Life After Death: l’intervista al pittore Vincent van Gogh

Life After Death: l’intervista al pittore Vincent van Gogh

Dic 29, 2018

Le interviste alla storia continuano con il celebre pittore Vincent van Gogh.

 

 

Vincent Van Gogh nel 1873

Van Gogh: Prego, prego, venga avanti!

A.T.: La ringrazio molto.

Van Gogh: Allora? Preferisce dentro o fuori? Fossi in lei andrei fuori, la luce a quest’ora è perfetta. È arrivata proprio al momento giusto! Il sole illumina tutte le piante ed il campo. Inoltre credo che la signora Ravoux mi ucciderebbe se trovasse di nuovo uno dei miei quadri in giro per il suo caffè.

A.T.: Non credo di capire mi scusi… lei è il signor Van Gogh? Vincent Van Gogh?

Van Gogh: L’unico ed il solo! Se escludiamo il mio nipotino… si chiama come me! Vincent. Certo mio fratello Theo poteva scegliere un nome migliore, ma non spiace in fondo. Allora? Vogliamo andare fuori?

A.T.: bella giornata.

Van Gogh: Ah signora mia, qui è raro che faccia mal tempo! Qui è il sole a farla da padrone durante tutta l’estate. Quelle rare volte che fa brutto tempo, il cielo assume un colore grigio talmente scuro da far spavento ed il vento soffia come un tornado. Ma a me piace anche quel tempo! Ho dipinto molto spesso questo paesaggio cupo dalla mia finestra. A volte persino fuori in mezzo alla bufera. Le nubi cariche di pioggia, il vento che spazza i campi di grano…

A.T.: Che sia un tema che le piace si nota infatti in molti suoi quadri.

Van Gogh: Lei conosce i miei quadri? Davvero? Chi ve li ha mostrati? Mio fratello Theo forse? Siete stata nella galleria dove lavora?

A.T.: Oh no, no intendo… vedo molti quadri anche qui e noto che ritraete molto spesso la campagna di questo luogo. Siete un grande amante della natura.

Van Gogh: Di tutto ciò che è natura! Io… però non voglio dipingere solo un mero momento in cui la natura sembra bloccarsi sulla tela. No, no la natura è viva, in costante movimento! Questo la pittura deve rappresentare! Aspetti qui! Le voglio mostrare alcune tele!

A.T.: Bene… nel mentre che il nostro ospite non c’è posso fare la mia introduzione. Amici, come avete già capito, l’ospite di oggi è il pittore Vincent Van Gogh, un artista tormentato secondo la storia. Siamo negl’ultimi anni dell’ottocento ad Auvers, ultimo luogo di residenza del pittore.

Van Gogh: Ecco, guardi questa. È una delle mie ultime. Che ve ne sembra?

A.T.: È molto bella… ha un colore molto materico, sembra quasi di poter toccare il grano. Certo io non sono un’esperta d’arte ma…

Van Gogh: Oh lasci perdere “gli esperti”! Sono buoni solo a riempirsi la bocca con paroloni che capiscono solo loro! Le pennellate sono così… il colore è usato per… il significato del quadro è… santo cielo! Non è mi passato per le loro eminenti teste che a volte un pittore dipinge solo per il gusto di farlo? Per far esplodere determinate emozioni personali? Io dipingo quello che la natura è già brava da sola ad esprimere, inserendoci la mia personale emozione! Guardi questo quadro ad esempio. Lei cosa vede?

A.T.: Be… c’è un campo di grano, questi sembrano… degli uccelli e il cielo… il cielo piuttosto scuro. Plumbeo. Trasmette quasi tristezza.

Van Gogh: Sì! Sì! Sì! Esatto! Lei conferma quello che io volevo trasmettere! È sì un capo di grano con un cielo nuvoloso e dei corvi! Questo rappresenta questo quadro! Ma è l’emozione che esso deve trasmettere capisce? Un’emozione umana non un significato nascosto o un inutile messaggio criptico! Esprimo le mie emozioni con ciò che la natura di questi luoghi mi mostra! Ne colgo un attimo, un frammento di tempo! Badi bene però! Non frammento statico! Tanto quanto l’emozione, io desidero che la… la forza della natura così come la sua dolcezza, la sua imperfetta perfezione e persino la brutalità escano dalla tela! Che le mie tele siano vive come la natura che rappresentano! E che trasmettano parte di me! Che possano essere…

A.T.: Devo dire che si esprime davvero con una grande foga.

Vincent van Gogh – Quattordici girasoli in un vaso – Arles agosto 1888

Van Gogh: È la mia arte! È ciò che mi fa essere vivo, che mi ha tenuto in vita si potrebbe dire. È logico che quando io parlo di arte tendo ad alzare i toni.

A.T.: Mi pare giusto, ma ciò che lei vuole credo lo desiderino tutti gli artisti, in fondo. Rendere reali le proprie opere. E alcuni ci sono riusciti e sono finiti nei libri di storia, oltre che nei musei.

Van Gogh: Oh a me non interessa quello! Certo ammetto che se potessi venderne almeno alcuni…

A.T.: Sì, infatti è risaputo che lei in tutta la sua vita non è riuscito a vendere neppure un quadro.

Van Gogh: Non è esatto. Un quadro l’ho venduto. Ad una certa Anna Boch, una pittrice credo che fosse… per 400 franchi. Mio fratello ha trattato la vendita. E poi chi è che dice queste cose di me?

A.T.: Ma… dicevo così… nell’ambiente artistico.

Van Gogh: Già, immagino chi… ma torniamo a noi signora… o siete signorina?

A.T.: Signora, prego.

Van Gogh: Tanto per essere chiari. Vediamo un po’… dovrebbe stare in un punto dove la luce possa renderla al meglio. Che ne dice di quel punto?

A.T.: Be ecco…

Van Gogh: No, no, no! Quello non va bene, tra poco ci sarà troppa ombra. Io ho bisogno di luce! Potremmo metterci in quel punto laggiù invece!

A.T.: In realtà…

Van Gogh: O forse è meglio laggiù. Sì! Laggiù sarebbe perfetto! Presto, presto! La luce è perfetta in questo momento!

A.T.: La luce? Mi scusi ma non capisco che centra la luce. Per quello che devo fare va bene un po’ ovunque!

Van Gogh: Oh no, signora mia! Per quello che dobbiamo fare è necessario che ci sia una buona luce. Se vuole un ritratto posso farlo ovunque ma non voglio assolutamente sprecare tutta la natura che ho a disposizione!

A.T.: Un ritratto? Lei vuole farmi un ritratto? Oh no, no! Mi scusi, credo ci sia stato un malinteso. Io sono qui per…

Van Gogh: Oh no. Non me lo dica! La manda mio fratello Theo vero? Eppure lo avevo avvisato che non mi serviva una balia! Adesso sto bene! E poi c’è già il dottor Gachet che si occupa di tenermi controllato. Perché diavolo non mi ha dato retta?!?

A.T.: Non c’è bisogno che si arrabbi così. E comunque non sono qui come sua infermiera!

Van Gogh: E allora perché è qui?

A.T.: Io sono venuta qui per poterle fare alcune domande. Un’intervista!

Van Gogh: Un’intervista? Allora mi scusi ma… non sono interessato io! Ho troppo da fare in questo momento e sono già in ritardo. Dovevo essere nei campi già da parecchio! Mi sono attardato perché… perché… perché dovevo aspettarla! E poi salta fuori che lei non è qui per un ritratto.

A.T.: Senta, che ne dice se ci venissimo incontro?

Van Gogh: Non vedo come. Io sono un pittore, non un cronista! Se non uso i pennelli che senso ha per lei restare qui? Se ne vada per favore!

A.T.: Senta signor Van Gogh, facciamo così. Che ne pensa se io le facessi alcune domane mentre lei dipinge? In questo modo avremmo tutti quello che vogliamo, non le pare?

Van Gogh: Be… va bene! Purché sia una cosa breve. Amo la compagnia ma non la conversazione mentre dipingo. Una delle cose che mi mandava in bestia persino con Paul. Preferisco concentrarmi sulla tela e sui colori piuttosto che chiacchierare. La natura non ha bisogno di parole per esprimersi. Solo l’uomo ha questo bisogno smodato di tradurre tutto in lettere e numeri.

A.T.: Bè, lettere e numeri sono il modo in cui l’uomo si esprime. Come la natura si esprime con gli alberi, i fiori, le nuvole…

Van Gogh: Sì ma è sbagliato quando l’uomo cerca di tradurre in parole il linguaggio della natura! Come possono le parole esprimere ciò che la natura ci ha impiegato secoli per rappresentare?! Adesso la prego…  si sistemi da qualche parte, non mi piace la gente che mi gironzola attorno. E non si muova.

A.T.: Resterò ferma qui. Dovrò muovere almeno la bocca però se vorrò farle delle domande.

Van Gogh: Purché muova appena quella. Sì… ci siamo… perfetto! (pausa)

A.T.: Posso cominciare? (silenzio) Ehm… signor Van Gogh?

Van Gogh: Mi dica?

A.T.: Possiamo cominciare l’intervista?

Van Gogh: Eh? Oh sì, sì… prego, chieda pure.

A.T.: Grazie. Dunque la mia prima domanda forse può sembrarle scontata ma… come mai il figlio di un ministro di Dio ha deciso d’intraprendere la strada della pittura?

Van Gogh: Non saprei neppure io. L’arte in sé mi ha sempre interessato, soprattutto il disegno. Sin da bambino mi divertivo a scarabocchiare qui e là. Sfortunatamente non ho potuto terminare gli studi, non ero esattamente un allievo modello. Senza contare che la mia famiglia non aveva molto denaro per mantenere i miei studi.

A.T.: Le è sempre piaciuto disegnare insomma. Una vocazione.

Van Gogh: No, non direi. Era più un… passatempo che una vocazione. Io stesso ho iniziato a dipingere solo a ventott’anni, e a quell’età un artista è già vecchio. Ora invece, più che una vocazione… la mia è una vera e propria dipendenza. Pare che io non possa assolutamente vivere senza dipingere. Persino il dottor Gachet lo ha riconosciuto.

A.T.: Quindi il suo approccio all’arte è stato tardivo rispetto ad altri artisti abituati a dipingere sin da giovani.

Van Gogh: L’approccio pratico sì. Non quello teorico. Ho lavorato per un qualche tempo alla casa d’arte di mio zio, insieme a mio fratello Theo. Sono stato a Bruxelles, a Londra… ma Parigi è stata la città che più mi è rimasta nel cuore. Il Louvre, i Salon d’esposizione… le nuove correnti, gli artisti che la popolavano come api in un alveare. Una città piena di vita e di arte! Non passò molto che lasciai il mio lavoro alla casa d’arte. Era diventato un vero cappio al collo che mi soffocava… un mero ripetersi di arte già vista e rivista. Oh… che meraviglia! Il sole oggi mi sta davvero facendo un favore… il grano non è mai stato così splendente e vivo. Che meraviglia…

A.T.: Signor Van Gogh?

Van Gogh: Che c’è?

A.T.: Mi stava parlando della sua vita ricorda? Stavamo dicendo…

Van Gogh: Stavo dicendo?… Ah sì! Dopo aver lasciato il mio lavoro sentii il bisogno di avvicinarmi di più all’opera di nostro signore e decisi d’intraprendere la strada del predicatore. Un’altra strada che si rivelò ostica. Stavolta però per il problema contrario. Non era il non sentirmi adatto per quella vita, come alla casa d’arte… mi sentivo fin troppo coinvolto. Così coinvolto che la mia famiglia mi pregò di smettere. Quando mio fratello Theo mi ritrovò, dopo molti mesi che non scrivevo più, ero più pallido dei minatori a cui predicavo, così mi disse. Theo mi trascinò via e fu allora che decisi di seguire il suo consiglio e m’iscrissi all’accademia di belle arti.

A.T.: E la trovò difficile? Cominciandola da persona che non aveva frequentato istituti d’arte sin da piccolo.

Henri de Toulouse-Lautrec – Ritratto di Vincent van Gogh – 1887

Van Gogh: Sì, ma fu istruttiva, c’è poco da dire. Però mi è sempre stato riprovato da molti artisti che il mio talento manca di pratica e di tecnica! Solo a Theo sembrava non importare. Non per nulla metteva i miei quadri nella casa d’arte.

A.T.: Nomina spesso suo fratello Theo. Gli è molto legato?

Van Gogh: Mio fratello Theo è la mia bussola. Non importa quanto lontano io vada. È il mio migliore amico e confidente. Abbiamo una fitta corrispondenza. Infatti salta sulla sedia e si preoccupa ogni volta che non riceve mie notizie o i miei quadri. Oh, adesso è anche meglio di prima… sente? Il vento comincia a sconvolgere il grano… ci vuole più arancio qui.

A.T.: Ecco, appunto, torniamo ai suoi quadri. Lei ne ha spediti molti a suo fratello?

Van Gogh: Moltissimi, anche se lo ammetto, alcuni dei migliori li ho tenuti per me. Non tanto per vantarmene quanto… per le sensazioni che essi ancora mi mandano. I miei notturni, i paesaggi cittadini… e i miei campi di grano…

A.T.: Una cosa che si nota infatti è che lei ha davvero molto caro il tema della natura. Lei stesso l’ha nominata già molte volte…

Van Gogh: Certamente! In fondo la natura… oh per Diana! Guardi che scossone che ha avuto il campo! Oggi il vento sembra voler giocare con le spighe! E le nuvole… cielo guardi che nuvole! Si può vedere che si spostano persino a occhi nudo! È stupendo… è… è…

A.T.: Signor Van Gogh!

Van Gogh: Che c’è adesso? Non vede che sto cercando di catturare l’emozione sulla tela? Perché mi distrae?

A.T.: Non volevo distrarla. Stava dicendo della natura… di nuovo.

Van Gogh: Sì, sì certo… dicevo… dicevo… la natura è per me, la più grande tela di Dio. I suoi movimenti, i suoi mutamenti, il suo continuo variare pur restando immutabile nel tempo. Guardi quei cipressi lontani laggiù. Li vede? Dovrebbe riuscirci, il muretto non è così alto. Ebbene li ho dipinti non so quante volte da che sono giunto qui, eppure, non c’è un solo quadro uguale all’altro! Com’è possibile ciò? Il soggetto è sempre il medesimo, chiunque potrebbe vederlo.

A.T.: Ma forse perché lei ha usato una mano diversa…

Van Gogh: Una mano diversa? Lei mi fa ridere! Queste sono le mie mani! Sempre le stesse! Le stesse con cui leggevo libri da bambino, le stesse che spalavano in miniera, le stesse con cui ho dipinto ogni mio quadro, ogni mio schizzo! No, non è la mano. È l’emozione che c’è e che viene trasmessa. La natura è capricciosa, basta spostare lo sguardo per pochi attimi e subito… è cambiata pur rimando immutata.

A.T.: È per questo dunque che lei ha fatto molti quadri col medesimo soggetto? Perché ogni volta l’emozione era diversa?

Van Gogh: Esatto! Prenda un albero durante l’autunno. Le sue foglie sono in bilico e di ogni colore. Lo osserva un giorno e le foglie sono quasi tutte al loro posto, poi il giorno dopo, una foglia è caduta a terra. Il soggetto è il medesimo ma… è davvero lo stesso albero che lei ha visto il giorno precedente? Per quando due alberi, due fiori, due spighe possono somigliarsi non saranno mai le stesse. In natura tutto è unico! E tutto ciò che è unico esprime emozioni uniche!

A.T.: I girasoli, i cipressi, i campi di grano… sono tutti soggetti molto ricorrenti in tutte le sue tele, ma non sono gli unici giusto? Una delle sue prime opere infatti è “I mangiatori di Patate” che affronta un tema ben diverso, più sociale che naturalistico.

Vincent van Gogh – I mangiatori di patate – Nuenen – aprile 1885

Van Gogh: Non è solo la natura ad essermi stata cara negl’anni. I braccianti nei campi, i minatori in miniera, gli operai nelle fabbriche. (col pennello in bocca) Io sono convinto fermamente… (si toglie il pennello di bocca e comincia fumare un po’ il disegno) no, così non va… vediamo… sì ecco, così va meglio. Dicevo sono convinto che il proverbio “il lavoro nobilita l’uomo” sia vero. Ovviamente anche la donna ci mancherebbe, non sono uno di quelli che crede che la donna debba fare appena figli e basta. No, ho visto troppe cose che mi hanno fatto mutare pensiero. Quando lavoravo con i minatori, ho visto tante donne che, quando il marito non poteva lavorare oppure era morto, prendevano il loro posto e spalavano sassi quanto loro. E anche i bambini. Ne ho visti tanti con meno di dieci anni che portavano in spalla sacchi grossi quanto loro. E mai un lamento! Io credo che queste siano cose che l’arte debba rappresentare e… nobilitare. La natura dei paesaggi, tanto quanto la natura dell’uomo! La sua dignità, la sua umiltà la sua…

A.T.: Umanità?

Van Gogh: Già. Esatto! Perché è loro umanità che deve trasparire!

A.T.: E per quanto riguarda gli altri soggetti? I girasoli, i cipressi?

Van Gogh: Bè… hanno un fascino che mi attrae. Non saprei come spiegarlo. Così come adoro dipingere le stelle ed il grano, così mi piace dipingere i cipressi. Non c’è una ragione che possa esprimere a parole, sento solo il desiderio di farlo. I girasoli poi mi piacciono. Mi sono sempre piaciuti ma solo negl’ultimi anni ho riscoperto il piacere di guardarli e di dipingerli. Il dottor Gachet ne aveva uno in casa sua. Ho iniziato così per variare il soggetto e… non ho più smesso.

A.T.: Oltre a suo fratello Theo, ha nominato spesso questo dottor Gachet.

Van Gogh: Un vecchio amico di Theo appunto. Oltre ad essere un medico è un uomo colto e competente, con cui intrattengo a volte discussioni in merito all’arte. Per casa sua sono passati molti artisti come Hugo, Courbet, Manet e Cézanne. Casa sua sembra un museo tante tele possiede. Lui stesso è stato un disegnatore e un incisore, anche se non professionista. Avevamo caratteri simili quindi ci capimmo subito. Gli feci il ritratto ad acqua forte, lo ebbi appena terminato quando…

A.T.: …quando?

Van Gogh: Ebbi… una giornata poco… poco… ebbi una brutta giornata e litigai con lui per un motivo che… che… per un buon motivo mi ricordo! Come si fa a non incorniciare un quadro!?! A lasciarlo li, spoglio su una sedia!?! Nell’ultima lettera a mio fratello l’ho detto subito… Gachet è un incompetente!

A.T.: Ma lei ha appena detto che… insomma ho avuto l’impressione…

Van Gogh: L’impressione! Eccone un’altra! Non m’interessano le impressioni! Quelle le lascio… agl’impressionisti! Ammiro il loro modo di dipingere ma… quello non è il mio stile! Quindi non mi parli di impressioni!

A.T.: Non c’è bisogno di essere sgarbati! Stava dicendo una cosa e poi ha cambiato completamente versione! Vorrei solo capire…

Van Gogh: Se vuole capire, guardi! Guardi ciò che io sto cercando di fare mentre lei è qui a farmi domande su domande! Io qui cerco di trasmettere…

A.T.: Le emozioni, l’ha già detto.

Van Gogh: Sì esatto! Emozioni vivide! Quasi tangibili! Impressione ed emozione sono due cose che personalmente ritengo incompatibili. L’una può variare, l’altra no! Se un quadro è inteso per trasmettere rabbia, non può dare l’impressione di trasmetterla… o peggio di trasmettere qualsiasi altra emozione. (sospira) Io e Paul abbiamo discusso spesso di cosa l’arte debba fare.

A.T.: È la seconda volta che lo nomina… Paul?

Van Gogh: Paul Gauguin. Un mio intimo amico. Abbiamo vissuto insieme per un certo periodo. Alti e bassi. Comunque sempre all’insegna della discussione… per meglio dire io discutevo… lui voleva… Gauguin era… vivevamo insieme ma lui… era una persona… un pittore che voleva impressionare… cioè era impressionista ma… e poi se n’è andato! Solo perché non sopportava che la sua concezione di arte venisse messa in dubbio, che io… io non avevo pazienza, che il mio umore… mentre era lui che… Paul… Paul…

A.T.: Signor Van Gogh

Vincent van Gogh – Autoritratto con orecchio bendato – Arles, gennaio 1889

Van Gogh: Paul! Che cosa ho fatto! Paul!

A.T.: Signor Van Gogh oddio, si sente male? Signor Van Gogh!

Van Gogh: (inizia a tenersi le tempie, a fare versi di dolore sempre più forti, finché non smette improvvisamente) Mi scusi… stavamo dicendo?

A.T.: Stavamo discutendo di Gachet… di Paul Gauguin e di suo fratello Theo a cui scrive tanto spesso…

Van Gogh: Theo… Theo. Gli devo mandare ancora l’ultimo quadro. Lei l’ha già visto? Un campo di grano con dei corvi…

A.T.: Sì me l’ha mostrato quando ci siamo incontrati. Mi voleva fare persino un ritratto si ricorda?

Van Gogh: Davvero? Che cosa curiosa da parte mia. L’ultimo che ho fatto è stato… è stato per il dottor Gachet appunto. Chissà se oggi è in casa. Dovrei andare a trovarlo forse…

A.T.: Sì credo sarebbe meglio. Inoltre è proprio ora che io vada signor Van Gogh. Vorrei restare di più ma…

Van Gogh: No, no la prego. Mi lasci solo ora… devo stare solo. Solo come sono sempre stato, circondato dalla mia amata natura, da tutti questi campi dorati, dal rumore delle spighe di grano mosse dalla brezza, al cinguettio degli uccelli… e a questo vento… che vorrei solo mi portasse via con sé.

 

Written by Alister Tinker

 

Voce intervistatore: Manuela Pozzali

Voce Van Gogh: Alister Tinker

 

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Rubrica Life After Death

 

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