“E dritti devono andare anche i piedi” di Camilla Dania: il presente liquido ed il colloquio continuo

“E dritti devono andare anche i piedi” di Camilla Dania: il presente liquido ed il colloquio continuo

Dic 4, 2018

“Andrò contro voi

vecchie stupide paure

vi andrò contro ridendo. (30)”

E dritti devono andare anche i piedi

Presentando testi particolarmente sentiti, frutto dell’esperienza esistenziale, e interpretati con evidente trasporto e forte carica empatica, la poetessa Camilla Dania nell’agosto 2017 a Porto Recanati (MC) si è aggiudicata la vittoria del “Playa Rosa Poetry Slam”, organizzato congiuntamente dall’Associazione Euterpe e da Le Mezzelane Casa Editrice.

Il pubblico – fortuito e prevalentemente neofita di poesia – come il poetry slam nei suoi canonici principi prevede, aveva apprezzato i testi di matrice intimistica ed esistenzialista che la poetessa, nata a San Benedetto del Tronto (AP) nel 1988, aveva deciso di portare. La meritata vittoria le valse, oltre che un consenso diffuso tra pubblico e poeti partecipanti, anche un’offerta contrattuale con l’omonima casa editrice che organizzava l’evento e che, ora, a distanza di alcuni mesi, ha felicemente pubblicato quella che può essere definita la sua “opera prima”.

E dritti devono andare anche i piedi è un titolo che apre alla perplessità e che, più che imporre una riflessione, fornisce semmai degli spunti di possibilità da percorrere, addirittura in modo quanto mai vago e surreale. Si tratta, come ci si renderà conto leggendo l’opera, di alcuni versi estrapolati da una delle liriche che costituiscono la “spina dorsale” dell’intero lavoro.

In via generale i testi poetici contenuti in questa silloge partono da approfondimenti personali, riflessioni interiori, desideri di specchiarsi per cercare di intuire non tanto la complessità dell’identità unica, semmai porzioni di essa, possibilità da poter cogliere o, al contrario, cercare di combattere.

Liriche che si riferiscono a un “tu” imprecisato, a un’alterità assente fisicamente ma presente in forma ubiqua, quasi in maniera reiterata, ossessiva, immancabile e, ancora, frenetica. C’è un colloquio continuo con quell’altro che tanto dolore ha causato, decretando l’amplificazione di paure e la sofferenza del presente eppure, come in qualsiasi contatto d’amore o di legame destabilizzante, si nutre, scorrendo i versi, una sensazione di percepito amore-odio, di desiderio-negazione, di ricerca-allontanamento. La costruzione nettamente dualistica delle modalità del vivere credo non debba essere penetrata in termini esegetici con un’idea di irruenza giovanile o di poesia embrionale e germinante, semmai con l’inseparabile convinzione della complicatezza del mondo, retto appunto su voragini e attimi, che se non sono vere e proprie ascese, fungono da sperate oasi di quiete.

Poesie per lo più grigiastre, dove i toni agrodolci, i lamenti, gli stati di desolazione e di viva sofferenza paiono primeggiare e andare a unirsi a traumi rappresi e riaffiorati, a infauste memorie che ancora galleggiano. Un vivere, quello proposto con la silloge, che non ha escluso la speranza dalle giornate tediose e solitarie ma che parte da un groviglio pesante di incertezze, delusioni, ferite, violenze subite e amplificate nella suscettibilità di un animo a tratti vulnerabile. Ecco che la poetessa sembra anticipare, nel pensiero della sofferenza che riaffiora, a un possibile rimorso che va nutrendosi in lei: “ripenso alle cose non dette/ e a quelle dette male,/ ripenso a quella cerniera dei jeans/ e alla sensazione di dolore vacuo” (13).

Le Mezzelane Casa Editrice

Quelle della Dania sono giornate improntate su una inguaribile nostalgia” (14) dove gli abitanti, non più persone, hanno assunto le sembianze di indicibilimummie sfila[nti] davanti a me” (20); dove si giunge, in un climax di deleterio assorbimento di colpe e di delegittimazione dell’altro, a un processo di vera e propria vittimizzazione dai toni nefandi: “Ti auguro solo, lentamente, di morire” (16).

Interessante il maneggio del codice linguistico che la Poetessa adopera quando, come nella poesia “Di fronte alle mie parole”, la vediamo palpare, modellare e formare parole, per dar compimento a concetti, sintagmi che si rincorrono per allacciarsi e dar forma a un pensiero di senso compiuto. Tale ordine non è automatico né semplice difatti predispone la Nostra a interagire con una materia difficile, bizzarra e imprendibile, eppure pericolosa se mal formata: ci sono stasi impreviste (“Sono ferma/ di fronte alle mie parole”, 42) ma anche accelerazioni che la proiettano verso un oltre che si rincorre; l’atto istintivo dell’eliminazione di alcune di esse e dell’adozione di altre risulta necessario: “Provo a rompere le mie parole,/ separare le une dalle altre/ con un pugno netto, dritto nell’aria” (43). Molto bella ed assai efficace quest’azione cruciale del “rompere le parole”, dissezionale, ripartirle, dissociarle, destrutturarle, renderle minime, denudarle, privarle di parti di sé.

La società nella quale è calata la poetica di Camilla Dania è chiaramente il nostro presente liquido anche se potrebbe riferirsi benissimo a qualsiasi altra epoca non essendoci nelle sue liriche un chiaro e diretto intento di carattere socio-civile atto a raffigurare o a mettere a nudo il senso di comunità nelle sue vulnerabilità diffuse. Nella poesia “E dritti devono andare anche i piedi” c’è un riferimento a questa “valle di pianto” che la Nostra definisce quale “terra muta e rammendata/ una terra rattoppata,/ una terra incontinente” (57) che sembra esser ulteriore metafora ed estensione dello stesso disarcionamento e frammentazione dell’io lirico.

Tra gli interessi di Camilla Dania, anima inquieta cheh[a] troppo rumore dentro” (47), non c’è solo la poesia ma la cultura a tutto tondo; ce lo dimostrano la sua nota biografica che serra la pubblicazione dove si parla abbondantemente delle sue varie collaborazioni e presenze nel mondo del teatro ad alti livelli, soprattutto all’estero.

Non va neppure dimenticata la capacità grafica della Nostra ben evidente dalla serie di quadri da lei prodotti che ha deciso di inserire all’interno del libro quali ulteriore arricchimento. Parimenti, la copertina è rappresentata da una delle sue produzioni artistiche.

Tali quadri si riferiscono a soggetti difficilmente identificabili, visi per lo più ritratti frontalmente, quasi da posa, nei quali si sottolineano, per mezzo di colori caldi appositamente stesi in maniera oculata, alcuni dettagli, atteggiamenti e, soprattutto, approcci visivi forniti dall’inquadratura dell’apparato visivo.

Camilla Dania

Le poesie di Camilla Dania, un po’ come i suoi dipinti, sono forse dei tentativi per approcciarsi a una possibile definizione della forma: “E allora ridisegno le linee, sottolineo i confini,/ traccio la mappa della mia assoluta terra” (38).

Incline a un’osservazione attenta dell’esterno mediante una formulazione multipla di visioni e accorgimenti, resi in una chiave pareidolitica di dubbia prolissità e ampia filiazione, deve esser posta particolare attenzione alla poesia “L’arte di” dove ben sale in superficie questa soffocata esigenza di dire dell’inefficacia costitutiva dell’essere nel cogliere la totalità della forma con lenti asciutte e rigorose:Mi hanno insegnato l’arte/ di cogliere l’invisibile/ ma è diventato un gioco perverso -/ questa caccia al ladro che si mostra e si nasconde” (65). Per tali ragioni non è detto che, se la direzione del pensiero è definita verso una meta, anche i piedi andranno necessariamente “dritti” verso quella destinazione: è un tempo dove domina lo scarto e l’indefinitezza: “la verità è un imbroglio di fili e strade consistente” (66), dice. Ciò accade, per lo più, quando sei solo e “vedi cose che non esistono” (67) delle quali, però, hai drammaticamente bisogno per procedere il passo.

 

Written by Lorenzo Spurio

 

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