Sea Shanties: i canti tradizionali dei marinai durante l’epopea dei velieri

Sea Shanties: i canti tradizionali dei marinai durante l’epopea dei velieri

Dic 7, 2018

“The smartest clipper you can find is?/ Ho-way, ho, are you ‘most done?/ She’s Eliza Lee of the Blue Star Line!/ Clear away the track an’ let the bullgine run!/ To me hey rig-a-jig in a jaunting gun/ Ho-way, ho, are you ‘most done?/ With Eliza Lee all on my knee/ Clear away the track an’ let the bullgine run!” Eliza Lee, sea shanty

Sea Shanties

Caliamoci virtualmente ai piedi dell’albero di trinchetto della Eliza Lee, un clipper della Blue Star Line, divenuto famoso per la sua velocità e puntualità, motivo di orgoglio non solo per la compagnia, ma anche per il suo equipaggio, che proprio in questo istante sta salpando dal porto di Liverpool.

Al cabestano, il poderoso argano orizzontale, una ventina di marinai canta a cappella guidati dal capo squadra, mentre spingono con gran forza sulle caviglie.

Clic… Clic… Pian piano il pesante calumo, la catena dell’ancora, comincia a essere virata a bordo. La nave sta salpando per il lungo viaggio verso New York. I marinai scandiscono il ritmo con il canto, e avvisano i compagni: “clear away the track! Let the bulgine run!” liberate il passaggio (del calumo), lasciate girare il cabestano! Armate un fiocco! Avete fatto?

Rigore e duro lavoro, giorni e settimane di navigazione, cibo spesso scadente, settimane e mesi di noia nei porti, spesso all’ancora, ma anche isole e porti lontani, città, avventure nelle soste a terra, la vita del marinaio non era certo una passeggiata nel XIX secolo, se la guardiamo da bordo delle barche a vela su cui trascorriamo le vacanze, sognando avventure sui mari.

Eppure, se appena un secolo e mezzo fa ci fossimo incamminati lungo il West Street Pier di New York, sui docks di Londra, o nell’Arsenale di Brest, sulle banchine di Amsterdam, Genova, Napoli, Cape Town, ed ovunque arrivino le onde del mare, avremo potuto osservare come la vita di questi uomini forgiati dal mare e dal vento fosse scandito da canti e musiche. Stiamo parlando dei “sea shanties” (chant de marin, in francese), le canzoni tradizionali dei marinai.

Il termine shanty viene comunemente fatto risalire al XIX secolo; secondo una scuola di pensiero, il termine è stato mediato dal francese “chant”, e dal latino “cantus”, canto.

Ma la parola inglese per il lemma “canto” è “song” – canzone – “sing” – cantare. Perché mai la praticità inglese avrebbe dovuto scegliere un termine così diverso quando già nel XVIII secolo si parlava di “work songs”?

Om Shanti

Una possibile spiegazione può essere cercata esplorando “l’impero dove non tramonta mai il sole”: nel XIX secolo, l’Inghilterra dominava anche sull’India, patria dell’induismo e del sanscrito: una lingua, come l’aramaico, dove le parole sono formate da vibrazioni specifiche; dove il suono e la forma sono la stessa cosa, il suono e la sensazione sono la stessa cosa, e in cui il ripetere un suono ciclicamente permette il manifestarsi di quella forma.

La parola sanscrita Śānti (solitamente anglicizzata in Shanti o Shantih) indica uno stato di assoluta pace interiore e di serena imperturbabilità, caratterizzato dall’assenza delle frenetiche onde-pensiero (vritti) generate dalla mente. Il Mantra Om Shanti significa pace nella mente, nella parola e nel corpo. La vibrazione della parola pace è il suono Sh. Pace in sanscrito si dice infatti Śānti. In ebraico antico pace si dice Shalom, in sanscrito Śānti, in aramaico Heshusha.

In maniera non dissimile dai mantra, ma in contesto ben più triste, nella tradizione musicale afroamericana nacque un genere musicale cantato dagli schiavi ‒ le work songs, appunto ‒ per mantenere alto l’umore e per conservare un ritmo di lavoro costante; necessità che si aveva anche nello svolgimento di molte mansioni a bordo di un veliero.

I canti afroamericani, sono stati anche visti come un mezzo per sopportare le difficoltà per esprimere la rabbia e la frustrazione attraverso la creatività o un’occulta opposizione verbale.

La caratteristica che accomuna i canti afroamericani e gli sea shanties, è la struttura a domanda e risposta, definita “struttura responsoriale”, nella quale il leader cantava una strofa, o alcune strofe, e gli altri rispondevano con il ritornello. Questa struttura proveniva dalla tradizione africana, e specialmente per quello che riguarda i canti agricoli, il canto dava loro la facoltà di astrarre la mente distogliendola dal lavoro fisico che svolgeva il corpo.

Nella letteratura, una delle prime apparizioni del termine shanty per indicare queste canzoni ci è giunta grazie allo scrittore G. E. Clark nel libro “Seven Years of a Sailor’s Life”, del 1867. Inoltre, Clark fa riferimento al cantante solista definendolo chanty man, e agli stivatori che rispondevano in coro mentre scaricavano il carico dai vascelli, chiamandoli chanty gang. Nello slang marinaresco anglosassone e americano, gli scaricatori di porto vengono tutt’oggi chiamati così.

Sea Shanties

La pratica di cantare fra i marinai era comune internazionalmente e lo fu per tutta l’era delle grandi navi a vela, e recentemente, il termine shanty è stato usato anche per definire un repertorio più ampio, con caratteristiche meno tipiche del canto da lavoro, e più affini al folclore marinaresco.

Ai tempi della marineria a vela infatti, questi canti avevano la funzione particolare di scandire e ritmare il lavoro di squadra. Analizzandone i contenuti, possiamo raggrupparle in canti per issare, che scandivano l’ascesa delle vele issate con la forza delle braccia tramite i paranchi e le drizze; canti da argano e verricello per dare il ritmo e coordinare lo sforzo mentre si azionava il cabestano dell’ancora; canzoni per quando si azionavano le pompe di sentina a mano, scandendo e ritmando il lavoro sulla pompa responsabile dell’evacuazione dell’acqua di mare infiltrata durante la traversata;  e ancora canti per vogare, per ritmare e coordinare il movimento dei remi e canzoni cantate per spostare la nave tirando sugli ormeggi.

I due più grandi repertori di canti marinareschi che conosciamo oggi, sono quello anglo/americano, e quello francese. Si pensa che questi canti prendano origine dalle melodie da lavoro inglesi e di altre tradizioni marittime nazionali. In America furono notevolmente influenzati dalle canzoni dei lavoratori afroamericani, come quelle cantate mentre si caricava il cotone a bordo dei velieri nei porti degli Stati Uniti meridionali. Il repertorio marinaresco prese in prestito i motivi della musica popolare, inclusi i Minstrel show.

Il genere marinaresco era caratterizzato da testi piuttosto flessibili, e cantati a capella, che nella pratica permettevano l’improvvisazione e la possibilità di allungare o accorciare la canzone a seconda delle circostanze. La caratteristica più di comune è quella della domanda e risposta, effettuata fra il shantyman e il resto dei lavoratori che costituivano il coro della shanty gang. Il solista era apprezzato per l’utilizzo di un linguaggio piccante, presenza lirica e voce forte.

I canti in origine non prevedevano l’accompagnamento strumentale e, nella loro origine storica, erano cantati solo in ambito lavorativo e raramente in contesti orientati all’intrattenimento, dove venivano sostituiti dalle ballads, più allegre e accompagnate con strumenti quali tamburi, armoniche, violini e organetti, mentre il tema dei testi restava sempre di tipo marinaresco, spesso per deridere gli ufficiali, tradizione tollerata perfino nella marina militare, i testi venivano improvvisati a bordo, e alcuni quartieri della nave potevano diventare famosi per la fantasia nel comporre nuove canzoni. Anche se prevalentemente in inglese, i canti marinareschi sono stati tradotti o creati in altre lingue europee, specialmente in francese e in tedesco. Tuttavia è illusorio cercare una “versione originale” di questi testi, proprio perché improvvisati e tramandati per via orale

Sea Shanties

Il passaggio alle navi a vapore e l’uso di macchine per la maggior parte delle mansioni a bordo, verso la fine del XIX secolo, significò una graduale diminuzione della funzione pratica di questi canti; il loro uso divenne quindi trascurabile nella meta del XX secolo. Nonostante ciò, l’eredità di questi canti venne preservata dai marinai veterani e dagli appassionati di musica folcloristica.

Antecedentemente allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il Comandante Hayet, un ex capitano di marina originario di Bordeaux, ha raccolto e trascritto a bordo canzoni dei tempi in cui si navigava a vela, raccogliendoli da marinai veterani che li ricordavano. Il Comandante Hayet, li ha poi pubblicati in due versioni: il primo fu redatto col titolo “Canzoni di bordo” mentre una seconda versione non censurata, dal sapore sicuramente più salmastro, furono pubblicati col titolo “Canti di navi a vela… senza veli” pubblicato con lo pseudonimo di Jean Marie Le Bihor.

Il lavoro di scrittura e in alcuni casi di registrazione, è diventato una fonte fondamentale per un revival di questo genere come attività di svago. Le registrazioni musicali commerciali, la letteratura popolare, e altri media, specialmente negli anni ’20 del Novecento, hanno suscitato interesse per i canti marinareschi.
Nel 1986, il Royal Cruising Club ha stampato la raccolta di testi “The Royal Cruising Club Song Book”, che raccoglie diverse decine di canzoni dalle più tradizionali alle più recenti.

Ai nostri giorni le interpretazioni recenti vanno dallo stile tradizionale dei professionisti, teso a ricreare fedelmente la scena musicale marittima, all’adozione del repertorio marinaresco da parte di musicisti folk e folk-rock, legati ad altri stili popolari, e all’adozione di strumenti moderni. Tra i più apprezzati, segnaliamo i “The Fisherman Friends”, composti dalla comunità peschereccia di Port Isaac’s, “Le Marins d’Iroise”, composto da un coro di marinai di Brest, e il gruppo neozelandese “The Maritime Crew”.

“Il giorno 31 alle 5.00, l’ancora lascia il fondo della Baia di New York e la fregata esce dal porto rimorchiata da un piroscafo. Dirigiamo verso Narrows e, passando sotto Staten Island, vediamo la corvetta Vincennes e il vascello Colombo, pronti per far vela. Non essendoci vento, veniamo rimorchiati oltre lo Ship-Light, dove salutiamo il pilota e il vapore.” – Diario di bordo di un giovine ufficiale imbarcato su una fregata, 1844

 

Written by Claudio Fadda

 

 

 

 

Info

Associazione Shanties – Śānti di Alessia Mocci

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