“Cerchi ascensionali” di Francesca Luzzio: l’ascesa nel percorso tedioso della quotidianità

“Cerchi ascensionali” di Francesca Luzzio: l’ascesa nel percorso tedioso della quotidianità

Feb 22, 2019

La nuova opera della poetessa palermitana Francesca Luzzio è stata recentemente pubblicata per i tipi di Il Convivio Editore di Castiglione di Sicilia e porta il titolo di Cerchi ascensionali.

Cerchi ascensionali

Le motivazioni e le finalità della tetra-ripartizione dell’ampia opera poetica – che raccoglie gli inediti della più recente produzione, compresi alcuni testi apparsi su riviste e antologie – sono ben chiarite negli apparati critici introduttivi al volume a firma, rispettivamente, del professore Elio Giunta e di Angelo Manitta, critico letterario e responsabile della casa editrice Il Convivio. Nella progressione di questo percorso per “cerchi” che, come Manitta rivela, ricordano i canti di dantesca memoria, l’animo poetico della Nostra è tratteggiato a trecentosessanta gradi, esponendosi la poetessa tanto su questioni di carattere etico-sociale[1] (“La mia terra è piena di crepe,/ sofferente, come tanta gente che nulla ha”, 39), quanto su riflessioni personali ricollegati alla rievocazioni di memorie felici e veri e propri flussi di coscienza.

Una porzione non ininfluente del nuovo lavoro riguarda liriche dedicate a personaggi cari alla Nostra, appartenenti al nucleo familiare (in massima parte), ma non solo. Vorrei sottolineare la cura della Nostra nella creazione di “Forma e vita”, poesia dedicata all’intellettuale delle mille identità, Luigi Pirandello, dove sapientemente ricostruisce, in chiave sinottica, il pensiero della scissione interiore, della pluralità dell’identità, del sapere relativista (“i pensieri diffusi e turbinanti”, 41) dove la certezza è qualcosa di sbiadito e dove i tanti aloni che essa produce consegnano immagini confuse, spesso dissacranti e ridicole, perplessità diffuse che evidenziano la natura tendenzialmente molteplice di ciascun individuo (la “moltezza”, per dirla con il linguaggio carrolliano tradotto nella nostra lingua o gli eteronimi pessoiani): “La strada è un pullulare di identità:/ ognuno ha la sua storia, la sua realtà,/ ognuno è maschera convenzionale/ di questa società” (41).

Un omaggio importante è anche quello di “Corrispondenza” in cui la Luzzio rimembra momenti rilevanti e formativi del rapporto epistolare con uno dei maggiori critici letterari del secondo Novecento, il torinese Giorgio Barberi Squarotti recentemente scomparso, dalla peculiare calligrafia delicatissima e dai grafemi leggermente allungati, piacevole da ripercorrere anche visivamente, al di là dell’alta umanità e caratura dei contenuti.

Parallelamente, l’attenzione va posta anche alla poesia-sondaggio “La poesia è nel mondo?” dedicata al post-ermetico Mario Luzi che serve alla Nostra per riflettere, appunto, sui contenuti del magma poetico e che la porta prima a una sospensione di giudizio (“Io rinunzio a mediare;/ otturo le orecchie/ e zittisco il cuore”, 77) e poi al quesito ultimo in cui interpella il noto poeta fiorentino. Una domanda che, in realtà, è più una sorta di confidenza o un bisogno di rassicurazione. Quesiti di diversa natura, stavolta in chiave di allarme geo-politica, di fermento sociale, sempre rivolti a Luzi, sono contenuti nella poesia che segue, “Perché”, dove il fare interrogativo, alla ricerca non tanto di risposte, ma di barlumi di speranze alle quali potersi attaccare, pervade il testo dinanzi allo smarrimento[2] dell’io lirico.

Se nelle liriche che hanno come sottofondo o motivo d’origine episodi poco felici della nostra cronaca e dilemmi diffusi di difficile abbordaggio, il “cerchio” ultimo propone un’apertura verso una possibilità di futuro permeato da una visione religiosa. L’ampio percorso della Luzzio si chiude (in realtà non è una vera chiusa, semmai un punto di ri-partenza) con la poesia “Nuovi figli di core, ti esaltiamo, Signore?” il cui titolo non è altro che un estratto del Salmo 48.

Francesca Luzzio

In questa lirica così leggiamo: “[…] là, forte vento agita passioni/ e lussuria, potere ed ambizione/assaltano l’insieme.// Trema la terra, si levano i mari/[…]/ nell’oscurità già densa di nebbia/ che si muove col vento” (120-121). Da tali immagini conturbanti e quasi apocalittiche, che dipingono un mondo in deriva che ha imboccato un’irrefrenabile scesa nei meandri di disvalori, incertezze, delusioni e dolori, la poetessa non manca di mettere in luce disparità di condizioni congiuntamente alla forma transeunte e delicata dell’uomo. Il verso finale della poesia è un invito a riscoprire il sacro e affidarsi alla devozione autentica, verso quell’alterità spirituale che è fonte di certezza e motivo di divenire “Senza più fame esaltiamo il tuo nome/baluardi del tuo amore”. Una preghiera, austera, nell’uso di un lessico icastico e dichiarativo, che chiama a una riflessione, una riconciliazione con se stessi che avviene solo con la riscoperta di Dio e l’indulgenza del peccato.  Ciò accade perché, come ben chiarisce il titolo dell’opera, questi cerchi, comunicanti sfere di passaggio e sistemi di non facile intersezione nell’umano divenire esistenziale, sono “ascensionali”, dunque diretti verso un’entità delineata per la sua posizione preminente, di altitudine, di sospensione e – intuiamo – di impossibile raggiungimento concreto. Percorso, quello della Luzzio, che non è iniziatico né rituale, che non ha la foggia di una “narrazione” di formazione, neppure buonista o provvidenziale, che si staglia su lastricati luminosi raggiunti dopo salite difficili, qualche incespicamento, strade tortuose, con fatica, temperanza e fiducia che, tra le “circostanze/ vecchie e nuove” (19) della vita, le consente finanche di smarcarsi da quella “vociante e vuota società” (18).

Non chiederti perché,/ non c’è risposta:/ il tutto e il niente/ sono coincidenti/ se manca l’afflato estatico/ di eternità” scrive la poetessa in “Apatica felicità”. Piacevole è il pensiero che fuoriesce dalla lettura meditata di tali considerazioni, frutto di una mente in movimento, capace di fermarsi per leggere il microcosmo interiore e riflettere con sobrietà sul macrocosmo nel quale è immersa. “L’afflato estatico” di cui parla, che in fondo è una sorta di energia propositiva che deriva da una sagace volitività, è forza motrice che consente l’ascesa nel percorso tedioso della quotidianità, nella ricerca continua dell’alterità che non abbisogna di segni concreti per mostrarsi.

 

Written by Lorenzo Spurio

 

 

Note

[1] Sono presenti numerose poesie dedicate al problema della povertà (clochard, persone costrette a sfrattare, mancanza di lavoro) e dell’immigrazione. Cito, tra le altre, la poesia “Mare innocente” con la dedica esplicita “ai migranti” e precedentemente selezionata e inserita nell’antologia Non uccidere. Caino e Abele dei nostri giorni (The Writer, Marano Principato, 2017) a cura del sottoscritto e di Izabella Teresa Kostka che contiene versi di grande drammaticità. Il mare non è più fonte di alimentazione per l’uomo tramite la pesca e il commercio dei pesci bensì è un ambiente liquido dove gli uomini divengono cibo per i grossi pesci: “L’acqua mi soffocava,/ come la guerra e la fame…/ ora i pesci mi stanno a mangiare!/ Destino infame, destino infame!/ Non ho ieri, non ho domani” (94).

[2] Smarrimento che è incomprensione dinanzi alle violenze del mondo che, nella poesia “Non ho parola”, viene ad acquisire la forma di un’impossibilità di interazione verbale: “Ormai non ho più nulla da dire:/ nera afasia genera/ l’orrore-terrore/ di questi tempi, privi di colore” (85).

 

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