“Palestinian Inspiration”: la rassegna di Ahmed Frassini e Mohammad Saba’aneh che mostra l’ironia come arma

Palestinian Inspiration” è una mostra di 140 disegni e più di un centinaio di autori da tutto il mondo, organizzata da Ahmed Frassini giornalista, regista e art director e da Mohammad Saba’aneh, vignettista politico del quotidiano Al-Hayat al-Jadida e membro di Cartooning for Peace.

Palestinian Inspiration

Entrambi hanno conosciuto l’esperienza delle carceri israeliane: Frassini da ragazzo per aver partecipato alla Prima Intifada e Saba’neh per aver fornito servizi a “organizzazioni ostili” non meglio precisate, accusa poi modificata in raccolta di fondi dalla Giordania per suo fratello Tamer, considerato un membro di Hamas (Mohammed infatti è stato arrestato mentre stava tornando da una conferenza all’università americana araba di Amman, anche se le autorità israeliane lo stavano spiando sin da quando era all’Università… e su questa pratica è appena uscito il film “Sarah e Saleem”)

Si è subito messa in moto una campagna di solidarietà internazionale: dal Centro di Doha per la libertà dei media, al sito yakayaka.org, ai giornali +972 e Haaretz fino al fumettista israeliano Michel Kichka e all’americano Daryl Cagle, tutti convinti che la “colpa” di Mohammed sia stata quella di porre continuamente l’attenzione sul problema dei prigionieri palestinesi anche minorenni.

Del resto soprattutto in Palestina l’arte ha e ha avuto un ruolo di denuncia estremamente potente (basta ricordare i tanti artisti incarcerati o uccisi, da Khanafani a Naji al-Ali a Juliano Mer Khamis) e proprio per questo il primo filone della mostra riguarda il tema dei bambini palestinesi in prigione.

Vediamo così un orsacchiotto incarcerato, bimbi incatenati già nell’ecografia e anche il Piccolo Principe si ritrova incatenato ma sentiamo anche il peso degli effetti psicologici a lungo termine prima tra tutti quello di doversi comportare da “eroi” adultizzati e politicizzati.

Ma c’è anche una vignetta di bambini felici che si mangiano il carro armato come fosse una caramella e che richiama il mural di Dara’a dei bimbi siriani, che si affaccia prepotente e colorata tra colombe della pace chiuse in un labirinto circondato da filo spinato o in una roulette in mezzo alle bombe o ancora inchiodata ad una croce.

L’arte dunque come denuncia ma anche come linguaggio universale per riscoprire e far conoscere la propria storia e cultura attraverso simboli come l’ulivo, l’arancia, la kufyya e la chiave per rivendicare il diritto al ritorno ma anche come Al Quds, la santa, nome arabo di Gerusalemme, recentemente al centro di scontri e proteste dopo la decisione di Trump di riconoscerla come capitale di Israele e di spostarvi l’ambasciata statunitense.

Palestinian Inspiration

Ed il secondo filone della mostra è la r-esistenza politica, dalla fionda e le pietre sino al bacio tra Netanyahu e Trump con la scritta “La Palestina non è Berlino” e ai Re Magi a cui viene impedito di arrivare alla mangiatoia.

E come r-esistenza la mostra si chiude con l’immagine dell’Handala che tiene per mano Ahed Tamimi, l’adolescente di Nabi Saleh incarcerata per otto mesi e cugina di Janna Tamimi che a soli 9 anni documentava le proteste con la sua Canon, nel corto di Amanda Leigh Smit “A caged bird sings”.

Dopo Milano, dove è stata per quattro giorni all’Ex-Fornace Alzaia Naviglio Pavese, la mostra andrà a Roma, il 9 maggio presso il Caffè Letterario in via Ostiense, 95… e se volete restare informati o portare la mostra in altre città seguite la pagina Facebook, Palestinian Inspiration.

 

Written by Monica Macchi

 

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