“Canidia. La prima strega di Roma”, saggio di Maxwell Teitel Paule: la magia ai tempi di Orazio

“A Canidia i denti, a Sàgana l’alta parrucca

cadere, e dalle braccia le erbe e gli incanti

lacci con grande riso e spasso avresti potuto vedere” ‒ Orazio. Sat. 1.8

Canidia. La prima strega di Roma

Chi era Canidia? La più famosa e la più misteriosa strega romana.

Questo lo sappiamo. O meglio, lo sa chi ha letto o ha avuto a che fare con l’opera di Orazio.

Per chi non lo conoscesse ve lo presento: Quinto Orazio Flacco, nato a Venosa nel 65 a.C. e morto a Roma nel 8 a.C.

Fu membro del circolo degli artisti patrocinati dal grande Mecenate e suo amico.

Scrisse diverse opere, tra cui gli Epodi e le Satire che ci presentano un personaggio ben conosciuto dall’autore durante la sua vita. Proprio questo è il punto che Maxwell Teitel Paule intende sbrogliare: Orazio, conosceva davvero Canidia?

E, inoltre, come potremmo comprendere la natura di questo personaggio e come potremo definirla in definitiva?

Perché, per noi, è facile definire una persona che possieda determinati tipi di conoscenze e di poteri. La chiameremo strega, limitandoci a classificarla in buona o cattiva, oppure potremmo identificarla come fattucchiera o befana.

Ma, attenti, nella lingua latina e nella sessa poesia oraziana la questione non è così semplice. I termini sono molti, tutti diversi e per molto tempo si è pensato che la natura stessa della terminologia fosse di per sé una classificazione.

Per questo siamo qui: io e, solo nella mia fantasia, l’autore di questo bellissimo saggio. Il libro si intitola Canidia. La prima strega di Roma” ed è edito per Leg edizioni nel 2017.

L’autore, come già vi ho anticipato, è Maxwell Teitel Paule insegna Studi dell’Antichità e del Mondo Classico a Richmond (Indiana, USA) presso l’Earlham College. La sua carriera è improntata allo studio del magico nella cultura latina e alla connessione di questa componente all’interno della letteratura erotica romana.

Quale argomento è più magico di una strega che infesta e deturpa se stessa, la città di Roma e la persona del poeta?

Si è molto tentato di dare un’immagine fisica alla persona della suddetta strega e visto che, stando a Porfirione e altri scoliasti, era di cattivo gusto parlare di qualcuno in un componimento usando il suo nome di battesimo. Così, come fecero anche altri, tra cui Catullo (chi non ricorda la sua Lesbia, il di cui vero nome era Clodia?) anche Orazio si ingegnò per trovare un sostituto al nome di Gratidia e, così nacque Canidia.

Secondo gli scoliasti costei era una profumiera di Napoli. La suddetta si dilettava di arti magiche e usò i suoi unguenti per cospargere il suo recalcitrante amante infedele e obbligarlo a tornare da lei.

Oppure, questo dell’uso dei profumi, oltre ad essere una delle possibili abilità di una strega, è un enorme indizio della vasta cultura di Orazio. Canidia è la prima strega a Roma non la prima nell’intera letteratura antica, vi dice nulla?

Canidia potrebbe essere chiunque perché nessuno può andare a chiedere ad Orazio chi lei fosse. Potrebbe essere la rappresentazione di un gruppo di persone oppure, come già ipotizzato, una singola persona che il poeta conosceva. Poteva fosse essere, in realtà, un uomo?

Non fraintendete, non alludo alla vita personale del poeta, ma potrebbe essere che un rapporto carnale sia un’allusione al rapporto viscerale con qualcosa di più idealistico? Con Roma, per esempio?

E perché no, Canidia potrebbe essere la personificazione di altro…

Per quanto riguarda la diversità della terminologia, riferita a queste figure delle streghe a Roma, vi accorgerete che il nome con cui venivano chiamate era atto solo a creare l’atmosfera giusta intorno al personaggio e non a precisarne le abilità. La stessa Canidia non è mai uguale a se stessa e risponde a diverse esigenze, come pure fa da contrario ad altre figure letterarie che hanno incantato i loro lettori e non solo.

La creta con cui le persone modellano le immagini delle loro paure; e per esprimere paure e ansie del momento, quella creta deve rimanere malleabile. Solo quando coloro che stanno fuori da una comunità cominciano a fare le loro liste di demoni per i propri scopi si ottiene una reale coerenza di tratti e di immagini: una coerenza artificiale, nata da un analitico desiderio di catalogare, o da un magico desiderio di controllare, o da un missionario desiderio di svalutare e di dominare.‒ Sarah Iles Johnston

Orazio – Venosa

La figura di Canidia viene più volte usata da Orazio nelle sue opere, alcune volte in posizioni marginali dei componimenti ma è in tre occasioni che la troviamo come attrice principale.

La prima è nelle Satire 1.8. Canidia entra nei giardini di Mecenate per fare un empio rito ma viene sorpresa e ricacciata da una statua. Quest’ultima è la rappresentazione del dio Priapo e si occupa di riportare la situazione alla normalità emettendo un peto che spaventa Canidia e la sua compagna creando una situazione tragicomica di fuga e umiliazione della strega.

Ora, in questa opera ci sono molti spunti riflessione anche per gli elementi che riconducono alla vita dell’autore. La statua diviene l’alter ego di Orazio e Canidia è il viso con cui l’autore si rivolge agli elementi che possono essere considerati estranei alla sua opera ma che, in fondo, la compongono. Ricordiamo che anche Orazio non era nato patrizio ma Mecenate lo accolse e gli donò la sua amicizia.

Canidia è qui una donna anziana, facile allo spavento, che invece di sembrare una strega come, per esempio, Circe, ne è solo il lontano e orribile riflesso oltre a non esserne all’altezza nelle arti magiche. Oltre a questo è l’immagine di un pensiero di Orazio in merito alla sua opera e all’impatto che essa ha all’interno della sua vita.

Nella seconda occasione in cui Canidia ci viene presentata la storia cambia.

In Epodi 5 Canidia è un’infanticida e il racconto non ha nulla da invidiare ad un racconto di cronaca nera. La strega, insieme ad altre due compagne, rapisce un ragazzino e lo tortura a morte per poterne usare le interiora e i resti per ottenere un filtro magico.

Inutile dire che l’anima del ragazzino ucciso, Orazio usa la parola puer per fare da controcanto ad un’altra opera, giurerà di vendicarsi per la sorte subita.

In questo epodo Canidia non è una vecchietta spaventata ma è più vicina alle Strix: antichi demoni che rapivano e uccidevano bambini.

Maxwell segue a comparare la Strix romana con la comparazione con simili figure della mitologia del vicino Oriente (Lilith) e quella greca (Lamia).

Ma perché Orazio vuole che questa Canidia, converrete con me che non è nemmeno paragonabile alla donna descritta nell’opera precedente, sia così efferata?

Una delle risposte possibili è che il nostro poeta volesse offrire una risposta a Virgilio. Nella quarta Ecloga, Virgilio, narra la storia di un puer che verrà e donerà a Roma pace e serenità.

Il periodo, che dobbiamo richiamare alla memoria, è quello successivo alle guerre civili che hanno funestato lo Stato Romano e la sua popolazione con Cesare e dopo la sua morte.

Ecco, la risposta di Orazio, a mio avviso, è stata tipo questa: siamo proprio sicuri che arriverà l’età dell’oro? Io non credo.

La speranza contrastata allo scetticismo. In fondo, una strega non sarebbe certo intervenuta per prendere il puer di Virgilio e prelevarlo per accompagnarlo al ballo di Ottaviano, vi sembra?

La chiave delle analogie tra le due opere sta appunto nel lessico usato dai due autori e meritano di essere presi in esame per due motivi di cui il primo è il più semplice: affrontare l’opera attraverso la sua lingua madre è importante per capire la connotazione che un lettore della loro epoca avrebbe certamente compreso in maniera immediata. Se non conoscete il latino non preoccupatevi troppo, l’autore di questo saggio è un ottimo oratore e saprà spiegarvi dove guardare e guidarvi nella comprensione del testo.

La seconda motivazione è che questi autori vivono in una società che loro vivevano e noi giudichiamo da esterni: dobbiamo immedesimarci. Cercate di vedere Roma come essi la vedevano e vivevano.

Anche in questo caso l’autore è stato previdente, tra le pagine troverete ogni genere di spunto per rendere il quadro molto più chiaro.

Questa opera è un intreccio di suggestioni storiche e mitologiche degne della fondazione della grande capitale che fu e che è Roma.

L’ultimo nostro incontro importante con Canidia è in Epodo 17.

Canidia e Orazio si trovano faccia a faccia e sarà un confronto senza esclusione di colpi.

La strega circuisce e sfinisce Orazio che adotta un linguaggio di sottomissione per ammansirla ma, nel fare questi piccoli atti di genuflessione, il poeta la incalza e la insulta ricordandogli tutto ciò che ella non è. Lei non è la bella Elena di Troia e non è la potente Circe. Non avrà né il potere né la bellezza a cui ella aspira. Canidia si infervora minacciandolo ancora una volta e inveendo contro di lui.

Maxwell Teitel Paule

L’ultima parola spetta a lei, un’ultima parola che si tinge di resa e di vittoria per l’afflitto Orazio.

Anche qui Canidia è una sorta di demone, uno di quelli sensibili agli insulti al proprio ego e che possono essere scacciati solo in questa maniera: Canidia è un Empusa, ha cambiato forma e essenza tante volte quanti sono stati i mutamenti voluti dal suo creatore.

Questa è un’opera di commiato, la fine della raccolta degli Epodi. Proprio per i versi di questo epodo i suoi scoliasti hanno a lungo proposto la versione secondo cui Canidia fosse una persona in carne ed ossa ma giocando con le frasi, con i tratti e le parole di Catullo; Orazio ci conduce davanti alla scoperta di cosa sia Canidia: un’antifona alla puella elegiaca.

Ecco chi è Canidia, la strega che rappresenta l’opera di Orazio. Lui è giunto alla fine e lei lo deve lasciare andare. È logico che lei si ribelli e lui la ingiuria per affrettare questo distacco, non vi sembra familiare? Anche questa è una storia d’amore no?

“Ti starò sopra, a cavalcioni e succube/ sarà la terra al mio trionfo. Io, abile/ nel render vive le figure ceree/ tu stesso lo confessi – io, che so estorcere/ la luna al cielo coi miei riti magici,/ io che ridesto i morti e la libidine/ coi miei filtri amorosi, dovrei piangere/ perché con te gl’incanti miei falliscono?” ‒ Orazio. Epod. 17

 

Written by Altea Gardini

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: