“Le donne, i bambini e la guerra” di Maria Franzè: i comportamenti che generano odio

“Le donne, i bambini e la guerra” di Maria Franzè: i comportamenti che generano odio

Apr 1, 2019

Finisco di scrivere con la penna ma mai con il cuore…”.

 

Le donne, i bambini e la guerra

Questa è la frase con cui si concludono tutte le lettere che le due sorelle, Clelia e Vittoria, si sono scritte per decenni dalle opposte sponde dell’Oceano. Due sorelle protagoniste del racconto di apertura del libro Le donne, i bambini e la guerra” di Maria Franzè, pubblicato da GM Press.

Si tratta di un libro molto particolare, che si articola in due sezioni principali dal titolo “Corrispondenze” e “Ritratti d’infanzia”. All’interno di queste due sezioni si sviluppano i racconti uniti dal filo rosso della tematica relativa alla guerra, declinata nelle sue diverse sfaccettature, dal vissuto quotidiano alla violenza, dall’emigrazione alla discriminazione. Guerra in una accezione ampia che racchiude ogni comportamento disumano e inumano, capace di generare odio e sofferenza.

Nel primo racconto dal titolo “Finisco di scrivere con la penna ma mai con il cuore” la voce narrante è quella di Angy, figlia di Clelia, la sorella che nel secondo dopoguerra è emigrata in America in cerca di fortuna, lasciando la sua terra natia, la Calabria, e tutti gli affetti più cari.

Una situazione difficile quella dell’emigrante, che vive la sua condizione di emarginato in una terra straniera, dove tutto, a cominciare dalla lingua, è diverso e difficile.

Mia soru d’oru, ti penzu sempi e mi disperu ca non simu assiemi in questo momentu disgraziatu assai. L’America mi para ‘na galera. Speramu che nel cielo qualcunu pe nui prega, ‘ndavimu tantu abbisognu. Chi tempi nigri stiamo passandu, soru mia. Finisco di scrivere con la penna ma mai con il cuore. Tua soru Clelia…”

Il parallelismo con la situazione attuale è fin troppo evidente. L’autrice con coraggio rappresenta attraverso una storia di emigrazione italiana, le difficoltà e le sofferenze che ogni giorno si trova a vivere chi è costretto a lasciare la propria terra, affrontando viaggi disperati e pericolosi pur di darsi una possibilità.

Una rappresentazione che diventa testimonianza di quei corsi e ricorsi storici che troppo spesso una memoria corta e superficiale preferisce rimuovere dalla coscienza collettiva.

Particolarmente apprezzabile in questo racconto l’uso del dialetto calabrese nella stesura delle missive, a rendere maggiormente realistica la condizione culturale e sociale delle due sorelle lontane.

Nel secondo racconto, “La scelta”, il dolore e la sofferenza nascono da una paternità non riconosciuta e dalla necessità di una giovane donna di affrontare in solitudine la scelta di diventare madre e crescere un figlio

Alberga in me la paura di non essere pronta, come ben sai, di non essere all’altezza di una responsabilità così grande e definitiva. Un figlio è per sempre, e questo mi spaventa”.

Ma le donne riescono sempre a trovare dentro di sé il coraggio di scegliere, nel bene e nel male, a tirar fuori la forza di autodeterminarsi, forse perché capaci di generare e quindi in grado di decidere. È quello che farà la protagonista di questo secondo intenso racconto.

“La festa” chiude la prima sezione del libro e lo fa affrontando un tema di estrema attualità: la violenza contro le donne e il femminicidio. Le voci narranti sono dapprima quella di Sara e poi quella di sua figlia Marta. Sara vive un rapporto di coppia ormai al limite della tollerabilità, ripetutamente picchiata dal marito preda di maniacali forme di aggressività: la gelosia, il sentimento del possesso portato al parossismo deviano il normale rapporto di coppia e sfociano nella brutale e ingiustificata violenza quotidiana, perpetrata anche di fronte alla fragile vista della bambina. Quando dopo dieci anni Sara decide di lasciare il marito violento e fuggire con la figlia, la furia cieca dell’uomo si scatena fino all’irreversibile.

Ti conosco fin troppo bene. Stasera, se solo avessi potuto, mi avresti uccisa. Ho avuto un brivido di paura guardandoti, il presentimento della fine. Ciò mi ha convinta che per il bene di tutti, ma soprattutto per me e per Marta, è meglio che ci separiamo, non vedo altra scelta”.

E Marta, dopo molti anni, rifiuta con una lettera, di incontrare il padre, un uomo al quale non riconosce più il suo ruolo fin da quel giorno in cui ha ammazzato sua madre “Tremavo, soffocando il mio pianto per non essere udita. Sobbalzavo ad ogni tua imprecazione. Le vostre voci le sentivo sempre più lontane, quasi un molesto ronzio, fino a diventare silenzio dopo quel fragoroso colpo che mi rifiutai di decifrare e definire”.

Maria Franzè

Siamo di fronte a un diverso tipo di “guerra”, quella familiare, quella dell’uomo contro la donna, mossa da una coscienza patriarcale in cui l’uomo deve dominare la donna e non ammette nessuna forma di autonomia femminile. Il possesso deve essere totale, e laddove si profila il tentativo di allontanamento per l’affermazione dell’indipendenza della donna, allora la soluzione diventa definitiva, finale, fatale. Un copione al quale la cronaca di questi ultimi anni ci sta purtroppo dolorosamente abituando.

La seconda parte del libro è invece dedicata a “Ritratti d’infanzia”, anche qui attraverso tre racconti che disegnano tre diverse modalità di essere bambini. Il filo rosso dell’appartenenza all’età della gioia, della spensieratezza, del gioco e della felicità viene ripetutamente strappato da situazioni in cui l’infanzia purtroppo si trova a vivere in contesti e situazioni di violenza, di sopraffazione, di dolore.

Il primo racconto è intitolato “Sven”, come il nome del piccolo protagonista. Siamo in Kosovo nel periodo della terribile guerra che ha insanguinato quelle terre, che ha portato popoli dapprima amici a odiarsi e uccidersi senza pietà. Sven, sebbene giovanissimo, si trova suo malgrado a fare da spettatore alla tremenda scena della violenza sessuale subita da sua madre ad opera di soldati nemici e alla morte del fratellino Mile.

Gli occhi abbagliati da squarci di luce che trafiggevano il buio, la mamma stringeva forte a sé il figlio, «non guardare!». Ma Sven aveva guardato, aveva già visto ciò che non avrebbe mai dimenticato, il volto di un mondo folle e malvagio”.

Con estrema lucidità l’autrice racconta, in un susseguirsi di tremendi fotogrammi, le atrocità cui Jovanka e suo figlio Sven assistono impotenti. Le parole dure e crudeli rendono in pieno la cupa atmosfera di quella terribile guerra, nella quale le donne vittime di stupri etnici hanno pagato il prezzo più alto.

Jovanka aveva subito bassezze e atrocità, un mare di miseria e squallore, senza poter opporsi alla crudele e sanguinosa durezza della natura umana”.

“Simone” è il bambino protagonista del secondo racconto dei “Ritratti d’infanzia”. È un bimbo della comunità Romanes, allegro e sorridente, nei suoi abiti logori e dai capelli rossi e cespugliosi. Un bambino che però troppo presto si trova a vivere una vita da nomade, da fuggiasco, quando gli sgomberi si susseguono uno dopo l’altro, una vita di discriminazioni e insulti.

Simone tremava spaventato, assalito da discontinui ricordi di quella fuga forzata avvenuta qualche mese prima, rifugiandosi nel suo corpo infreddolito”.

L’ultimo racconto che chiude il libro è “Lisa” dal nome della bambina protagonista. Una bambina appartenente a una famiglia benestante, accudita dalla tata Vera, una bambina che ha tutto e che quindi vive di capricci e di continue richieste nei confronti di genitori per lo più distratti dal mondo dorato nel quale si appaga la loro vicenda umana. Ma Lisa da qualche parte sfodera una sensibilità che spiazza i genitori snob.

Di fronte all’ennesimo naufragio di migranti nel Mediterraneo la bambina con testarda insistenza rivolge ai genitori mille domande, chiede spiegazioni su quella vicenda, sul perché quelle povere persone sono trattate in quel modo e sono costrette a mettersi in viaggio su barche così pericolose. I genitori distratti dal loro mondo borghese non comprendono l’insistenza della figlia e non sanno nemmeno rispondere, impegnati a stilare la lista della spesa non possono nemmeno controllare cosa guarda la bambina in TV.

Un quadro familiare desolante, dove solo l’ingenuità di un’anima pura come quella di una bambina può mettere spalle al muro l’ipocrisia di una società basata sull’apparire e non più sull’essere e sull’attenzione alle persone.

Il sole immobile dardeggiava sui loro incontri. Prima immemori, poi all’improvviso si avvicinarono, sentendo la loro reciproca presenza”.

Con questa frase si apre l’ultimo capitolo del libro, un epilogo di speranza affidato alla forza spontanea e genuina dei bambini. Sven, Simone e Lisa che si incontrano al parco e, a dispetto della perplessa madre della piccola, trascorrono allegri momenti di gioia, in cui il mondo non è più diviso fra ricchi e poveri, neri e bianchi, Rom e immigrati.

I bambini sono bambini e in loro risiede il futuro dell’umanità. Se e soltanto se, verranno educati all’amore e non all’odio.

 

Written by Beatrice Tauro

 

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