Le métier de la critique: Darcy Ribeiro e la Saudade

Le métier de la critique: Darcy Ribeiro e la Saudade

Feb 16, 2019

“Se nossos governantes não fizerem escolas, em 20 anos faltará dinheiro para construírem presídios.”

(“Se i nostri governatori non faranno scuole, in 20 anni saranno necessari soldi per costruire le prigioni.”) Darcy Ribeiro

Darcy Ribeiro con índios Kadiwéu, Mato Grosso do Sul, 1947 – Foto di Berta Ribeiro

Figlio del farmacista Reginaldo Ribeiro dos Santos e dell’insegnante Josefina Augusta da Silveira, lo scrittore, antropologo, educatore ed uomo politico Darcy Ribeiro nasce il 26 ottobre del 1922 a Monte Claros (Minas Gerais in Brasile). Frequentò gli studi nella sua città natale, entrò nella facoltà di Medicina ma la abbandonò ben presto decidendo di lavorare in ambito di scienze politiche.

Si laurea nel 1946 in Sociologia con una specializzazione in etnologia presso l’Universidade de São Paulo e l’anno successivo iniziò una decennale peregrinazione nella regione del Pantanal, nelle foreste del Brasile centrale e in Amazzonia, che lo portò a convivere con alcuni popoli indigeni: i Kadiwéu, cui dedicò la sua prima monografia (Kadiwéu, 1950), ed i Kaapor. L’antropologo è tra i fondatori dell’Universidade de Brasília, di cui divenne il primo rettore, fu ministro dell’Educazione ed ebbe altri incarichi durante la presidenza di João Goulart (1961-64).

In seguito al golpe militare fu costretto all’esilio: soggiornò in America Latina (Uruguay, Venezuela, Cile e Perù), in Europa ed in Algeria. Rientrò in Brasile nel 1976, dove venne eletto vicegovernatore dello Stato di Rio de Janeiro; nel 1991 fu eletto senatore e l’anno seguente divenne membro dell’Academia brasileira de letras.

Durante il lungo periodo dell’esilio si dedicò alla progettazione di programmi di riforma ed alla composizione dei cinque volumi dei suoi Estudos de antropologia da civilização. Pubblicò il primo romanzo, “Maíra” (1976), al suo rientro in Brasile. Seguirono “O mulo” (1981), la fiaba “Utopia selvagem” (1982) ed il romanzo “Migo” (1988).

Nel 1991 seguì l’opera memorialistica “Testemunho”, nel 1995 il saggio di antropologia culturale “O povo brasileiro”, la raccolta di saggi e discorsi “Noções de coisas” (1995) ed i Diarios índios (1996). Oltre ad una ricchissima produzione saggistica si ricorda il libro autobiografico pubblicato lo stesso anno della morte “Confissões” ed il libro di poesie pubblicato postumo nel 1998 “Eros e Tanatos”.

Personalità poliedrica e indipendente, ha dato un contributo rilevante, culturale e progettuale, in ciascuno dei settori in cui ha operato. È morto il 17 febbraio 1997 all’età di 74 anni, vittima di cancro.

Nell’autobiografia scrive:Termino esta minha vida já exausto de viver, mas querendo mais vida, mais amor, mais saber, mais travessuras” (“Termino questa vita già sfinita dal vivere, ma voglio più vita, più amore, più conoscenza, più scherzetti”).

 

Darcy Ribeiro – Utopia Selvaggia

Il libro Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” di Darcy Ribeiro sarà pubblicato nel mese di maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore con la traduzione di Katia Zornetta e con prefazione di Giancorrado Barozzi.

Il termine “saudade” richiama l’epoca medioevale delle liriche dei Canzonieri galego-portoghesi scritte fra il XII d il XV secolo nelle quali ritroviamo “soydade” e “suydade” con successiva evoluzione del dittongo oi in au. Il fenomeno è insolito e ha diverse ipotesi, ha derivazione dal latino sōlĭtās, solitātis, (“solitudine”, “isolamento”) ma è da considerare la presenza di influssi da altri termini, per esempio dal verbo latino saudar (“salutare”) o da espressioni arabe suad, saudá e suaidá (“profonda tristezza”).

La Saudade va collegata esclusivamente al Portogallo e successivamente alle colonie, una parola intraducibile in altre lingue come similmente accade per spleen, flâneur e sehnsucht. Potremo definirla come una nostalgia, quasi un’aspirazione metafisica di qualcosa di intimo che conosciamo nel campo dell’intuito e che quindi esiste prima ancora di conoscerne l’esistenza. La Saudade è collegata alla tradizione marinara del Portogallo che geograficamente è aperto all’oceano Atlantico.

Un senso di malinconia e solitudine che nasceva sia nei marinai che lasciavano la propria terra sia da coloro che invece restavano in patria ad attendere il ritorno. Dei canti simultanei di uomini che attraversavano il grande mare per la bramosia di scoperta e successivamente di commercio e di donne che davanti a scogliere e spiagge s’interrogavano sul possibile rimpatrio.

Dunque non possiamo semplicemente tradurre saudade in nostalgia (in portoghese “nostalgia”, “falta”) o solitudine (in portoghese “solidão”) perché è una parola collegata al viaggio, al mare ed alla distanza, a quel sentimento di chi parte e di chi resta congiunto dall’aspettativa di incontro e di riapparizione.

Durante i secoli poeti e scrittori hanno cercato di dar voce a questo sentimento, di narrarlo ed esplicarlo. Giungiamo sino ai nostri giorni con Darcy Ribeiro e quel suo “Saudade dell’innocenza perduta come se questo sentire non conosciuto temporalmente fosse accreditato nella realtà grazie all’intuito.

In questo modo abbiamo un duplice significato del sottotitolo della fiaba “Utopia selvaggia”, la saudade può esser riferita sia alle popolazioni indios ancora viventi nella grande Amazzonia, percependo in loro un’innocenza perduta a causa della violenta invasione dell’europeo; sia alla Penisola Iberica nel sentimento legato al ricordo di quei coloni che lasciarono la patria per trasferirsi in Brasile e di quelle generazioni successive che non hanno mai visitato la terra d’origine ma alla quale hanno sempre sentito in appartenere nel profondo.

Chi siamo noi, se non siamo europei, e nemmeno siamo indios, se non una specie intermedia, tra aborigeni e spagnoli? Siamo coloro che furono disfatti in quel che eravamo, senza mai arrivare ad essere quel che saremmo stati o avremmo voluto essere. Non sapendo chi eravamo quando permanevamo innocenti in loro, inconsapevoli di noi, ancor meno sapremo chi saremo. […] Stanchi e nauseati dallo sforzo di fingere di essere chi non siamo, imparammo finalmente ad aprire gli occhi e a creare specchi per guardarci.” ‒ “Utopia selvaggia

 

Written by Alessia Mocci

Ufficio Stampa Negretto Editore

 

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One comment

  1. STEFANO PIOLI /

    Utopia Selvaggia di Darcy Ribeiro

    Una volta mi dilettavo a leggere le critiche realizzate da scrittori che amabilmente si scervellavano nella disamina delle opere prodotte dai colleghi. Mi è capitato di seguire talvolta le elucubrazioni di una celebre letterata, che non cito se non dicendo che il suo lessico mi è molto famigliare (col gl), la quale si mostrava invariabilmente entusiasta dell’opera analizzata, per cui iniziava in genere così la sua dissertazione: “Raramente mi è capitato di affrontare una lettura tanto piacevole, quanto…” e cominciava poi a sciorinare le sue lodi sperticate.
    Quel suo metodo non mi sembrava affatto professionale.
    Col tempo, diciamo qualche mesetto fa, ho capito che vi è una profonda ragione nel coltivare gli affetti, che sono una trans-naturale forma di umanesimo, la più intima credo, per cui non è tanto importante ingurgitare cibi sostanziosi e appetitosi, quanto farlo in compagna di una persona amata. Se capita poi d’introdurre dentro di sé alimenti poco nutrienti e con strambi retrogusti, è preferibile non parlarne, piuttosto si taccia!, che già s’è sofferto a sufficienza. Al contrario, se il vitto è gustoso e delicato e il commensale incantevole, beh, forse vale la pensa di eternare per qualche eone quegli attimi tanto apollinei, quanto dionisiaci.
    In genere, a questo punto, uso aggiungere il mio verso preferito, che sempre un po’ trasformo, a seconda dell’evenienza: “A think of humour is a delight for ever!”
    Per cui, qui e per sempre, affermo che poche volte mi è capitato di trangugiare e assorbire un libro così simpatico, intelligente e proficuo quanto “Utopia Selvaggia” di Darcy Ribeiro. Continuando l’assonanza fra letteratura e gastronomia, devo ammettere che talvolta m’è capitato di mangiare bene, ma in maniera pesante, e la cosa m’ha sì soddisfatto, ma affaticato, nonché semi-accasciato per un paio di giorni.
    Nel caso in questione sto assaporando il romanzo dell’antropologo brasiliano come se fosse un lambrusco di primissima scelta, un “Campanone”, per citarne uno, che, come quelli più scarsi, cessa il suo effetto inebriante con una semplice minzione, ma la sua eterea fragranza rimarrà in me per sempre.
    Ragion per cui sono certo che per anni menzionerò il contenuto del libro, senza mai evitare di aggiungere un “Leggilo!, vale assai più delle sue 263 pagine. E’ un romanzo scanzonato che ti farà sorridere, ma è anche un saggio filosofico ed etnografico che non la finirà mai di istruirti, offrendoti tra l’altro l’ipotesi di un’Utopia immensamente possibile: la Tua. E stante il fatto che in questo momento io sto parlando a me stesso (voi, mirabili e miserabili astanti, verrete forse dopo), si tratta della Mia.
    Mi auguro di riuscire di qui a poco, ad esprimere meglio e più compiutamente quest’ultima osservazione che, mentre ancora ci rimugino, mi sfugge ancora un po’.
    “Utopia Selvaggia”, per antitesi, mi ricorda “Tempo di uccidere” di Flaiano, unico suo romanzo, e unicum letterario, ambientato in Etiopia, che narra l’amorosa e tragica storia fra un italiano figlio di puttana e una sventurata giovane e forse lebbrosa. Ennio rivive in questo romanzo alcune sensazioni provate qualche anno prima durante un suo travagliato viaggio nel Corno d’Africa. Darcy ha pure fatto tesoro delle sue esperienze maturate nella sua carriera di studioso delle popolazioni amazzoniche. Entrambi rievocano gli attimi vissuti, falsificandoli, rendendoli letterari e ironici, grotteschi e fantasiosi. La differenza tra i due marpioni è grande, poiché Ennio trasmette al lettore un’insana disperazione, per quanto giustificata. Darcy invece comunica la sua emozione, ricorrendo ad un’irrispettosa, ma sempre in fondo benevola, ironia. Ambedue i protagonisti hanno il grado di tenente. Sia l’uno che l’altro sono fondamentalmente vili. L’italiano non sceglie ed è ciò che è per destino: gli capita di recitare la parte di se stesso non potendo rappresentare il fato altrui. Il mezzosangue brasiliano non sceglie mai quasi nulla, almeno fino a questo punto (pagina 128), ma è sé stesso perché, essendo in quel frangente solo, non esiste un “altro” a cui potersi paragonare. Enrico è un infame assassino, che pensa solo a se stesso. Pitum è quasi una specie (contraddittoria) d’aspirante vittima. Il cognome di Pitum è Carvalhal, ma, a pagina 121, egli assume, per dileggio altrui, il soprannome di Orelhao (Orecchione), perché è sempre attento a tutto quanto gli è attorno. Il primo è un bianco che guarda con sospetto un mondo di neri, cercando di sfuggire alla loro interferenza. Il secondo è un nero che è guardato con curiosità da gente più chiara, da cui cerca di scappare perché teme d’essere divorato. L’europeo girovaga in una landa sconvolta da un conflitto armato i cui effetti sono ovunque evidenti. L’afro-americano viene sballottato da un punto all’altro di una terra, la cui guerra è così misteriosa che, nell’immediato, non si nota affatto. La differenza maggiore è che il caro Silvestri è un io narrante estremamente libero che dice e nega tutto quello che gli viene in mente. Orelhao è un io narrante descritto e citato da un altro io narrante, che nessun altro è se non Darcy.
    All’improvviso, un quesito terribile e non so bene quanto spontaneo! Il protagonista si chiama Pitum e “pit” in reggiano vuol dire tacchino, simile al piemontese “pitto”, cioè dipinto. In inglese, chissà perché, si dice “turkey”, in francese “turquie”, in portoghese “turquia”… in spagnolo “pavo”, mentre quello “real” è il pavone!, in rumeno “turcia” e “pavone” è ancora “păun”, ma la cosa non mi consola; in italiano, appunto, si dice “tacchino”, forse dal francese “tahe” cioè tinto… chissà… forse il mistero è quasi risolto… forse… ma… non ricordo più quale fosse l’arcano…! ah… ecco!… può essere che il tacchino è dipinto di color turchino?! In effetti però Pitum, con il suo florido, spesso nudo e depilato pene, pare proprio un gran bel e miserando “pito”!
    Beh… buona notte!
    Domani ci ripenserò.
    ‘Sto Pitum è l’equivalente adulto e maschile di Alice nel Paese delle Meraviglie Amazzoniche (a nord o a sud del Grande Fiume? Bella domanda!). Lo stupore è identico, ma quel che fa qui la differenza è il perenne timore e tremore del protagonista, sempre in ansia per la sua sopravvivenza. Alice era in una svagata e divertente vacanza, Pitum vivacchia in un pietoso ma ameno stato di detenzione, in perenne rischio di macellazione. E ne è consapevole!
    Ancor di più il pensiero corre al Barone di Munchhausen, con la differenza è che quest’ultimo narra le sue gesta, diciamo così, a posteriori, col sedere freddo. Pitum, invece, soffre in diretta e lo dà a vedere senza ritegno. Quale sia la causa della sua instabilità non mi è dato sapere. Quel che conta è la disamina, da parte del narratore, del processo terapeutico intrapreso dal nostro eroe. Infatti Pitum è come se fosse ricoverato nella più grande delle cliniche umane, l’Amazzonia, dove si augura di guarire dal suo malessere, dalla sua sindrome di Munchhausen, che non è mera ipocondria, ma desiderio di attenzione e ansioso interesse per l’altrui reazione al proprio Io.
    Innumerevoli, intriganti e a volte francamente spassose le battute e le situazioni narrate da Ribeiro (ad esempio alle pagine 22-23-24-29-30-35(strana questa faccenda della depilazione!)-39-41-42(la faccenda delle donne once-in life-fucked ricorda un’usanza bengalese, per cui, una volta nella vita, la pia donna doveva donare al santo il proprio meretricio)-47(ma sì: ogni uomo in fondo è il mediocre rappresentante di una specie intermedia!)-51(magico quel gineceo che rifugge l’inutile chiacchiera, ponendo la mano sulla bocca del maschio copulante!)-86-87-91-92-107-122-123 (qui si dice una cosa che forse citerò più tardi, finita la lettura)-124-125 (per noi “civili” non bastano le singole informazioni, quel che conta è la capacità d’organizzazione analitica)-129(la guerra resta improbabile, almeno fino a che non ti cade in testa una bomba al napalm)-139-140(gli indios sono come i bambini, possono solo crescere, oppure morire)-141(ogni scrittura e lettura, per come la rigiri, finirà per sembrarti null’altro che una burla infantile: “perché tu mi dici poeta, io non sono… io sono…etc etc…”)-159(sì, una buona letteratura è non solo trama, ma anche docenza)-160-161-183-185-202(sostituire i dialetti tribali e nazionali con un’unica lingua?!: questo è l’eterno problema, irrisolvibile al momento)-214(cito:”Per disgrazia avvenne l’inevitabile”; quindi, per fortuna può accadere persino l’utopico!)-222(consumo della carne vecchia da parte dei giovani, lo dicono anche a Pixuntum: “quannu su muortu tinni fai nu tianu”, te ne fai di me un tegame)-232(riformare il mondo è a costo zero, per il primo principio della termodinamica, ma quanta fatica costa ogni volta!). A tutto questo si può accedere soltanto di persona, e non in gruppo, e occorre leggere il libro; che fu il saggio consiglio che Kerouac mi diede quarant’anni fa, dopo che m’ebbe accennato alle ergonomiche teorie di Reich: lo presi in parola e lessi sette volumetti dell’ormai negletto Wilhelm).
    Torno a quanto promesso a circa metà scritto.
    Padre Aldo Bergamschi, di cui non ho ancora finito di rosicchiare i bei tomi, m’insegnò l’alternativa all’U-Topos, il Nessun Luogo: l’Eu-Topos, il Bel Luogo. Ma non è bello quel che è bello, bensì quel che piace. L’Utopico per Darcy, non lo dev’esser per forza per altri, e viceversa. Non esiste nemmeno la distopia o cacotopia assoluta. Quando Einstein disse che tutto è relativo, affermò una banalità fino ad allora sfuggita ai più: quel che cambia è il punto di vista, e poiché il mondo è pieno di osservatori, esso varia a seconda di ognuno di loro. Bohr decretò che il mondo esiste solo allorché viene attestato. Se ci si pensa un attimo, le due teorie, che paiono opposte, sono altamente integrabili fa loro.
    Cosa disse Darcy, perché lo pronunciò sicuramente ad alta voce, prima di scriverlo a pagina 123?!: “…essendo ogni cosa possibile, simultaneamente, in maniera tanto diversa, in realtà non c’è niente di vero, né le parole hanno alcuna importanza. Proprio così, perché questa è una fiaba…”
    Le parole non sono mai definitive, e le si può pure scolpire nella roccia, ma l’entropia prevede che qualsiasi crostone di roccia finirà per ridursi in polvere, compreso l’immenso Monte Logan!). Ed anche le lettere lo sono: “al mare io m’ispiro con fantasia”. Mi sposai ad Amalfi, unendo colà il nome mio a quello di mia moglie. E i nostri destini saranno per sempre intrecciati, fino a che qualche accidente non intervenga a sciogliere quel groppo.
    Questa è la Mia Utopia: leggere per poi scrivere, ma anche scrivere e rileggere infinite volte. E se qualcuno mi si accoda, anche soltanto per un breve istante, il fenomeno s’arricchirà di un nuovo ed essenziale elemento. E il tutto riscalderà in eterno il nostro microscopico cosmo!
    Ma tutto questo non è che una brevissima fiaba infinita… La mia!
    La nostra!

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