“Terroristi nella storia antica” di Luca Montecchio: atti di terrorismo nell’antichità romana

“Terroristi nella storia antica” di Luca Montecchio: atti di terrorismo nell’antichità romana

Mar 25, 2019

Cosa definiamo “Terrorismo”?

 

 

Terroristi nella storia antica

Tutti gli atti a portare la paura e, più propriamente, il terrore tra i cittadini?

Perché si dovrebbe partire dalla definizione che si dà a questo termine prima di parlare di questo fenomeno che, al giorno d’oggi, tristemente, fa parte della storia e della nostra quotidianità.

Una cosa è certa: dietro agli atti ci sono sempre delle persone che agiscono per più e svariate motivazioni, siano esse religiose, culturali o di qualsivoglia altra origine.

Qualcuno si è posto il problema di capire se anche nell’antichità, in epoca romana, questo fenomeno fosse riconoscibile come tale.

A porsi la domanda in questione è Luca Montecchio nel suo libro intitolato: “Terroristi nella storia antica. Atti di terrorismo nell’antichità romana” ed è edito per Graphe.it nel 2018.

Luca Montecchio è nato a Roma, dove vive. Studioso che ha approfondito temi dall’antichità classica alla tarda, ha condotto le sue ricerche presso le Università di Roma, Bordeaux, Madrid, Berlino e Macerata. Attualmente è docente presso l’Università eCampus.

Per la Graphe.it edizioni, Montecchio ha pubblicato tre monografie: sui Visigoti, su Papa Silvestro II e sui terroristi nella storia antica e ha curato la pubblicazione di atti di convegni.

L’autore porta all’attenzione del lettore dei casi che dovrebbero essere atti ad avvalorare la tesi che il fenomeno del “portare terrore” fosse attuato anche all’epoca dell’Impero Romano.

Ammetto che non tutti gli avvenimenti analizzati mi hanno convinta. A mio avviso, si tratta di atti a provocar guerra, di guerriglia e non finalizzati unicamente ad aumentare la sensazione di terrore ed impotenza.

I popoli guerrieri del nord, anche quelli che hanno dissimulato amicizia presso i loro conquistatori, hanno fatto quello che era in loro potere per sopravvivere finché non hanno auto la possibilità di ribellarsi.

Se poi questa ribellione abbia spaventato Roma inducendola a correre ai ripari, anche con soppressioni violente, non sta a significare che le ribellioni fossero atte a rovesciare le sorti dei popoli che le avevano messe in atto.

Non fu un atto di terrorismo quello che successe a Teutoburgo, fu una manifestazione di intenti.

Non fu terrorismo con Mitridate e i Vespri Asiatici, fu una presa di posizione.

Questi fatti e le loro ripercussioni sul sistema politico della crescente egemonia italica, portarono paura a Roma? Ovviamente, il popolo era spaventato nella misura in cui i suoi governanti volevano che lo fossero. Per legittimare delle guerre agli occhi di tutti, un pizzico di terrore di troppo non guasta mai.

Ma a questo punto anche ventilare una probabile epidemia di peste avrebbe lo stesso effetto.

L’unico caso che, a mio avviso, potrebbe essere riconducibile al terrorismo come lo conosciamo è la questione giudaica.

I problemi della Giudea sotto il dominio dei legati di Roma erano molto evidenti e la popolazione ne soffriva, questo lo sappiamo.

Luca Montecchio

Conosciamo anche le varie ruberie e le pesanti tasse a cui la provincia era sottoposta ma non si può certo dire che il modo di agire fosse uniforme. Qui la fazione ebraica più estremista e guerrigliera non lesinava atti di terrore anche nei confronti dei propri concittadini se questo significava portare scompiglio.

Guardavi un romano non con sentimenti di odio? Allora, anche se eri di fede ebraica, eri morto.

Questo portò la paura più delle armi dei romani e divenne terrore quando le guarnigioni vennero attaccate. Quindi, la popolazione non contraria al governo egemone non poteva più sentirsi protetta nemmeno da quello che era diventato il male minore.

Gli anziani del tempio non potevano più proteggerli, i romani dovevano far fronte a guerriglieri che si nascondevano dietro alla loro religione e tutta la regione ne pagò il prezzo.

Lo ammetto, forse non ho compreso le sfumature, ma non sono convinta che la definizione di atti di terrorismo si adatti al volume.

Oltre a questo, mi sento di fare un appunto alla forma del testo.

Non sono un addetto ai lavori ma ho avuto più di un saggio sotto mano e trovo corretto che quando si usa, nel testo, una frase in un’altra lingua, qualunque essa sia, e le si lega una nota mi aspetto che questa venga tradotta. Altrimenti anche tutte le fonti dovrebbero essere inserite nella lingua originale e che il lettore se ne faccia una ragione.

O si traduce tutto, nel testo o in nota, altrimenti risulta difficile la comprensione per qualcuno che non sia avvezzo ai cambi di lingua, viva o morta che sia. Oltre al fatto che trovo che l’omogeneità della forma offra una più piacevole esperienza con il testo.

 

Written by Altea Gardini

 

One comment

  1. Claudio /

    Articolo molto interessante. In effetti la domanda posta dall’autore è buona, ma forse il termine “terrorismo” come lo intendiamo noi oggi, è un po’ forzato.

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