Selfie & Told: gli Ismael raccontano l’album “Quattro”

“E dove andrai Luchino,/ con la moto di tuo padre dove andrai?/ Andrai dove noi non abbiamo il coraggio –/ e valicherai l’Appennino/ sopra gli svincoli che danno vertigine,/ e nelle gallerie dove avanzano a piedi/ i barboni col carrello del Lidl.// […]” ‒ “E dove andrai, Luchino?”

Ismael

Ciao a tutti, siamo gli Ismael, dal protagonista di Moby Dick di Melville (“Call me Ishmael”).

La nostra terra è l’Emilia. Facciamo rock, o meglio quello che una volta si chiamava indie-rock; in ogni caso un genere “vecchio” ma che continuiamo a suonare, perché lo facciamo prima di tutto per noi.

Per la nostra devozione alle parole, alle chitarre e agli amplificatori, ai fiati e al basso-batteria. Ci chiamiamo Barbara, Giulia, Luigi, Piwy e Sandro.

“Quattro” è il nostro nuovo disco ed è uscito a settembre anticipato dal video di “Canzone della vedova” di Martino Pinna.

Ed ora beccatevi la nostra Selfie & ToldBuona lettura!

 

I.: Come sono nati gli Ismael, e qual è stato il loro percorso?

Ismael: Io e Giulia Manenti facevamo parte dei Sycamore Trees; era il gruppo dei nostri vent’anni: io scrivevo le musiche, il cantato era in inglese; nel 2002 il cantante si trasferì negli USA e il gruppo si sciolse. Rimasi fermo qualche anno, uscì il mio primo romanzo, mi interessava più scrivere che fare musica. Quando mi tornò la voglia, era chiaro che avrei affrontato la sfida di cantare in italiano. Richiamai la Giulia e, con la mia amica Barbara al basso, cominciammo i primi tentativi, innestando sui nostri riferimenti rock consueti non tanto il cantautorato in genere, ma alcuni esempi specifici (De Gregori su tutti, Paolo Conte, Ivan Graziani), e dall’altro lato i CCCP. Dal 2005 al 2008 abbiamo provato e abbandonato alcune strade finché, nel 2008, abbiamo deciso di registrare i pezzi superstiti, in trio elettroacustico. (con l’estemporanea aggiunta di Termos, della Paolino Paperino Band).

 

I.: Cosa vi resta di quell’inizio?

Ismael: Eh, ci restano le chitarre acustiche zappate e punkettone, qualche ballata riuscita, qualche canzone che ancora ci emoziona – ma il tutto acerbissimo, registrato praticamente in casa, con un fonico che non capiva nulla di ciò che volevamo fare. Per di più, io ero completamente impreparato al canto, non avevo ancora una misura nell’interpretazione. Sarebbe bello un giorno rifare quel disco con la consapevolezza di oggi, così come sarebbe bello rifare il secondo: lo dico soprattutto per la mia poca “presenza”, e per gli arrangiamenti; perché ci sarebbero pezzi bellissimi.

 

I.: Con il secondo disco avete cominciato a collaborare con Andrea Fontanesi, giusto?

Ismael: Sì, e da allora è il nostro punto fermo. “Due” lo registrammo tutto in una volta – mentre di solito ci piace andare in studio quando abbiamo tre canzoni pronte, e perderci tempo, tornarci magari dopo mesi. Allora non avevamo ancora un batterista e quindi le batterie le costruì Andrea, campionate. Le canzoni non erano più frammenti strappati a forza al silenzio ma si allargavano e prendevano fiducia nel narrare; restavamo comunque timidi, poco a fuoco negli arrangiamenti: ciò che successe nelle registrazioni di “Due” però fu che arrivò Piwy, il saxofonista. In quel caso aggiunse le sue parti su pezzi praticamente già ultimati, ma da lì in poi ci avviammo a quella che sarebbe stata la nostra formula. Subito dopo arrivò anche Gigi, il batterista: io abbandonai la chitarra acustica per riprendere in braccio l’elettrica, ritrovando acidità e violenza. Questo si è visto in “Tre”: testi più diretti, meno narrativi e più giocati sulle immagini, e una struttura che tendeva al rock anni Novanta (l’amore sempre coltivato per i Massimo Volume); gli intrecci di chitarre, un nostro pallino fin dai tempi dei Sycamore Trees. E in “Quattro” è stato ancor più divertente. Ci ha commosso veder citare i Dream Syndicate, i Television, a proposito di come suonano le chitarre di questo disco; il mio mito assoluto, Guy Kyser coi suoi Thin White Rope, non è ancora stato pescato, ma ci accontentiamo, altroché!

 

I.: Parlaci di “Quattro”. Come sono nate le canzoni del disco?

Quattro – Ismael

Ismael: Le musiche di solito mi arrivano involontariamente, non richieste: se non me le appuntassi, spezzerei finalmente l’incantesimo e non mi toccherebbe più di faticare per dar loro forma e poi metterci un testo. È una fatica la cui scintilla è inconsapevole, non so cosa mi spinga. A parte forse qualche serata ingenua dei vent’anni, non mi sono mai sentito un musicista. Quanto ai testi, è andata così: stavo prendendo appunti per un romanzo a cui tuttora sto lavorando, e mano a mano che annotavo cose sui personaggi, entrando in intimità con loro, mi è successo di farlo andando a capo, a volte persino in rima. Sicché a un certo punto avevo una specie di piccola Spoon River inaspettata: i personaggi prendevano la parola e illuminavano squarci della loro vita. Il nucleo centrale del disco è nato lì (per questo diciamo che è una specie di concept album); dopodiché mi sono accorto che c’erano dei temi ricorrenti in queste storie: la terra, la morte, lo spaesamento, la dimenticanza. Quelli erano gli argomenti che mi premevano, e ho disposto le cose lì attorno.

 

I.: Come hai lavorato alla composizione e all’interpretazione, quando poi si è trattato di trasformare queste storie in canzoni?

Ismael: Premesso che io ho delle grosse lacune per quanto riguarda l’aspetto tecnico dell’essere musicista, figuriamoci poi se sono un cantante: una canzone, a mio modo di vedere, ha un equilibrio che si basa soprattutto sul non detto. Ogni parola deve avere un peso, e funzionare da gancio di ancoraggio per tantissimo altro. La canzone è un esercizio in cui il senso della misura è tutto. Ciò che sento di aver portato a termine con questo disco è stato recuperare la generosità narrativa che c’era nei pezzi di “Due” e trasferirla, quasi distillarla, sull’energia di “Tre”. Abbiamo fatto un grosso lavoro in sala prove, che mi ha portato ad esempio a tagliare parti di testo; ho catturato dei noccioli di temperatura elevata, lasciando scivolare il resto. Dopodiché è una questione di rispetto per i personaggi e la terra di cui stai raccontando: l’approccio mezzo parlato, stretto fra i denti, a volte urlato con violenza ma con una dose di rimpianto dentro, che cerca di stare lontano da qualsiasi idea di teatralità; questo è il modo che ho trovato per tentare di essere personale nel cantare, se vogliamo chiamarlo cantare.

 

I.: Hai accennato al rapporto con la terra, allo sradicamento.

Ismael: Questo disco, nel suo parlare di personaggi e del loro rapporto con un paese, parla di gente che se ne va, o che rimane con rancore; di un rapporto con la propria terra che è mutato, o perso; io vivo una condizione di sradicamento, perché quasi tutto quello che produco è legato alla valle dell’appennino in cui sono cresciuto, che è una valle in cui non abito più, ma non solo: è una valle che, nei trent’anni in cui ci ho abitato, io sento di non aver vissuto per davvero. Nello scarto tra la vita vera (il saper maneggiare le cose) e il parlarne (e quindi esserne distaccati) c’è lo spazio di malinconia, di rispetto e di inadeguatezza che io vivo riguardo alla mia terra. Poi, la nostra terra è l’Emilia, che è stata “provincia di due imperi”, come cantavano i CCCP. Per decenni si è alimentato un immaginario “Fra la via Emilia e il west”, fatto di camicie a quadri, cappelli da cowboy e rock blues da birreria, incontri notturni on the road (quello che, degenerato e reso marketing, ha portato a Ligabue); poi c’è l’immaginario mitologico dell’Emilia rossa. Ora viviamo in un tempo in cui il primo dei due immaginari è nel migliore dei casi residuale, retrò, ed è impossibile maneggiarlo evitando il cliché: ha consumato la sua valenza narrativa. Quanto al mito dell’Emilia rossa, lasciamo perdere: a metà degli anni Ottanta “Emilia Paranoica” aveva già detto tutto, e ora, trent’anni dopo, è patetico, a suo modo anche straziante, continuare a spacciarne il luna park, nient’altro che il fantasma di una posa. Alcuni pezzi del disco toccano questa faccenda: “Canzone dello specchio”, che parla dell’inaridimento personale e quindi sociale derivante dall’etica del farsi il culo testa bassa e lavorare, “indifferenti al sangue ma sensibili a quisquilie fiscali”; oppure “La gente che vive” (“Non capisci perché la tua terra ti sembra un rimpianto / la calpesti, ci affondi, e non riesci a vederla davvero / e ti chiedi com’è che ci vive la gente che vive”).  Questo discorso sulla terra si completa con il canto del Maggio: è un canto epico in costume, tipico delle nostre valli, che si fa in radure all’aperto, e a cui assistevo fin da bambino. Siccome la nostra terra ha delle tradizioni musicali, va detto che gli Üstmamo’ (un altro riferimento della nostra adolescenza) avevano già riutilizzato il Maggio: decontestualizzandolo, facendone cut-up; noi, in modo più tradizionalista, abbiamo banalmente scritto qualche ottava sull’aria minore del Maggio (quella che di solito canta, in solitaria, l’eroe che si accascia a terra, ferito a morte in duello, come commiato al mondo dei vivi, che sia ravvedimento o estrema sfida) e l’abbiamo fatta cantare a Marco Pozzi, un maggiarino bravissimo della Val Dolo. Ne è uscito un lamento sull’Emilia. E l’ultimo pezzo, Barbäj, è in dialetto; anche quello chiude un cerchio, perché nel primo disco degli Ismael c’era un pezzo in dialetto. Poi questo è un discorso parziale, che riguarda me come autore, perché Piwy ad esempio ha una veracità da rocker emiliano pedecollinare, un’appartenenza differente. Per lui, e per la Barbara, c’è un mondo sanguigno di pub e di musica dal vivo che ha ancora un suo senso.

 

I.: A proposito: come avete conciliato i vostri immaginari musicali?

Ismael

Ismael: Piwy ha cominciato a suonare il sax ascoltando Springsteen, a me il rock alla Springsteen annoia, però l’amalgama che abbiamo trovato funziona, secondo me. C’è una sintonia musicale negli Ismael che va molto al di là dei nostri gusti, e questa è una cosa che io ho visto crescere dal terzo disco ma soprattutto in questo. Mi fa impazzire quello che Piwy ha fatto con i suoi tappeti di sax, e anche l’asciuttezza carica di soul che ha messo la Barbara al basso. La semplicità estroversa di Gigi, e la Giulia, beh: la chitarra della Giulia è l’anima gemella della mia. Insomma, ci siamo lasciati andare, ci siamo abbandonati a lunghissimi intro e finali in cui giocavamo con la ripetizione, la sovraincisione, l’accumulo di riff, fino a costruire un ambiente sonoro… Per la prima volta ci siamo slegati dall’idea di una composizione rigida; ci siamo svestiti di questo problema e abbiamo fatto pezzi quasi monoaccordo (tipo “Canzone della vedova”), dove ci siamo lasciati possedere dal suono. Sono venute fuori influenze che ci accompagnavano da una vita: gli Spacemen 3, i Suicide… Magari uno ascolta il disco e non li sente, ma la speziatura che ci aveva ingolosito era quella.

 

I.: Insomma, vi siete divertiti.

Ismale: Sì. Siamo dei darkettoni ridanciani. Quello che mi piace, riascoltando il disco finito, è che non c’è più quella frattura fra il “vorrei” e il “non posso”, nessuna voglia di stupire o di fare stranezze. Non siamo “avanti”, c’è poco da fare. Non sposteremo niente di un millimetro: però è bello vedere come il nostro bagaglio di riferimenti, in fondo non poi così ampio, si sia assestato e messo a fuoco. Adesso gli Ismael suonano Ismael, e questo ci basta.

 

Era il tuo albero, il melo./ D’estate restavi a guardarlo./ Era coperto di vespe,/ che ronzavano attorno alle mele/ rotonde, e facevano buchi;/ tu lo guardavi, contento./ Adesso stai dimenticando/ la sedia su cui ti sedevi,/ le scuole che ha fatto tua figlia,/ e da quand’è che non è più passata -/ se era sposata, di chi era sposa?/ […]” ‒ “Canzone del melo”

 

Written by Ismael

 

 

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