FEFF 2019: Sezione Competition – “Three Husbands” di Fruit Chan

Il Far East Film Festival di Udine è da tempo la più importante vetrina europea del cinema asiatico popolare, ma questo non significa che dalla sua programmazione vengano escluse opere di spessore autoriale, tendenzialmente meno appetibili da una larga fetta di pubblico.

Three Husbands di Fruit Chan

Il maestro di cui Oubliette Magazine si occupa quest’oggi è una vecchia conoscenza, avendolo già scoperto nel 2017, secondo anno di web media partnership con l’evento: Made in Hong Kong” di Fruit Chan ha senza dubbio lasciato un segno indelebile nella memoria di chi ha potuto gustarlo, alla maniera degli autentici cult che resistono alla prova del tempo.

E proprio nella celebre regione speciale amministrata dalla Cina torna ad essere ambientata questa nuova vicenda, ideale conclusione di una trilogia dalle tinte focose aperta circa un ventennio fa: dai condomini sovraffollati si passa alla baia di “Three Husbands, dove un piccolo peschereccio offre dimora alla giovane Mui (Chloe Maayan), al suo attempato marito (Chan Man-lei) e a suo padre (Mak Keung).

La ragazza è da tutti considerata una pazza, una reietta della società, “una gitana del mare” irredimibile che non parla quasi mai. Più che altro infatti mugola, incessantemente e insaziabilmente, vantando un’inclinazione sorprendente all’erotomania, dapprima interpretata come pura libidine, poi come patologia, da sfruttare però quale vero e proprio talento.

A farsi “manager” della meretrice è colui che ne diventa il terzo marito (il primo è stato lo stesso padre, coinvolto in un rapporto incestuoso con la figlia): a Quattr’occhi (Peter Chan) la gente riconosce unanimemente una “faccia da culo”, eppure, dopo essersela portata a letto, diversamente da tutti gli altri è riuscito a sposare Mui, ha anche tentato di accasarla all’interno di mura stabili e persino di sottrarla alla disdicevole professione che praticava.

Sfinito dall’ingestibile sete di sesso della moglie, capitola di fronte la necessità di cederla dietro compenso ad altri uomini, fra cui alcuni amici e colleghi: superata la ripugnanza della prima ora e dichiarate le parti intime della donna “patrimonio culturale” da parte di un medico che ne rileva la conformazione fisica più unica che rara, il giovane consorte appoggia pienamente il compromesso, cominciando a sognare costose zuppe di anguille in luogo del solito magro piatto di riso.

Chloe Maayan – Far East Film Festival 2019 – Photo by Raffaele Lazzaroni

Impostata una trama così atipica, di per sé già oltraggiosa, la conduzione sicura e minuziosa di Chan eleva la materia a parabola narrativa assurda ma coerente, gettando lo spettatore in un bollente tour de force che regala sequenze visivamente impressionanti, una carrellata di sogni proibiti concretati, di evasioni dai limiti comunemente imposti dalla pudicizia, se non quando dall’igiene.

A rendere ancor più irriverente ed esilarante la rappresentazione (lo sguardo critico adottato è infatti ben lungi dall’essere tacciabile di moralismo) sono le bizzarre figure che ruotano attorno a questo mercato illecito, tre individui sgangherati sotto ogni profilo ma animati da un sincero spirito di solidarietà, agito tutto in funzione di una ninfomane con l’aspetto da ritardata, incarnazione di una lussuria che unicamente sembra garantire salute e benessere psichico (o perlomeno oasi di pace tra una convulsione orgasmica e l’altra).

Uno stile di ripresa asettico e distaccato non gioverebbe alla resa di un habitat così sudicio, teatro notte e giorno di atti scabrosi: è quindi preferibile una tecnica di qualità nettamente inferiore, che preveda la rinuncia a qualsiasi raffinatezza nella registrazione sonora e nella fotografia (salvo qualora il senso del racconto non la autorizzi, come nell’epilogo dalle tinte fortemente desaturate) e che, anche allo scopo di appassionare un’audience esigente e smaliziata, non tema di invadere gli spazi vitali dei personaggi avvicinando in maniera quasi inopportuna i grovigli di corpi nudi.

 

Voto al film

 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Rubrica Far East Film Festival

Recensione “Made in Hong Kong”

 

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