“Diario Intimo” di Henri-Frédéric Amiel: l’esortazione alla contemplazione ‒ gennaio 1866

“Diario Intimo” di Henri-Frédéric Amiel: l’esortazione alla contemplazione ‒ gennaio 1866

Gen 26, 2019

“In fondo l’uomo moderno ha un immenso bisogno di stordirsi, ha un segreto orrore di tutto quanto lo sminuisce; e per questo l’eterno, l’infinito, la perfezione gli destano spavento. Egli vuole approvarsi, ammirarsi, felicitarsi, e perciò distoglie gli occhi da tutti gli abissi che gli ricorderebbero la sua nullità.” Henri-Frédéric Amiel

Henri-Frédéric Amiel

Nel mese di gennaio ma nel 1866 il filosofo, poeta e critico letterario svizzero Henri-Frédéric Amiel (Ginevra, 27 settembre 1821 – Ginevra, 11 maggio 1881) scriveva le sue quotidiane riflessioni nel Diario Intimo.

Amiel non è celebre, non ha avuto la fortuna di altri filosofi e poeti dell’800, la sua non era una vita di corte, di società ma una vera e propria vita donata al Pensiero.

Eppure con il suo Diario Intimo ha mostrato tutte le piaghe della società a lui contemporanea che si sono moltiplicate nella nostra attuale.

In 16.840 pagine il Journal Intime disegna perfettamente ciò che è accaduto in Europa in 150 anni. Alla sua morte furono pubblicate alcune pagine scelte in “Fragments d’un Journal intime” decretate come fenomeno letterario molto interessante, e successivamente nel 1923 il filologo e docente svizzero Bernard Bouvier pubblica una selezione più ampia.

Henri-Frédéric Amiel è tagliente, non accomoda alcun partito, alcuna fazione, il suo scrivere è portare alla luce, è trasmettere il canto, è ragionamento continuo che non ha pretesa di pubblicazione editoriale né di ammirazione da parte degli altri intellettuali contemporanei.

E forse è per questi semplici motivi che il Journal Intime è vero e si presenta come il dialogo di un uomo con l’anima.

Una rarità nel mondo post illuminista che volgeva l’interesse verso la velocità e la produzione, verso la mercificazione dell’essere umano, sulle basi di quello che noi abbiamo chiamato capitalismo.

Abbiamo deciso di dedicare il 2019 a questo grande filosofo augurandoci di potar ai lettori di oggi qualche riflessione interessante dando la possibilità di curiosare all’interno di un libro diventato pressoché introvabile.

Iniziamo dunque con gennaio. Il 7 gennaio del 1866 Amiel ragionava sulla contemplazione come unica via di salvezza per l’essere umano intrappolato nel giogo dell’Io.

 

7 gennaio 1866 – Diario intimo

La nostra vita non è altro che una bolla di sapone sospesa ad una canna; nasce, s’allarga, si riveste dei colori più belli, sfugge anche a momenti alla legge della gravitazione; ma tosto vi compare il punto nero, e il globo d’oro e di smeraldo si dilegua nello spazio, sciogliendosi in una semplice gocciolina di liquido impuro. Tutti i poeti hanno fatto questo paragone; è di una verità sorprendente. Apparire, rilucere, scomparire; nascere, soffrire, morire; non è questo l’eterno compendio della vita, per l’effimero, per una nazione, per un corpo celeste?

Il tempo non è che la misura della difficoltà di una concezione; il pensiero puro non ha quasi più bisogno di tempo, perché scorge i due estremi di un’idea quasi contemporaneamente. La natura compie laboriosamente il pensiero di un pianeta, ma l’intelligenza suprema lo riassume in un punto. Il tempo è quindi la dispersione successiva dell’essere, come la parola è l’analisi successiva di un’intuizione o di una volontà. In sé è relativo e negativo e svanisce nell’assoluto.

Dio è fuori del tempo, perché pensa in una volta sola tutti i pensieri; la natura è nel tempo, perché non è che la parola, lo svolgimento discorsivo di ogni pensiero contenuto nel pensiero infinito. Ma la natura s’esaurisce in questo compito impossibile, poiché l’analisi dell’infinito è una contraddizione. Con la durata senza limiti, lo spazio senza confini e il numero senza termine, la natura fa almeno tutto ciò che può per tradurre la ricchezza della formula creatrice.

Dagli abissi ch’essa apre per contenere il pensiero senza riuscirvi, si può misurare la grandezza dello spirito divino. Quando questo esce da se stesso e vuol esprimersi, nella sua arringa gli universi succedono agli universi per miliardi di secoli, ed essa non riesce ad esprimere completamente il suo soggetto, così che il discorso deve continuare all’infinito.

Henri-Frédéric Amiel – 1852

L’Oriente preferisce come forma dell’infinito l’immobilità, l’Occidente preferisce il movimento. E ciò perché quest’ultimo ha la passione del particolare e la vanità del valore individuale. Come un fanciullo a cui si diano in mano centomila lire, crede di moltiplicare la sua fortuna contandola in pezzi di venti soldi o di cinque centesimi. Possedendo due leghe quadrate di dominio, si crede più ricco, perché fa il centesimo della superficie in pollici invece che in tese. La sua passione del progresso è in gran parte un’infatuazione, che consiste nel dimenticare la mèta e assorbirsi nella gloriola dei piccoli passi fatti l’uno dopo l’altro; all’occasione questo fanciullo confonde persino cambiamento con miglioramento, ricominciare con perfezionare.

In fondo l’uomo moderno ha un immenso bisogno di stordirsi, ha un segreto orrore di tutto quanto lo sminuisce; e per questo l’eterno, l’infinito, la perfezione gli destano spavento.

Egli vuole approvarsi, ammirarsi, felicitarsi, e perciò distoglie gli occhi da tutti gli abissi che gli ricorderebbero la sua nullità. In questo sta la reale piccolezza di tanti nostri spiriti possenti, la mancanza di dignità personale dei nostri cervellini inciviliti di fronte all’Arabo del deserto, la frivolità crescente delle nostre moltitudini sempre più istruite, è vero, ma sempre più superficiali nella loro nozione di felicità.

Un servigio in questo senso ci rende il cristianesimo, questo elemento orientale della nostra cultura. Fa da contrappeso alle nostre tendenze verso ciò che è finito, passeggero, mutevole, raccogliendo lo spirito nella contemplazione delle cose eterne; platonizzando un po’ le nostre affezioni, costantemente sviate dal mondo ideale; riconducendoci dalla dispersione alla concentrazione, dalla mondanità al raccoglimento; rimettendo calma, gravità e nobiltà nelle nostre anime invase dalla febbre di mille desideri meschini.

Come il sonno è il bagno che ringiovanisce la nostra vita d’azione, la religione è il bagno che rinfresca il nostro essere immortale. Tutto ciò che è sacro ha una virtù purificatrice. L’emozione religiosa circonda la fronte di un’aureola e dà al cuore un’effusione di gioia ineffabile.

Io credo dunque che gli avversari della religione in se stessa s’ingannino sui bisogni dell’uomo occidentale, e che il mondo moderno perderebbe il suo equilibrio, qualora appartenesse puramente alla dottrina mal maturata del progresso.

Noi abbiamo sempre bisogno d’infinito, d’eterno, d’assoluto, e poiché la scienza si accontenta del relativo, lascia un vuoto, che è bene riempire con la contemplazione, col culto e con l’adorazione. ‘La religione è l’aroma’, diceva Bacone, ‘che deve impedire alla vita di corrompersi’, e specialmente oggi la religione nel senso platonico e orientale. Il raccoglimento profondo è infatti la condizione della bella attività.

Il ritorno a ciò che è serio, divino, sacro, diventa sempre più difficile, con l’inquietudine critica introdotta nella chiesa stessa, con la mondanità della predicazione, con l’agitazione universale, eppure questo ritorno diviene sempre più necessario. Senza di esso non c’è vita interiore, e la vita interiore è il mezzo per resistere utilmente all’ambiente.

Se il marinaio non portasse in sé la sua temperatura, non potrebbe andare dal polo all’equatore e restare malgrado tutto quello che è; l’uomo che non ha asilo in sé, che vive per così dire in una vetrina, nel turbine esteriore delle cose, degli affari, delle opinioni, non è propriamente una personalità distinta, libera, originale, una causa, qualcuno insomma. È l’aliquota di una folla, un contribuente, un elettore, un anonimo, non è un uomo. Fa massa, fa numero fra i consumatori o i produttori di forma umana, ma interessa soltanto l’economista e lo studioso di statistica, che prendono i mucchi di sabbia senza occuparsi dei granelli, cosa uniforme e indifferente.

Questi πολλοί, turba, calca, moltitudine, non contano che come forza massiccia ed elementare. Perché? Perché le parti costitutive sono insignificanti isolatamente, perché si rassomigliano tutte e si addizionano come le molecole d’acqua di un fiume, misurate a tese e non apprezzate come individui. Simili uomini sono dunque stimati e pesati come corpi, perché non sono individuati dalla coscienza come anime.

Chi fluttua con la corrente, chi non si dirige secondo principi superiori, chi non ha un ideale, né una convinzione, è una semplice particella della suppellettile terrestre, un oggetto mosso, non un soggetto motore, un fantoccio, non una creatura ragionevole, un’eco, non una voce. Chi non ha vita interiore è schiavo del suo ambiente, come il barometro è il valletto ubbidiente dell’aria immobile e la banderuola l’umile serva dell’aria agitata.Henri-Frédéric Amiel

 

Bibliografia

“Frammenti di un giornale intimo” di Henri-Frédéric Amiel (Unione Tipografico – Editrice Torinese, 1967, a cura di C. Baseggio)

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