se que os índios estavam prestes a desaparecer, vitimados por doenças, violência ou por processos de aculturação, assimilação ou integração à sociedade nacional. Darcy Ribeiro, nesse contexto, desenvolveu um conceito que procura explicar porque os índios não desapareceram, ao contrário, retomaram um crescimento demográfico. Trata-se do conceito de transfiguração étnica, no qual “um povo já configurado resiste tenazmente à sua transfiguração, mas o faz precisamente mudando ao assumir aquelas alterações que viabilizam sua existência dentro do contexto em que ele interage.” (O povo brasileiro, 2013: 234) Para Darcy a sobrevivência dos índios reside na sua aparente incapacidade para se desfazerem na sociedade nacional. Os índios, quaisquer que sejam as condições enfrentadas, por mais adversas, ainda mesmo quando profundamente mestiçados com negros e com brancos, permanecem índios, se autodeclaram índios.

 

Darcy Ribeiro

Fundação Darcy Ribeiro (4): O narrador tem várias funções na fábula de Darcy Ribeiro: interpela o leitor; acompanha os personagens e respectivo trânsito pelos diferentes espaços; torna-se ensaísta e age como um cronista de vários tempos. Nessa condição, o narrador testemunha e registra na escrita, de maneira movente, os diálogos entre os personagens civilizados e seus enfrentamentos e  conversas entre Calibã que lidera a tribo dos galibis e os representantes dos civilizados, dentre outros recursos narrativos. O livro termina com um capítulo apoteótico que é “A caapinagem”. Nesse texto, Darcy Ribeiro evoca Glauber Rocha: “Salve, salve Glauber. Bem-vindo seja cá”. Em entrevista, o escritor já tinha declarado que se tratava de um capítulo realizado para o eminente cineasta brasileiro filmar. Também em Confissões, publicado post mortem, é feita esta revelação pelo escritor brasileiro. Para os cineastas, a imagem é tudo. Sem dúvida, sob essa perspectiva, Utopia Selvagem oferece possibilidades de abordagem do texto de Darcy Ribeiro à luz das artes visuais e cinematográficas.    

As relações entre cinema e Antropologia, no que se refere a Darcy Ribeiro, podem ser verificadas nas produções fílmicas que decorreram da expedição etnológica de Darcy Ribeiro aos Urubus-Kaapor. No prefácio de Diários Índios, registra que Heinz Foerthmann, ao acompanhá-lo na primeira viagem, produziu um filme “sobre um dia de vida de um povo indígena na floresta tropical”. Além disso, o cineasta Gustavo Dahl em 1975, realizou o filme Uirá, um índio em Busca de Deus”, baseado no ensaio “Uirá vai ao encontro de Maíra: as experiências de um índio que saiu à procura de Deus, publicado originalmente na revista Anhembi (1957) e, posteriormente, integrado ao livro Uirá sai à procura de Deus, com o subtítulo: Ensaios de Etnologia e Indigenismo.  

 

Fundação Darcy Ribeiro (5): Darcy Ribeiro, formado em sociologia e antropologia, começou sua vida profissional atuando junto ao Marechal Cândido Rondon, a quem se referia como seu herói. Rondon, engenheiro militar e sertanista brasileiro, foi famoso por seu apoio às populações indígenas brasileiras. Na época Darcy Ribeiro foi contratado como naturalista, porque ainda não existia a função de indigenista ou etnólogo no Serviço de Proteção aos Índios. Os anos em que viveu entre os índios deixou muitos legados, entre os quais se destaca a criação, em 1961, do Parque Indígena do Xingu, primeira e maior reserva para os nativos no Brasil. A convivência com os índios e sua militância política marcaram sua formação, visível em sua vida profissional e pública, em particular, na educação. Darcy Ribeiro foi levado para a educação pela mão de Anísio Teixeira, a quem chamava de seu filósofo da educação. As propostas de Anísio Teixeira para a educação foram incorporadas por Darcy Ribeiro e implementadas em todas suas obras no setor. Anísio presidiu o Instituto Nacional de Estudos Pedagógicos (INEP) e entregou a Darcy a coordenação e implantação dos Centros Regionais de Pesquisas Educacionais, vinculados ao Inep. Juntos criaram a Universidade de Brasília, que transformou a compreensão da vida universitária no Brasil. Darcy Ribeiro foi seu primeiro reitor, entregando esta responsabilidade a Anísio Teixeira quando assumiu a função de Ministro da Educação. Era chefe da Casa Civil, quando houve o golpe militar. No exílio, Darcy participou da organização de diversas universidades. No seu retorno, elegeu-se vice-governador, ao lado de Leonel Brizola, implementando o maior programa de educação integral no país, além de muitos outros “fazimentos”, como ele dizia. Posteriormente, elegeu-se senador e foi responsável pela relatoria e aprovação da Lei de Diretrizes e Bases da Educação Nacional (Lei 9394/96), entre outros projetos de lei de sua autoria. Morreu 40 dias após a aprovação da lei.

 

Darcy Ribeiro

Fundação Darcy Ribeiro (6): Em As Américas e a civilização, livro que aborda questões cruciais da história da América, como o sentido da colonização, a desagregação do império espanhol em uma diversidade de nações e as causas da desigualdade nos padrões de desenvolvimento, Darcy Ribeiro conforma três tipos de povos na América: povos-transplantados, povos-testemunho e os povos novos que derivam da junção, no empreendimento colonial, de brancos, negros e índios, situação predominante no Brasil. No prólogo à publicação Carta’, Darcy Ribeiro escreve: “O povo brasileiro se construiu como população racialmente mestiça, historicamente partida em dois blocos: as hordas originárias de reinóis e seus filhos crioulos, posta em cima como coorte dominadora; os índios remanescentes do extermínio, metidos nas matas, e os negros trazidos da África. Em oposição a esses contingentes cresce o outro bloco de gente neobrasileira, composta da massa de mestiços, mamelucos e mulatos, em busca de sua própria identidade construindo na insciência o seu destino.” (Carta’, n.9, 1993: 16) Segundo Darcy, somos “uns latinos tardios, de além-mar, amorenados na fusão com brancos e com pretos, deculturados das tradições de suas matrizes ancestrais, mas carregando sobrevivências delas que ajudam a nos contrastar tanto com os lusitanos.” (O povo brasileiro, 2013: 117) Para Darcy Ribeiro fundir herança genética e cultural índia, negra e europeia, essa é a aventura brasileira.

 

Fundação Darcy Ribeiro (7): O presidente eleito, apesar de ser militar e contar em seu governo com uma forte participação de membros das forças armadas, rompe com o reconhecimento a uma política indigenista formulada pelo marechal Cândido Mariano da Silva Rondon que, no início do século XX, mais precisamente em 1910, criou o Serviço de Proteção aos Índios-SPI e defendeu uma postura de reconhecimento dos povos indígenas como nações autônomas, com as quais se devia estabelecer relações de amizade. Rondon inspirou Darcy Ribeiro que desistiu de uma carreira acadêmica para se tornar etnólogo do SPI, onde desenvolveu importantes pesquisas entre os Kadiwéu, Urubu-Kaapor, Guarani-Kaiwá, Kaingang e concebeu o Parque Indígena do Xingu. Na contramão dessa visão humanista e de respeito aos povos indígenas, o atual presidente vem tomando iniciativas deletérias aos índios. Desmembrou a Fundação Nacional dos Índios, órgão indigenista que sucedeu ao SPI, entre dois ministérios, delegando as ações de identificação e demarcação das terras indígenas ao Ministério da Agricultura, notoriamente defensor dos interesses dos grandes produtores rurais que, em sua maioria, não reconhecem aos índios o direito às suas terras tradicionais, como estabelece a Constituição brasileira. Considerar as terras indígenas em áreas de fronteira na Amazônia como um perigo à soberania nacional ou propor a liberação da atividade mineradora nesses territórios, como vem declarando o presidente Bolsonaro, colocam em risco o futuro dos povos indígenas e dá uma demonstração clara de desconhecimento da formação histórica do país.

 

Fundação Darcy Ribeiro (8): A escolha deste livro para ser publicado exatamente neste momento que o Brasil está vivendo é preciosa. Esta fábula foi escrita em 1982 e assenta sua pertinência em dois argumentos: a crença profunda de Darcy Ribeiro em que a utopia é uma força motriz da humanidade que ilumina a trajetória dos sonhos para a sua concretização; e a desconcertante atualidade desta fábula que registra a saudade da inocência perdida, através de elos entre passado e presente, mas que projetam um futuro de esperança, tecido pela construção de uma cultura alicerçada na miscigenação. Darcy nos lembra que mesmo nos momentos de grande adversidade, como o atual, pode haver compatibilidades, por mais utópico que isto possa parecer.

 

Fundação Darcy Ribeiro (9): Considerando que o livro Utopia Selvagem: saudades da inocência perdida: uma fábula se reporta a tempos diversos: ao período de conquista da América realizada pelos espanhóis e portugueses e, igualmente, às décadas de 60 e 70 (anos de ditadura no Brasil) e, ainda, aos tempos de Guerra Fria, creio que é de extrema importância a reflexão sobre a cultura, presente em Os brasileiros (I- Teoria do Brasil) Teoria do Brasil. Nesse sentido, ressalte-se o fragmento:             

“Em certas condições catastróficas – como as derrotas em guerras, as hecatombes ou as conquistas – as formas de expressão das culturas podem ser reduzidas a limites mínimos. Essas vicissitudes às vezes traumatizam tão profundamente uma cultura que a condenam a desaparecer. Todavia, como cada homem é sempre essencialmente um ser cultural, detentor da tradição que o humanizou, sua cultura só desaparecerá com ele se for impossibilitado de transmiti-lo socialmente a seus descendentes.” (Darcy RIBEIRO, 1985, p.128)

 

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