“Volevo i pantaloni” di Lara Cardella: in un paese della Sicilia a cavallo degli anni ‘60 e ‘70 del Novecento

“Volevo i pantaloni” di Lara Cardella: in un paese della Sicilia a cavallo degli anni ‘60 e ‘70 del Novecento

Nov 19, 2018

“Le mie compagne di classe sognavano il Principe Azzurro. Uscivano di casa con le loro lunghe gonne a fiori e le camicette bianche col pizzo, poi arrivavano a scuola, si rintanavano nei bagni, e fuori i loro armamentari da donne fatali…”

Volevo i pantaloni

A suo tempo, quando è stato pubblicato, Volevo i pantaloni ha goduto di uno straordinario successo. Vincitore del concorso ‘cercasi scrittore’, Volevo i pantaloni di Lara Cardella è romanzo edito da Mondadori nell’anno 1989.

Oggi, a oltre trent’anni dalla sua iniziale diffusione, rimane un romanzo di formazione. Nonostante il titolo, che pare contenere in sé un’aria scanzonata, il contenuto del libro è di quelli importanti, in quanto offre uno spaccato di una realtà ancorata al passato che penalizza la donna in ogni sua manifestazione.

“Quando ripresi coscienza, capii che la mia vita scolastica si era conclusa e che il mio primo sogno si stava realizzando: ero reclusa…”

La problematica affrontata nel racconto, che riguarda la condizione femminile, è raccontata con una vena di leggera ironia, ma al contempo fotografa una realtà sociale molto antiquata, se non addirittura drammatica: quella che si dischiude su di un paese della Sicilia, a cavallo degli anni ‘60 e ‘70 del Novecento.

Ogni giorno era una violenza in più che la mia mente subiva, e arrivai al punto di desiderare davvero un marito per non dover più sopportare i silenzi di mio padre e i pianti di mia madre…”

Annetta, la protagonista del romanzo, vive un’urgenza che la spinge a voler sfuggire dalla situazione di arretratezza in cui è costretta a vivere, non solo perché appartenente a una famiglia di origini e condizioni economiche modeste, ma soprattutto per la sua appartenenza al genere femminile.

La ragazza avrebbe desiderato essere un maschio, per non dover sottostare a regole e soprusi che minano la sua giovane autostima, da parte dei suoi genitori come dei familiari tutti che, introiettati in una mentalità pressoché medioevale, la costringono ad usi e abitudini d’altri tempi.

Annetta vorrebbe trovare una via d’uscita da una situazione di povertà anche delle piccole cose, ma per lei è difficile, se non addirittura impossibile, affrancarsi dalla difficile condizione nella quale è imprigionata.

Perché le sue giornate si consumano in un’abitazione pregna di un’atmosfera squallida, soprattutto mentale, e si rammarica di non essere come le sue compagne che affrontano con una sorta di disinvoltura, fatta di trucchi e belletti, la realtà antiquata di paese. Ma, per la giovane protagonista di Volevo i pantaloni, almeno fino a un certo punto della storia, gli espedienti in uso alle sue compagne non sono cose importanti.

“Rimasi tutta la notte a pensare a cosa fare: volevo fuggire, avvisare la polizia, farmi proteggere da qualcuno, uccidermi… Qualsiasi cosa, pur di non andare da lui, ma mio padre si era posto davanti alle tendine per impedirmi qualsiasi tentativo di sfuggire alla sua volontà…”

Quando poi avrà l’occasione di incontrare un ragazzo che sollecita i suoi sensi, in casa si solleverà allora un putiferio, tanto da defraudarla del suo ruolo di figlia.

Ripudiata, come fosse un pacco e non una giovane donna con pretese del tutto legittime, il padre decide di inviarla presso una zia, una delle poche persone solidali con cui Annetta abbia intrecciato un legame sincero.

La zia Vannina è comprensiva, forse perché anche lei vittima di un clima d’ignoranza triste e obsoleto.

Lara Cardella

Con un passato di dolore alle spalle, a causa di un matrimonio che non ha mantenuto quello che in origine le aveva promesso, e vittima di un uomo che trova rifugio alle proprie miserie in una bottiglia, anziché in seno alla propria famiglia.

Quindi, un clima di violenza, soprattutto psicologica, rancore e altri sentimenti oscuri e sopiti e negativi sono lo sfondo di Volevo i pantaloni. Che è poi la storia di Annetta la quale, per ribellarsi a una condizione di sottomissione, vorrebbe indossare i pantaloni, o trovare un altro escamotage per emanciparsi da un presente di dolore e rivendicare diritti e dignità al pari di quella degli uomini.

Consapevole delle brutture da cui è circondata, e che tocca ogni giorno con mano, Annetta vorrebbe avere un’alternativa di vita. Ma nulla sembra andarle in soccorso, se non la zia Vannina, figura controversa ma ricca di una dolente umanità, che nulla può fare, se non darle ospitalità nella sua misera abitazione.

“Camminammo per circa un quarto d’ora, e io non ricordo a cosa stessi pensando in quei momenti, forse ancora pregavo mia nonna o Dio o tutt’e due assieme. Il furgone sterzò, e riconobbi la strada dove abitava mia zia…”

Raccontato con penna lieve, Volevo i pantaloni è romanzo che sollecita più di una riflessione.

Sulla condizione ancestrale della donna, per esempio, inserita in una mentalità di paese, attributo della Sicilia degli anni ’60.

Sulla tradizione, assai negativa, di dedicarsi al pettegolezzo come unico scopo dello scorrere del tempo appartenente alle donne del paesotto in cui sono inserite le vicende descritte.

Ma, la riflessione più attenta che merita la narrazione è quella sulla condizione femminile di quegli anni, situazione in cui la donna non aveva possibilità di scegliere né il proprio compagno e neppure una qualsiasi sbocco professionale che le fosse congeniale.

Arricchito da particolarità dialettali, si può affermare che Volevo i pantaloni è romanzo anche di denuncia, seppur realizzato con una scrittura leggera al limite del sarcasmo.

Denuncia di una situazione in cui una donna non dovrebbe mai trovarsi, arrivando ad essere vittima anche di sé stessa.

“Mia zia era più sensibile e, forse proprio per questo, aveva sempre sofferto. I vantaggi dei quali mio padre godeva non si esaurivano certo nel cibo: mio padre era l’unico che potesse andare a scuola, anche se zia Vannina mi raccontava sempre che era lei a spiegargli quello che lui leggeva dieci volte, sempre senza capirlo…”

 

Written by Carolina Colombi

 

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