“Il vecchio saltimbanco” poema di Charles Baudelaire, tratto da Lo Spleen di Parigi

“Il vecchio saltimbanco” poema di Charles Baudelaire, tratto da Lo Spleen di Parigi

Mar 2, 2019

“Il vecchio saltimbanco” è il poemetto numero quattordici della fortunatissima raccolta Lo Spleen di Parigi del poeta, saggista e traduttore francese Charles Baudelaire. La traduzione che vi presentiamo è di Piero Bianconi ed è tratta dall’edizione del 2002 Superbur Classici.

“Il vecchio saltimbanco” di Charles Baudelaire

Lo Spleen di Parigi

Per ogni dove si spiegava, traboccava e tripudiava la gente in festa. Era una di quelle solennità sulle quali da un pezzo fanno assegnamento saltimbanchi, giocolieri, domatori di bestie e venditori ambulanti, per rifarsi dei periodi grami dell’anno.

In quei giorni mi sembra che la gente dimentichi ogni cosa, dolori e lavoro: diventa come i bambini. Per i piccoli è un giorno di vacanza, è l’orrore della scuola rimandato di ventiquattro ore; per i grandi è un armistizio conchiuso con le potenze malefiche della vita, una tregua nello sforzo e nella lotta universale.

Persino l’uomo mondano e l’uomo che attende ai lavori dello spirito si sottraggono a stento dall’influsso di codesto giubileo popolare: senza volerlo assorbono la loro parte di codesta atmosfera di spensieratezza. Quanto a me, da vero parigino non tralascio mai di passare in rassegna tutti i baracconi che spiegano i loro incanti in quelle solenni ricorrenze.

In verità si facevano una spietata concorrenza: strillavano, muggivano, urlavano. Era un misto di gridi, scoppi di fanfare e di spari di razzi. Commedianti e pagliacci stralunavano l facce abbronzate, risecchite dal vento, dalla pioggia e dal sole; con la disinvoltura degli attori sicuri dell’effetto, lanciavan frizzi e lazzi d’una comicità vigorosa e pesa come quella di Molière. Gli Ercoli, superbi dell’enormità della loro corporatura, senza né fronte né cranio, come gli oranghi, si pavoneggiavano maestosi sotto le magliette lavate il giorno prima per l’occasione. Le ballerine, belle come fate o principesse, facevan salti e capriole sotto la luce dei fanali che riempiva di scintille i loro gonnellini.

Tutto era luce, polvere, gridi, gioia, tumulto; chi spendeva, chi guadagnava, tutti egualmente allegri. I ragazzi si attaccavano alle gonne materne per ottenere un bastoncino di zucchero, o s’inerpicavano sulle spalle paterne per meglio vedere un giocoliere abbagliante come un dio. Per ogni dove circolava, vincendo tutti i profumi, un odore di fritto che era come l’incenso di quella festa.

In fondo in fondo alla fila dei baracconi, come se per vergogna avesse voluto esiliarsi da tutti quegli splendori, vidi un povero saltimbanco, curvo, caduco, decrepito, un rudere d’uomo, appoggiato a un palo della sua baracca: una baracca più misera di quella del più abbrutito selvaggio; e due mozziconi di candela, sgocciolanti e fumosi, ne illuminavano anche troppo lo squallore.

Per ogni dove la gioia, il guadagno, l’orgia; per ogni dove la certezza del pane di domani; per ogni dove lo scoppio frenetico della vitalità, Qui l’assoluta miseria, agghindata, per colmo d’orrore, di comici cenci: contrasto introdotto, assai più che dall’arte, dalla necessità. Non rideva, l’infelice! Non piangeva, non ballava, non gesticolava, non strillava; non cantava nessuna canzone, né lieta né lamentosa; non implorava. Era muto e immoto. Aveva rinunciato, aveva abdicato. Il suo destino era compiuto.

Ma che profondo, che indimenticabile sguardo gettava sulla folla e le luci, mobile flutto che a due passi dalla sua ripugnante miseria si fermava! Mi sentii stringere la gola dalla tremenda mano dell’isterismo, mi parve che i miei sguardi fossero offuscati dalle lagrime ribelli che non vogliono scorrere.

Che fare? A che poteva giovare chiedere all’infelice quale curiosità, quale meraviglia aveva da esibire in quelle fetide tenebre, dietro la tenda sbrindellata?

Charles Baudelaire

In verità non osavo; e a costo di farvi ridere con la ragione di questa mia timidezza, confesserò che avevo paura di umiliarlo. Finalmente, m’ero appena deciso a deporre passando un po’ di denaro su un asse, nella speranza che avrebbe inteso l’intenzione mia, ecco che un grande riflusso di gente, provocato da non so che disordine, mi trascinò lontano.

Guardando indietro, ossessionato da quella visione cercai di analizzare il mio improvviso dolore e mi dissi: “Ho veduto l’immagine del vecchio letterato sopravvissuto alla generazione da lui brillantemente divertita; del poeta vecchio, senza amici, senza famiglia, senza figli, degradato dalla miseria e dalla pubblica ingratitudine; e la gente smemorata non vuol più entrar nella sua baracca!”.

 

Charles Pierre Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867) è stato un poeta, scrittore, critico letterario, critico d’arte, giornalista, filosofo, aforista, saggista e traduttore francese. È “considerato” uno dei più importanti poeti del XIX secolo, esponente chiave del simbolismo, affiliato del parnassianesimo e grande innovatore del genere lirico, nonché anticipatore del decadentismo. I fiori del male, la sua opera maggiore, è considerata uno dei classici della letteratura francese e mondiale.

Il pensiero letterario e la vita biografica di Baudelaire hanno influenzato tanti autori che l’hanno succeduto (caso emblematico i cosiddetti “poeti maledetti” come VerlaineMallarmé e Rimbaud, ma anche gli scapigliati italiani come Emilio Praga, lo scrittore Marcel Proust, Edmund Wilson, Dino Campana, e, in particolar modo, Paul Valéry), appartenenti a correnti letterarie e vissuti in periodi storici differenti.

 

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