“Green book” di Peter Farrelly: un film da Oscar per il coraggio antirazzista

“Green book” di Peter Farrelly: un film da Oscar per il coraggio antirazzista

Mar 18, 2019

America 1962. Il jazz e il rithm and blues accompagnano il viaggio di due americani lungo le strade del paese, da nord verso sud, in un crescendo di condivisione inimmaginabile all’inizio del viaggio e della storia.

Green book di Peter Farrelly

Infatti i due protagonisti sono americani anomali, l’uno Tony Vallelonga, detto Lip, è un italo americano che di professione fa il buttafuori nei locali notturni di New York City; l’altro, Donald Shirley è un afroamericano, pianista classico impegnato in una tournée che dovrà portarlo a toccare le principali città del sud degli States.

Come è possibile che due individui così diversi fra loro si ritrovino a bordo della stessa autovettura e che, soprattutto, riescano a stabilire un contatto umano che finirà per assumere i caratteri dell’amicizia?

Forse perché entrambi, pur appartenendo a culture diverse, con un colore della pelle diverso e con un background decisamente diverso, si sentono parte di quel genere umano che fa sì che gli individui si ritrovino l’uno a fianco all’altro e non uno di fronte all’altro.

Il film, che già prima di vincere l’oscar come miglior pellicola stava sbancando i botteghini di mezzo mondo, è la storia di Tony che perde il lavoro da buttafuori e accetta di fare da autista a un “dottore” che deve intraprendere un viaggio di tre settimane da New York fino in Alabama.

Tony non immagina che il “dottore” non è un medico bensì un pianista dai modi molto affettati, elegante, ricco, attento a qualsiasi aspetto dell’essere e dell’apparire. E soprattutto nero.

L’equazione nero uguale ricco spiazza Tony che, fra mille perplessità, finisce per accettare il lavoro mettendo in guardia il suo capo “secondo me lei di problemi al sud ne avrà parecchi”, conoscendo quali erano all’epoca gli atteggiamenti dei bianchi nei confronti dei neri negli stati meridionali degli USA.

Ma nonostante i rischi il viaggio ha inizio. A bordo di una strepitosa autovettura tipica di quegli anni i due lasciano la colta e sofisticata New York e si avventurano, tappa dopo tappa, verso il profondo Sud.

Sono gli anni in cui i neri lottano per i propri diritti e per acquisire quella pari dignità che ancora non gli viene riconosciuta. Sono gli anni in cui Martin Luther King e Malcom X arringano le folle nere per rivendicare una vita dignitosa e libera, per combattere e superare i pregiudizi.

Pregiudizi di cui è intriso anche il nostro protagonista, l’italo americano Tony che considera i neri come degli animali e che, facendo buon viso a cattivo gioco, accetta di lavorare per un nero.

I due rappresentano, anche iconograficamente, l’uno il contrario dell’altro: tanto raffinato ed elegante è Don Shirley tanto ignorante e cafone è Tony Vallelonga. Nell’eloquio, nei gesti, nel vestire, non vi è aspetto che non li definisca l’uno il contrario dell’altro.

Green book di Peter Farrelly

Eppure sarà proprio l’affermazione di un poliziotto sudista a svelare la loro comunione e la loro uguaglianza, quando apostroferà l’italiano con la frase “Ah tu sei italiano? Allora sei un mezzo negro anche tu!”.

Come a voler dire che tutti coloro che non rientravano nel lignaggio dei bianchi del cosiddetto WASP (White Anglo Saxon Protestant) appartenevano alla stessa feccia.

Un’America dura quella che viene raccontata durante il viaggio e durante le stesse esibizioni musicali del grande pianista, invitato nelle magioni dei ricchi latifondisti bianchi che lo applaudono e poi gli negano la toilette, invitandolo a fare i propri bisogni all’esterno.

Eppure le tre settimane di convivenza, che si snodano fra concerti, consultazioni del “green book”, ovvero la guida di alberghi e ristoranti riservati ai neri, lezioni di scrittura e nuove confidenze, permetterà ai due uomini di superare i reciproci pregiudizi e ad approdare a un rapporto di amicizia, insolita e profonda. La diversità e l’iniziale diffidenza si stemperano chilometro dopo chilometro, insulto dopo insulto, discriminazione dopo discriminazione.

Se per te non sono abbastanza nero e per loro non sono abbastanza bianco allora dimmi chi diavolo sono io!” urla arrabbiato un bravissimo Mahershala Ali nei panni di Don Shirley, cui fa eco un altrettanto bravo Viggo Mortensen alias Tony Vallelonga con una frase molto profonda e significativa “Il mondo è pieno di gente sola che ha paura a fare il primo passo”.

Green book di Peter Farrelly

Loro due non avranno paura a manifestare l’amicizia che li legherà, anche di fronte alla perplessa famiglia italiana di Tony.

Un film quello diretto da Peter Farrelly che con coraggio affronta il tema dell’antirazzismo in una America che sembra essere piombata di nuovo in quegli anni, con le spinte antimmigrazione di Trump e con quella spocchia razzista e xenofoba che da sempre contraddistingue buona parte del midwest e del sud statunitense.

La paura del diverso, l’odio razziale, la distinzione fra noi e loro, sono elementi che entrano a gamba tesa nella storia sebbene la cifra del racconto sia sempre sui toni della commedia e quasi mai su quelli del dramma.

Va riconosciuto il coraggio dell’Academy Awards che ha scelto “Green book come miglior film 2019 proprio in un’America che si è di nuovo svegliata divisa sulle questioni razziali.

 

Written by Beatrice Tauro

 

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: