Il genocidio degli Jenisch in Svizzera: cinquant’anni di crimini, abusi e di cultura eugenetica

Il genocidio degli Jenisch in Svizzera: cinquant’anni di crimini, abusi e di cultura eugenetica

Gen 17, 2019

“La Pro Juventute si è assegnata un nuovo compito… chi di noi non conosce queste famiglie nomadi i cui membri, nella più gran parte, vagabondano senza regole e che, come cestai, lattonieri, mendicanti e peggio, costituiscono una macchia scura nella nostra terra svizzera così fiera della propria cultura dell’ordine?” Heinrich Haberlin

Jenisch nomadi nella Svizzera orientale, intorno al 1900

Gli Jenisch sono una popolazione nomade originaria del centro Europa; si identificano come diretti discendenti dei celti. Storicamente, alcune tracce indicano la presenza di gruppi Jenisch nella Svizzera dell’XI secolo e nella Germania del XIII secolo con l’espressione “Fahrendes Volk” (popolo errante), utilizzata nel linguaggio svizzero-tedesco fin dal Medioevo.

Alcune ipotesi nell’identificare l’origine di questo popolo emarginato da secoli si basano sul piano linguistico: mentre le popolazioni Romaní (Rom, Sinti, Kalé, Romanichals ed altre) sono etnie di lontana origine indiana e persiana, gli Jenisch sono di origine germanica e hanno un loro proprio idioma simile a quello dei discendenti dei commercianti nomadi ebrei (Chochemer).

La teoria si basa sugli ebraismi contenuti nel linguaggio Jenisch e sulle somiglianze significative esistenti nei nomi di entrambe le comunità.

Secondo una teoria storica invece, gli Jenisch sarebbero sorti da incroci fra disertori poveri e un gruppo di migranti del Cantone di Berna all’epoca della guerra dei trent’anni (1618-1648). Questa teoria parte dal presupposto che tutti i membri della popolazione fossero cattolici. L’etnografo Marie-Paul Dollé ha affrontato il problema in un suo studio del 1979 dimostrando invece che la stragrande maggioranza degli emigranti erano protestanti luterani.

Per via di queste loro sostanziali differenze con le altre popolazioni nomadi, gli Jenisch sono anche conosciuti anche come gli zingari bianchi (in tedesco: Weiße Zigeuner, in francese: Tziganes blancs).

Perseguitati ed espulsi per il loro nomadismo già nel 1500, gli Jenisch sono stati costantemente oggetto di tentativi forzati di assimilazione. Nel 1825 a Lucerna (Svizzera) un gruppo di Jenisch è stato processato per crimini contro la società. Sotto tortura hanno confessato più di 1.000 crimini, e sono stati condannati a pene detentive. I loro figli gli son stati sottratti con l’intenzione di “rompere” le famiglie allo scopo contrastare la cultura, la lingua e i modi di vita di una comunità che non rifletteva gli ideali d’ordine dell’epoca.

Un secolo dopo, nel 1926, gli Jenish hanno subìto in Svizzera un tentativo di sterminio scientifico che è terminato solo nel 1975.

“Nel 1926, la Pro-Juventute (PJ), un’organizzazione privata che si impegna per la gioventù, sviluppa un progetto per la realizzazione della sedentarità dei jenisch svizzeri che verrà chiamato “Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse”. Alfred Siegfired è il nome del direttore di questo programma, già direttore della divisione “Schule und Kind” (“scuola e bambino”) della PJ. L’attuazione di tali teorie determinerà la sistematica distruzione di famiglie e vite non considerate “conformi alla norma”. Secondo tali studi, la vita non sedentaria, cioè il nomadismo, è dovuta a una disposizione ereditaria che dev’essere estinta. Secondo le teorie razziste ed eugenetiche si tratta di un comportamento “ereditario-criminale””.Dott. Filomeno Icovino

Il gruppo (Jenisch) di Fränzli Waser, foto del 1895 circa

Secondo i parametri applicati dalle autorità nel primo ‘900, i nomadi erano considerati pericolosi asociali irrecuperabili, da tenere a bada con metodi repressivi. Il fatto di essere cittadini svizzeri non proteggeva gli Jenish dal disprezzo e dall’ostilità. Ad occuparsi di loro, fino agli anni ’20, erano stati i comuni e i cantoni.

Dopo di allora, le autorità decisero di affrontare gli Jenisch con un organismo che potesse muoversi al di sopra e al di fuori dei comprensori territoriali.

Nel 1926, in pieno clima di cultura eugenetica (quell’insieme di teorie e pratiche miranti a migliorare la qualità genetica di un certo gruppo d’individui) e di pulizia della razza che spirava anche in Svizzera, un insegnante di ginnasio, Alfred Siegfried, espulso dall’insegnamento per pedofilia, diventò responsabile della sezione Scolarità infantile della fondazione Pro Juventute,  quell’ente a “favore dei giovani” noto per la vendita annuale di francobolli molto ambiti dai filatelici professionisti e dilettanti non solo svizzeri.

Convinto della necessità di ridurre il numero degli Jenisch attraverso il divieto di matrimonio e la sterilizzazione, fondò nel 1926 il programma “Hilfswerk fur die Kinder der Landstrasse” (Opera di assistenza per i bambini di strada) che rimase attiva fino al 1972. A dirigerla venne designato lo stesso Siegfried.

Il programma fu finanziato dalla Federazione Elvetica, da benefattori, da industriali e dalle famose emissioni di francobolli della Pro Juventute.

Il consigliere federale e presidente della fondazione Heinrich Haberlin scrisse nel 1927:

“La Pro Juventute si è assegnata un nuovo compito… chi di noi non conosce queste famiglie nomadi i cui membri, nella più gran parte, vagabondano senza regole e che, come cestai, lattonieri, mendicanti e peggio, costituiscono una macchia scura nella nostra terra svizzera così fiera della propria cultura dell’ordine?”

Nel luglio del 1943 Siegfrid tenne una conferenza a Zurigo nella quale espresse in modo esplicito gli scopi, i metodi e l’ideologia alla base della sua attività. Oggi possiamo trovarne il testo in rete nel link presente nelle Info a fine articolo e leggere che gli Jenisch erano definiti “vagabondi”, “sgradevoli confederati”, “una piaga” della società. Poco importava il loro comportamento reale, ciò che contava, secondo Siegfried, era la loro appartenenza etnica:

“Non solo intere famiglie ma clan di diverse centinaia di individui costituendo una stretta associazione che assume atteggiamenti e modi di vita asociali e amorali li trasmette consapevolmente e intenzionalmente anche alla propria prole (…) I loro singoli membri possono sembrare abbastanza innocui, le loro trasgressioni possono limitarsi a irregolarità e infrazioni di polizia lievi. Il fatto però che essi si sostengano e si aiutino vicendevolmente conferisce loro una potenzialità pericolosa.” ‒ Alfred Siegfried

Appurato quindi che con queste persone non vi era alcuna prospettiva di successo se si fosse andati avanti nel tentativo di rieducare gli adulti, Siegfried enunciò la sua strategia:

“Chi vuole combattere con successo il vagabondaggio, deve cercare di rompere i legami del popolo nomade e, per quanto duro ciò possa sembrare, deve distruggere la comunità famigliare. Un altro modo non c’è. Se non si riesce a incentrare i singoli membri su se stessi, essi verranno presto o tardi riassorbiti dal loro clan e tutto quanto si è fatto per loro andrà perduto. È chiaro che un altro modo di vita, che solo può staccare un nomade dal suo clan, e l’adattamento ad un ambiente totalmente diverso, può essere raggiunto con successo solo coi bambini.”

Jenisch

I bambini, secondo lui, dovevano essere sottratti alle loro famiglie.

“Secondo le esperienze fatte, le prospettive di successo sono favorevoli solo quando i bambini vengono presi nei primi anni di vita, quando gli influssi negativi del loro ambiente non hanno ancora potuto arrecare loro danno.”

Di conseguenza era assolutamente necessario:

“[…] escludere i pericolosi contatti con i genitori e i parenti. Perché senza questo provvedimento il lavoro rimane inutile. [poiché] i vagabondi distruggono in un’ora quanto è stato costruito in anni di lavoro educativo sui loro figli. Si tratta qui effettivamente di una questione cruciale. Se si vuole aiutare i bambini a liberarsi dal vagabondaggio, allora si deve escludere l’influsso dei genitori.”

Impressionanti sono gli atti della conferenza dedicati all’ereditarietà, in cui emerge la mentalità eugenetica presente in Europa già prima del nazismo basati sulle teorie di personaggi quali Robert Ritter, teorico dell’igiene razziale, diventato un alto dirigente nazista al servizio di Hitler per la messa in atto della “soluzione finale” del problema degli zingari.

L’altro, Josef Jörger, era un medico svizzero che, con ricerche antropologiche e genealogiche su famiglie nomadi, aveva sanzionato come asociale e degenerata l’etnia Jenisch.

In proposito Siegfried affermava:

“Sono giunto alla convinzione che il patrimonio genetico di una parte dei miei protetti deve essere di cattiva qualità, in quanto con molti di loro non si ottengono buoni risultati nella lotta contro l’insincerità, la tendenza all’intrigo, l’insopportabilità, la mancanza di riguardo verso l’ambiente, l’insensibilità; e questo nonostante l’impegno e l’amore che si mette nell’opera educativa. Secondo la mia opinione più della metà dei bambini vaganti va situata tra gli anormali. (…) Una grande percentuale di loro evidenzia perversità spirituali. Grande è il numero degli subdotati, dei deboli di mente e degli agitati. Non si può negare che ciò sia il riflesso dell’alcolismo e della mancanza di autocontrollo dei loro antenati.”

In quegli anni, in medicina imperavano le teorie sull’igiene razziale e non era difficile che una istituzione potesse far legittimare da uno psichiatra la sottrazione di un bambino alla sua famiglia.

Quindi, in linea con i presupposti esposti da Siegfrid, fu possibile strappare al popolo Jenisch circa 600 bambini. Ad essi ne vanno aggiunti altrettanti che subirono lo stesso destino per mano di istituzioni locali che provvidero direttamente alla bisogna adeguandosi al modello della Pro Juventute.

A partire dal 1926, la Pro Juventute iniziò a togliere sistematicamente i bambini Jenisch ai loro genitori. Le madri venivano sterilizzate cancellando quasi ogni traccia della loro identità e origine.

Jenisch – Famiglia Spindler – 1932

Molti bambini venivano affidati ai contadini, le bambine, si ritrovarono recluse in cliniche psichiatriche o in prigione, dove subirono maltrattamenti, violenze terapeutiche (come l’elettroshock) e abusi sessuali.

Siegfried terminò il suo compito e l’attività della campagna nel 1958, dopo una breve parentesi con lo psicologo Peter Dobeli, licenziato per avere abusato sessualmente di due ragazze.

Dal 1961 l’attività di epurazione è proseguita sotto la guida di una suora cattolica, madre Clara Reust, che diresse con zelo l’“Opera” in base ai presupposti e metodi del suo predecessore sino al 1975, quando venne in luce lo scandalo provocato dal coraggio e dalla determinazione di Teresa Wjss, una madre Jenisch alla quale erano stati tolti cinque figli.

Nel 1961 aveva denunciato inutilmente la Pro Juventute al tribunale federale. Solo nel 1970 la sua battaglia è stata recepita dalla stampa.

Occorse attendere però il 1972, quando, dopo una campagna stampa di denuncia, l’“Opera bambini della strada” fu abolita.

La causa legale si concluse nel 1987: la Confederazione elvetica ha chiesto scusa agli Jenisch, riconoscendo la propria responsabilità morale e politica.

Non si conosce il numero esatto delle vittime, principalmente bambini, che parrebbe oscillare tra i 585, certificati dagli archivi della Pro Juventute, in gran parte secretati per un secolo, ai 2.000 stimati, poiché in questa campagna furono attivi anche altri centri assistenziali, quali l’associazione cattolica Seraphisches Liebeswerk, la quale ha negato l’accesso agli archivi.

L’azione della Pro Juventute si concentrò su una popolazione esigua di poche centinaia di famiglie, e non è difficile comprendere quanta sofferenza venne diffusa senza risparmiare nessuno: dai bambini sequestrati, ai loro genitori, fratelli e parenti.

Conseguenze psicologiche anche gravi pesano tutt’ora su parecchie vittime di allora e indirettamente anche sui loro figli.

L’intervento eugenetico, tramite l’impedimento di matrimoni, la limitazione delle nascite, sterilizzazioni, privazioni della libertà, incise pesantemente sulla comunità Jenisch che ne uscì ferita nello spirito e indebolita demograficamente.

Distribuzione della etnia Jenisch in Europa

Oggi gli Jenisch in Svizzera sono circa 35.000. Alla cultura Jenisch appartiene un idioma particolare, tramandato per via orale, che comprende circa 600 parole base. Nel 1996 il Consiglio federale l’ha dichiarata una lingua svizzera non legata a una determinata regione.

Gli Jenish conducono una vita non distinguibile dalla maggioranza della popolazione. Molti di loro cercano di non palesare la loro appartenenza etnica per timore di diventare vittime di pregiudizi e ostilità.

Una minoranza intorno alle tremila persone, pari a circa il 10% della comunità, pratica ancora il nomadismo in forme e strutture regolamentate pratica ancora il nomadismo almeno durante una parte dell’anno e svolge i mestieri tradizionali: artigiani, arrotini, riparatori di pentole e ombrelli, intagliatori, cestai, impagliatori, venditori al minuto sulla pubblica via o casa per casa.

Si sono raggruppati in associazioni per promuovere le loro rivendicazioni: giusto risarcimento per la persecuzione subita, abolizione delle norme cantonali che ancora ostacolano il nomadismo, allestimento di aree di sosta attrezzate e dignitose.

Le autorità hanno riconosciuto, almeno teoricamente, le colpe del passato e hanno porto le loro scuse, ma all’atto pratico manca una vera volontà politica di realizzare sul terreno una politica che renda agevole il presente e garantisca un futuro al popolo Jenisch, che è considerato la terza minoranza europea del popolo nomade (circa 100.000 persone fra Austria, Germania, Francia, Spagna, Italia e Svizzera).

La scrittrice e poetessa svizzera Mariella Mehr, di etnia Jenisch, fu vittima, da bambina e da adolescente, del programma Kinder der Landstrasse: fu tolta alla propria madre ancora piccolissima, crescendo in 16 diverse case famiglia e in 3 istituzioni educative.

Quando aveva 18 anni come per sua madre, le tolsero il figlio. Questa opera di sradicamento fece crescere la sua rabbia verso le istituzioni e divenne ben presto una ragazza ribelle.

Subì 4 ricoveri in ospedali psichiatrici, violenze ed elettroshock e venne perfino reclusa per 19 mesi nel carcere femminile di Hindelbank nel Canton Berna.

Mariella Mehr

Come testimone principale del dramma della segregazione, ha fatto della denuncia della persecuzione agli Jenisch l’opera principale dei suoi scritti e delle sue poesie. I suoi libri, tradotti anche in italiano, sono ampie e dettagliate denunce di tutte le violenze fisiche e psicologiche subite negli anni della sua infanzia e della sua adolescenza.

“Ancora nel sonno ti cerco/ erba selvatica e menta/ chiuditi occhio ti dico/ e che tu non debba mai vedere i loro volti/ quando le mani diventano pietra” Mariella Mehr

Nel 2017, alla Mostra del Cinema di Venezia, è stato presentato il cortometraggio veritiero di Valentina Pedicini “Dove Cadono Le Ombre” che ha portato alla luce il genocidio scandalizzando la “società ben pensate”.

Ad inizio gennaio 2019, a Parigi, la comunità Jenish ha fatto parlare nuovamente di sé, a causa delle azioni di Christophe Dettinger, “Le gitan de Massy”, il pugile professionista trentasettenne intervenuto in difesa dei Gilet Gialli contro la Polizia. L’ex pugile rischia la condanna a diversi anni di carcere per l’aggressione compiuta sul ponte Leopold-Sedar-Senghor che collega i giardini delle Tuileries al Musee d’Orsay.

Spesso canta il lupo nel mio sangue/ e allora l’anima mia si apre/ in una lingua straniera./ Luce, dico allora, luce di lupo,/ dico, e che non venga nessuno/ a tagliarmi i capelli‒ Mariella Mehr

 

Written by Claudio Fadda

 

 

 

 

Info

Conferenza Zurigo Alfred Siegfried

 

Fonte

Foto Wikipedia

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