Intervista di Rosario Tomarchio a Mario Coco: vi presentiamo lo spettacolo teatrale “Un vecchio comico di vent’anni”

Mario Coco è attore comico e autore. Cresce a Piedimonte Etneo, dove inizia a sperimentarsi nelle proprie passioni.

 

Mario Coco

Dopo la realizzazione di diversi cortometraggi e gli studi teatrali, spalleggia Francesco Scimemi nella trasmissione televisiva di Salvo La Rosa “Meraviglioso” (7 Gold, 2016) diretta da Luca Alcini. Seguono interventi nei programmi Rai “Dopo fiction” (Rai Uno, 2017) con Nino Frassica e Flavio Insinna, “Domenica In” (Rai Uno, 2017) con Pippo Baudo, e in quattro edizioni di “Stracult” (Rai Due). È inoltre ospite fisso delle trasmissioni radiofoniche del gruppo RMB.

Nello stesso periodo partecipa a “Fuori gioco” (Rai Radio Uno, 2017), prende parte al film “Cimena” (2018) di Salvo Spoto e Dario Formica e svolge attività cabarettistica tra Sicilia e Puglia. Oltre a collaborare con il quotidiano online “AlgaNews” diretto da Lucio Giordano, scrive e dirige il cortometraggio “Cipria e Caffè”, che riceve il premio “Miglior colonna sonora” – composta da Attilio Pace ‒ alla Mostra d’Arte Cinematografica “Vittorio De Sica” di Sora.

Nel 2018 viene chiamato da Maccio Capatonda per la serie “The Generi” (Sky), nella quale interpreta il ruolo di Gigino. Dal 2019 fa parte del cast di “Programmone” (Rai Radio 2) di e con Nino Frassica. È recentemente impegnato a teatro con lo spettacolo Un vecchio comico di vent’anni”.

“Mario è un giovane comico di vent’anni che non lavora da due anni e che non riesce ad uscire fuori dal suo declino artistico.  Litiga in continuazione col suo manager per l’assenza di nuovi ingaggi e non si capacita del motivo di tutto questo ostracismo. Sarà forse per via del nome? Di qualcosa che ha combinato in passato?  Intanto nessuno si ricorda di lui. Neppure un vecchio fan che prima lo osannava. Il suo agente, Osvaldo, lo mette di fronte alla dura realtà: è troppo giovane. In televisione oggi coloro che sostengono le fiction e che presenziano nelle trasmissioni sono solo artisti dai settant’anni in su.  In questa situazione estrema, gli parla di una sorta di rito magico grazie al quale è possibile modificare l’anno di nascita da 1998 a 1928. Si rimane identici fisicamente, ma per tutto il mondo si è novantenni. Ciò può consentire a Mario di diventare automaticamente un’istituzione, un baluardo della vecchia guardia, ma soprattutto di avere ingaggi artistici a raffica e di dichiararsi a Luisanna, della quale si è invaghito segretamente, perché ha timore di essere rifiutato in quanto troppo giovane. Andrà tutto bene?”

 

R.T.: Ciao Mario, grazie del tempo prezioso che concedi per questa chiacchierata tra amici. Da qualche hanno sei perfettamente inserito in questo meraviglioso mondo dello spettacolo. Questo mondo lo consideri come una seconda casa? Ricordi ancora l’emozioni che hai provato nel momento in cui hai vissuto il battesimo con il pubblico

Mario Coco: Grazie a voi! Il mondo dello spettacolo, come saprai, è bello perché è vario e a fare un passo nel delirio ci vuole davvero poco. Diciamo che alla base di tutto metto l’arte. Questa, essendo profonda, può sfociare nella prima casa – amici e famiglia – e nella seconda – il cosiddetto “mondo dello spettacolo”. Non sono un tipo mondano, ma trascorro volentieri delle serate tranquille con artisti coi quali è gradevole scambiare delle chiacchiere. Non è semplice trovare l’amicizia autentica. Io la trovo, per esempio, in Mario Marenco. Insieme a Nuccio, cerchiamo con ironia di rompere un sistema monotono. È naturale che se si vuol lavorare bisogna presenziare in alcuni eventi pubblici. Quando capita, ne approfitto per scrutare quel surrogato sociale e per cavare qualcosa di divertente dai loro modi di fare. Ricordo con affetto i primi approcci col pubblico, anche perché sono avvenuti in Sicilia. Un sentimento costante di quel periodo era l’incoscienza, che in qualche modo mi ha aiutato e che adesso forse riesco a controllare meglio. A volte capitava di trovarmi davanti a due spettatori, altre volte ad una marea di persone. Sperimentavo dei metodi per acquisire pubblico. Nel periodo della proiezione del mio primo filmetto, insieme a mio zio, è uscita fuori l’idea di appendere le locandine al camioncino dei gelati. Non ho mai visto tante persone come quella sera. Ho ancora il quaderno delle firme che avevo messo all’entrata. Solo lì conto circa settecento presenti. In quel chiostro si respirava un’aria curiosa. C’era anche Chicco Coci. Un bel po’ di gente forse era venuta per prendere in giro, ma poco importa. Quella volta si è creato un momento di aggregazione. Anche due che si scannano in platea per una sedia fanno aggregazione. Il cinema serve a questo.

 

R.T.: Se hai la possibilità di poter scegliere tra tv, radio cinema e teatro quali scegli?

Mario Coco: Ogni mezzo espressivo è diverso dall’altro. L’importante è utilizzare ogni arte nel migliore dei modi. La radio mi piace perché con la sola voce è possibile spaziare ovunque e si possono esprimere dei concetti che in altre forme sarebbero poco funzionali. Per fare teatro, invece, ci vuole una grande energia ed è interessante giocare col corpo, di cui il pubblico percepisce anche le pulsazioni. In televisione si può avere un seguito maggiore. Per questo motivo bisogna puntare su delle strutture diverse, più persuasive. Anche lì è possibile realizzare delle cose carine, se non fosse che spesso regna il caos più totale. Il mio amore principale, anche se essendo costoso non è semplice da assecondare, è il cinema. Una sequenza può essere così potente da farti percepire delle sensazioni anche dopo anni.

 

R.T.: Recentemente hai partecipato a due importanti concorsi cinematografici. Ci racconti la tua recente esperienza?

Mario Coco

Mario Coco: Prendere parte a dei premi è sempre gradevole, perché significa che qualcosina di buono lo si è fatto. La scorsa estate a Sora, alla Mostra d’Arte Cinematografica “Vittorio De Sica”, è stata premiata la colonna sonora del cortometraggio “Cipria e Caffè”. È stato bello condividere quell’occasione con Attilio Pace. Sono stato in buona compagnia, ho assaggiato tartufi ed altre prelibatezze ciociare e poi ho avuto modo di confrontarmi con gente appassionata come Tiziano Rea e Antonio Mantova. Mi è dispiaciuta l’assenza delle due attrici, Domizia e Martina, alle quali voglio bene, ma hanno le loro vite e i loro impegni. Domizia, poi, sta perseguendo i suoi obbiettivi con una caparbietà ammirevole. È una ragazza seria che nella vita riuscirà. Non come me, che torno a Roma da Sora con una ciambella sotto il braccio.

 

R.T.: Nei tuoi progetti c’è di tornare a partecipare a concorsi cinematografici.

Mario Coco: I concorsi cinematografici sono gli unici circuiti che consentono la diffusione dei cortometraggi. Visto che me li propongono e visto che continuo a scriverli, capiterà di ripartecipare. Il premio conta relativamente ed è innegabile che un individuo vada lì perché scopre luoghi nuovi e perché lo portano a mangiare. Attenzione, però. Scindiamo gli aspetti. La diffusione di un’opera è fondamentale. Questa è quella che conta.

 

R.T.: Quanto spazio trova la letteratura nei tuoi impegni? Progetti di scrivere un libro?

Mario Coco: Mi piace leggere e la letteratura occupa un posto rilevante tra i miei mille impegni. In fin dei conti, anche se in modo rocambolesco, provengo dagli studi classici. Tempo fa mi è stato proposto da un editore di scrivere un libro, ma, come spesso capita, il progetto non è andato in porto. Ci sarebbero parecchie cose divertenti che vorrei mettere su carta, ma ogni volta che inizio a scrivere le prime pagine ho la sensazione di annoiare i lettori. Non essendo uno scrittore, cerco di sabotare lungaggini e virtuosismi. Magari, se riesco a costruire un lavoro valido, potrei provare anch’io. Una persona che lo fa in modo vero, magistrale e convinto e che consiglio a tutti di seguire è Elisabetta Villaggio. I suoi libri sono di una purezza rara. “La Mustang Rossa” ha una cura nei dettagli quasi cinematografica.

 

R.T.: In questi giorni sei molto impegnato a teatro con il tuo spettacolo dal titolo “Un vecchio comico di vent’anni”. Com’è nata l’idea di realizzare questo spettacolo?

Mario Coco: L’idea è nata dall’incontro con Francesco Schietroma, che mi ha proposto di scrivere insieme un one-man show. Man mano che andavamo avanti saltavano fuori personaggi interessanti da approfondire e così il progetto è diventato una commedia con cinque personaggi. Attraverso la satira, siamo riusciti a far convergere le nostre diverse visioni autoriali. Se da una parte c’è la sua voglia di contestualizzare e di testare dei contenuti solidi sul terreno teatrale, dall’altra c’è la mia prosopopea di portare avanti un discorso anche un po’ folle col pubblico. Siamo contenti degli attori che compongono il cast dello spettacolo. C’è Chiara Verrico, una giovanissima e valida attrice, che interpreterà il ruolo di Luisanna. C’è Massimo Risi, proveniente dall’Accademia della Cometa e dal teatro vero, che vedrete nei panni del mio manager. E poi le incursioni del celebre Niki Giusino, che ringrazio per la gentilezza, e di Victor Quadrelli, che farà qualcosa di completamente diverso dal solito.

 

R.T.: Il personaggio principale sei tu? Quanto ti rivedi in questo personaggio?

Mario Coco

Mario Coco: Potete vedermi a giugno all’Ar.Ma Teatro di Roma, in zona Prati. Il personaggio principale sono io. Si tratta di un giovane comico che non lavora da anni e che non si capacita di tanto ostracismo da parte dello star system. Il suo manager gli spiega che è troppo giovane e che in televisione chi sostiene fiction e ospitate è gente dai settant’anni in su. Lo sprona, quindi, a sottoporsi ad un rituale, attraverso il quale cambia la data anagrafica da 1998 a 1928 e diventa per tutti un novantenne. Diciamo che quando si porta avanti un personaggio è naturale inserire degli aspetti personali della propria vita, pur senza esagerare. Facendo teatro ci tengo a rispettare dei canoni e quindi forse sono più contenuto, ma è importante che il testo non rimanga fermo e che continui ad evolversi in continuazione. Prendi Celentano. All’ennesimo live è sempre il ragazzo della via Gluck, ma riesce a veicolare i suoi pensieri anche se non appare. Io ovviamente ci tengo a farmi vedere. È così difficile trovare un palco! Anzi, ringrazio Daria Veronese per la disponibilità.

 

R.T.: In questi giorni ti abbiamo ascoltato in radio. Ci racconti di questa esperienza?

Mario Coco: “Programmone” su Radio 2 è un’esperienza che mi fa stare bene. Sono contento che Nino Frassica mi abbia coinvolto in questa sua avventura. È proprio la radio il luogo in cui ha la piena libertà di sperimentare le sue strutture comiche. Lo vedo registrare per sei ore di fila senza un secondo di interruzione. Ha una resistenza inimmaginabile. “Programmone” è come una palestra accogliente. A quei microfoni intervengono vette di bravura, ma anche giovani che hanno voglia di sperimentarsi. Ciò che collega tutti è la sana voglia di fare umorismo e di stare a contatto con una persona sensibile come Nino.

 

R.T.:  In questo momento stai lavorando anche per il cinema. Ci puoi dare un piccolo anticipo

Mario Coco: Ho un progetto cinematografico in cantiere. Non so se riuscirà ad essere veicolato, ma è un’idea alla quale sono particolarmente legato. Nel frattempo mi capita di partecipare a film di altri e continuo a inventare nuove cose. Il cinema non si trova in una fase semplice. Me ne accorgo discutendo con produttori e gente del settore. L’importante è creare e proporre. Se si sta fermi, è impossibile che avvenga un confronto, che invece deve esserci.

 

R.T.: Ci saluti con una frase celebre tratta da un film che particolarmente ti ha colpito. Possibilmente cita anche il titolo del film e il regista.

Mario Coco: È un po’ difficile trovare una frase celebre che non sia banale. I miei gusti cinematografici sono vari. Se parliamo di cinema straniero amo Kurosawa ed Herzog, che però sono legati più all’immagine che alla parola. Andando in Italia trovo strepitosi alcuni titoli diretti da Dino Risi, da Steno e da Mario Monicelli e, prediligendo il genere comico, amo tanti film di Paolo Villaggio e tanti di Renato Pozzetto. I “Fantozzi” di Luciano Salce sono dei gioielli e “Fracchia La Belva Umana” ha un ritmo ineguagliabile. Pozzetto creativo ha creato una perla nel film a episodi “Io tigro, tu tigri, egli tigra”, mentre il miglior Pozzetto attore è forse in “Ecco noi per esempio” di Sergio Corbucci. Io vi saluterei con una frase che apparentemente c’entra poco col resto. È una frase di Fellini legata a “La Voce della Luna”: “Eppure io credo che se ci fosse un po’ di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”. Così probabilmente si chiude un cerchio generazionale di romantici avventurieri del cinema. Credo, però, che fino a quando la mattina ci si sveglia con la curiosità e con la voglia di fare, il cinema continuerà ad essere salvo. Così penso. O, perlomeno, fatemelo credere. Ci vediamo presto!

 

R.T.: Caro Mario, grazie per il tempo che ci hai dedicato e per aver risposto gentilmente alle domande!

 

Written by Rosario Tomarchio

 

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